highlights

  1. Cross The Streets al MACRO

  2. Trastevere e il suo museo

    Non sarà certo un caso se Trastevere è l’unico dei quartieri di Roma che ha un museo che celebra se stesso e la propria identità.

    Piazza Santa Cecilia in Trastevere – Ettore Roesler Franz

    I Trasteverini, poi, si sono sempre sentiti diversi dal resto dei Romani. Sarà per quella loro origine multietnica e multirazziale, sarà per quel fiume che li separava da quelle tribù italiche che abitavano i Colli, di fatto questa percezione di “diversità” era, e forse è, reciproca: anche il resto dei Romani ha sempre percepito i Trasteverini come altro da se.
    Certamente alla costruzione di questa immagine nel tempo hanno contribuito fattori diversi, si potrebbe dire in prevalenza poetici e pittorici: Bartolomeo Pinelli prima, con le sue incisioni e le sue eleganti sculture in argilla, il Belli che era in poesia l’alter ego del burbero incisore, e poi ancora Giggi Zanazzo, Trilussa e forse l’ultimo cantore di questa realtà romana: il pittore e fotografo Ettore Roesler Franz.
    E nonostante fosse pittore e fotografo, la sua opera di rappresentazione finisce con l’essere una vera e propria poesia, un’emozione, che dal mescolar sapiente dell’acqua e delle polveri ci restituisce l’emozione che Ettore Roesler Franz viveva mentre quella Roma, quella Trastevere scomparivano per sempre.
    Carte e colori scelti con estrema accuratezza in Inghilterra per dare quella luce, che è sentimento, così particolare e così tipica a suoi acquerelli di grandi dimensioni che narrano Trastevere. Angoli notissimi ancora oggi, tanto che si può fare il gioco del “com’era/com’è”, mostrati nel più piccolo dettaglio, nella loro bellezza struggente, in solitudine senza abitanti, ma non per questo vuoti, ma anzi ricchi di una bellezza e, si potrebbe dire di una saggezza storica, o scene abitate da una piccola folla di persone sempre in attività: a vendere, a comprare, a cucire, a filare, a camminare serrati riparandosi dalla pioggia, a remare sul fiume o nelle vie invase dall’acqua dello straripamento.

    La Fiumana nel Ghetto – Ettore Roelser Franz

    Centoventi acquerelli tutti di grandi dimensioni, divisi in tre serie da quaranta che saranno acquistate dal comune di Roma nel 1908, dopo la morte dell’autore. Centodiciannove di essi sono conservati nel Museo di Roma in Trastevere, e vengono esposti a rotazione, per preservarne l’integrità, mentre una postazione multimediale consente di ammirarli e studiarli tutti. Centodiciannove perché un acquerello andò smarrito nel corso di una mostra a Colonia nel 1966 e mai più ritrovato. Centodiciannove acquerelli in mezzo ai quali un gruppo narra, per la prima volta in assoluto, la vita nel Ghetto.
    Ma il Museo di Roma in Trastevere non vuol dire solo acquerelli di Roesler Franz. Al suo interno infatti altre opere, come quelle proprio di Bartolomeo Pinelli, mostrano una Roma passata e soprattutto la vita di questa città attraverso la narrazione delle sue tradizioni, fatte di feste e giochi all’aperto, funzioncine presso gli altarini costruiti sotto le “Madonnelle”, le tombole, cui la gente partecipava sdraiata per terra e le vocianti partite di “morra”. Intanto, il giorno di festa, nelle osterie i bevitori si accaloravano al gioco della “passatella” che aveva risvolti ingiuriosi e finiva spesso a coltellate. Da ciò i ripetuti provvedimenti limitativi, come i famosi “cancelletti” che papa Leone XII Della Genga fece porre all’ingresso delle osterie – alla fine degli anni venti dell’Ottocento – per far si che il vino venisse consumato solo all’esterno delle tante osterie di cui era disseminato il quartiere.
    Le tematiche maggiormente rappresentate sono i mestieri, le feste laiche e religiose (come il carnevale, le luminarie e il Natale), il saltarello, l’abito tradizionale.

    Palazzo Mattei alla Lungaretta – Ettore Roesler Franz

    Il Museo di Roma in Trastevere accoglie poi un presepe di ambientazione ottocentesca romana e sei rappresentazioni veristiche d’ambiente, meglio conosciute come Scene romane, che riproducono a grandezza naturale aspetti della vita popolare romana dell’Ottocento.
    Non può mancare in questo desiderio di ri – appropriarsi di una memoria fondante collettiva la fotografia che si riassume in una collezione di foto di Mario Carbone ed Emilio Gentilini.
    Per altro il Museo di Roma in Trastevere ha un legame preferenziale con il mondo della fotografia ospitando spesso mostre fotografiche, di cui quella narra il Movimento Studentesco del 1977, attraverso le foto di Tano d’Amico attualmente in essere, è un esempio interessante.
    L’immenso patrimonio di cultura popolare che Trastevere ha generato nel tempo è quindi conservato in questo museo tutto suo.
    Il Museo di Roma in Trastevere è ospitato in un edificio storico che dal XVII secolo fino a dopo l’unità d’Italia fu Convento delle Carmelitane Scalze. Anche la piazza deve il suo nome al monastero, nel quale è inclusa la chiesetta di Sant’Egidio.
    Il primo nucleo del monastero fu fondato nel 1601 presso la chiesina di S. Lorenzo in Ianiculo, poi restaurata e dedicata a S. Egidio, per ospitare proprio l’ordine religioso delle Carmelitane Scalze. Su richiesta di Vittoria Colonna, nel 1628, papa Urbano VIII concesse alle monache anche la chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano, proprietà dell’Università dei Calzolari, attigua a quella di S. Egidio. Quest’ultima fu demolita e incorporata nel monastero. Di essa il Museo conserva, al piano terra, la lapide in marmo dell’Università dei Calzolai, risalente al 1614. La chiesa dei Santi Crispino e Crispiniano fu restaurata nel 1630, ornata di marmi dal connestabile Filippo Colonna e, due anni dopo, intitolata dal Papa alla Madonna del Carmelo e a Sant’Egidio. Le suore vissero nel convento fino alla presa di Roma.

    Nevicata a Roma 1956 – Mario Carbone

    L’edificio divenne proprietà del Comune di Roma nel 1875 e dal 1918 fu sede del sanatorio antimalarico per l’infanzia “Ettore Marchiafava”. Una lapide di marmo, all’ingresso del Museo, ricorda la data in cui il sanatorio fu dedicato al Marchiafava, medico illustre e senatore del Regno, esperto di malaria e, nel 1918, Assessore per l’Igiene. Erano gli anni in cui la malaria faceva molte vittime tra i lavoratori dell’Agro romano. I ragazzi rimanevano in sanatorio in media due mesi, affidati alle cure del medico del Governatorato e delle suore di carità di San Vincenzo de’ Paoli. Vi erano inclusi un orto-giardino e una piccola scuola.
    Tra il 1969 e il 1973 l’edificio fu restaurato dagli architetti Attilio Spaccarelli e Fabrizio Bruno, per adattarlo a ospitare il Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi, presentando materiali relativi alle tradizioni popolari romane provenienti dal Museo di Roma, allora come ora in Palazzo Braschi. Il Museo del Folklore e dei Poeti Romaneschi aprì al pubblico ai primi di febbraio del 1977.

  3. Al MACRO: Cross the Streets

    La “street art”, in tutte le sue molteplici declinazioni graffitismo, muralismo, writing, è certamente uno dei fenomeni artistici contemporanei più interessanti ed innovativi, ed è anche una delle forme d’arte contemporanea che ha influenzato e sta influenzando diversi aspetti della società.

    Dipinti – Grotte di Lescaux

    La street art, intesa sempre nel senso più ampio del termine, è un fenomeno contemporanea- mente nuovo ed antichissimo.
    Antichissimo poiché l’uomo, di fatto, da sempre disegna e scrive sui muri rispondendo in questa maniera ad un bisogno insopprimibile di esprimere le proprie istanze, i propri sentimenti, le proprie paure, le proprie vittorie, come i sogni e le sconfitte, in piena libertà, e di condividerle con gli altri membri del gruppo. Si disegna e si dipinge sul muro quasi subito nella comparsa dell’uomo sulla Terra. I dipinti sulle pareti delle grotte di Lascaux in Francia risalgono al Paleolitico superiore, ovvero a 17500 anni fa circa.
    Il disegno e la pittura, come forme immediate di comunicazione, sono seguite dopo molti anni dallo scrivere sul muro. Scrivere presuppone l’elaborazione di un segno grafico, un alfabeto, e la scrittura cuneiforme più antica risale a circa 3400 anni fa, ma scrivere, presuppone che ci sia qualcuno che sa scrivere e qualcuno che sa leggere, abilità che si diffonderanno molto lentamente nelle società umane. Però, nel momento in cui l’uomo impara a scrivere, lo fa su qualsiasi superficie: sulla cera, sulla terracotta, sul papiro ma anche sui muri delle città, si pensi alle scritte sui muri delle vie nella città antica di Pompei, su quelli dei luoghi sacri, ad esempio le scritte ricordo dei pellegrini che andavano alla Scala Santa a Roma, o su quelli di abitazioni private per affermare la propria supremazia, si pensi alle scritte che i Lanzichenecchi lasciarono sui muri della Sala delle Prospettive a Villa Farnesina dopo il sacco di Roma del 1527.

    Scritte dei Lanzichenecchi – Sala delle Prospettive – Villa Farnesina

    Sotto questo punto di vista quindi la street art è un fenomeno antico. Ed anche il suo portato politico e sociale, di rivendicazione di lotte o di autodeterminazione sono aspetti connaturati con questa forma di arte, si pensi in questo senso al muralismo messicano di Diego Rivera negli anni Venti del Novecento, al suo ruolo nell’esprimere l’identità del popolo messicano, le sue lotte e le critiche ad un capitalismo nascente.
    La “street art” è però anche fenomeno nuovo perché, nelle modalità in cui si è attuata in questi anni, ha assunto il valore di vera e propria controcultura, mezzo espressivo complesso scelto dalle periferie del mondo per ritornare ad essere visibili. Mezzo espressivo complesso non solo perché si manifesta essa stessa in varie forme e modalità, ma perché di questa controcultura fa parte una nuova maniera di fare musica, il rap, una nuova maniera di ballare, l’hip hop, una nuova o almeno diversa maniera di vestire, nuovi fumetti, nuove letterature, nuove maniere di intendere la società e la socialità.
    Banalizzando si potrebbe dire che questa controcultura compare quando le marginalità urbane scelgono la creatività in alternativa alla criminalità.
    Il mix è chiaramente esplosivo: desiderio di emergere, di tornare a essere visibili, di riappropiarsi di un se stessi e arte sono due motori potentissimi e come tutti i fenomeni dirompenti creano inizialmente disagio e incomprensione, e tanti sono stati i tentativi di normalizzazione di questa controcultura, ma alla fine è stata proprio questa controcultura a entrare in maniera pervasiva nella vita quotidiana fluendo nelle strade, che diventano musei, e arrivando nella vita quotidiana.

    Pubblicità – Herbert Baglione come fondo

    Tutta la società ne resta in qualche misura “contaminata” negli aspetti più quotidiani e comuni, maniere di vestire, musica da ascoltare, maniera di ballare e di stare insieme, a effetti più sottili e più difficili da evidenziare. Si pensi ad esempio a quanto dell’arte urbana, nella sua accezione più ampia, sia tracimata nel mondo della pubblicità, dall’uso dei muri dipinti quali sfondi per campagne pubblicitarie o dall’uso del così detto “whole car”, ovvero la scelta di avvolgere con una campagna pubblicitaria interi autobus o tram o vagoni ferroviari, modalità letteralmente inventata da quei writer che iniziarono a dipingere interi vagoni ferroviari o interi treni per aumentare la loro visibilità anche nel mondo del writing oltre che per colpire e saturare l’occhio del passante/spettatore/oggetto dell’opera viaggiante.
    E se nella pratica dell’arte di strada la strada diviene museo, e il pezzo dipinto nel bene e nel male è a disposizione di tutti, a fruizione libera, sempre più spesso si cerca di invertire il concetto e di far si che il museo divenga una strada.

    Un “whole car” pubblicitario

    In questo tentativo, per altro dichiarato dall’allestimento, si pone la mostra “Cross The Streets” al MACRO di Via Nizza; una mostra complessa e semplice allo stesso tempo, e che forse anche in questo mix riesce a interpretare l’essenza di questa forma di arte, anche se il limite di non essere in strada si percepisce nettissimo.
    D’altra parte il MACRO non è nuovo a questo tipo di esperienze e contaminazioni, essendo una realtà che si pone spesso quale ponte tra l’esterno e l’interno, tra la strada e il museo, avendo ospitato in passato la mostra dei bozzetti per l’opera di Kentridge “Triumphs and Laments” e ospitando stabilmente interventi di Ozmo, Bros e Sten&Lex.
    “Cross The Streets” si articola in sezioni diverse che vogliono dare una visione più completa possibile del fenomeno dell’arte urbana declinata nel maggior numero possibile di tipologie.
    La prima sezione s’intitola “Street Art Stories”, e cerca di raccogliere storie diverse che la strada racconta e mostrare la realtà di queste storie in particolare il fatto che non tutte sono a lieto fine. Non è a lieto fine la storia dei muri dipinti a Roma da Keith Haring, in due momenti diversi, negli anni che vanno dal 1984 al 1986. Due opere realizzate ed entrambe rimosse, come spesso avveniva ed avviene ancora, anche se più raramente, e di cui in mostra è possibile vedere la documentazione fotografica. Parzialmente a lieto fine è la storia dei mosaici dell’artista francese Invader che letteralmente invase Roma nel 2010, mosaici che sono stati parzialmente rimossi, alcuni per motivi di collezionismo, altri invece sono ancora in opera.

    Iron will – JB Rock – MACRO Cross the Streets

    Ma in questa sezione è possibile vedere opere di Shepard Fairey aka Obey the Giant e di Ron English tra i più noti artisti della scena statunitense, insieme a quelli di JB Rock, Diamond, Lucamaleonte artisti romani le cui opere possono essere viste frequentemente sui muri della città di Roma, che realizzano per “Cross The Streets” delle opere “site specific” che sebbene siano ristrette nelle ampie sale del MACRO sembrano riuscire a respirare della stessa aria che respirerebbero in strada.
    Muoversi in questa sezione crea uno strano effetto straniante poiché si passa attraverso momenti artistici completamente diversi, non solo per tecnica utilizzata, ma anche per stili e portati e mondi e microcosmi, realtà diverse che si intrecciano e che stimolano suggestioni e riflessioni molteplici, bellissima e sotto certi punti di vista struggente l’opera di ROA, non senza strappare più di un sorriso per la sottile ironia che pervade alcune delle opere esposte.
    “Writing a Roma, 1979 – 2017” è una sezione della mostra che ricostruisce attraverso una documentazione ampia e articolata la storia del writing romano. In un interessante e originale allestimento si possono vedere foto di pezzi realizzati su muri o treni nel corso degli anni, alcuni pezzi realizzati sul muro del MACRO e soprattutto gli sketch book su cui i diversi pezzi prendono vita per la prima volta, quale importante testimonianza della continua elaborazione artistica e grafica con cui il writer evolve la sua persona e la presenta poi in strada. I nomi qui sono quelli di personalità davvero importanti della scena del writing romano: Napal, Brus, Imos, Pax Paloscia tra gli altri e le crew TRV e WHY Style.
    Una parte importante di questa sezione è il ritrovamento del materiale esposto a Roma, e per la prima volta in Europa, nel 1979 da parte di due writer newyorkesi, Lee Quinones e Fab 5 Freddy, e messo nuovamente a disposizione del pubblico.

    The Beginning – Lee Quinones – MACRO Cross the Streets

    Nell’ambito di questa sezione c’è anche una sorta di esperimento emozionale, il tentativo di comunicare al visitatore non solo la componente più artistica di un pezzo, ma anche quello che accade quando il pezzo viene realizzato: la ricerca del muro, o del treno, l’emozione della violazione di un luogo “proibito”, l’adrenalina che sale mentre il tutto accade, la necessità di fuggire quando scoperti nella notte. L’insieme dei bozzetti esposti e le sollecitazioni emotive fornite dalle installazioni costituiscono un’opportunità forse unica per capire perché il writing non può essere banalmente liquidato come vandalismo.
    Questa sezione risulta nel suo complesso quella più vicina al cuore di ciò che l’intera mostra vuole raccontare.
    “Milestones” è la terza sezione della mostra, forse quella più autoreferenziale e sotto certi punti di vista meno coinvolgente per il visitatore, dove si cerca di fare una sorta di breve riassunto degli eventi imprescindibili per questo movimento dalle mostre degli primi anni 2000, alla nascita dell’”Outdoor Festival” al progetto “Izastikup”, solo per fare alcuni esempi.

    Roma, 22 luglio 2017

  4. Il trionfo del Romanticismo al Casino Giustiniani Massimo

    La grande villa voluta da Vincenzo Giustiniani in zona Laterano, immersa in un contesto dal carattere agricolo, concepita come luogo di riposo, di incontro e, soprattutto, come sede dove

    Facciata principale del Casino Giustiniani Massimo al Laterano

    Facciata principale del Casino Giustiniani Massimo al Laterano

    esporre parte della sua immensa collezione d’arte, nata nel 1605 è scomparsa quasi del tutto alla fine dell’ottocento.
    I Giustiniani non sono più da tempo i proprietari del Casino Nobile e del parco. Hanno venduto, a seguito di avversità economiche, alla famiglia Massimo che decide di lottizzare i terreni della villa tra Via Merulana, via Manzoni e via Emanuele Filiberto, ormai edificabili in una zona che nel tempo ha acquistato un grande valore.
    Dell’antica villa, oggi, rimane giusto un frammento: il Casino Nobile ed una particella infinitesimale del giardino, che farò da scena ad eventi drammatici della storia recente. Quando l’8 settembre del 1943 arrivano a Roma i Tedeschi, il frammento sopravvissuto verrà occupato ed il bellissimo Casino Nobile utilizzato come mensa degli ufficiali che fanno il loro sporco lavoro di aguzzini a torturatori nelle vicine carceri di Via Tasso. L’occupazione finirà quando finirà quella dell’intera città: il 4 giugno del 1944.
    L’ultimo erede Filippo Massimo deciderà di vendere ciò che resta ai Frati Minori Delegati alla Custodia della Terra Santa che la deterranno in maniera stabile dal 1948.
    I Frati Minori costruiranno solo un edificio che andrà a fare funzione di portico intorno al giardino, mentre il Casino Nobile sarà mantenuto inalterato così com’era pervenuto alla fine del 1800 e prima dell’occupazione nazista.

    Il Paradiso dantesco - Philip Viet

    Il Paradiso dantesco – Philip Viet

    Il Casino si presenta all’esterno secondo la sistemazione di Andrea Giustiniani Branca realizzata in occasione del suo matrimonio con Maria, la nipote diretta di Innocenzo X Pamphilj. Le facciate sono impreziosite da lastre di sarcofago risalenti al II secolo dopo Cristo, secondo una moda iniziata con Villa Medici e portata al massimo della sua espressione da Scipione Borghese nel Casino Nobile di Villa Borghese. Andrea Giustiniani fa collocare sulla facciata del Casino Nobile anche pastiche ottenuti unendo parti di lastre di sarcofagi di diversa origine e busti d’imperatori provenienti da officine romane. Le opere provengono tutte dalla collezione d’arte dello zio Benedetto Giustiniani, amalgamate in una narrazione unica grazie ad elementi architettonici creati appositamente: le cornici in gesso, i medaglioni ritratto, l’aquila araldica dei Giustiniani insieme con la colomba dei Pamphilj e le decorazioni del cornicione. Il tutto predisposto a ingentilire un edificio elegante ed essenziale nelle forme ancora rinascimentali e a cantare le lodi di una famiglia che voleva le sue origini dall’imperatore Giustiniano.
    I Giustiniano però nel 1802 sono costretti a vendere a Carlo Massimo il quale acquista anche parte della collezione d’arte pertinente alla villa. Il nobile apporta una modifica all’edificio per adeguarlo alla moda dell’epoca, oltre che ad esigenze pratiche.
    Un portico del pianterreno viene chiuso e in questa maniera si vengono a creare tre sale che danno direttamente sul giardino. Egli chiama a dipingerle un gruppo di artisti particolari, quasi degli asceti. Sono viennesi, vivono in comunità, portano i capelli lunghi, sono molto magri. E proprio per questo loro aspetto esteriore vengono chiamati i “Nazareni”. Nel pieno dello spirito romantico si ispirano all’arte italiana del ‘300 – ‘400, senza ignorare la scuola di Michelangelo e di Raffaello. Occhieggeranno anche a un grandissimo artista romano più grande di loro solo di qualche anno che proprio non può essere ignorato: Bartolomeo Pinelli.

    La Pazzia di Orlando - Julius Schnorr von Carolsfeld

    La Pazzia di Orlando – Julius Schnorr von Carolsfeld

    Non si sa bene come Carlo Massimo sia venuto in contatto con i Nazareni e come abbia deciso di affidare loro la decorazione dei tre saloni più importanti del palazzetto. Forse a causa clima internazionale che si respira a Roma, o grazie ai buoni consigli di Thordvalsen, il grande scultore danese neoclassico, a cui i Nazareni piacciono molto. O forse c’è stato di mezzo il Canova. O semplicemente il fatto che il principe ha visto la sala che i Nazareni hanno affrescato a Palazzo Zuccari. Comunque sia, affida loro il lavoro e loro si alterneranno alla realizzazione degli affreschi su di un arco di tempo piuttosto lungo.
    Il soggetto degli affreschi realizzati dai Nazareni è diverso per ciascun ambiente, ma sempre nell’ambito del revival medievale e del poema cavalleresco che il Romanticismo sta portando con se.
    Una sala sarà dedicata alla Divina Commedia di Dante, una all’Orlando Furioso di Ariosto e l’ultima alla Gerusalemme Liberata di Tasso. Al pian terreno ci sono anche altre stanze, attualmente non visitabili. Una interamente decorata secondo lo stile pompeiano.
    La sala dedicata alla Divina Commedia colpisce per l’estrema precisione dei dettagli, tanto che si possono leggere i singoli versi delle cantiche che hanno ispirato le diverse scene. Vi lavorano due artisti: Philip Viet, che confrontandosi con l’arte italiana umbra del Quattrocento, in particolare al Perugino, dipinge la volta della sala ispirandosi alle cantiche del Paradiso.

    Il Giardino di Armida e la Gerusalemme Liberata - Friederick Overbeck

    Il Giardino di Armida e la Gerusalemme Liberata – Friederick Overbeck

    E Joseph Anton Koch, che sulle pareti dipinge episodi tratti dall’Inferno e dal Purgatorio con una partecipazione totale e totalizzante. Immergersi nella sua pittura, circondati dalle masse dei tanti personaggi ritratti, fa capire quanto Koch avesse amato il poema di Dante. D’altra parte le cronache riportano che ne sapesse a memoria interi canti. La sua partecipazione assoluta al poema è talmente evidente da far percepire ancora di più la distanza dalla volta della sala, dipinta non solo con colori più freddi, ma anche in una maniera più didascalica dal suo collega Viet.
    La seconda sala dedicata all’Ariosto è dipinta da un unico artista, caso unico per il Casino Nobile di Villa Giustiniani Massimo. Si tratta di Julius Schnorr von Carolsfeld, che affronta il tema assegnatogli dopo un lungo studio nel corso del quale aveva realizzato numerosi di bozzetti e cartoni preparatori. Anche qui è possibile leggere, tra le masse di colore che definiscono le singole scene, gli episodi salienti dell’Orlando Furioso. Tra i temi del poema di Ariosto, vengono illustrati i due principali momenti encomiastici in cui a Bradamante e Ruggiero viene predetto non solo che si sposeranno ma anche che daranno origine alla più grande e splendente dinastia mai apparsa sulla Terra: i d’Este. Di seguito, si possono ammirare la battaglia tra i Cristiani e i Saraceni, i sei a Lipadusa, la presa di Biserta e l’assedio di Parigi. Con chiari riferimenti all’Incendio di Borgo di Raffaello e ad alcuni personaggi della Cappella Sistina di Michelangelo. La “lettura” per immagini del grande poema cavalleresco prosegue con la pazzia di Orlando dopo la scoperta dell’amore di Angelica e Medoro, il ritrovamento del suo senno da parte di Astolfo e infine Carlo Magno che sancisce l’amore tra Bradimante e Ruggiero.

    Il Carro di Elia con Astolfo - Julius Schnorr von Carolsfeld

    Il Carro di Elia con Astolfo – Julius Schnorr von Carolsfeld

    Si prosegue con la Gerusalemme Liberata di Tasso, il più tormentato dei tre geni poetici che ispirano le sale. L’artista che mette mano agli affreschi è Friederick Overbeck, convertitosi al cattolicesimo proprio grazie alla sua amicizia con Philip Veit, si misura con la rappresentazione del poema filtrandola attraverso la sua personale esperienza esistenziale di conversione.
    Sul soffitto della sala troneggia proprio la Gerusalemme Liberata. Overbeck traferisce sulle pareti l’intero poema e le vicende legate al destino di una Gerusalemme prima occupata dagli Infedeli e poi, finalmente, liberata. Dove, a far da cornice, si consumano le sofferenze d’amore di Tancredi e Clorinda, Armida e Rinaldo, Olindo e Sofronia. Dove, alla fine, il monito è che la salvezza viene solo dalla fede in Cristo.
    Nel corso dei lavori accade che Carlo Massimo il committente, muore. E Friederick Overbeck sente venir meno quella sintonia tra opera, esecutore e committente che lo aveva sostenuto fino a lì. Abbandona la decorazione della sala, ma prima introduce in una delle scene essenziali il ritratto del committente, di se stesso e di Torquato Tasso, i tre uomini senza i quali tutto quello non sarebbe stato possibile. Se ne andrà ad Assisi a dipingere la facciata della Porziuncola nella Basilica di Santa Maria degli Angeli.

    Goffredo di Buglione Ringrazia per la Vittoria - Joseph von Fuhrich

    Goffredo di Buglione Ringrazia per la Vittoria – Joseph von Fuhrich

    Sarà Joseph von Fuhrich a dipingere le scene minori e la scena finale dove includerà anche i ritratti dei nuovi proprietari della villa, Massimiliano Massimo con sua moglie Cristina di Sassonia, i loro due figli Barbara e Vittorio, e Giuseppina Massimo Giustiniani mentre assistono alla vittoria di Goffredo di Buglione e al suo rendere grazie a Dio.

    Roma, 24 giugno 2017