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  1. Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà

    La mostra a cura di Daniela Fonti, responsabile scientifico dell’Archivio dell’Opera di

    Duilio Cambellotti, ritratto 1898.

    Duilio Cambellotti di Roma e Francesco Tetro, ideatore e direttore del Civico Museo “Duilio Cambellotti” di Latina [1], raccoglie circa duecento opere del pittore, scultore, incisore, designer, ceramista e scenografo romano Duilio Cambellotti, 1876-1960, provenienti da ambedue gli istituti regionali [2], apportando un nuovo, imprescindibile contributo alla conoscenza della sua poliedrica produzione.
    Appresi i rudimenti dell’arte sin dall’età di dieci anni, dal padre scultore in legno, tra il 1893 e il 1895 Cambellotti frequentò il Museo Artistico Industriale sotto la guida di Alessandro Morani e Raffaello Ojetti. Tra la seconda metà degli anni novanta e il primo decennio del Novecento si affermò quale disegnatore di manifesti, lampade, specchi e cornici per ditte italiane e straniere, iniziando a collaborare con celebri riviste, quali Novissima, Il Tirso e La Casa, e autori di opere illustrate, come De Fonseca e Amantea, e a realizzare scenografie e costumi per spettacoli teatrali, tra cui La nave di D’Annunzio.
    Interessato alla xilografia a partire dal decennio seguente, sino agli anni cinquanta prese parte a una serie di esposizioni nazionali e internazionali, Vetrata Artistica, Internazionale di Arti Decorative di Monza, Società Amatori e Scultori di Roma, e offrì il suo contributo alla decorazione e all’arredamento di chiese e palazzi pubblici, mantenendo sempre saldo il suo legame con il mondo del teatro, come testimoniato dalla progettazione e realizzazione delle scenografie e dei costumi per gli spettacoli classici del Teatro greco di Siracusa [3].
    Se i rapporti con l’architetto e archeologo Giacomo Boni lo avvicinarono alla

    Locandina per il Teatro Greco di Siracusa – Duilio Cambellotti.

    fotografia, alla grafica pubblicitaria, ma anche alla realtà sociale della campagna romana e dell’Agro pontino, gli insegnamenti del Morani lo resero sensibile al recupero delle tecniche più antiche, dall’affresco, alla vetrata, al mosaico, all’encausto [4]. E se nella produzione ceramica si percepiscono influenze dalla tradizione popolare italiana e dal Medio e Vicino Oriente [5], nei rilievi, nei cofanetti in legno, nei vasi, nelle medaglie e nelle altre opere plastiche emerge quell’ispirazione classica, contaminata dalle teorie dell’“Arts and Crafts” inglese, che riflette la sua concezione dell’arte quale “mezzo per la diffusione della cultura presso le masse contadine”, in accordo con la funzione sociale dell’arte secondo Morris. [6].
    Le opere in mostra consentono di ripercorre le tappe dell’evoluzione creativa di uno dei maggiori esponenti italiani dell’Art Nouveau, analizzandone “l’ossessione per la tecnica e l’ambizione verso l’opera d’arte totale” [7]: dalle sculture in terracotta, gesso e bronzo; ai costumi, modellini e manifesti per il teatro; ai mobili, alle oreficerie e ceramiche; agli elementi d’arredo e alle vetrate artistiche; agli schizzi, bozzetti e studi per film; sino alle stampe e illustrazioni, ad esempio per la Divina Commedia. Del Liberty, in particolare, Cambellotti condivideva «la ricerca della bellezza nella funzione dell’oggetto utile, le ragioni del rapporto che lega le arti cosiddette maggiori e le applicate in una visione unitaria di stile che sia lo specchio di una civiltà umanistica, rispettosa del valore dell’individuo e della collettività» [8].
    Una costante nella produzione di Duilio Cambellotti, le vetrate policrome,

    La Redenzione dell’Agro – Palazzo del Governo – Latina – Duilio Cambellotti 1934.

    rappresentano il principale traît-d’union con l’affascinante contesto dell’esposizione: oltre infatti a quelle per la Prima Mostra della Vetrata, 1912, e per il santuario di Montevergine, 1957-59, l’artista mise a punto tra il 1914 e il 1921 le celebri vetrate delle “Due civette” e dei “Tre ovali di edera” e il “Vetratone a soggetto: l’uva”, assieme ad altre disperse, alcune delle quali rinvenute ed esposte in mostra, prodotte nel laboratorio del vetraio Cesare Picchiarini e installate nella Casina delle Civette, la Capanna Svizzera a cui è stato dato il nome attuale proprio grazie alle vetrate con il soggetto della civetta disegnate da Cambellotti, insieme alle prove di Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto [9]. Dimora del principe Giovanni Torlonia Jr. sino alla sua morte nel 1938, la Casina è il risultato di trasformazioni e integrazioni alla Capanna ottocentesca, realizzata ai margini del parco e pertanto considerata un luogo di evasione dagli impegni ufficiali. Edificata nel 1840 da Giuseppe Jappelli per Alessandro Torlonia, dal 1908 quest’ultima subì la radicale trasformazione che le fece assumere l’aspetto di un Villaggio Medioevale, per via delle logge, dei porticati e delle variopinte decorazioni in maioliche e vetrate.
    Il Casino Nobile non è che l’esito della ristrutturazione ed estensione dell’antica Vigna Colonna, eseguite da Giuseppe Valadier tra il 1802 e il 1806 per volontà di Giovanni Torlonia, che aveva acquisito la struttura sul finire del secolo precedente; concepito quale palazzo principale, doveva espletare le funzioni di rappresentanza. Il Casino dei Principi deve egualmente il suo aspetto attuale alla ristrutturazione, in stile neocinquecentesco, operata da Giovan Battista Caretti tra il 1835 e il 1840 sul piccolo, settecentesco, edificio rurale della Vigna Abati; in maniera speculare alla Casina delle Civette, l’edificio fu adibito dallo stesso Alessandro alle attività

    La Notte – Mobile – Duilio Cambellotti 1925.

    mondane [10]. Dispiegandosi nei tre Casini della Villa, la mostra stabilisce tra i principali edifici storici del complesso un inevitabile filo conduttore attraverso la figura del Cambellotti: un «genio realistico e visionario», che combinando «mito, fiaba e realtà contemporanea» [11] aveva inteso «rovesciare» la tradizionale «gerarchia delle arti» prendendo le distanze dalla «bellezza decorativa fine a se stessa» e restituendo all’arte uno spessore morale e sociale [12].

    Note
    [1] http://www.museivillatorlonia.it
    [2] Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà, catalogo della mostra (Roma, Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, Casino Nobile e Casina delle Civette, 6 giugno-11 novembre 2018), a cura di D. Fonti e F. Tetro, Cinisello Balsamo 2018, s.n.
    [3] Duilio Cambellotti. Pitture, sculture, opere grafiche, vetrate, scenografie (Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma), catalogo a cura di M. Manzella, F. Bellonzi, M. Quesada, Roma 1983, pp. 11-12
    [4] F. Tetro, Ideologia e iconografia. Paesaggio e storia, culto del “Miles Agricola”, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 28-43 (in part. p. 29)
    [5] E. Longo, Cambellotti, la ceramica e le fonti di ispirazione, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 110-117 (in part. p. 111)
    [6] M. Quesada, Introduzione alla scultura di Cambellotti, in Id., Duilio Cambellotti scultore & l’Agro Pontino. Ceramiche, bronzi, gessi, opere, progetti, frammenti, Roma 1984, pp. 13-22 (in part. p. 15)

    Plastico prt “Le Trachinie” di Sofocle – Duilio Cambellotti 1933.

    [7] Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele (cit.)
    [8] F. Bellonzi in Duilio Cambellotti. Pitture, sculture, opere grafiche, vetrate, scenografie… (cit.), p. 8
    [9] A. Campitelli, Grafica e luce: bozzetti, cartoni, vetrate, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 60-67
    [10] http://www.museivillatorlonia.it
    [11] N. Muratore, I. De Stefano, Realtà e fantasia: la produzione grafica di Duilio Cambellotti, in Duilio Cambellotti. Mito, segno e immagine, catalogo della mostra (Roma, Galleria d’Arte F. Russo, 18 novembre-16 dicembre 2006) a cura di D. Fonti, N. Muratore, I. De Stefano, Roma 2006, pp. 79-83 (in part. p. 80)
    [12] A.M Damigella, Caratteri e temi dell’arte di Cambellotti, in Cambellotti (1876-1960), catalogo della mostra (Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, 24 settembre 1999-23 gennaio 2000), a cura di G. Bonasegale e A.M. Damigella, Roma 1999, pp. 11-20 (in part. pp. 12-13).

    Roma, 22 luglio 2018

  2. Racconto

    Alberto Sordi racconta il quartiere Borgo

    Alberto Sordi

    In occasione della passeggiata che ricostruisce l’identità e la storia del rione Borgo pubblichiamo un piccolo frammento famoso: Alberto Sordi che racconta, nel corso di un’intervista, la prima volta che vide piazza San Pietro, prima che avvenissero gli abbattimenti della così detta Spina di Borgo il cui spazio lasciato libero permise la costruzione di Via della Conciliazione.

     

     

  3. Racconto

    La salamandra di San Luigi dei Francesi

    Alfredo Cattabiani

    In occasione della passeggiata serale dedicata al bestiario delle meraviglie, ovvero un racconto in cammino che comprende alcuni degli animali di pietra che vivono nelle strade e nelle piazze della città di Roma, pubblichiamo questo scritto tratto dal

    Nutrisco et extinguo – San Luigi de’ Francesi.

    volume di Alfredo Cattabiani “Simboli, miti e misteri di Roma” edito da Newton Compton.
    Sulla facciata di San Luigi dei Francesi due enormi salamandre, scolpite nel XVI secolo da Jean de Chenevières, eruttano lingue di fuoco. La prima, sulla sinistra, è accompagnata dal motto: «Nutrisco et extinguo», nutro e spengo; l’altra, sulla destra, da «Erit christianorum lumen in igne», sarà la luce dei cristiani nel fuoco.
    Sono imprese di Francesco I ovvero, come spiegava il Contile (Luca Contile, Cetona, 1505 – Pavia, 28 ottobre 1574 è stato un letterato, commediografo, poeta, storico, diplomatico e poligrafo italiano, ndr) componimenti di «figura e motto, rappresentando vertuoso e magnanimo disegno».

    continua…

  4. Alla scoperta di Borgo, il Rione ad limina Petri

    Nell’ager vaticanus, vale a dire nel vasto territorio compreso fra la riva del Tevere,

    Quartiere di Borgo dalle mura – Mappa di Roma del 1640.

    Castel Sant’Angelo e il Vaticano, si estendevano, in antico, i luoghi di delizia della corte imperiale. Qui sorsero le prime testimonianze del Cristianesimo in virtù della presenza della tomba dell’apostolo Pietro, martirizzato nel circo di Nerone nell’anno 64. Oltre il circo esisteva in quest’area un vasto sepolcreto dove, in una tomba terragna, fu deposto anche il primo papa. Il sito, divenne, da subito, meta di pellegrinaggi da parte della comunità cristiana di Roma.
    E’ interessante raccontare che la Roma cristiana si estese molto al di là delle mura Aureliane, perché, già a partire dall’inizio del VI secolo, si erano formati dei veri e propri suburbi intorno alle tre maggiori basiliche cristiane sorte nel IV secolo per volontà dell’imperatore Costantino, San Lorenzo sulla via Tiburtina, San Paolo sulla via Ostiense e San Pietro ai piedi del colle Vaticano. Questi suburbi erano connessi alle porte cittadine da lunghi porticati e costituivano delle propaggini di Roma nella campagna circostante. Essi formavano una specie di periferia dominata dalla presenza della Chiesa, cosparsa di edifici sacri ma anche di fattorie e di ville.
    Va detto che il sepolcro e il santuario di san Pietro superarono quelli dedicati a san Lorenzo e a san Paolo per ricchezza e importanza: romani e forestieri vi affluivano in numero sempre crescente per offrire doni, pregare e implorare la salvezza dell’anima. La basilica di San Pietro divenne così un centro di devozione popolare, in aperta concorrenza col centro ufficiale della Roma cristiana, vale a dire la basilica di San Giovanni in Laterano, la sede papale.

    San Pietro nella prima metà del 1500.

    Nei pressi di San Pietro s’insediarono numerosi sovrani britannici: Cadwalla del Wessex nel 668, Coinred della Mercia una generazione più tardi, Ina del Wessex nel 726, e infine Offa, proveniente dall’Anglia orientale, accompagnato da nobili, popolani inglesi d’ambo i sessi, digiunando e facendo elemosine. Intorno alla metà dell’VIII secolo, nordici di ogni condizione si stabilirono ad limina Petri, e dai loro paesi natali affluirono ricche donazioni destinati al soccorso dei poveri e alle lampade di San Pietro. Col passare del tempo, quindi, le varie colonie straniere, composte da ricchi col loro seguito, da poveri gregari e da eremiti, si raccolsero in appositi insediamenti o borghi nazionali. Erano nate le scholae nordiche. La prima di queste, fondata già nel 726, fu quella dei Sassoni, installata all’incirca nel luogo dove oggi sorgono l’ospedale e la chiesa di Santo Spirito in Sassia, il cui nome deriva proprio dall’antico toponimo di Burgus Saxonum, e fa sopravvivere questa presenza nordica nome quartiere di Borgo, compreso tra San Pietro e il Tevere, ancora oggi. Intorno al 770, a Nord della basilica s’insediò la schola dei Longobardi, con l’annessa chiesa di San Giustino, oggi non più esistente; verso la fine del secolo fu fondata a Sud dell’atrio la schola dei Franchi, e infine quella dei Frisoni, gruppo etnico germanico nativo delle zone costiere dei Paesi Bassi e della Germania, sorse nella zona di San Michele in

    Pianta della Antica Basilica di San Pietro – Tiberio Alfarano.

    Borgo, oggi chiesa dei SS. Michele e Magno, sulla collina a Sud-Est del portico berniniano. Nel 799 tutte queste scholae erano già strutturate come organismi civili e militari autonomi, e solo col passar del tempo furono assimilate nella vita cittadina.
    Importanza strategica allo sviluppo di Borgo era rappresentato da ponte Sant’Angelo, unico accesso per e da Roma. Esso era controllato dal castello omonimo, già mausoleo di Adriano: chi aveva possesso di questo caposaldo dominava il santuario di San Pietro e il circostante Borgo, potendo garantire un’efficace protezione o costruire una potenziale minaccia. Verso Sud, una sola strada stretta tra la pendice del Gianicolo e il Tevere, collegava la zona di San Pietro con Trastevere. Bisognerà attendere il 1576 per regolarizzare il Borgo e aprire una nuova strada a Nord, la via Alessandrina, parallela alla via di Borgo Nuovo.

    Mappa del rione Borgo e suoi confini nel XVIII secolo.

    Un momento determinante per l’evoluzione della storia topografica di Borgo fu il 547, l’anno in cui il re goto Totila, insediatosi a Roma dopo un assedio vittorioso, ma temendo l’arrivo del generale bizantino Belisario, demolite in parte le mura aureliane, fece attestare la propria scarsa guarnizione sulla destra del Tevere nella regione vaticana. Qui, appoggiandosi alla fortezza del Castello, dietro la sua parte posteriore eresse una breve cerchia di mura: nasceva in tal modo il primo recinto fortificato, detto appunto Burg da cui l’italiano Borgo, e con esso un primo tratto di mura, una parte delle quali, nell’855, sarebbe stata utilizzata da Leone IV per ampliare la cittadella di San Pietro. Le mura di papa Leone IV racchiusero la basilica di san Pietro e le chiese minori, i conventi e gli ospizi; fuori le mura, a Nord, si estendevano i campi, i cosiddetti Prati, da cui dipendeva in gran parte l’approvvigionamento della città. Partendo da Castel Sant’Angelo, le mura Leonine passavano alle spalle della basilica vaticana e tornavano sulla sponda del Tevere nei pressi dell’attuale ospedale di Santo Spirito, trasformando la zona in un recinto fortificato, anzi in una nuova città, che dal suo fondatore prese il nome di Città Leonina, ricca di tre porte e 44 torri. L’inaugurazione ebbe luogo il 27 giugno dell’852, antivigilia dei santi Pietro e Paolo.
    Nell’XI secolo il Borgo aveva assunto già da tempo la forma che avrebbe poi conservato ben oltre il medioevo, in sostanza fino al 1938, quando nell’antica rete di strade antistante San Pietro fu aperto lo squarcio di via della Conciliazione, e di cui abbiamo un’efficace rappresentazione, oltre che nelle fonti documentarie, nelle piante e nelle vedute dei secoli dal XVI al XIX secolo. La sua posizione lo proteggeva dai tumulti popolari e da eventuali forze occupanti la città; Castel Sant’Angelo e le

    La partenza del duca di Choiseul da piazza San Pietro – Giovanni Paolo Pannini.

    mura Leonine garantivano una difesa, seppure non sempre pienamente efficace, contro gli assalti dall’esterno. In particolare, poiché Borgo ospitava la basilica dedicata al primo vescovo di Roma, i suoi successori ne fecero il loro rifugio: un recinto fortificato e consacrato, parte integrante di Roma ma situato ai margini della città, facile da difendere e utilizzabile come base di partenza per un eventuale contrattacco.
    Ecco perché i papi, per tornare da Avignone, nel 1377, chiederanno come condizione assoluta di entrare in possesso della Mole Adriana per attestarsi sicuri e difesi nella regione vaticana.
    Furono Sisto IV e Alessandro VI, in vista del Giubileo del 1475 e del 1500 a dare una nuova sistemazione a Borgo, riplasmando il Borgo Santo Spirito e il Borgo Vecchio e creandone di nuovi come il Borgo Sant’Angelo, detto inizialmente Sistino perché promosso da Sisto IV, e quello che – chiamato poi per antonomasia Borgo Nuovo – fu detto inizialmente Via Alessandrina dal nome di Alessandro VI. Questi si impegnò con ogni forma di incentivo per la sua realizzazione. Infatti, per agevolare il successo di questa impresa non lesinò con l’opera di persuasione verso la gente di Curia, né con gli stimoli economici né con le esenzioni di oneri vari. Si arrivò a concedere l’immunità a chi, avendo carichi pendenti con la giustizia, venisse a stabilirsi a Borgo. Tali allettamenti e agevolazioni dovevano in seguito ripetersi in occasione della realizzazione delle principali opere urbanistiche della città papale.
    In seguito, un secondo gruppo di borghi fu creato, sempre con il medesimo andamento verso la zona vaticana, fra il muro leonino, declassato a passetto, e il nuovo muro di Pio IV.

    La Spina di Borgo prima degli abbattimenti.

    Questa zona della città rimase a lungo avulsa dalla vita comunale romana, con propria, anche se non definita, giurisdizione. Solamente nel 1586, con il riordinamento amministrativo di Sisto V, Borgo divenne il quattordicesimo rione cittadino, ma continuò sempre ad aleggiare su di esso una speciale atmosfera di autonomia. Questo spiega, per reazione, il fermo proposito espresso dai borghigiani di non restare separati da Roma, dopo il 20 settembre 1870, quando l’orientamento governativo propendeva a lasciare la zona in una sfera di sovranità pontificia.
    Per l’apertura della via della Conciliazione fu distrutta, nel 1936, la “spina” di edifici che stava tra i Borghi Vecchio e Nuovo. Anche parecchie costruzioni dei due fianchi superstiti delle due strade furono ugualmente abbattute per dar luogo ad un’edilizia di mole consistente.

    Roma, 12 luglio 2018