highlights

  1. Storia di Giovanni e Paolo alle Case Romane del Celio

    Chi erano Giovanni e Paolo? Due fratelli cristiani martirizzati durante l’impero di Giuliano l’Apostata (361-363).

    Martirio dei Santi Giovanni e Paolo – Piastrini, Triga e Barbieri.

    È quanto racconta la passio redatta nel IV secolo che consta di tre versioni consecutive: nella prima vengono presentati come maggiordomo e primicerio, ovvero capo della cancelleria imperiale, di Costantina, figlia di Costantino imperatore, poi come soldati del generale Gallicano e infine come privati cittadini, nella loro casa del Celio, molto munifici di elemosine e aiuti grazie ai beni ricevuti da Costantina.
    La versione adottata dalla tradizione racconta che nel 361 era salito al trono l’imperatore Giuliano, detto l’Apostata, per via della sua decisione di ripristinare il culto pagano. Egli, per farlo, chiamò a corte proprio Giovanni e Paolo così che potessero collaborare al progetto. I due fratelli – che dovevano avere molta considerazione a corte – rifiutarono l’invito dell’imperatore e Giuliano mandò loro il capo delle guardie, un certo Terenziano, con l’intimazione di adorare l’idolo di Giove. Persistendo nel rifiuto, Giovanni e Paolo vennero sequestrai nella loro casa per una decina di giorni, perché riflettessero sulle conseguenze del gesto d’insubordinazione attuato. A quel punto, un prete di nome Crispo, informato del fatto, si recò insieme con Crispiniano e Benedetta, entrambi cristiani, a visitare i due fratelli portando loro la santa Comunione e un po’ di conforto. Trascorsi i dieci giorni, Terenziano tornò alla casa minacciando e lusingando i due per tre lunghe ore. Vista l’impossibilità di convincerli ad adorare Giove, li fece decapitare e seppellire in una fossa scavata nella stessa casa, spargendo la voce che erano stati esiliati. Era il 26 giugno del 362.
    Crispo, Crispiniano e Benedetta, avendo ricevuto notizia della morte di Giovanni e Paolo, si recarono alla casa dei due fratelli, dove furono sorpresi dalle guardie dell’imperatore e, a loro volta, uccisi.

    Sala dell’Orante – Case romane

    Dopo questi drammatici eventi, il figlio di Terenziano cadde preda di un’ossessione: aveva continue visione dei due martiri che reclamavano giustizia, tanto che il padre decise di condurlo nel luogo della sepoltura. Qui giunto, il ragazzo riacquistò la serenità.
    Il successore di Giuliano l’Apostata, Gioviano (363-364) abrogò la persecuzione contro i cristiani e diede incarico al senatore Bizante di ricercare i corpi dei due fratelli, nella loro casa sul Celio. Quando i resti furono portati alla luce Gioviani ordinò a Bizante e a suo figlio Pammachio di far erigere un luogo di culto sopra la casa – sepolcro, costituito da una tomba capace di ospitare i corpi di Giovanni e Paolo.
    Su questo sepolcro fu eretto il piccolo vano della confessio, che successivamente fu inglobato in una basilica detta Celimontana edificata nel 389, basilica che, pur attraverso molti adattamenti, giunge fino ai nostri giorni ed è conosciuta con il nome di basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.

    Confessio – Case romane

    I primi scavi sotto la basilica furono intrapresi nel 1887 dal padre passionista Germano di San Stanislao, rettore della basilica, che calandosi in una delle camere funerarie dell’area presbiteriale, scoprì vasti ambienti sotterranei le cui pareti conservavano, sotto un leggero strato di calce, tracce di pitture antiche. A guidare il padre nell’esplorazione dei sotterranei della basilica era stata, ovviamente, la passio dei due martiri, e il racconto maggiormente sostenuto dalla tradizione.
    Nuove indagini archeologiche furono condotte tra il 1913 ed il 1914 sempre dai padri passionisti e nel 1951 ulteriori interventi portarono alla riscoperta dell’intero complesso archeologico.
    Il complesso archeologico è molto articolato ed oggi in parte inglobato nella basilica, sia nella zona absidale che nella navatella destra.

    Clivus Scauri

    Lungo il clivus Scauri, il lato sinistro della chiesa ha riutilizzato la facciata della casa del II secolo dopo Cristo, quella in cui si sarebbero svolti i fatti narrati dalla passio di Giovanni e Paolo, e che, proprio perché inglobata nella chiesa, si è conservata in modo eccezionale, finendo solo in parte ricoperta dalle arcate medievali che scavalcano in questo punto la via.
    Per poter inglobare questa costruzione dentro la basilica per altro si possono notare oltre il taglio dell’edificio all’altezza del secondo piano, anche la chiusura delle finestre e delle arcate al pian terreno.
    In questo nucleo originale s’identifica una domus con impianto termale privato del II secolo dopo Cristo e un’insula, con portico e tabernae a livello della strada costruita all’inizio del III secolo dopo Cristo proprio lungo il clivus Scauri.
    Nel corso del III secolo le diverse unità abitative furono riunificate da un unico proprietario e trasformate in un’elegante domus pagana con ambienti decorati ad affresco.
    Tra tutti gli ambienti oggi visitabili, circa una ventina, uno di quelli con maggiore interesse è la così detta sala dell’Orante, dove in un affresco è riprodotta una figura a braccia levate in atteggiamento di preghiera, interpretata come il segno che quegli ambienti fossero utilizzati da una comunità cristiana primitiva.

    Case romane – interno

    La Confessio, che viene appunto legata al martirio di Giovanni e Paolo, si trova a metà della scala che conduceva ai piani superiori. Anche questo ambiente è decorato con affreschi a tema cristiano, risalenti al IV secolo dopo Cristo.
    Alcuni degli ambienti delle domus romane furono utilizzati anche in epoca medievale, tanto che in un settore del portico sono stati messi in luce i resti di un oratorio con affreschi datati tra l’ VIII e il IX secolo dopo Cristo, dove si può ammirare una rarissima rappresentazione della crocifissione del Cristo vestito.
    La piazza su cui si affaccia la basilica dei Ss. Giovanni e Paolo è uno dei luoghi più suggestivi della città per la presenza di testimonianze storiche distribuite lungo l’arco di due millenni; per il severo influsso dello stile romanico evocatore di tempi aspri e forti, e infine per il verde ambiente naturale della vicinissima Villa Celimontana.
    L’edificio molto danneggiato in occasione dell’invasione di Alarico, 410 dopo Cristo, dovette essere consolidato murando le aperture della facciata e creando due arconi di sostegno sul fianco sinistro. Le distruzioni operate da Roberto il Guiscardo, 1084, portarono alla ricostruzione del convento fatta tra il 1099 e il 1118, all’epoca di papa Pasquale II, dal cardinal Teobaldo il quale avviò anche la costruzione del campanile. I lavori furono portati a termine dal cardinale Giovanni di Sutri il quale, alla metà del XII secolo, ultimò l’elegante campanile ravvivandolo con ceramiche arabo spagnole, collegò campanile e convento con un edificio ad eleganti polifore e creò il portico sul cui architrave lasciò una lunga iscrizione.

    Soffitto a cassettoni – Basilica Santi Giovanni e Paolo al Celio

    Nel secolo XIII, il cardinale Cencio Savelli, poi Onorio III, costruì sul portico una galleria e aggiunse un anello di arcatelle decorative all’esterno dell’abside.
    Attualmente l’aspetto dell’interno è ricco e maestoso anche se non corrisponde all’attesa di chi entra, con gli occhi e lo spirito presi dal carattere romanico dell’esterno, questo perché l’interno è stato oggetto di radicali trasformazioni attuate per adeguare la struttura al gusto dei tempi che mutavano.
    Tra queste trasformazioni, ad esempio, il cardinal Cusani fece costruire nel 1518 il bel soffitto a cassettoni, il cardinal Howard nel Seicento fece eliminare il ciborio e schola cantorum cosmateschi e il cardinal Fabrizio Paolucci, tra il 1715 e il 1718, fece operare un totale rinnovamento della chiesa, intercalando le arcate con zone a muratura piena e creando una sobria decorazione a stucco.
    Al centro dell’abside si ammira un grande affresco del Pomarancio raffigurante il Redentore in gloria. All’altar maggiore c’è una splendida antica vasca di porfido con decorazioni settecentesche in bronzo dorato. All’interno, Benedetto XIII vi raccolse le reliquie di Giovanni e Paolo, ritrovate nel punto indicato ancora oggi nella navata da una lapide, nel corso di una delle tante esplorazioni condotte nel tempo.

  2. Agnese e Costanza: alle origini del cristianesimo

    Un viaggio nel tempo alla scoperta della piccola e amatissima martire Agnese nei luoghi che la videro protagonista, e che testimoniano l’ininterrotta devozione verso di lei, definita dalla pietà popolare la “piccola fidanzata dell’Agnello sulle orme degli Apostoli”.

    Basilica costantiniana di Santa Agnese

    Ma il viaggio nel tempo è anche andare alla scoperta di Costanza, principessa di nobilissimo sangue, figlia di Costantino il Grande, che pretese espressamente di essere sepolta in questo luogo per stare vicina alla martire da lei tanto venerata.
    Il complesso monumentale oggi è costituito da tre realtà: la basilica costantiniana di Sant’Agnese, la basilica di Santa Costanza e la più recente basilica di Santa Agnese.
    La basilica costantiniana di Sant’Agnese, fatta costruire proprio da Costanza, costituisce una delle più importanti basiliche cimiteriali. Essa fu realizzata proprio sulle catacombe cristiane, che avevano sostituito nel tempo quelle pagane, per onorare la giovane romana figlia di un liberto, martirizzata a tredici anni probabilmente nel corso dell’ultima persecuzione operata da Diocleziano tra il 303 e il 313, e che proprio qui era stata sepolta, dopo essere stata prima posta sul rogo e poi decapitata in quella che oggi si chiama Piazza Navona, dove infatti sorge la chiesa di Sant’Agnese in Agone.
    Dell’originale basilica, probabilmente costruita intorno alla metà del IV secolo dopo Cristo, poi restaurata da papa Simmaco (498-514) all’inizio del VI secolo contemporaneamente a un restauro che interessò anche il sepolcro vero e proprio della beata Agnese, oggi resta solo un grandioso muro perimetrale ellittico.

    Basilica di Santa Agnese

    L’attuale basilica di Santa Agnese fu invece costruita da papa Onorio I (625-38) proprio sulla tomba della santa. Essa si presenta a tre navate, pur avendo subito ripetuti restauri fra i quali quelli di Adriano I, di Paolo V (1614) e di Pio IX. Dell’epoca di Onorio è il bel mosaico nel catino dell’abside, mentre del periodo del pontificato di Paolo V è il ciborio sull’altare maggiore dove si trova la fine statua della martire, ricavata dallo scultore francese Nicolas Cordier (1610), sovrapponendo testa, veste e mani in bronzo dorato ad un antico torso di alabastro. La chiesa presenta un matroneo che fu forse la soluzione data all’esigenza di raccordarsi con il piano di campagna, che risultava sopraelevato rispetto alla costruzione fondata al livello della tomba venerata. Il livello reale della basilica, infatti, si raggiunge scendendo lungo una scalinata marmorea costruita nel 1590 e ornata di frammenti scultorei e di iscrizioni sepolcrali. La basilica volge l’abside alla via Nomentana, dove si affaccia anche un bel campanile del Quattrocento, con due ordini di bifore. Gli edifici annessi presentano fra l’altro una torre con lo stemma di Giulio II e la sala il cui pavimento cedette durante una visita di Pio IX, il 12 aprile 1885, lasciando il papa incolume. La giornata del 12 aprile fu giornata solenne fino al 1870, poiché in questa data, coincidevano la ricorrenza della prodigiosa incolumità conservata dal papa, con quella del ritorno di Pio IX da Gaeta il 12 aprile 1850, dopo gli eventi della Repubblica Romana. La giornata divenne così occasione di duplice festa, celebrata con pubbliche manifestazioni fino al 1870, quando furono realizzati archi di trionfo effimeri e con luminarie, che provocarono le reazioni dei liberali.

    Basilica di Santa Costanza

    Completa il complesso attuale, il mausoleo di Santa Costanza, costruito tra il 340 e il 345 dopo Cristo, fu a lungo utilizzato come battistero di pertinenza della basilica costantiniana, e che solo dal 1254, ebbe funzione di chiesa. A causa della sua particolare struttura architettonica di edificio a pianta centrale e delle decorazioni musive dell’interno, con scene di vendemmia, venne a lungo interpretato come Tempio di Bacco e così riportato in numerose illustrazioni.
    Splendida testimonianza di edificio paleocristiano a pianta circolare, preceduto da nartece, ha l’interno ripartito da dodici coppie di colonne, che definiscono un ambulacro a volta rivestito di bellissimi mosaici del quarto secolo e una zona centrale, dove oggi trova posto l’altare, sul quale piove abbondante luce dai finestroni posti sotto la cupola. Nel mausoleo si trova la riproduzione del sarcofago di porfido di Costanza, ospitato dai Musei Vaticani.

    Roma, 3 giugno 2017.

  3. Memorie di Adriano. Quando Castel Sant’Angelo era il Mausoleo dell’Imperatore

    Publio Elio Traiano Adriano, nato nel 76 e morto nel 138 dopo Cristo, muore a Baia, nei Campi Flegrei, di edema polmonare.

    Adriano

    In ventuno anni di regno, Adriano era riuscito: a mantenere le conquiste del suo predecessore Traiano, a governare con tolleranza, a coltivare le arti e la filosofia, a continuare l’opera di abbellimento dell’Urbe e di molti altri centri dell’impero quali Antiochia, Alessandria, Segovia, Timgad in Algeria e, in Italia, Benevento.
    Formatosi alla scuola ellenistica, Adriano si era comunque rivelato alto interprete della concezione architettonica imperiale romana. Emulo di Augusto, l’attività edilizia, durante il suo governo interessa di nuovo la zona del Campo Marzio, già ricca di monumenti del periodo augusteo. Per questo motivo qui sorgono altri portici, i templi dedicati a Marciana e a Matidia e si ricostruisce il Pantheon, che è corredato della grande cupola emisferica, che caratterizza la struttura attuale.
    Tra le grandiose realizzazioni adrianee è impossibile non ricordare la villa residenziale presso Tivoli, ove l’imperatore, fervido ammiratore della civiltà greca e lui stesso dilettante di architettura, volle fossero riprodotti i più celebri edifici da lui visitati in Grecia e in Asia Minore.
    A Roma, Adriano, sempre sull’esempio di Augusto, si fa erigere sulle sponde del Tevere un monumentale Mausoleo destinato a divenire il sepolcro dinastico degli Antonini. L’opera eseguita, forse, dall’architetto Demetriano e lo storico Cassio Dione, descrivendolo nella sua Storia Romana, parla, tra l’altro, di «un enorme monumento equestre che lo rappresentava in una quadriga. Era così grande che un uomo di alta statura avrebbe potuto camminare in un occhio dei cavalli, ma, a causa dell’altezza esagerata del basamento, i passanti avevano l’impressione che i cavalli ed Adriano fossero molto piccoli».

    Mole adriana – ricostruzione

    La zona scelta da Adriano per edificare il mausoleo furono gli Horti di Domizia, che si trovavano proprio di fronte al Campo Marzio, nell’ager Vaticanus, oggi rione Borgo. Per mettere in comunicazione il sepolcro con il Campo Marzio fu costruito quindi un nuovo ponte, che dal nome dell’imperatore fu detto Elio. Il ponte, corrispondente all’attuale Ponte Sant’Angelo, fu inaugurato nel 134 dopo Cristo come indicato dalle iscrizioni ripetute ai due ingressi, copiate nell’VIII secolo dall’«Anonimo di Einsiedeln». L’anonimo è un viaggiatore – pellegrino che visitò Roma in epoca carolingia e che compilò una sorta di guida con piante e disegni e descrizione dei principali monumenti della città, a uso di tutti quelli che fossero venuti poi a Roma.
    Il ponte Elio non era un vero e proprio ponte perché, di fatto, connetteva solo la città con il Mausoleo e affiancò quello neroniano, posto più a valle: esso comprendeva tre grandi archi centrali, ancora oggi superstiti, e due rampe inclinate, sostenute da tre archetti, la rampa della riva sinistra, e da due, quella della riva destra. Queste strutture furono portate alla luce nel 1892 durante i lavori di sistemazione delle rive e furono in seguito inglobate nei muraglioni del Tevere.
    Il mausoleo sorse subito là del ponte, sulla riva destra. La sua struttura, inserita nel Medioevo dentro Castel Sant’Angelo, si è in gran parte conservata. I lavori furono iniziati in una data che ci è ignota, forse intorno al 130 dopo Cristo, e completati solo nel 139, dopo la morte di Adriano a Baia. Il corpo dell’imperatore fu sepolto in un primo tempo a Pozzuoli.

    Primo itinerario Einsiedeln dalla Mole adrianea alla Porta San Paolo

    Difficile sapere oggi l’aspetto effettivo della Mole adrianea, ma molto probabilmente il suo aspetto fu ispirato dal Mausoleo di Augusto che nel frattempo era stato terminato.
    Si sa che il mausoleo era costituito da un basamento quadrato in opus latericium, corrispondente all’attuale muro di cinta, sul quale poggiava una costruzione cilindrica in opus caementicium rivestito di marmo, e su cui erano fissate tabelle pure marmoree con gli epitaffi dei personaggi sepolti all’interno del monumento.
    Lo storico bizantino Procopio ricorda che sui quattro angoli del basamento poggiavano gruppi bronzei, rappresentanti uomini e cavalli. All’esterno era una recinzione, una cancellata sostenuta da pilastri, della quale si sono trovate le fondazioni in peperino. Su alcuni di questi pilastri posavano forse i pavoni in bronzo dorato, ora nel Cortile della Pigna in Vaticano.
    L’ingresso originario, a tre fornici, non è conservato. L’ingresso moderno è più alto di 3 metri rispetto a quello antico. Da qui si può ammirare il tamburo del sepolcro, che costituisce la parte inferiore di Castel Sant’Angelo: esso è in opera cementizia, rivestita di blocchi di peperino, tufo e travertino. Il parametro esterno era marmoreo.
    Attraverso un breve corridoio si accedeva al vestibolo quadrato, con una nicchia semicircolare nel muro di fondo; qui probabilmente era collocata la grande statua di Adriano, la cui testa, proveniente da Castel Sant’Angelo, è ora conservata nella Rotonda dei Musei Vaticani. È ignota invece la posizione del grande ritratto di Antonino Pio, la cui testa si conserva nel Castello.

    Castel Sant’Angelo – Giovan Battista Piranesi

    L’atrio era rivestito di lastre di marmo giallo antico e sulla destra di esso ha inizio la galleria elicoidale che porta alla camera funeraria. Questo corridoio, in opera laterizia, era anch’esso rivestito di marmo fino a 3 m da terra, dove è una cornice. La volta è murata a secco; il pavimento, di cui sono conservati alcuni tratti, è in mosaico bianco. Quattro pozzi verticali servivano a illuminare la galleria. Questa descriveva un giro completo, raggiungendo un livello di 10 m superiore a quello del vestibolo. Qui s’innestava in un corridoio, che conduceva alla stanza sepolcrale, posta al centro del monumento. La stanza era quadrata, con tre nicchie rettangolari ad arco su tre lati, era interamente rivestita di marmo. L’illuminazione proveniva da due finestre che si aprivano obliquamente nella volta. Qui erano deposte le urne cinerarie di Adriano, di sua moglie Vibia Sabina, del figlio adottivo Elio Cesare e di tutti gli imperatori Antonini e dei Severi fino a Caracalla. Al di sopra della camera funeraria si trovavano due stanze sovrapposte, e forse anche una terza, entro l’elemento quadrangolare emergente al centro. Un tumulo di terra colmava lo spazio compreso tra di esso e il tamburo esterno, ed era coltivato a fitta alberatura. Questo podio sosteneva una quadriga bronzea con la statua di Adriano.
    Il mausoleo fu incluso in un bastione delle Mura Aureliane, realizzato probabilmente da Onorio nel 403 d.C. Esso dovette sostenere, nel 537, l’assedio dei Goti di Vitige: allora, come narra Procopio ne La guerra gotica, i difensori utilizzarono come proiettili anche le numerose statue che ornavano il monumento. La trasformazione in castello avvenne probabilmente nel X secolo.

    Castel Sant’Angelo da Sud – Van Wittel

    In seguito alla leggenda di origini medievali secondo cui l’Arcangelo Michele apparve a papa Gregorio Magno sulla sommità della Mole annunciando la fine della peste, nel 590 dopo Cristo, il Mausoleo di Adriano vide cambiare il suo nome in castellum Sancti Angeli e passò gradualmente sotto il controllo del Papato.
    A partire dalla metà del Quattrocento, all’interno del Castello, furono realizzati gli appartamenti papali che arricchirono i piani nobili con ambienti dotati di raffinate decorazioni a grottesche; il castello divenne anche sede dell’Erario e dell’Archivio Segreto. In occasione del Sacco di Roma del 1527 le sue stanze ospitarono la corte pontificia di papa Clemente VII Medici, in fuga dai palazzi vaticani attraverso il Passetto di Borgo, corridoio che collega il bastione San Marco del castello con il Palazzo Apostolico.

    Roma, 14 maggio 2017

  4. Massenzio, Romolo e Cecilia Metella. Storie e personaggi dell’Appia Antica.

    Una passeggiata lungo l’Appia Antica è un’esperienza unica: la strada, completamente restaurata e riportata alla sua sezione originale, conserva per ampi tratti l’originale basolato.

    Appia Antica

    Ancora oggi la bordano i crepidini, cioè i marciapiedi romani e le macere, i muretti che ne definivano i limiti. Lungo tutto il suo percorso si trovano importanti resti di monumenti funerari, torri e lapidi ombreggiati da grandi pini e cipressi secolari.
    Il tratto legato al periodo imperiale è definito per la sua straordinaria bellezza il “belvedere”. E’ qui che si allineano il Mausoleo di Romolo, alle spalle del quale si ergono i resti della Villa e del Circo di Massenzio e la Tomba di Cecilia Metella, il sepolcro meglio conservato e più conosciuto dell’Appia Antica.
    I resti di epoca imperiale e pertinenti all’epoca di Massenzio sono di fatto l’ultima trasformazione di una costruzione più antica, ovvero una villa rustica tardo – repubblicana risalente al I secolo avanti Cristo, che si ergeva in posizione scenografica con vista ai Colli Albani.
    Una prima trasformazione si ebbe in età giulio – claudia, I secolo dopo Cristo, e successivamente nel II secolo dopo Cristo subì una radicale modificazione a opera di Erode Attico che la inglobò nella sua enorme villa detta Pago Triopio. La proprietà passò poi nel demanio imperiale, e fu a questo punto che, all’inizio del IV secolo, Massenzio si fece costruire la villa, il circo e il mausoleo di famiglia.

    Mausoleo di Romolo

    Oggi, allineato con la via Appia e con apertura su di essa, si scorge un imponente quadriportico in opera listata, che circonda il Mausoleo dedicato a Romolo, che non deve però essere identificato con il fondatore di Roma, ma con il figlio dell’imperatore Massenzio, morto a soli sette anni, nel 309 dopo Cristo. Romolo, qui effettivamente deposto, fu divinizzato dopo la morte. Successivamente, il mausoleo fu trasformato per ospitare tutti i membri della famiglia imperiale compreso Massenzio e dotato di una cella per i riti connessi al culto dell’imperatore stesso.
    Ma le più note rovine “massenziane” sono quelle riferibili a un circo che è il meglio conservato tra tutti i circhi costruiti a Roma. Qui, persino i dettagli, come le anfore che servono a alleggerire il peso delle volte nella costruzione, sono ancora visibili. Il circo per le corse dei carri, che aveva una forma ad ippodromo, lungo 520 metri e largo 92, era di ridotte dimensioni perché era ad uso privato. Esso era infatti destinato a d accogliere l’imperatore, la sua famiglia e la corte imperiale. Oggi si stima che la capacità del circo fosse di 10.000 spettatori contro i 15.000 che poteva contenere il Circo Massimo.
    Sulla spina del circo troneggiava l’obelisco proveniente dal Tempio di Iside in Campo Marzio che successivamente Bernini collocherà al centro di Piazza Navona a completamento della Fontana dei Quattro Fiumi.

    Obelisco del Tempio di Iside – Fontana dei Quattro Fiumi – Bernini

    La sconfitta di Massenzio, a opera di Costantino, determinò probabilmente il precoce abbandono dell’impianto, al punto che si pensa che la struttura non sia stata neppure mai usata da Massenzio, e il fondo passò nel Patrimonium Appiae, citato già al tempo di papa Gregorio I, alla fine del IV secolo, tra i patrimonia ecclesiastici. La grande tenuta passò poi ai Conti di Tuscolo, poi ai Cenci e ancora ai Mattei ai quali si riferiscono i primi scavi, nel XVI secolo.
    A metà del Settecento, una nuova costruzione rustica fu addossata al pronao della tomba di Romolo; il resto del complesso antico, allora indicato come Circo di Caracalla, era pressoché totalmente interrato, se nel 1763 Giuseppe Vasi, architetto e vedutista, poteva descriverlo così: “Rimane solamente di questo Circo, che da alcuni viene stimato per opera di Gallieno, un masso di materia laterizia che era l’ingresso principale, ed il piantato d’intorno al Circo, in mezzo del quale fu ritrovato l’obelisco egizio che ora si vede sul nobilissimo fonte di piazza Navona”.
    Poco dopo, nel 1825, la tenuta fu acquisita da Giovanni Torlonia, che una ventina d’anni prima aveva già comprato la tenuta di Roma Vecchia e il relativo marchesato. Fu in quell’occasione che furono condotti nel complesso i primi scavi sistematici voluti dal Torlonia, allora ancora solo duca di Bracciano, ma suggeriti, nei modi e nella finalizzazione, dall’archeologo Antonio Nibby.
    Alla fine di otto mesi di difficile scavo, in un terreno – annota il Nibby nella sua Dissertazione –“maligno e sì duro che il tufo stesso sarebbe sembrato più molle”, il circo era interamente riemerso fino alla Porta Trionfale sulla via detta Asinaria.

    Mausoleo e Circo di Massenzio con casa dei Torlonia

    E proprio nei pressi di quella porta furono trovate due iscrizioni, una delle quali indicava Massenzio come committente e il figlio Romolo come dedicatario del monumento.
    Nel descrivere lo scavo, Nibby nota minuziosamente la mediocre qualità delle murature e delle stesse lastre di marmo delle iscrizioni, che datano perciò al IV secolo. Egli sottolinea, inoltre, come la fabbrica non sia mai stata restaurata, in antico. I Torlonia continuarono poi a far scavare lungo tutto l’Ottocento.
    Il complesso archeologico fu infine acquisito per esproprio dal Comune di Roma nel 1943; nel 1960, in occasione delle Olimpiadi di Roma, si provvide allo sterro di tutto il circo nonché al consolidamento delle murature perimetrali, cui seguirono lo scavo parziale degli edifici del palazzo, il restauro della spina, del quadriportico e del mausoleo. Varie altre campagne di scavo e consolidamento si sono susseguite da allora: dal 1975 – 1977, nel 1979 e nei primi anni 2000.
    In cima alla collina, infine, si erge uno dei punti di riferimento più celebri della via Appia Antica: la Tomba di Cecilia Metella, che rivaleggia per grandezza e per le forme con quelle di Augusto e di Adriano, costruite per le dinastie imperiali.

    Tomba di Cecilia Metella

    Cecilia Metella, figlia del console Quinto Metello Cretico, era la nuora del triumviro Marco Licinio Crasso, uno degli uomini più ricchi della Roma tardo – repubblicana. Costui aveva accumulato la sua fortuna acquistando a basso prezzo i beni delle vittime delle proscrizioni di Silla. Fu Crasso che finanziò Cesare all’inizio della sua carriera.
    Tuttavia, Cecilia assunse una fama postuma. È dovuto a lei, o per lo meno al fatto che la sua afflitta famiglia le avesse innalzato un così vasto e solido monumento funebre in un punto strategico, che l’antica strada abbia conservato il suo carattere e molti dei suoi monumenti.
    La tomba è costituita da una base a pianta rettangolare sormontata da un tamburo cilindrico. Della base, alta 8 metri, rimane solo il nucleo in calcestruzzo di selce, mentre del rivestimento si vedono solo i blocchi di travertino di ammorsamento che non fu conveniente asportare; il cilindro, alto ben 11 metri e dal diametro di 30 metri, è ancora rivestito di travertino; la sua forma lo collega al genere architettonico del mausoleo di tradizione ellenistica, che proprio in quel periodo raggiungeva a Roma la massima diffusione.

    Tomba di Cecilia Metella – particolare della decorazione a bucrani

    Sul tamburo un’iscrizione in marmo pentelico ricorda brevemente Cecilia Metella, mentre un fregio in rilievo rappresenta dei trofei di guerra, insieme a bucrani sormontati da festoni di foglie e frutta. Proprio dai crani bovini che decorano il festone la zona ha assunto il curioso toponimo di “Capo di Bove”.
    La sommità del tamburo è delimitata da una cornice, al di sopra della quale, si trova il ballatoio con la merlatura medievale; è però ancora parzialmente visibile la merlatura antica in travertino, che, assieme ai fregi guerreschi, richiama la tradizione italica che voleva il sepolcro simile ad una fortezza. Sul cilindro si trovava anche un tumulo di terra a forma di cono rovesciato, dove probabilmente crescevano dei cipressi. È una tipologia caratteristica dei sepolcri etruschi, che a Roma ritroviamo nel contemporaneo mausoleo di Augusto.
    L’interno era a due piani: il piano inferiore, che conteneva il corpo di Cecilia Metella, è costituito da una camera circolare, stretta e molto alta, in origine ricoperta da una volta conica; per proteggere la camera dall’umidità, le pareti sono rivestite con estrema cura in laterizio, con tegole sottili, spezzate e arrotate sul lato frontale.

    Tomba di Cecilia Metella – trasformazione medievale

    Per entrare nella camera funeraria esiste, accanto all’ingresso del castello, una scala che scende in basso, che fu costruita dal Muñoz all’inizio del ‘900 per raggiungere un piccolo corridoio che fa accedere alla base della camera; del corridoio, antico come la tomba, non è stato ancora ritrovato l’ingresso originale. Possiamo però anche affacciarci all’interno della tomba percorrendo una stretta galleria, analoga al “dromos” di accesso dei tumuli etruschi, che si trova alla stessa quota dell’ingresso del castello. Si saliva infine al piano superiore per mezzo di una scala medievale, ora inaccessibile.
    Nel 1300, papa Caetani, Bonifacio VIII, donò la tomba di Cecilia Metella ai suoi familiari, che la trasformarono in roccaforte, così da poter controllare il traffico lungo l’Appia ed esigere il pagamento del pedaggio da tutti i viaggiatori. Le grosse mura sgretolate, allietate da biforette medievali che si trovano da ambo i lati della tomba, facevano parte della roccaforte dei Caetani; nel 1300 questi costruirono l’ormai diroccata chiesa gotica di fronte, dedicata a san Nicola.
    Il risultato della trasformazione in roccaforte e della richiesta di pedaggio fu che questo tratto di strada fu abbandonato in favore di via Appia Nuova, che conduce alla Porta San Giovanni in Laterano, e la via Appia Antica fu abbandonata, e solo nel secolo scorso si avviarono i lavori di sgombro, la vegetazione venne estirpata dai suoi monumenti e questi restaurati.

    Roma, 30 aprile 2017