highlights

  1. Il Bernini giovane: la chiesa di Santa Bibiana

    Costeggiando il lato destro lungo la via Giolitti, in un contesto oggi sconvolto dal terrapieno ferroviario e dagli edifici della stazione Termini, è inserita la Chiesa di Santa Bibiana, la prima architettura progettata e costruita da Gianlorenzo Bernini a metà degli anni venti del 1600 per volere di Urbano VIII Barberini.

    Santa Bibiana – Giovan Battista Falda, 1669

    La chiesa sorge sui resti di una piccola basilica paleocristiana voluta da Papa Simplicio nel V secolo, e dedicata, per suo volere, alla giovane martire Bibiana, che sarebbe stata vittima della persecuzione anticristiana dell’imperatore Giuliano l’Apostata, 361-363, che ostacolò la fede cristiana nonostante la libertà di culto proclamata da Costantino nel 313.
    Il governatore Apronio avrebbe mandato, quindi, a morte i genitori della giovane, Fausto e Dafrosa, cercando successivamente di costringere Bibiana e sua sorella Demetria all’apostasia.
    Demetria morirà sotto tortura e Bibiana sarà flagellata a morte.
    Proprio all’inizio del pontificato di Urbano VIII, 1623, furono ritrovate le spoglie della giovane martire. Egli commissionerà il lavoro al giovane Bernini, obbligandolo a diventare un architetto e a ricostruire la chiesa dandogli un’impronta moderna, a raffigurare la Santa sull’altare maggiore, ma soprattutto ad essere il regista della campagna d’immagine che avrebbe lanciato il suo pontificato.

    Santa Bibiana – Gianlorenzo Bernini

    La facciata è composta da un portico a tre arcate alternate da paraste ioniche, sormontate da un nicchione centrale rettangolare con timpano e fiancheggiato da due ali a coronamento orizzontale con balaustra, ognuna aperta da una finestra. L’interno è a tre navate, separate da otto colonne di spoglio con capitelli corinzi e compositi tardo-antichi, sopra i quali corre la trabeazione.
    Bernini decise di conservare l’impianto dell’antica basilica, ma chiuse le finestre della navata centrale, aggiunse due cappelle ai lati e ricostruì la zona absidale, dove pose la statua di Bibiana. Bibiana è rappresentata un attimo prima di ricevere il martirio, abbracciata alla colonna dove sarà flagellata a morte, che si conserva ancora oggi a sinistra del portale centrale, protetta da una grata disegnata dallo stesso Bernini, grata identica a quella che sotto la statua nasconde il sarcofago in alabastro di età costantiniana che custodisce il corpo di Bibiana.
    Bibiana ha in mano la palma simbolo del martirio e ai suoi piedi un cespuglio di quella che era nota nel 1600 come “l’erba di Santa Bibiana”, un’erba ritenuta miracolosa, che cresceva in prossimità della chiesa.
    Le pareti della navata centrale furono decorate con affreschi che raccontano gli episodi della vita di Santa Bibiana: a destra quelli eseguiti da Agostino Ciampelli, pittore tardo-manierista; a sinistra quelli eseguiti da Pietro da Cortona, un giovane pittore toscano. Anche questo un debutto e alla sua prima collaborazione con Bernini.
    Di Ciampelli sono gli “angeli musicanti” in controfacciata.

    Roma, 17 giugno 2017

  2. Il colle del Quirinale, il Palazzo Pallavicini Rospigliosi e il Casino dell’Aurora di Guido Reni

    Il colle del Quirinale rappresenta la storia stessa di Roma: esso sta all’origine della città quasi

    Tempio di Quirino - Ricostruzione

    Tempio di Quirino – Ricostruzione

    come il Palatino perché di qui discesero le popolazioni dei villaggi che, nella valle del Foro, si incontrarono con gli abitanti della Roma quadrata e diedero vita al primo ordinamento cittadino. Tradizionalmente si ritiene che questi primi abitanti fossero i Sabini di Tito Tazio, poi assorbiti nella città latina.
    Il colle prese nome dalla costruzione di un Tempio di Quirino, localizzato tra la Via del Quirinale e la Via delle Quattro fontane, insieme con altri edifici sacri importantissimi tra i quali il Tempio di Serapide, costruito da Caracalla e localizzato tra Piazza della Pilotta e Piazza del Quirinale. Nel IV secolo l’imperatore Massenzio vi costruì piccole ma importantissime Terme, che, dopo la sconfitta di Ponte Milvio, cambiarono nome e vennero indicate come terme di Costantino.
    Nel corso dei secoli, il Quirinale mantenne la sua enorme importanza per un motivo apparentemente banale, ma che rappresentò la sua “fortuna”: la straordinaria aria temperata perfettamente salubre rispetto a molte altre zone dell’Urbe, insidiate, soprattutto d’estate, dai miasmi malarici.

    Terme di Costantino - Incisione Etienne Duperac 1575

    Terme di Costantino – Incisione Etienne Duperac 1575

    La presenza di reperti archeologici faceva del colle un luogo di grande fascino e di un certo interesse anche per gli artisti. Basti pensare che lo stesso Michelangelo saliva spesso al Quirinale per passeggiare tra le rovine dei templi maestosi che qui sorgevano e per incontrare Vittoria Colonna nei giardini del Palazzo Colonna che ancora oggi conservano i resti della scalea che conduceva al tempio dedicato a Serapide. Recenti ricerche indicano che le statue dei due Dioscuri, oggi collocate nella Piazza del Quirinale, potessero appartenere all’apparato decorativo di questo tempio, insieme con le statue del Tevere e del Nilo che oggi sono state collocate nella piazza del Campidoglio.
    Fu solo per questo che, a partire dal XVI secolo, i papi decisero di trascorrere molto tempo al colle per godere della sua aria frizzantina.
    Paolo III, per esempio, fu ospite della villa che il cardinale Ippolito d’Este aveva qui sistemato su di una proprietà dei Carafa che gli era stata affittata. Nel 1574, proprio di fronte alle rovine delle terme costantiniane, sulla sommità del colle del Quirinale, Gregorio XIII diede inizio alla costruzione di un palazzo che sarebbe diventato, in futuro, la residenza estiva dei papi. I lavori furono affidati ad Ottaviano Mascherino e si conclusero nel 1585.

    Terme di Costantino - Ricostruzione

    Terme di Costantino – Ricostruzione

    Il primo papa ad insediarsi definitivamente nel Palazzo del Quirinale fu Paolo V Borghese. E di lì a poco, anche suo nipote, il segretario di stato cardinal Scipione Borghese, decise di costruirsi un palazzo al Colle. E, per far spazio alla villa, le Terme di Costantino furono quasi completamente rase al suolo: la splendida dimora di Scipione si estendeva fino alle pendici del Viminale e confinava con un’altra enorme villa di una potente ed antica casata romana, gli Aldobrandini. L’enorme quantità di materiali, accumulati dopo la demolizione delle terme, fu quindi utilizzata per la costruzione del terrapieno sul quale doveva sorgere il casino dell’Aurora, risolvendo in un colpo solo due problemi: quello di utilizzare la gran mole di detriti che l’abbattimento delle terme aveva creato e permettendo che il casino avesse l’ingresso allo stesso livello del piano nobile del palazzo.
    La costruzione del palazzo di Scipione Borghese fu curata dal Vasanzio e dal Maderno, fra il 1611 e il 1616; contemporaneamente essi progettarono anche un ampio giardino digradante verso Magnanapoli.

    Aurora - Guido Reni - Casino Pallavicini

    Aurora – Guido Reni – Casino Pallavicini

    Nel 1612 Scipione commissionò a Guido Reni, per il suo Casino nel parco del suo palazzo, l’affresco dell’Aurora, terminato nell’agosto del 1614: il carro di Apollo circondato dalle figure delle ore è preceduto dall’Aurora mentre sopra i quattro cavalli vola Phosphoros, l’astro del mattino, con una torcia accesa; in basso a destra, una marina.

    Nel momento stesso in cui Guido Reni dipinge il Carro dell’Aurora per Scipione Borghese, Guercino sta dipingendo lo stesso soggetto per Ludovico Ludovisi nella scomparsa Villa Ludovisi sul Pincio e Pietro da Cortona si cimenta con un’Aurora nella Villa del Vascello al Gianicolo. Delle tre, quella di Pietro da Cortona purtroppo andò irrimediabilmente perduta a seguito dei bombardamenti francesi della Villa del Vascello durante la Repubblica Romana del 1849.
    Per motivi non documentati, avendo avviato quasi in contemporanea la realizzazione di quella che sarà la Villa Borghese sul Pincio, Scipione Borghese abbandonò la villa sul Quirinale, portandosi via molte delle antichità che aveva nel frattempo collezionato, ma lasciando nel palazzo statue e quadri d’immenso valore.

    Loggia - Affreschi di Paul Bril e Guido Reni

    Loggia – Affreschi di Paul Bril e Guido Reni

    Dopo l’abbandono da parte di Scipione Borghese, al palazzo subentrarono i Bentivoglio e, in seguito, il cardinale Mazzarino che lo ampliò, destinandolo ad ospitare, oltra ai suoi parenti, anche personalità francesi di passaggio e gli ambasciatori che prima avevano risieduto a Palazzo Farnese. Finalmente, alla fine del Seicento, il palazzo pervenne ai Rospigliosi, che intanto si erano imparentati con i Pallavicini. La nobile famiglia incrementò ulteriormente il palazzo, arricchendolo di decorazioni pittoriche che andarono a comporre la celebre Galleria d’arte che vantava opere di Botticelli, di Signorelli, di Rubens, dei Carracci, oltre ai quadri attribuiti Leonardo e al Caravaggio.
    Molto belle anche le sale affrescate da Paolo Brill; una loggia nel giardino è adorna di affreschi di Orazio Gentileschi e Agostino Tassi.
    Attualmente il palazzo – che, dalla costruzione di via Nazionale, è stato mutilato di una parte del giardino, anche per far posto a nuovi edifici – si presenta in fondo ad un vasto cortile, delimitato sulla strada da un alto muraglione con apertura a foggia di finestre. Il nobile edificio risulta articolato in vari corpi dominati dalla svettante loggia-belvedere. L’ingresso principale, sulla sinistra, è preceduto da un bellissimo porticato, al di là del quale si scorge il “giardino segreto” con un ampio ninfeo a grandi nicchie e statue.

    Casino delle Muse - Orazio Gentileschi ed Agostino Tassi

    Casino delle Muse – Orazio Gentileschi ed Agostino Tassi

    Sul retro del palazzo, si snoda un pittoresco insieme di edifici annessi, di passaggi e cortiletti. Sul fianco del cortile antistante, si sviluppa un giardino pensile al cui fondo sorge il celeberrimo Casino dell’Aurora, famoso per la decorazione pittorica del soffitto del salone realizzata da Guido Reni. La visita al Casino Pallavicini, noto anche come Casino dell’Aurora, sarà l’occasione non solo per ammirare il capolavoro di Guido Reni, ma anche per avvicinarsi alla filosofia e allo stile di vita, alla ragion d’essere di queste ville della prima metà del seicento. Ville nate non solo come mere residenze, ma come spazi per la meditazione e l’ozio, in un pieno revival degli horti romani.

    Roma, 11 marzo 2017

  3. Artemisia

    di Giuseppe Frangi

    Artemisia Gentileschi è un’artista soffocata dalla curiosità che la circonda.

    Giuditta e la fantesca – Artemisia Gentileschi

    La vicenda dello stupro subito da un amico del padre Orazio, anche lui pittore, sembra averne definito il profilo non solo biografico ma anche artistico.
    Ogni suo quadro viene letto in rapporto a quel drammatico fatto; in particolare la frequenza di soggetti di carattere biblico in cui donne come Giuditta o Dalila fanno giustizia di uomini è interpretato come vendetta per la violenza subita.
    La mostra in corso in queste settimane a Roma a Palazzo Braschi rende invece finalmente giustizia ad Artemisia come pittrice, grazie ad un approccio molto scientifico, senza concessioni al gossip. Una mostra da non perdere.
    Resta però aperta una questione affascinante: che cosa significava essere donna e voler essere pittrice in una società come la Roma di quell’inizio ‘600? Vero che Artemisia era figlia di un artista e quindi questa “anomalia” trova una mezza spiegazione.
    Tuttavia la sua avventura contiene comunque qualcosa di sfidante.

    Giuditta che decapita Oloferne – Artemisia Gentileschi

    Questo Autoritratto, conservato nelle raccolte reali inglesi, è bellissimo perché aiuta a rispondere a quella domanda (purtroppo non è arrivato per la mostra che pur è completissima di opere): si vede Artemisia messa di tre quarti, con la mano destra sollevata verso la tela mentre con la sinistra tiene la tavolozza.
    Il quadro rappresenta un’allegoria della pittura ed è affascinante capire come Artemisia abbia costruito quest’immagine in cui lei non guarda frontalmente come se fosse davanti ad uno specchio e in cui non rovescia la figura, in quanto la vediamo comunque dipingere con la destra.
    Come può aver catturato un’immagine così? Gli autoritratti al maschile in genere sono sempre degli esercizi a volte straordinari di narcisismo. Sono prove in cui si afferma con forza l’autocoscienza dell’essere artisti. Artemisia invece ha un sguardo diverso, molto femminile: al centro non mette se stessa ma ciò verso cui sta guardando, con un occhio teso, quasi commosso.
    La linea di forza del quadro porta infatti fuori dal quadro, là sulla sinistra dove qualcuno o qualcosa è in posa.

    Maddalena – Artemisia Gentileschi

    La ragione e il fondamento della pittura secondo Artemisia non stanno quindi nelle capacità espressive dell’artista, quanto nell’attrattiva che la realtà esercita su di lui.
    Tutto nel quadro accompagna questa sensazione: lo sguardo concentrato, il volto che ruotando si allunga, l’orientamento di tutto il corpo che si sporge oltre la tela per meglio guardare, la capigliatura molto semplice e dimessa di chi ha cose più interessanti da fare che non agghindarsi in vista dell’autoritratto. È una vera allegoria della pittura, che ci dice come essa sia un esercizio di stupore più che una prova di forza.

    Roma, 4 marzo 2017

  4. Non solo Caravaggio. Alla scoperta dei capolavori di Santa Maria del Popolo

    Strano destino quello della meravigliosa basilica di Santa Maria del Popolo: ospitare una sublime e ineguagliabile rassegna di storia dell’arte italiana ed essere visitata da migliaia di turisti solo per i due capolavori di Michelangelo Merisi da Caravaggio, la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, senza dimenticare l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci nella stessa cappella.

    Cappella Cerasi – Santa Maria del Popolo

    Ma, in vero, all’interno di questa chiesa posta all’ingresso Nord dell’Urbe, si possono ammirare opere di Raffaello, Gian Lorenzo Bernini, Sebastiano del Piombo, Andrea Bregno, Baccio Pontelli, Pinturicchio, Bramante, Francesco Salviati, Alessandro Algardi, Andrea Sansovino, Domenico Fontana, Carlo Maratta, Giuseppe Valadier.
    Questo edificio, che ha sempre avuto un ruolo centrale nelle vicende storiche della Città Eterna, fu costruita sulla tomba dell’imperatore Nerone, ospitò Martin Lutero nel suo soggiorno a Roma e conserva l’organo dove suonò il giovane Mozart. Insomma, un luogo e una storia straordinari.
    Il nucleo più antico della basilica, letteralmente inglobato nelle successive trasformazioni, è costituito dall’oratorio dedicato a Maria, costruito per volere del papa Pasquale II nel 1099.
    La tradizione vuole che Pasquale II fece costruire l’oratorio rispondendo alle richieste del popolo che voleva segno che esorcizzasse i luoghi infestati da streghe e diavoli che si davano appuntamento sulla tomba di Nerone e rendevano la vita ed il passaggio difficile ed insicuro.
    La legenda narra che Pasquale II abbia sognato Maria e che sia stata proprio la Madonna a dirgli di sradicare il pioppo, populus, sotto cui era seppellito Nerone, riesumarne i resti, bruciarli, disperderli nel Tevere ed edificare in quel luogo un oratorio a Lei dedicato.

    Alberici – Incisione del 1600 che riporta la leggenda medievale sulla fondazione del sogno di Pasquale II

    Pasquale II d’altra parte non era estraneo ai disseppellimenti. Aveva fatto altrettanto a Civita Castellana, dove aveva fatto disseppellire i resti di Clemente III e li aveva dispersi nel Tevere perché la tomba dell’antipapa era diventato oggetto di culto della popolazione locale, poiché si era diffusa la voce che da essa trasudasse un misterioso liquido profumato, attraverso il quale si potevano ottenere grazie e miracoli.
    Ma questa è un’altra storia.
    La legenda medievale legata alla fondazione della basilica di Santa Maria del Popolo ha un fondo di verità. Nell’immediatezze dell’oratorio, sulle prime propaggini del Pincio, sorgeva infatti il mausoleo dei Domizi Enorbarbi, la gens di Nerone, ed effettivamente l’odiato imperatore qui fu seppellito così come Svetonio ci riporta:
    Per i suoi funerali, che costarono duecentomila sesterzi, lo si avvolse nelle coperte bianche, intessute d’oro, di cui si era servito alle calende di gennaio. I suoi resti furono tumulati dalle sue nutrici Egloge e Alessandria, aiutate dalla sua concubina Acte, nella tomba di famiglia dei Domizi, che si scorge dal Campo di Marte sulla collina dei Giardini. Nella sua tomba fu collocato un sarcolago di porfido sormontato da un altare di marmo di Luni e circondato da una balaustra di pietra di Taso.

    Madonna in Trono con Bambino e Santi – Pinturicchio – Cappella Basso Della Rovere – Santa Maria del Popolo

    I motivi per costruire qui l’oratorio e dedicarlo a Maria pare, più realisticamente, che fossero altri. Proprio quando Pasquale II fu eletto papa, il 13 agosto del 1099, giunse a Roma la notizia della vittoria della Prima Crociata e che Gerusalemme era stata conquistata.
    Circa il nome della basilica non è ancora del tutto chiaro se quel complemento di specificazione “del Popolo” sia da intendersi un derivato dalla parola latina “populus”, il pioppo che pare fosse sulla tomba di Nerone, o sia da ricollegare al fatto che Pasquale II ebbe l’idea, dispose la costruzione dell’oratorio, ma il finanziatore dell’opera fu nella realtà il comune di Roma, e quindi, in ultima analisi, il popolo romano.
    L’iniziale cappella fu ampliata tra il 1227 e il 1241 da Gregorio IX, e poi definitivamente ingrandita e modellata nella sua forma attuale da Baccio Pontelli e Andrea Bregno per Sisto IV della Rovere. Bramante prolungò l’abside e infine Bernini, al momento di ornare la porta attigua, all’epoca di Alessandro VII Chigi, diede un’impronta barocca alla chiesa quanto alla facciata. A queste aggiunse le cornici ricurve laterali.

    Assunzione della Vergine – Pinturicchio – Cappella Basso Della Rovere – Santa Maria del Popolo

    Comunque la facciata resta un efficace esempio d’architettura del primo Rinascimento, con un ordine superiore a unica campata, dominata da un rosone e coronata da un timpano, mentre l’ordine inferiore a paraste su alto zoccolo è diviso in tre campate corrispondenti ai portali. Quello di centro è sormontato da un timpano e ornato da un rilievo della scuola di Andrea Bregno, raffigurante la Vergine. Quelli laterali sono sormontati da finestre centinate.
    L’interno è diviso in tre navate da fasci di robusti pilastri e semi colonne in pietra che reggono ampie arcate la cui sommità, all’epoca del restauro barocco del Bernini, avvenuto tra 1655 e il 1609, fu elegantemente impreziosita da statue in gesso disposte in coppie e raffiguranti Sante.
    Nelle navate laterali si aprono ampie cappelle che sono veri e propri scrigni di opere d’arte. La Cappella Basso Della Rovere, prima a destra, con le pitture del Pinturicchio Storie di San Girolamo e Adorazione del Bambino, con le tombe dei nipoti di Sisto IV, i cardinali Cristoforo e Domenico della Rovere eseguiti da Andrea Bregno, con la Madonna di Mino da Fiesole e il sepolcro del cardinal De Castro di Francesco da Sangallo.

    Immacolata Concezione tra Santi – Carlo Maratta – Cappella Cybo – Santa Maria del Popolo

    La Cappella Cybo, seconda a destra, è dedicata a San Lorenzo e fu fondata agli inizi del 1500 da Lorenzo Cybo, nipote di Innocenzo III. Al tempo della sua fondazione fu completamente affrescata da Pinturicchio, mentre gli artisti della bottega di Andrea Bregno si occuparono di realizzare il resto della decorazione. Oggi la cappella può essere ammirata dopo il rifacimento voluto dal cardinale Alderano Cybo e realizzato tra il 1680 e il 1687, rinnovamento che fu apportato da Carlo Fontana. La cappella è a croce greca, rivestita di marmi verdi, ospita sull’altare un olio su muro di Carlo Maratta, l’Immacolata Concezione tra i Santi, che ebbe un tale successo da essere replicato in mosaico e posto sull’altare del transetto destro di Sant’Ambrogio e San Carlo al Corso.
    Sul fondo della cappella Cybo trovano posto i due monumenti funebri dei cardinali Lorenzo e Alderano Cybo opere di Francesco Cavallini, autor ìe anche degli angeli in bronzo dorato che sostengono la mensa dell’altare.

    Nascita della Vergine – Sebastiano del Piombo – Cappella Chigi –

    Proprio di fronte alla cappella Cybo si trova la cappella Chigi. Essa fu concessa da papa Giulio II della Rovere al grande banchiere Agostino Chigi che chiamò Raffaello a realizzare il progetto. I lavori iniziarono nel 1513, proseguirono poi sotto la guida del Lorenzetto a causa della sopraggiunta morte di Raffaello, ma si protrassero, con molteplici interruzioni, fino al seicento tanto che la cappella venne completata dal Bernini tra il 1652 e il 1656.
    Nella cupola è possibile ammirare i mosaici realizzati su disegno di Raffaello, mentre sull’altare è collocato un affresco a olio su blocchi di peperino di Sebastiano dal Piombo, la Nascita della Vergine. Le sculture sono in parte del Lorenzetto e di Raffaello da Montelupo, mentre Abcuc e l’angelo Daniele e il leone sono del Bernino, così come è Bernono a terminare i monumenti funebri di Agostino e Sigismondo Chigi conferendo loro la forma di piramide.
    Nel presbiterio, sull’altar maggiore, è posta la tavola bizantina attribuita, dalla leggenda, a san Luca, raffigurante la Madonna del Popolo.

    Altare maggiore – Santa Maria del Popolo

    In realtà la tavola lignea è del XIII secolo, è attribuita al Maestro di San Saba e fu collocata sull’altare maggiore di Santa Maria del Popolo per volere di Gregorio IX. Sull’arcone stucchi dorati raccontano la leggenda della fondazione della chiesa così come la descrive la tradizione medievale.
    Nello spazio deputato al coro, dietro l’altare, sono i due capolavori di Andrea Sansovino: i sepolcri dei cardinali Girolamo della Rovere e Ascanio Sforza. Questi due sepolcri a foggia di arco trionfale rappresentano il punto di passaggio tra due stili, tra il quattrocento e il cinquecento. In entrambi i sepolcri, il defunto è raffigurato dormiente.
    L’ambiente del coro fu interamente progettato e realizzato da Bramante che chiamò a Roma Guillaume de Marcillat perché realizzasse le preziose vetrate dipinte a grisaille.
    Bramante realizzò l’opera su commissione del cardinale Ascanio Sforza in due fasi: una più antica corrispondente all’arcone a lacunari e all’abside con catino a conchiglia databile ai primi anni del suo soggiorno romano, 1500 circa, e una più tarda, riferibile al pontificato di Giulio II, verso il 1505-1509, in cui la volta a crociera originaria fu trasformata in volta a vela. Gli affreschi della volta sono del Pinturicchio.

    Sepolcro di Giovanni Battista Gilseni – Santa Maria del Popolo

    La cupola della chiesa è probabilmente la prima costruita a Roma, dopo il modello di tutte, rappresentato dal Pantheon. Accanto alla porta principale sta un curioso monumento funebre con il ritratto dipinto del defunto e una marmorea immagine della sua decomposizione, con il motto “neque hic vivus, neque illic mortuus”, cioè «Né qui vivo, né là morto».

    Roma, 29 gennaio 2017