highlights

  1. Il Foro Romano: età arcaica e età regia

    La visione più completa del Foro si può godere dalla terrazza del Campidoglio, sulla destra del Palazzo Senatorio, oppure dalle arcate del Tabularium. Dall’angolo settentrionale del Palatino, dove c’è la terrazza degli Orti Farnesiani, si ha una vista altrettanto ampia. L’ingresso si apre lungo la Via dei Fori Imperiali all’altezza di Via Cavour. Un piano inclinato si trova in corrispondenza dell’Arco di Tito.

    I fori romani – Manini

    La valle del Foro Romano è il risultato dell’erosione provocata, entro il compatto banco di tufo vulcanico, da uno dei tanti rigagnoli e fiumicelli che si versano nel Tevere. La depressione del Foro, tra il Campidoglio e il Palatino, si prolunga a sud-ovest, verso il fiume, nella valle del Velabro, che è anche il nome originario dello stesso corso d’acqua.
    Gli scrittori antichi sono concordi nel sottolineare la natura paludosa e inospitale della valle del Foro. I primi nuclei di abitazione sorsero, infatti, sulla cima o alle estreme propaggini delle colline, il Palatino ma certamente anche il Campidoglio, mentre la pianura fu utilizzata come necropoli. Lo scavo presso il Tempio di Antonino e Faustina e altre scoperte sporadiche hanno mostrato però che il centro abitato del Palatino si estendeva anche in una parte della valle.
    L’utilizzazione della necropoli del Foro ha inizio con la prima fase della cultura laziale, X secolo avanti Cristo. Le tombe più antiche sembrano essere le due scoperte negli anni Cinquanta del secolo scorso presso l’Arco di Augusto, contemporaneamente a un’altra, scavata sul Palatino, sotto la Casa di Livia. Il sepolcreto del Foro è utilizzato solo fino alla fine del II periodo laziale, inizio del VII secolo avanti Cristo. Da quel momento in poi si troveranno in esso solo le tombe di bambini, che potevano essere seppelliti anche all’interno dell’abitato, uso che verrà a cessare con l’inizio del VI secolo avanti Cristo. Contemporaneamente all’abbandono del sepolcreto del Foro ha inizio l’utilizzazione di quello dell’Esquilino.

    Foro romano e Campo Vannino – Giovan Battista Piranesi

    Di conseguenza ha luogo un ampliamento dell’abitato del Palatino in una fase proto – urbana, cui corrisponde ormai, come nelle più importanti città etrusche, una necropoli unitaria al posto dei piccoli centri cimiteriali pertinenti ai singoli villaggi della fase precedente.
    Il Foro, allora, cessa di essere un’area esterna ai vari nuclei abitati che lo circondano ed entra a far parte di un unico centro, già definibile come urbano. Dopo la fusione in una sola città delle comunità dei colli adiacenti, il Foro, difeso dalla comune rocca del Capitolium, forma il centro di Roma, intorno a cui sorsero a mano a mano gli edifici destinati al disbrigo degli affari pubblici e privati: tabernae, cioè negozi, basiliche, sale porticate, luogo di ritrovo e di pubbliche funzione.
    Alla fine del VII secolo ha inizio a Roma la dinastia etrusca dei Tarquini. Il primo re, Tarquinio Prisco, pone mano a una serie di opere pubbliche, e in particolare a un grandioso sistema di fognature destinato a drenare il fondo paludoso delle valli. La più importante di queste opere, la Cloaca Maxima, il cui percorso attraversa l’area centrale del Foro, è ancora oggi riconoscibile: grazie a tale capolavoro ingegneristico, l’acqua del Velabro viene canalizzata, rendendo utilizzabile l’area.
    L’urbanizzazione della valle presuppone anche l’occupazione e l’integrazione alla città palatina del contrapposto complesso Campidoglio-Quirinale, che sarebbe stato anch’esso realizzato sotto i re etruschi. La costruzione sul Campidoglio del gigantesco Tempio di Giove Ottimo Massimo, iniziato secondo la tradizione, da Tarquinio Prisco, costituisce la migliore prova dell’avvenuta unificazione.

    Foro romano – Ettore Roesler Franz

    Dovette allora determinarsi la suddivisione dell’area in due parti, con funzioni precise: ai piedi dell’Arx, la sommità settentrionale del Campidoglio, il Comizio, destinato all’attività politica e giudiziaria; a sud di questo, il Foro vero e proprio, con funzioni precipue di mercato. L’antichità del Comizio, comitium ovvero luogo di riunione, risulta, oltre che dalla menzione che ne troviamo nel primo calendario romano e dalla sua utilizzazione per i più antichi comizi – quelli delle curie – anche dalla scoperta nella sua area di un complesso monumentale, il Niger Lapis, attribuibile con tutta probabilità ancora all’età regia, VI secolo avanti Cristo.
    La data tradizionale dell’inizio della Repubblica, 509 avanti Cristo, corrispondente all’inaugurazione del Tempio di Giove Capitolino e all’inizio della compilazione della lista dei consoli, sembra confermata dai risultati di scavi recenti.
    L’antico edificio della Regia, nel quale la tradizione riconosceva la casa di Numa, distrutto da un incendio, è ricostruito in nuove forme proprio alla fine del VI secolo avanti Cristo.
    La cacciata dei Tarquini non costituisce però una rottura radicale nello sviluppo della città: la crisi più grave si avrà poco prima della metà del V secolo avanti Cristo. Ciò si ricava, per quanto riguarda il Foro, dalla costruzione, nei primi anni della Repubblica, di due importanti santuari:

    Fonte di Giuturna

    quello di Saturno, forse anch’esso iniziato in periodo regio sul luogo dove esisteva un antichissimo altare della divinità, e quello di Castore e Polluce; in quest’ultimo caso si tratta dell’evidente importazione di un culto greco, come dimostrano tra l’altro i nomi, gli stessi delle corrispondenti divinità greche.
    I siti e i monumenti che rimandano ai tempi arcaici di Roma sono la necropoli arcaica, la Regia, il Tempio di Vesta, la Fonte Giuturna e il Tempio dei Castori. Per passare alla zona del Comizio – Niger Lapis – e alla Curia.

    Roma, 14 ottobre 2017

  2. Sulle vie di Paolo di Tarso: la basilica di San Paolo Fuori le Mura, l’area archeologica, il chiostro, la pinacoteca.

    Per la via Ostiense, a circa due chilometri da Porta San Paolo, si giunge alla basilica eretta sulla tomba dell’Apostolo delle genti, posta in zona cimiteriale, il Sepolcreto Ostiense detto in praedio Lucinae, e oggi parzialmente scavato e visibile sui due lati della strada.

    La basilica di San Paolo fuori le Mura in una foto Alinari

    Il primo e importantissimo accenno al sito è quello contenuto in un passo di Eusebio di Cesarea che riporta le parole del presbitero romano Gaio, pronunciate alla fine del II secolo o all’inizio del III, per la precisione negli anni del pontificato di papa Zefirino, tra il 198 e il 217. In risposta all’eretico Proclo che, seguace del frigio Montano, vantava la presenza a Ierapoli di Frigia della tomba dell’apostolo Filippo. Dice dunque Gaio: “Io posso mostrarti i trofei [tà trópaia] degli apostoli (Pietro e Paolo). Se vorrai recarti nel Vaticano o sulla via di Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa Chiesa (di Roma)”, (Eusebio, Historia ecclesiastica II, 25, 7). La parola trópaion, che indica il “trofeo della vittoria”, fa allusione alla reale presenza delle spoglie dei due apostoli, poiché si riferisce propriamente ai corpo dei martiri e non al solo monumento che li contiene.
    La basilica di San Paolo fuori le Mura, che ha dimensioni corrispondenti a quelle della Basilica Ulpia eretta da Traiano, rimase la più grande di Roma prima della costruzione della moderna San Pietro. Fondata da Costantino, accresciuta da Valentiniano II, 386, da Teodosio e da Onorio, la basilica rimase semidistrutta a seguito di un rovinoso incendio scoppiato nella notte fra il 15 e 16 luglio 1823, e che continuò ad ardere fino al mattino del 16.

    L’incendio della Basilica – Ascanio di Brazzà

    La basilica fu, quindi, ricostruita con le offerte provenienti dalle diocesi di tutto il mondo secondo la pianta antica, ma riutilizzando solo in parte gli antichi materiali. Vi lavorarono molti architetti, in particolare Luigi Poletti, al quale si deve anche il campanile, Virginio Vespignani, che lavorò alla facciata e Guglielmo Calderini, che ideò il quadriportico, eretto tra il 1892 e il 1928.
    Fino a qualche decennio fa, la basilica sorgeva nell’aperta e vuota campagna, che aveva sovrastato per quasi due millenni come richiamo di spiritualità con il suo cenacolo benedettino e come caposaldo difensivo. Nell’XI secolo, infatti, papa Giovanni VIII vi aveva costruito attorno una cittadella contro le scorrerie dei Saraceni, detta “Giovannipoli”, di cui oggi resta il toponimo in una delle vie del quartiere Garbatella – Ostiense che è proprio Via Giovannipoli.
    La prima chiesa costantiniana, piuttosto piccola, era rivolta verso la via Ostiense e corrispondeva all’attuale zona del presbiterio e della crociera fino alla tomba di san Paolo. Successivamente si rese necessario ingrandire la chiesa e per questo motivo essa ebbe l’ingresso rivolto verso il Tevere, così che la trasformazione non andasse ad intaccare la posizione della sepoltura di Paolo.

    Le rovine dopo l’incendio – Bartolomeo Pinelli

    Ora l’ingresso più utilizzato è quello laterale, sul piazzale cui si perviene arrivando da Porta San Paolo; un ingresso creato dal Poletti nel 1840 alla riapertura al culto della navata trasversale, mentre continuavano le opere di restauro e ricostruzione delle rimanenti parti della basilica, che verrà poi consacrata per intero da Pio IX nel 1854, anche se i lavori di rifinitura sarebbero durati assai più a lungo. Precede la basilica un gelido e maestoso quadriportico, retto da una selva di colonne corinzie di granito; al suo centro, al posto della fontana delle abluzioni, è stata collocata una corrucciata statua di san Paolo che brandisce la spada, opera di Pietro Canonica. Dal lato che funge da narcete si leva la facciata a timpano con tre finestre a centina, rivestita di ottocenteschi mosaici luminosi, ma di mediocre ideazione. Cinque porte immettono nelle altrettante navate dell’interno: quella centrale, in bronzo con luminosi inserti d’argento, collocata nel 1931, è opera di Antonio Maraini che vi ha rappresentato scene della vita di Pietro e di Paolo. La porta intermedia a destra è la Porta Santa Giubilare; al suo interno sono state collocate le valve restaurate dell’antica porta di bronzo che, danneggiata dall’incendio nel 1823, era stata conservata nel museo della basilica. La porta in bronzo proveniva da Costantinopoli – dove era stata fabbricata nel 1070 da Staurachios di Scio – e fu fatta importare da Ildebrando di Soana, allora abate di San Paolo e poi eletto papa Gregorio VII.
    Una notevole impressione di grandiosità suscitano le cinque navate che rievocano l’aspetto delle antiche basiliche di tipo politico-giudiziario. La limitata luminosità dell’ambiente mette in risalto il chiarore delle ottanta colonne di granito di Baveno. Queste dànno luogo ad un gioco di ritmi e sovrapposizioni che accrescono l’effetto di grandiosità.

    Interno della Basilica – Giovanni Paolo Panini

    Il lucente pavimento marmoreo riflette il soffitto a cassettoni regolari, lavorati a fantasiosi motivi e soprattutto luminoso di oro. Da non dimenticare le belle sei colonne di alabastro donate a Pio IX dal Khedivè, ovvero il viceré d’Egitto, e poste lungo la controfacciata. Un lungo fregio corre tutta la navata centrale, proseguendo in quelle laterali, la serie dei medaglioni di tutti i papi succedutisi sulla cattedra di Pietro. Essi sono a mosaico e rinnovano la tradizione esistente fin dalla basilica antica.
    L’arco trionfale, che fu risparmiato dal fuoco, mostra tutto lo splendore dei mosaici eseguiti nel V secolo, forse per incarico di Galla Placidia, imperatrice romana e figlia di Teodosio I. La testa del Redentore, nella sua mandorla luminosa, appare di una immota glacialità bizantina, mentre due corteggi di seniori, con le corone del trionfo, che la affiancano e le due figure di Pietro e di Paolo nei peducci dell’arco sono improntate a maggior realismo, di impronta romana. L’arco, sostenuto da due imponenti colonne di granito e preceduto da statue dei due apostoli, inquadra il mirabile effetto dei mosaici del catino absidale, realizzati da maestranze inviate dal doge di Venezia all’epoca di Onorio III (1220 circa). Il papa appare minuscolo (quasi una piccola rana) ai piedi di Cristo sul trono con quattro Santi ai lati. Dal transetto cui si accede mediante tre gradini si possono ammirare i mosaici collocati nella facciata interna dell’arcone trionfale; essi sono di Pietro Cavallini e provengono dall’antica facciata della basilica. Al centro del transetto si erge il gioiello tra i cibori romani, eseguito nel 1285 da Arnolfo di Cambio con l’aiuto di un Pietro, che si ritiene possa essere lo stesso Cavallini.

    Mosaico dell’Abside – Basilica di San Paolo fuori le Mura

    Il chiostro della basilica è, con quello di San Giovanni in Laterano, il più importante fra i molti chiostri romani, oasi di tranquillità ed esempio di serena bellezza. Questo ci dà l’idea dell’importanza del complesso monastico che si era creato attorno alla basilica e rappresenta una testimonianza eccezionale di quella pace che, in certe situazioni, seppero trovare anche secoli segnati da durissime esperienze.
    Il chiostro fu completato prima del 1214 e, per una parte, è opera dei Vassalletto. Colonnine lisce abbinate sostengono archetti a tutto centro che reggono una trabeazione decorata con un fregio mosaicato dagli splendenti colori. Un lato, dei quattro, è caratterizzato da colonne sempre abbinate, ma a spirali od ottagone ed alcune con intarsi a mosaico: l’impressione dell’insieme è piacevolissima. Lungo il quadriportico sono avanzi antichi, fra i quali, notevole, una statua di marmo di Bonifacio IX.

    Roma, 8 ottobre 2017

  3. Santa Croce in Gerusalemme: gli scavi, la basilica, il museo

  4. Il fascino irresistibile dell’antico: Museo Nazionale al Palazzo Massimo alle Terme

    A Roma, nei pressi della stazione Termini, il Museo Nazionale di Palazzo Massimo accoglie una delle collezioni più importanti di arte classica del mondo.

    Magna Mater / Cibele – Museo Nazionale Romano al Palazzo Massimo

    L’edificio vanta una storia di grande prestigio. In stile neo-cinquecentesco, fu realizzato tra il 1883 e il 1887 su progetto di Camillo Pistrucci, in un’area precedentemente occupata dalla Villa Peretti, costruita da Sisto V e dimora della famiglia Massimo. Successivamente l’edificio divenne sede del prestigiosissimo collegio dei Gesuiti che vi rimase fino al 1960.
    L’area di pertinenza della Villa è stata gradualmente erosa per la realizzazione degli edifici e dell’assetto urbano circostante, in particolare per la costruzione della stazione Termini.
    Dopo alterne vicende Palazzo Massimo fu acquistato dallo Stato nel 1981 e restaurato su progetto dell’architetto Costantino Dardi. Tutto ciò fu possibile grazie al finanziamento di una legge speciale per la tutela del patrimonio archeologico romano.
    La sede museale venne inaugurata nel 1995 e completata nel 1998 con l’apertura del primo e secondo piano oltre a quello interrato.
    Il Massimo è la principale delle quattro sedi del Museo nazionale romano, insieme con la sede originaria delle Terme di Diocleziano, che attualmente ospita la sezione epigrafica e protostorica; con Palazzo Altemps, sede delle collezioni rinascimentali di scultura antica e con la Crypta Balbi, ricca di collezioni altomedievali.
    Tra i capolavori assoluti di arte romana di Palazzo Massimo ad accogliere i visitatori già al pianterreno, si erge una statua colossale di divinità femminile seduta, proveniente dalle pendici dell’Aventino. È composta da numerose tipologie di marmi colorati antichi, secondo una tecnica molto apprezzata dagli scultori romani. La statua, di età augustea, è stata restaurata come Minerva. Secondo recenti studi sembra però che la statua raffigurasse la Magna Mater – Cibele, un’antica divinità anatolica, il cui centro principale di culto era Pessinunte, in Frigia.
    Tantissime sono le opere raccolte. Quelle esposte al piano terreno e al primo piano documentano l’evoluzione della scultura romana che abbandona lentamente i modelli e gli stilemi dell’arte italica, fortemente legata in particolare all’arte etrusca, per andare incontro ad una ellenizzazione. Attraversare le sale del museo vuol dire anche partecipare a un’alternanza di emozioni legate alla visione di opere incredibili quale il Pugile in riposo, il Discobolo Lancellotti, l’Ermafrodito dormiente, la fanciulla di Anzio, la Niobide morente e il Dioniso bronzeo.

    Il Pugile a Riposo (particolare) – Museo Nazionale Romano al Palazzo Massimo

    Il Pugile in riposo è una statua in bronzo, greca, datata al IV secolo avanti Cristo, attribuita a Lisippo e rinvenuta alle pendici del Quirinale. L’atleta è colto subito dopo il combattimento. E’ stanco e ferito, come testimoniano gli inserti di rame che vogliono richiamare appunto le ferite e il sangue che ne è sgorgato, la possente figura e la struttura muscolare sono contenute e contrastano con la testa che di scatto è girata verso la sinistra, come se l’atleta fosse stato richiamato a sorpresa e stia iniziando un dialogo. L’insieme crea una palpabile tensione nella sala che induce ad interagire con il pugile, e spinge quasi a parlargli ancora in un orecchio.
    La Niobide Morente è un’altra statua di forte impatto emotivo. Anche in questo caso ci si trova di fronte ad un originale greco databile tra il 440 e il 430 avanti Cristo, rappresenta una donna colpita a morte da una freccia che le si è conficcata nella spalla. La donna è ritratta nel momento in cui consuma le sue ultime energie nel tentativo di estrarre la freccia medesima, cadendo per questo in ginocchio.
    La figura femminile è in genere interpretata come Niobide, ovvero come la figlia del re Niobe che si vantò di essere più prolifica di Latona, madre di Apollo e Artemide, avendo partorito sette figli. Per questo motivo Apollo e Artemide la punirono uccidendo lei e i suoi figli su ordine della madre.
    Il Discobolo è invece una copia del II secolo dopo Cristo di quello di Mirone, l’artista che lo realizzò nel V secolo avanti Cristo. L’originale greco da sempre rappresenta l’ideale dell’atleta e il modello da studiare per la riproduzione corretta di un corpo umano in movimento. Questa copia in marmo, di età antonina, è considerata la copia più fedele all’originale in bronzo.

    Augusto come Pontefice Massimo – Museo Nazionale Romano al Palazzo Massimo

    Tra i ritratti degli imperatori molto nota è la statua di Augusto come Pontefice Massimo, ovvero con la toga, com’era di moda negli ultimi decenni del I secolo avanti Cristo e che era ritenuta un po’ il costume tradizionale romano, e il capo coperto come era caratteristico dei sacerdoti durante i riti sacri. Si suppone che avesse nella mano destra la patera e nella sinistra il volumen. Il volto è un ritratto molto fedele di Augusto, comprese le rughe sulla fronte e ai lati del naso che indicano uno stato di età avanzata.
    Ma al Museo del Palazzo Massimo non c’è solo la statuaria, ma sono anche esposte testimonianze importanti della cultura romana quali i Fasti Antiates, due pannelli affrescati ritrovati nei pressi della Villa di Nerone ad Anzio, databili tra l’88 e il 55 avanti Cristo e contenenti il calendario romano di Numa Pompilio, in uso prima della riforma di Gaio Giulio Cesare, comprendente le festività romane e l’elenco delle magistrature principali, quali quella di consoli e censori del periodo compreso tra il 173 e il 67 avanti Cristo.
    In una sala successiva si può seguire l’evoluzione del calendario e l’applicazione della riforma di Giulio Cesare grazie al ritrovamento e all’esposizione dei Fasti Praenestini, così detti perché affissi a Praeneste, che illustrano un calendario di età augustea nel quale è ormai entrata in vigore la riforma di Cesare con l’anno di 365 giorni.
    Il museo raccoglie anche importantissimi sarcofagi di cui, probabilmente il più noto è il sarcofago di Portonaccio.
    Il meraviglioso sarcofago risalente al 180 dopo Cristo è stato ritrovato nel 1931 in via delle Cave di Pietralata. La scena rappresentata sul fronte è una serrata battaglia che si articola su più piani e la cui visione comunica tutta la concitazione del momento: ovvero la lotta e la sconfitta dei barbari.
    Il coperchio riassume varie fasi della vita del defunto, la nascita, l’educazione, il matrimonio riassunto dalla scena della dextrarum iunctio, la morte. Le scene hanno anche il ruolo di celebrare le virtù del defunto: la sapienza, sottolineata dalla presenza delle Muse, la concordia e la clemenza riservata ai barbari sconfitti.
    Come è nella tradizione della produzione del sarcofago la testa ritratto del defunto veniva terminata alla morte dell’acquirente, che comprava il sarcofago da vivo. In questo caso la testa ritratto non è terminata, non è possibile quindi definire con certezza il proprietario del sarcofago.

    Sarcofago di Portonaccio 8particolare) – Museo Nazionale Romano al Palazzo Massimo

    L’attribuzione quindi viene attualmente dedotta dalle insegne militari che sono rappresentate sempre sul bordo superiore della cassa. L’aquila della Legio IIII Flavia e il cinghiale della Legio I Italica fanno pensare che il defunto sia Aulus Iulius Pompilius, ufficiale di Marco Aurelio al comando di due squadroni di cavalleria nella guerra contro i Marcomanni, tra il 172 e il 175 dopo Cristo.
    La decorazione del sarcofago è decisamente ispirata a diverse scene della colonna Antonia e il fregio principale frontale è completato dalla riproduzione dei momenti successivi della battaglia, riprodotti sui fianchi del sarcofago.
    Tra i reperti unici e più interessanti esposti nelle sale del Palazzo Massimo ci sono gli arredi delle così dette navi di Caligola, ritrovate nel lago di Nemi e riportate in superficie tra il 1928 e il 1932. Della struttura delle navi, da considerarsi più come delle piattaforme galleggianti, oggi restano appunto le decorazioni, in parte conservate nel museo presso il lago di Nemi, poiché nel 1944 un incendio probabilmente causato dai Tedeschi, le distrusse completamente.
    Molte ipotesi si sono fatte sulla funzione delle due navi, oggi la più accreditata è che esse fossero destinate alla celebrazione di feste religiose, visto che il lago di Nemi aveva una sacralità elevatissima legata alla presenza del tempio di Diana Aricina, centro politico e religioso molto importante per le popolazioni italiche che lo frequentarono assiduamente fino all’avvento del cristianesimo.

    Testa di Medusa dalle Navi di Nemi – Museo Nazionale Romano al Palazzo Massimo

    Tra i reperti appartenuti alle navi di Caligola si possono ammirare i rostri di forma leonina o di lupo, delle teste di medusa in bronzo che competono in fascino con quella del Bernini conservata ai Museo Capitolini, le erme bifronte in bronzo e la balaustra decorata con eleganti testine dal profilo decisamente greco.
    Il museo conserva gli affreschi della villa di Livia a Prima Porta e della Villa Farnesina di cui abbiamo estesamente parlato in una precedente occasione, ma le decorazioni parietali e pavimentali sono completate da una collezione di mosaici di cui le più note sono forse le due tarsie marmoree provenienti dalla “Basilica di Giunio Basso”, un’aula di rappresentanza dell’edificio fatto erigere dal console Giunio Basso nel 331 dopo Cristo, sul colle Esquilino, che durante il pontificato di papa Simplicio, verso la seconda metà del V secolo dopo Cristo, venne trasformata nella Chiesa di Sant’Andrea Catabarbara.
    Le due meravigliose opere in opus sectile, la cui evoluzione “moderna” troverà la più alta espressione nelle opere prodotte dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze voluto da Ferdinando I de’ Medici nel 1588, rappresentano due scene di argomento diverso:

    Pompa circensis dalla Basilica Giunio Basso – Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo

    una è un episodio della saga degli Argonauti, ovvero il rapimento del giovane Hylas da parte delle ninfe, nella seconda si può ammirare una pompa circensis, ovvero la processione che precedeva l’inizio dei giochi nel circo. La tarsia della Basilica di Giunio Basso mostra, al centro del circo, il patrono dei giochi, forse da identificarsi con Giunio Basso stesso, mentre alle sue spalle le quattro fazioni sono presentate: la rossa o russata, l’azzurra o veneta, la verde o prasina e la bianca o albata.
    Altre due tarsie provenienti dal medesimo edificio sono conservate ai Musei Capitolini.