prima pagina

  1. Racconto

    La salamandra di San Luigi dei Francesi

    Alfredo Cattabiani

    In occasione della passeggiata serale dedicata al bestiario delle meraviglie, ovvero un racconto in cammino che comprende alcuni degli animali di pietra che vivono nelle strade e nelle piazze della città di Roma, pubblichiamo questo scritto tratto dal

    Nutrisco et extinguo – San Luigi de’ Francesi.

    volume di Alfredo Cattabiani “Simboli, miti e misteri di Roma” edito da Newton Compton.
    Sulla facciata di San Luigi dei Francesi due enormi salamandre, scolpite nel XVI secolo da Jean de Chenevières, eruttano lingue di fuoco. La prima, sulla sinistra, è accompagnata dal motto: «Nutrisco et extinguo», nutro e spengo; l’altra, sulla destra, da «Erit christianorum lumen in igne», sarà la luce dei cristiani nel fuoco.
    Sono imprese di Francesco I ovvero, come spiegava il Contile (Luca Contile, Cetona, 1505 – Pavia, 28 ottobre 1574 è stato un letterato, commediografo, poeta, storico, diplomatico e poligrafo italiano, ndr) componimenti di «figura e motto, rappresentando vertuoso e magnanimo disegno».

    continua…

  2. Lo zoo delle meraviglie: gli animali di pietra a Roma

    L’Urbe offre ai suoi visitatori più attenti un repertorio sconfinato di animali: uno zoo

    Lupa Capitolina – Musei Capitolini.

    delle meraviglie scaturito da un misterioso incantesimo quasi che un mago o una fata avessero trasformato in pietra creature a volte reali, o frutto della fantasia, buone o malvage. A volte si mostrano in tutta la loro fiera bellezza, altre volte si nascondono timidi. Leoni, delfini, salamandre, grifoni: sono loro gli incredibili abitatori delle strade, delle piazze, delle facciate dei palazzi, alcune volte dei tetti delle case e delle chiese, a popolare questo straordinario bestiario di pietra. Sempre raccontano una storia: l’incontro con un gatto o il volo di un uccello possono rappresentare un presagio.
    Le formule magiche o propiziatorie evocano quasi sempre nomi di animali; essi sono per eccellenza le vittime dei sacrifici, simboleggiando l’alleanza con potenze invisibili per ottenere prosperità, gioia e fecondità. Spesso, non se ne accorge alcuno, ma attraversando piazze e vicoli, in fondo, non si è mai soli: statue e raffigurazioni di animali sono i muti testimoni di eventi storici, simboli di miti e di leggende. Ebbene, questo zoo di pietra non attende altro che essere raccontato.
    E allora non si può non iniziare dalla Lupa Capitolina: oggi possiamo ammirarla, piccola, bronzea e leggiadra, sul lato sinistro della piazza del Capidoglio e dimora qui da oltre cinque secoli. La scultura bronzea in origine era nella facciata del Palazzo Laterano e fu donata nel 1471 dal Papa Sisto IV della Rovere al “Popolo Romano”, insieme ad altre sculture bronzee. La grande e importante piazza è condivisa con un secondo animale, molto più grande e possente: il cavallo di Marco Aurelio, voluto sul colle da Papa Paolo III nel lontano 1538. Oggi entrambe le statue esposte all’aperto sono copie. Le originali si possono ammirare all’interno dei Musei Capitolini, a pochi metri di distanza. E ancora, ai piedi della cordonata che sale al colle ci aspettano due leoni egizi in granito nero, nei tempi forati e trasformati in fontanelle. Durante le feste solenni gettavano vino dei castelli invece dell’acqua.

    Marc’Aurelio e Cavallo – Musei Capitolini.

    Tanti i leoni, come quelli che ornano molte fontane romane come quella di Piazza del Popolo, o quelli che accompagnano il visitatore nel salire le scale del Vittoriano, o ancora il leone che assale un cinghiale posto sull’angolo di un palazzo su via dell’Orso. La via parla dell’orso perché nel Medioevo la belva era stata riconosciuta come un orso e non come un leone. Ma ci sono orsi posti all’ingresso di Palazzo Savelli -Orsini a Monte Savello legati alla simbologia araldica familiare. Al pari dei leoni poi sono numerosi i cavalli come quelli celebri dei Dioscuri sulla Piazza del Quirinale;
    In tutta Roma sono numerosi i fregi, le sculture, i mosaici e decori vari, di tutte le epoche, dal periodo classico romano sino al liberty, passando per il razionalismo, dedicate a una fauna estremamente simbolica. Farne un elenco completo sarebbe impossibile, le ritroviamo segnalate frequentemente anche nella toponomastica della città eterna: Via dell’Oca, Via del Gambero, Via della Scrofa, Via della Gatta, Piazza Mattei detta delle Tartarughe, Via dell’Orso, Via dei Serpenti, Via della Palomba e tantissime altre, distribuite in tutti i Rioni. Potremmo aprire una lunga battuta di caccia che incontrerebbe centinaia di animali di pietra.
    Via della Gatta è famosa per il piccolo felino egizio posto in un angolo di un cornicione di Palazzo Grazioli, ritrovato a qualche metro di distanza nel vicino santuario dedicato a Iside. La leggenda racconta che nella direzione in cui guarda la gatta dovrebbe essere sepolto un tesoro, ancora nessuno è riuscito però a trovarlo…
    I passanti frettolosi forse non notano, sopra la facciata della chiesa di Sant’Eustachio, una testa di cervo con la croce fra le corna che sovrasta la chiesa. Una leggenda medievale, narra la storia di Placido, un comandante dell’esercito romano, che fu battezzato cambiando il suo nome in Eustachio dopo aver visto l’apparizione di una croce con l’immagine di Cristo fra le corna del cervo che stava per uccidere.
    Ma anche animali fuori dall’usuale come le tartarughe della fontana di Piazza Mattei, entrata nell’immaginario della città, tanto da essere utilizzata come modello per la realizzazione di altre fontane. La vasca superiore di questa fontana fu realizzata verso la fine del Cinquecento da Giacomo della Porta. La tradizione vuole che il duca Mattei volle dimostrare al padre della sua amata di essere un uomo potente,

    Fontana delle Tartarughe – Piazza Mattei.

    contrariamente a quanto questi ritenesse, facendo erigere la meravigliosa fontana davanti alle sue finestre nell’arco di una sola notte. Le piccole tartarughe bronzee poste simmetricamente furono aggiunte solo più tardi, nel 1658, e la tradizione le attribuisce a Gian Lorenzo Bernini. Più volte trafugate ma sempre tornate al loro posto, furono oggetto di un ultimo furto nel 1981. In questa occasione la tartaruga rubata non fece ritorno al suo posto e per questo motivo le tre superstiti originali furono ricoverate nei Musei Capitolini e sostituite da copie.
    A due passi dal Pantheon, di fronte alla magnifica chiesa di Santa Maria sopra Minerva troneggia un elefantino, chiamato familiarmente il “Pulcin della Minerva”, il nome sembra essere un ingentilimento della parola “porcin” dato dai romani alla statua perché ritenuta tozza. Il simpatico mammifero proboscidato in marmo, realizzato da Gian Lorenzo Bernini nel Seicento. Molti racconti beffardi ne sottolineano le sue terga ben in mostra verso le finestre di un palazzo che ospitava un architetto domenicano rivale del Bernini.
    L’opera del Bernini s’ispira a un’illustrazione dell’Hypnerotomachia Poliphili, un romanzo d’amore del XV secolo, considerato una delle più belle opere prodotte da Aldo Manunzio, di cui il papa Alessandro Chigi possedeva una copia. In questo romanzo il protagonista, Polifilo, incontra un elefante che porta in equilibrio sulla groppa un elefantino. L’elefantino era considerato un simbolo di virtù ed equilibrio, qualità che ciascun credente doveva possedere, supportato dalla sapienza divina,

    Il “pulcin della Minerva” – Gian Lorenzo Bernini – Piazza della Minerva.

    rappresentata dall’obelisco.
    Lasciato l’elefantino, sulla facciata della chiesa di San Luigi dei Francesi troviamo due salamandre che eruttano fiamme. Questo animale ci riporta ad una leggenda asiatica secondo la quale la salamandra alimenta il fuoco benefico mentre spegne quello nocivo. Su di esse compaiono infatti due iscrizioni in latino: nutro ed estinguo e sarà la luce dei cristiani nel fuoco. Sebbene possa sembrare strano l’abbinamento salamandra-chiesa, questo ha ovviamente una valida spiegazione: sin dai tempi antichi, infatti, la salamandra fu associata alla capacità di far fronte alle avversità della vita e alla fede che non vacilla di fronte al fuoco del martirio o delle passioni terrene. Si era infatti convinti che questo animale avesse la capacità di non bruciarsi e addirittura di spegnere il fuoco. Ecco dunque la chiave di lettura cristiana legato alla salamandra: nutro il fuoco della fede e spengo quello delle passioni carnali; esempio inoltre di rettitudine durante le avversità. La corona posta sull’animale indica invece la regalità della casata francese, san Luigi fu infatti sovrano di Francia nel XIII secolo.
    Poi le api. Un vero sciame di api ronza su Roma. Le api dello stemma della famiglia Barberini. Talvolta svolazzano alla luce del sole nella piccola Fontana delle Api del Bernini all’inizio di via Veneto e intorno alla Barcaccia a piazza di Spagna, o alla luce dei ceri nei quattro basamenti in marmo dell’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro, intrappolate nel calcare della Fontana delle Rane a piazza Mincio, talvolta all’ombra dei chiaroscuri degli affreschi di Palazzo Barberini o delle code dei delfini della Fontana del Tritone, ovviamente in piazza Barberini…

    Il Toro del Mattatoio – Testaccio.

    Dal centro storico di Roma, restando sullo stesso lato del Tevere, portiamo la nostra ricerca a Testaccio. Nel cuore del quartiere è da anni presente un grande spazio dedicato all’arte contemporanea. Per il Macro Testaccio è infatti stato restaurato e riorganizzato una grande parte del complesso che fu il Mattatoio di Roma. Il vastissimo complesso, oggi spartito tra Museo e diverse altre realtà culturali, fu progettato sul finire dell’Ottocento da Gioacchino Ersoch. Il nuovo Mattatoio era all’avanguardia per norme igieniche e per lo smaltimento. Un luogo della nostra città dove gli animali non ebbero mai vita facile. All’ingresso del Macro, ovvero di quello che era il Mattatoio, ancora si erige un muscoloso e misterioso toro. Di fronte al Macro, alzando lo sguardo in direzione di, Via Galvani, da un paio di anni è presente un grandissimo lupo, il Jumping Wolf realizzato dal famoso artista Roa. Al calare della sera, proprio in questa zona dell’ex Mattatoio, si possono incontrare molte carrozzelle trainate da stanchi cavalli che rientrano dopo aver trascorso la giornata in giro per la città, trasportando centinaia di turisti a visitare gli altri luoghi della città eterna, quelli citati in tutte le guide di viaggio.

    Roma, 1 luglio 2018.

  3. Galleria Borghese. La regina delle raccolte private.

    Nel panorama urbanistico della Roma barocca Villa Borghese rappresenta un modello ed un’esemplificazione del gusto architettonico e del modo di conciliare l’arte e la natura. (cfr. Scipione Borghese, collezionista incontenibile ).

    Facciata di Villa Borghese – Johann Wilhelm Baur.

    La sistemazione della villa inizia intorno all’anno 1606, quando Scipione Borghese acquista nuovi terreni da aggiungere all’iniziale proprietà della famiglia nei pressi dell’attuale Muro Torto. Due importanti strade pubbliche, la via delle Tre Madonne e la via Traversa, lambivano e delimitavano la nuova proprietà.
    Nel progetto di Scipione Borghese la villa sarebbe stata un luogo di delizia e riposo, di rappresentanza e di accoglienza per gli ospiti, dove la cospicua raccolta antiquaria avrebbe trovato una sua collocazione e mostra. Una parte di questa collezione trovò dimora nelle stanze del Casino Nobile, oggi Galleria Nazionale Borghese, mentre altri arredi antichi, come rilievi e sarcofagi, statue e vasi, furono collocati a ornamento delle facciate dello stesso Casino Nobile, e sparsi nel giardino tra portoni, fontane, viali e piazzuole.
    Il progetto, innovativo e complesso anche dal punto di vista della comunicazione, era il riflesso del clima di rinascita urbanistica che caratterizzò il pontificato di Paolo V, e contribuì all’ostentazione di magnificenza e potenza della famiglia Borghese.
    Vari architetti parteciparono alla realizzazione della villa di Scipione: Flaminio Ponzio, 1560 – 1613, che progettò l’impianto architettonico della villa e dei giardini, poi, a causa della morte prematura di quest’ultimo, Giovanni Van Santen detto Vasanzio, 1550 – 1621 e ancora Girolamo Rainaldi, 1570 – 1665.

    Pala Baglioni – Raffaello.

    L’edificio principale era, ed è, il Palazzo, o Casino Nobile intorno al quale furono progettati gli spazi verdi, delimitati da veri e propri muri, e perciò chiamati recinti. Il Casino Nobile fu quindi concepito come il fulcro del complesso edifici – giardini, e lo spazio verde intorno ad esso fu organizzato in funzione di un costante dialogo reciproco, fatto di rimandi e richiami continui, con il Palazzo e con ciò che vi era contenuto.
    Il Palazzo fu impostato su una doppia scalinata d’ingresso, una loggia scandita da cinque arcate, su cui insisteva una terrazza ornata di statue. Due torri completavano il prospetto anteriore impreziosito da un esuberante apparato decorativo. Una serie di nicchie e di ovali conteneva statue e busti di marmo, con lo scopo di evidenziare la funzione espositiva sia esterna che interna dell’edificio. Il vasto piazzale antistante fu delimitato da una balaustra arricchita di sedili e di fontanelle e sormontata da statue antiche.
    All’interno del Casino Nobile si iniziò ad allestire quella che, ancora oggi, è definita “la regina delle raccolte private del mondo”, iniziata nel 1607, ovviamente, dall’eclettico cardinale Scipione Borghese.

    Ratto di Proserpina – Bernini.

    Gli spazi, la decorazione degli ambienti e gli arredi del Casino Nobile furono pensati e scelti da Scipione Borghese, in accordo con i suoi architetti e artisti, in funzione delle opere che gli ambienti stessi avrebbero ospitato, secondo quel gusto scenografico proprio del Barocco che via via diveniva più maturo. Le pareti ad esempio furono foderate di cuoio azzurro e le statue del Bernini certamente collocate in maniera tale da sorprendere il visitatore che tra esse si sarebbe aggirato. Arrivano a noi documenti Ci sono che attestano che l’opera berniniana nota oggi con il nome di “Ratto di Proserpina”, ma nel Seicento nota come “Plutone e Proserpina”, fu collocata contro una parete di una sala aperta sulla loggia, che quindi dava sul giardino, incorniciata da una sorta di porta, che infatti era detta “Porta di Plutone”. In questa maniera allo spettatore sarebbe davvero parso che Plutone fosse appena uscito dalla porta del suo inferno e stesse proprio in quell’attimo afferrando Proserpina, la sua preda.
    L’apparato scenografico era completato da un’iscrizione e da un busto di Paolo V e aveva anche un particolare messaggio politico rivolto a Ludovico Ludovisi a cui l’opera era in realtà destinata.
    Il Palazzo e i giardini, in effetti, avevano più piani di lettura che andavano oltre la semplice necessità di esporre un’immensa collezione d’arte, creare un ambiente rilassante e utile per feste e banchetti.

    Danae – Correggio.

    Molti di questi piani comunicativi sono oggi andati persi soprattutto a seguito dell’imponente opera di ammodernamento avviato a partire dalla seconda metà del Settecento da Marcantonio IV Borghese, teso a portare il Casino Nobile e la villa più vicina al gusto Neoclassico che andava via via affermandosi.
    Il Casino venne così ristrutturato sotto la direzione di Antonio e Mario Asprucci. Il rigore neoclassico fece scomparire parte dell’originale decorazione barocca, ad esempio quella in cuoio, e molti degli effetti scenografici, tra cui quelli che erano stati creati per esaltare la dinamicità e il significato politico dei gruppi del Bernini, e anche il giardino fu riorganizzato prendendo come modello il giardino neoclassico all’inglese, venendo così a perdere in parte il ruolo di controparte nel dialogo con il Palazzo.
    Grazie all’azione di Scipione il nucleo originario della collezione d’arte antica, capace di conferire nel Seicento un’aura d’ideale universalità alle collezioni artistiche, andò ulteriormente arricchendosi dapprima con l’acquisto nel 1607 delle raccolte Della Porta e Ceuli, poi grazie a straordinari rinvenimenti occasionali, quali il celeberrimo Gladiatore, oggi al Louvre, trovato nei pressi di Anzio, e l’Ermafrodito, scoperto durante gli scavi nei pressi della chiesa di Santa Maria della Vittoria, a cui Bernini regalò lo splendido materasso, anch’esso oggi al Louvre.

    Apollo e Dafne – Bernini

    In questa maniera allo splendore dei marmi archeologici faceva eco la straordinaria novità della statuaria moderna, in costante competizione con i modelli classici. Dal 1615 al 1623 Gian Lorenzo Bernini eseguì per il cardinale i celeberrimi gruppi scultorei ancora oggi conservati nel Museo: la Capra Amaltea, l’Enea e Anchise, il Ratto di Proserpina, il David, l’Apollo e Dafne.
    Un quadro abbastanza attendibile della collezione di opere d’arte di Scipione Borghese è fornito, in assenza di un preciso inventario di riferimento, dalla descrizione della villa edita nel 1650 a opera di Giacomo Manilli, che illustra, oltre l’interno del Casino Nobile, anche il suo esterno e i giardini. Alla fine del Seicento i Borghese potevano così contare su una raccolta di circa ottocento dipinti e su una delle più celebrate collezioni di antichità a Roma, oltre a uno sterminato patrimonio immobiliare. Per volere del cardinale, alla sua morte tutti i beni mobili e immobili furono sottoposti a uno strettissimo vincolo attraverso un fedecommesso, istituzione giuridica che preservò l’integrità della collezione fino a tutto il XVIII secolo.
    Alla già cospicua collezione di arte antica altri pezzi si andarono ad aggiungere nel 1791 a seguito della scoperta dell’antica città dei Gabii, in una proprietà della famiglia lungo la via Prenestina. Fu così che Marcantonio IV chiese a Mario e Antonio Asprucci l’allestimento di un nuovo padiglione espositivo che fu realizzato ristrutturando uno degli edifici della villa, oggi il Casino dell’Orologio. Tra i diversi reperti fu qui esposta la “Diana dei Gabii”, oggi al Louvre di cui, nella seconda metà dell’Ottocento, Alessandro Torlonia si fece realizzare una copia in ghisa da esporre nel giardino della sua villa lungo la Nomentana.

    Paolina Borghese come Venere Vincitrice – Canova.

    La raccolta Borghese di arte antica subì numerose perdite quando la villa divenne proprietà di Camillo Borghese. Questi convinto che Napoleone non sarebbe mai caduto e ascoltando sua moglie Paolina, sorella di Napoleone, vendette a quest’ultimo, moltissime delle opere della collezione, che tra la fine del 1807 e il 1808, furono smontate dalla loro sede originaria e trasportate al Museo del Louvre, di cui oggi costituiscono uno dei nuclei fondamentali della collezione archeologica. La collezione di arte antica fu solo in parte reintegrate da nuovi acquisti e rinvenimenti in corso di scavi diretti dal nuovo architetto di famiglia: Luigi Canina, 1795 – 1856, il quale curò il nuovo ampliamento della villa verso la Flaminia e i nuovi arredi.
    Camillo acquistò per integrare ulteriormente le perdite la Danae del Correggio e commissionò a Antonio Canova il Ritratto di Paolina quale Venere Vincitrice, con il pomo tenuto delicatamente tra le dita e adagiata su un meraviglioso materasso di marmo che lega indiscutibilmente l’opera dell’immenso scultore neoclassico a quella dell’immenso scultore barocco che aveva lavorato in quei medesimi ambienti ducento anni prima.

    Amor sacro e amor profano – Tiziano.

    Nel Seicento però Scipione non fu solo un collezionista di opere d’arte antica, ma raccolse un’imponente collezione di opere di vari periodi e di diversa provenienza. Non tutte le opere arrivarono nelle sue mani sempre a seguito di acquisti. Ad esempio nel 1607, attraverso il sequestro dei dipinti dello studio del Cavalier d’Arpino seguiti ad una denuncia dello stesso per detenzione di armi di cui il d’Arpino era un collezionista, Scipione Borghese, entrò in possesso di circa cento dipinti, tra cui alcune opere giovanili di Caravaggio, di cui faceva parte il Bacchino malato. Nello stesso anno acquisì la collezione del patriarca di Aquileia, mentre nel 1608 furono acquistati settantuno straordinari dipinti appartenenti al cardinale Paolo Emilio Sfondrati, fra i quali, si ipotizza, la presenza dell’Amor Sacro e Amor Profano di Tiziano, del Ritratto di Giulio II, oggi alla National Gallery di Londra, e della Madonna del velo di Raffaello, oggi al Musée Condé di Chantilly.

    Madonna dei Palafrenieri – Caravaggio.

    L’estrema spregiudicatezza di Scipione nell’accaparrarsi le opere d’arte e nell’assecondare la sua passione di collezionista moderno è testimoniata da numerose vicende, come quella dell’acquisto nel 1605 della Madonna dei Palafrenieri di Caravaggio, rifiutata dalla Confraternita poco tempo prima dell’esposizione nella cappella in San Pietro – forse per volontà dello stesso pontefice che esaudiva così un desiderio del cardinal nepote – o, ancora, dal rocambolesco trafugamento della Deposizione Baglioni di Raffaello, prelevata per volere di Scipione dal convento di San Francesco a Prato, fatta calare dalle mura della città nella notte tra il 18 e il 19 marzo 1608 e in seguito dichiarata “cosa privata del cardinale” da Paolo V. Altre opere di Raffaello erano presenti nella raccolta Borghese, quale prova evidente della sua indiscussa eccellenza: le Tre Grazie, oggi al Musée Condé di Chantilly, il Sogno del Cavaliere e la Santa Caterina, oggi alla National Gallery di Londra, facente parte del gruppo di opere vendute da Camillo durante gli anni d’impero di Napoleone.

    Roma, 10 giugno 2018.

  4. Scipione Borghese: il collezionista incontenibile

    Scipione Borghese, il potente cardinale nepote, dopo aver iniziato, quasi in contemporanea, la realizzazione della villa sul Quirinale, oggi proprietà dei Pallavicini, e della villa sul Pincio, oggi nota come Villa Borghese, abbandona la prima vendendola ai Lante per dedicarsi totalmente alla seconda.

    Uccelliere - Villa Borghese

    Uccelliere – Villa Borghese

    Per fare ciò, in un brevissimo arco di tempo acquista proprietà diverse, diventando proprietario di una vastissima area, oggi di quasi 80 ettari, che in parte andrà ad insistere sugli Horti Luculliani. Appunto agli Horti Luculliani e alle altre ville di “otium” romano si ispira, riproponendone in qualche modo le caratteristiche, la grande villa del cardinale.
    La residenza sul Pincio sarà concepita come un’enorme villa di rappresentanza, dedicata esclusivamente al ristoro di mente e corpo, alla meditazione e al piacere, e forse destinata anche all’attuazione della politica di Paolo V e all’esercizio del potere. Soprattutto, però, sarà il luogo privato dove la complessa personalità di Scipione troverà una delle sue più grandi espressioni.
    Nella villa sul Pincio non ci accoglie più lo Scipione Borghese del Casino dell’Aurora, che si presentava ai suoi ospiti come l’Apollo che governa l’alternarsi del giorno con la notte, che proclamava al mondo intero la sua potenza, ma il raffinato e smodato collezionista di opere d’arte antica e moderna, di fiori, di uccelli, di animali “esotici” e di tutto il “collezionabile” che poteva esistere nel Seicento. Scipione sarà in pratica il primo collezionista in senso moderno, lanciando una moda che prenderà presto piede a Roma.

    I Termini - Pietro e Gian Lorenzo Bernini

    I Termini – Pietro e Gian Lorenzo Bernini

    La realizzazione degli spazi sia interni che esterni della villa fu affidata a Flaminio Ponzio, che però morì prima di riuscire a portare a termine la committenza. Della sistemazione del giardino e dei casini fu allora incaricato Giovanni Vasanzio, affiancato però da altri artisti, tra i più richiesti del Seicento, come Bernini.
    Il cardinale Scipione Borghese non fu un committente passivo, ma pose estrema cura nel definire gli spazi interni del casino nobile. Gli arredi, ad esempio, furono scelti in funzione delle opere stesse e del loro posizionamento, e fu il cardinale stesso a decidere, insieme a Bernini, dove posizionare i gruppi marmorei. Analoga cura dedicò alla definizione degli spazi esterni della villa, da subito concepiti come la prosecuzione all’aperto del casino, che respirano insieme al casino medesimo e che hanno una ragione d’essere proprio in virtù delle opere e delle collezioni che all’interno potevano (e possono) essere ammirate.
    E se le forme del casino ancora risentono del Rinascimento nella loro essenzialità, il giardino resta, nonostante le tante trasformazioni subite nei secoli, uno dei migliori esempi romani di giardino barocco, dove ancora si può riconoscere l’organizzazione in recinti e la separazione tra spazi privati e spazi pubblici.
    Tra gli spazi privati che i restauri hanno restituito al visitatore nella loro forma quasi originaria ci sono i “giardini segreti”, vere e proprie stanze verdi il cui accesso era possibile solo dal casino nobile e dove Scipione aveva la sua collezione di bulbacee, di piante da fiore e di agrumi.

    Platano - Villa Borghese

    Platano – Villa Borghese

    La passeggiata è un’occasione per conoscere la villa barocca, scoprire alcuni aspetti che spesso sfuggono all’attenzione pur essendo in realtà molto evidenti: è il caso della cosiddetta Grotta dei Vini o di alcuni dei maestosi platani piantati per volere di Scipione e che oggi hanno perciò più di 400 anni.
    Ma un giardino che attraversi un arco di tempo così lungo non può rimanere uguale a se stesso. Cambiano i gusti e le mode, e percorrerlo diventa l’occasione per raccontare queste trasformazioni, e passeggiare, per così dire, nella storia.
    D’altra parte Villa Borghese è forse uno dei pochi luoghi a Roma dove il passato, in particolare il Seicento e il Settecento, sposa il presente. Accanto al giardino barocco troviamo infatti il giardino neoclassico, ma anche alcune opere d’arte contemporanea come il monumento ad Umberto I, di Davide Calandra, e quello dell’Umile Eroe, probabilmente l’unico monumento mai dedicato ad un mulo, che oggi è collocato proprio davanti alla casa che fu di Pietro Canonica, lo scultore che lo realizzò nel 1940.

    Monumento ad Umberto I - Davide Calandra

    Monumento ad Umberto I – Davide Calandra

    Agli inizi del Novecento, prima che la villa passasse nella disponibilità dello Stato Italiano, alcune sue parti saranno destinate ad usi diversi. Quella che oggi è la casa del cinema, ad esempio, era una vaccheria, dove era possibile acquistare latte, burro o ricotta freschi, prodotti dal latte delle mucche allevate sui terreni della villa stessa.
    Nel 1911 il principe Borghese, inaugurerà, alla presenza delle più alte cariche dello Stato italiano, il primo nucleo di quello che sarà poi l’attuale Bioparco, lo zoo di Roma.

    Roma, 29 aprile 2018.