highlights

  1. Articolo

    Luci e pietre di Roma

    Silvio Negro

    Nel 1959, Silvio Negro, giornalista, saggista e vaticanista, definito “il veneto che spiegò la Città Eterna ai romani de’ Roma”, illustrò, con un breve commento, alcune fotografie dei monumenti di Roma illuminati che l’Ente del Turismo intendeva pubblicare in un volumetto.

    Il Ponte degli Angeli – Scipione

    Andato però a vedere i monumenti in questione constatò che gli piacevano assai più prima, a luci spente. Scrisse ugualmente il pezzo promesso, ma volle trovare il modo di dire quale fosse il suo pensiero in proposito. L’articolo porta la data del 2 novembre 1959, giorno precedente alla morte. Questo è dunque l’ultimo scritto di Silvio Negro, pubblicato nel volume “Roma, non basta una vita”, edizioni Neri Pozza.

    Luci e pietre di Roma
    Un abisso separa Roma, la vecchia Roma, dalle città nuove e indifferenziate che le crescono intorno d’ogni parte, ma c’è qualcosa che colma quell’abisso. Un raffronto fra piazza Navona e piazza Bologna è senz’altro paradossale; eppure c’è una nota comune
    continua…

  2. Trasteverine per caso, Trasteverine per forza

    17 Trastevere è uno dei quartieri antichi di Roma che ha ceduto molto del suo carattere alla modernità e alla contemporaneità del “mordi e fuggi”.

    Lina Cavalieri

    Chi cammini oggi per le vie del quartiere incontra ristoranti, trattorie, bar, negozi finti alternativi e botteghe storiche che spesso, loro malgrado, di storico non hanno più nulla. Difficile è, per chi cammini oggi, nelle vie strette del quartiere cogliere il suo aspetto medievale quasi inalterato e rintracciare l’essenza della sua storia.
    Questa storia, per caso o perché davvero l’origine dei Trasteverini è diversa da quella dei Monticiani, come la tradizione vuole che sia, spesso coincide con la storia di donne che qui sono nate, hanno lottato o semplicemente sono passate e, in qualche maniera, trasteverine sono diventate. Alcune hanno finito con il lasciare al quartiere il cuore, la ribellione indomita e la vita.
    Sarà forse pure per il carattere combattivo che da sempre è riconosciuto agli abitanti di Trastevere, ma queste donne, che si possono incontrare passeggiando per le sue strette vie, attraversano il tempo e lo spazio e ripropongono spesso, oggi, questioni che risolte ed antiche non sono, ma che restano attuali.

    Giorgiana Masi – Tano d’Amico

    Donne diverse eppure simili nelle loro istanze di libertà e di uguaglianza. Giovani e moderne come Giorgiana Masi, la cui vita fu stroncata manifestando per affermare un diritto di tutti: quello di poter manifestare in piazza il proprio dissenso senza rischiare di essere uccisi per questo. Si chiede in pratica l’abrogazione dei trentasei articoli della Legge 152, meglio nota come “Legge Reale”.
    Donne come Giuditta Tavani Arquati, sposa per amore a 14 anni, e rivoluzionaria da sempre e per sempre. Giuditta immaginò e volle un mondo libero e più giusto per se, per i suoi figli e per tutte le generazioni successive e per questo idea di società repubblicana e libera organizzò la lotta al Papa re preparando la via, in quel lontano 1867, alla conquista della città di Roma.
    La figura e l’azione di Giuditta Tavani Arquati rimasero così impresse nella memoria non solo di Trastevere, ma dell’intera città di Roma, che fu fondata, il 9 febbraio 1887, un’Associazione che portava il suo nome. Questa Associazione fu sciolta nel 1925 dal governo fascista, per tornare a nuova vita solo dopo la Liberazione.

    La Fornarina – Raffaello Sanzio

    Alcune donne di Trastevere passano poi dalla storia al mito come Lina Cavalieri, ma ancor più come La Fornarina di Raffaello, tanto mitica che molti studiosi del pittore, ancora oggi, dubitano della sua esistenza ritenendola una sorta di summa di tutte le donne affascinanti e seducenti che entrarono nella vita dell’artista e condivisero con lui i piaceri che lo portarono ancor giovane alla morte. Il fascino della seduzione de La Fornarina, Trasteverina per antonomasia, quale simbolo di tutte le donne, ancora oggi emana dal dipinto che la rappresenta e soggioga chiunque si fermi ad ammirarlo.
    Sarà per tutte le storie femminili che l’attraversano, ma Trastevere diviene, per caso o per forza, il luogo naturale dove approdano due realtà femminili per eccellenza: la Casa Internazionale delle Donne e l’Archivio dell’Unione Donne Italiane (UDI).
    L’UDI nasce nel 1944 – 1945 dai gruppi di difesa delle donne e subito s’impegna per realizzare il tessuto polito e sociale necessario alla riuscita della campagna per il diritto al voto delle donne. Il 31 gennaio 1945 fu emanato il decreto legislativo che conferiva il diritto di voto alle Italiane che avessero almeno 21 anni con eccezione delle prostitute schedate che lavorassero fuori dalle case dove era loro concesso di esercitare la loro professione.

    Le 21 donne della Commissione Costituente

    In questa legge non si faceva però menzione della possibilità delle donne di essere elette, diritto che verrà conquistato con il decreto n. 74 del 10 marzo 1946. Questo decreto faceva seguito ad un telegramma composto dall’UDI l’11 febbraio 1945 ed indirizzato al ministro Bonomi, nel quale si chiedeva l’eleggibilità delle donne. Con questo decreto erano eleggibili le donne italiane a partire dal loro venticinquesimo anno di età.
    Le donne italiane diventavano in questa maniera cittadine con pieni diritti.
    Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero il 10 marzo 1946, mentre le prime elezioni politiche fu il Referendum istituzionale per decidere la forma di governo tra Monarchia e Repubblica, che si svolse il 2 giugno 1946.
    Gli effetti del decreto che sanciva la cittadinanza con pieni diritti per le donne si fecero sentire già nelle elezioni per l’Assemblea Costituente dove furono elette 21 donne, di cui cinque, Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Jotti, Teresa Noce e Lina Merlin, faranno parte della Commissione per la Costituente incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana.
    A conclusione dei lavori verrà varata nel 1948 la Costituzione Italiana che all’articolo tre recita:
    “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
    E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

    Le donne per la prima volta al voto nel 1946

    Stabilendo per le donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo.
    Per un lungo periodo di tempo l’UDI è l’associazione che, per definizione, in Italia rappresenta le donne e che viene percepita come allineata e complementare alla Sinistra.
    Con il IX Congresso, tra il 1981 e il 1982, l’UDI rimette in discussione la propria organizzazione e si rinnova totalmente senza abbandonare i temi che da sempre la hanno caratterizzata. Così la nuova azione politica dell’UDI è stata ripensata in funzione di due realtà presenti nella società italiana: le donne giovani e le immigrate.
    L’UDI dispone di un Archivio costituito da tutti quei documenti che testimoniano le fatiche che le donne hanno dovuto affrontare per sottrarsi al patriarcato, agli usi e costumi e al senso comune.
    L’Archivio comprende 6000 fascicoli, 1374 manifesti, 3000 fotografie, una collezione di giornali d’epoca, e una documentazione cartacea che copre gli anni che vanno dal 1944 al 2000.

    Manifestazione organizzata dall’UDI

    Aprirà l’archivio, per le socie e i soci di Roma Felix, Rosanna Marcodoppido. Rosanna fa parte dal 1974 dell’UDI. E’ stata per molti anni la vicepresidente dell’Associazione Nazionale degli Archivi dell’UDI. Ha organizzato seminari e convegni sull’esperienza storica femminile, sulle radici del Patriarcato e gli stereotipi sessisti, sui legami d’amore. E’ impegnata nella rete cittadina “Io decido” e nel movimento “Non una di meno”. Numerosi suoi articoli sono apparsi su alcuni giornali e riviste femministe.

    Roma, 2 aprile 2017

  3. Capolavori architettonici al quartiere Flaminio

    I Romani la chiamavano Prata Flaminia e per millenni quest’area pianeggiante è stata regolarmente sommersa dalle acque del fiume.

    Palazzetto dello Sport di Nervi e Vitellozzi per l’Olimpiade del 1960

    Poi, dopo l’unità d’Italia, dei diversi progetti elaborati per bonificare gli argini del Tevere prese vita quello che previde la costruzione dei Muraglioni e il territorio che si estende tra il Tevere stesso e le colline dei Parioli, da Porta del Popolo a Ponte Milvio, divenne edificabile.
    Nonostante questa forma di bonifica del territorio, l’area rimase esclusa dalle trasformazioni di fine Ottocento che interessarono le zone urbane all’interno delle Mura Aureliane e che portarono alla luce gli eleganti quartieri come il Ludovisi e il Coppedè o i quartieri operai come il Testaccio.
    I primi interventi significativi, in questa parte della città, risalgono invece all’inizio del Novecento e ne determinano la configurazione. Sono di questo periodo la costruzione del Poligono di Tiro nella zona del Demanio Militare della Farnesina, la costruzione, nel 1905, degli impianti della Società Automobili Roma che, nel corso della Prima Guerra Mondiale, diventeranno presidio militare e la realizzazione di alcune strutture destinate ad accogliere importanti avvenimenti e manifestazioni sportive in occasione dei festeggiamenti per la celebrazione del cinquantenario della nuova capitale, quali l’Ippodromo Parioli e lo Stadio Nazionale.
    La vocazione sportiva rimarrà anche più avanti, nel corso del Novecento, con la realizzazione del Villaggio Olimpico per le Olimpiadi di Roma del 1960, dove si sono confrontati, tra il 1957 e il 1960, gli architetti: Vittorio Cafiero, Adalberto Maria Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco e Luigi Moretti. L’Olimpiade sarà l’occasione perché nel quartiere arrivino alcune strutture sportive di grande impatto architettonico come il Palazzetto dello Sport di Pier Luigi Nervi e Annibale Vitellozzi.

    Villaggio Olimpico

    Tra i diversi edifici realizzati per le Olimpiadi del 1960 va notato anche quello destinato ad opsitare la mensa degli atleti, oggi supermercato Carrefour e prima ancora sede dei Supermercati Romani, primo esempio di supermercato a Roma.
    Accanto alla vocazione sportiva, a partire dal 1911, quando il quartiere Flaminio ospita i padiglioni dell’Esposizione Universale, si sviluppa anche la vocazione culturale. Tra le strutture permanenti realizzate per l’Esposizione Universale del 1911 è progettato e costruito da Cesare Bazzani l’edificio che ospiterà le collezioni d’arte nazionale e che andrà a costituire il primo nucleo della Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
    Tra il 1919 e il 1920 arriva la Scuola Superiore di Architettura di Roma, ovvero il primo nucleo di quella che sarà la Facoltà di Architettura e a seguire gli edifici che diverranno sede delle Accademie culturali di molte nazioni straniere tra le quali quella d’Egitto e quella di Romania.
    Non è possibile trascurare poi due interventi dell’Istituto Case Popolari: il complesso edilizio Flaminio I, realizzato solo in parte nel 1903 su progetto di Quadro Pirani e il Flaminio II, un complesso di tre isolati a corte costituito da 339 alloggi per la progettazione e la realizzazione, avvenuta nel 1909, di Mario De Renzi, Alessandro Limongelli, Giuseppe Wittinich e Tito Bruner, mentre i cancelli sono di Duilio Cambellotti.

    MAXXI – Zaha Hadid

    La trasformazione durante la Prima Guerra Mondiale in fabbrica d’armi, caserme e officine delle strutture costruite dalla Società Romana Automobili induce, successivamente, l’arrivo di altre caserme in Via Guido Reni, tra le quali quella che verrà trasformata nella sede del MAXXI e che vedrà uno degli interventi architettonici più interessanti di questi ultimi anni per mano di Zaha Hadid, accompagnato dalla realizzazione dell’Auditorium di Renzo Piano e dal Ponte della Musica Armando Trovajoli, progettato dallo studio Burò Happold di Londra e inaugurato il 31 maggio 2011.
    Il Flaminio accoglie poi alcune “enclave” residenziali che ne costituiscono un’ulteriore sorpresa come le piccole case di Villa Riccio o la così detta Piccola Londra in Via Bernardo Celentano.
    Non si possono poi non notare alcuni elementi artisti di rilievo quali la scultura, alta oltre 16 metri, di Mario Ceroli: Goal, collocata su viale Tiziano in occasione dei mondiali di calcio del 1990 e alcuni interventi di street art dell’artista romana Alice Pasquini che a lungo ha abitato nel quartiere.
    Il Flaminio, quindi, si configura come luogo di sperimentazione architettonica e urbanistica, sia in tempi passati che in epoche più recenti. Sperimentazione architettonica e urbanistica che dovrebbe continuare con la realizzazione della città della Scienza.

    Alice Pasquini

    Per le caratteristiche fin qui descritte del quartiere Flaminio, nel corso di una bellissima passeggiata che si sviluppa in un percorso brevissimo si ha l’occasione, dunque, di guardare con occhi nuovi ad elementi del panorama urbano al quale ormai ci siamo assuefatti, tra i quali il Viadotto di Corso Francia previsto dal disegno urbano di Cafiero, Libera, Luccichenti e Monaco, premiato dall’Accademia dei Lincei, del quale Luigi Moretti rivendicò la paternità, anche se la struttura deve la sua eleganza a Pier Luigi Nervi.

  4. Fosse Ardeatine, una strage dimenticata. Portate un fiore.

    Dei nove mesi di occupazione tedesca della città di Roma, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è probabilmente l’episodio più drammatico insieme al rastrellamento al Portico di Ottavia del 16 ottobre 1943.

    Le tre età – Francesco Coccia

    Mentre il rastrellamento del ghetto rientra in una strategia politica complessiva molto chiara del nazismo e della volontà di sterminio di Hitler, e trova un certo rilievo nella memoria collettiva ancora oggi, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è un’azione assolutamente imprevedibile, una vera e propria rappresaglia condotta ai danni della popolazione civile che è ormai caduta nell’oblio, estromessa dai libri di storia e dalla narrazione degli eventi della Seconda Guerra Mondiale in Italia, insieme ad altri eventi quali il rastrellamento del Quadraro, anch’esso ormai dimenticato perché scivolato fuori dai libri di storia.
    In quanto rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto il 24 marzo 1944, diviene una vera e propria azione spartiacque dopo la quale nulla sarà come prima e la ritorsione sui civili inermi diventerà la regola di un esercito ormai prossimo alla disfatta. Solo a Roma all’eccidio delle Fosse Ardeatine si succederanno, in rapida successione, l’eccidio delle donne presso il Ponte dell’Industria, 7 aprile 1944, il rastrellamento del Quadraro, 17 aprile 1944, e il massacro avvenuto a La Storta il 4 giugno 1944, proprio mentre le truppe tedesche lasciavano la città.

    I Tedeschi in Via Rasella subito dopo l’attentato

    Dopo Roma gli eccidi a danno della popolazione inerme, fatta soprattutto di donne, vecchi e bambini, punteggia tutta la ritirata delle truppe tedesche verso Nord. Tra questi, per ricordare i fatti più noti, ci sono ad esempio l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 e l’eccidio di Marzabotto che si svolse dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944.
    Fino alla strage delle Fosse Ardeatine i Tedeschi, così come i fascisti, avevano accettato la possibilità di dover combattere non solo contro le truppe Alleate, ma anche contro una Resistenza civile armata. Gli attentati erano quindi parte della strategia militare; le perdite, in termini di uomini e mezzi, erano conseguenze della guerra e i dati relativi erano taciuti.
    L’accettazione del rischio connesso alla guerra era ben chiaro anche a coloro che, a vario titolo, entravano nella Resistenza, come i partigiani, o a coloro i quali attuavano azioni di resistenza e disobbedienza civile, nascondendo ebrei, disertori, partigiani o alleati infiltrati.
    Per tutti costoro la possibilità di morire in battaglia, o perché scoperti, era concreta e connessa con le loro azioni, e tantissimi saranno gli episodi che porteranno alla morte di partigiani o fiancheggiatori o oppositori del regime. I dati complessivi degli eccidi effettuati dai tedeschi e dai fascisti a danno della popolazione inerme o a carico di partigiani e oppositori, raccolti in un Atlante, sono impressionanti. Dal luglio del 1943 al maggio del 1945 sono stati 5.500 gli eccidi condotti su tutto il territorio italiano per un totale di 23.000 vittime.

    Gruppo di Gappisti che parteciparono all’organizzazione dell’attentato di Via Rasella.

    La strage delle Fosse Ardeatine è la risposta tedesca all’attentato di Via Rasella condotto dai partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) il 23 marzo 1944.
    L’azione matura con le truppe alleate ferme ad Anzio, ed è tesa a dimostrare, da un lato, che la Resistenza a Roma è ancora molto forte. Dall’altro, che le truppe tedesche possono essere combattute con successo e che la popolazione deve avere fiducia e continuare a resistere. Il sì definitivo all’azione è dato da Giorgio Amendola, e il gruppo che la realizza è costituito da circa 17 partigiani sia uomini che donne, che a seguito di questa azione avranno destini diversi nell’immaginario comune.

    Rosario Bentivegna

    Colui che materialmente spinse il carretto da netturbino su per Via Rasella pieno di esplosivo ed accese la miccia fu Rosario Bentivegna che successivamente subì un processo da parte dei parenti di alcuni degli uccisi alle Fosse Ardeatine, poiché considerato un assassino.
    Colui che avvistò per primo la colonna della Bozen e diede il segnale di accendere la miccia, sventolando un berretto, fu Franco Calamandrei, figlio di Pietro.
    Colei che aiutò Rosario Bentivegna a fuggire, facendogli indossare un impermeabile sulla divisa da netturbino, fu Carla Capponi.
    Tra coloro i quali coprirono la fuga di Rosario Bentivegna, impegnando i tedeschi in uno scontro a fuoco, ci furono Pasquale Balsamo e Marisa Musu.
    Lucia Ottobrini, che aveva partecipato alla fase organizzativa seguendo gli spostamenti della Colonna della Bozen e preparando l’esplosivo, il 23 marzo aveva la febbre e non partecipò all’azione conclusiva.
    L’azione condotta dai partigiani porta alla morte di 33 soldati della colonna Bozen, che per altro erano italiani di Bolzano. L’atto è talmente eclatante, perché avviene in pieno girono, in pieno centro e con un effetto così grande, che non può essere nascosto dai tedeschi, com’era avvenuto altre volte, anche pochi giorni prima.
    Il 7 marzo, ad esempio, Carla Capponi aveva condotto un attentato in Via Tomacelli, attentato nel quale i Tedeschi avevano avuto perdite e feriti, e che venne passato sotto silenzio dalle truppe di occupazione. La buona riuscita di questo attentato aveva convinto i partigiani che un colpo più importante poteva essere realizzato e portato a segno.

    Civili rastrellati dopo l’attentato e radunati fuori da Palazzo Barberini

    La reazione dei Tedeschi è durissima. Dopo una consultazione telefonica con Hitler, che chiede in un primo momento che vengano giustiziati 50 Italiani per ciascun tedesco ucciso, il colonnello Kappler e il feldmaresciallo Kesselring decidono che 10 Italiani per ciascun tedesco ucciso è un numero sufficiente per una vendetta esemplare.
    La decisione è presa nelle ore immediatamente successive all’attentato e nella notte sono compilate liste di nomi per raggiungere la cifra di 330 prigionieri.
    Pur prelevando i detenuti di Via Tasso tra cui Giuseppe Cordero di Montezemolo, colonnello del Regio Esercito e comandante del Fronte Militare Clandestino o Gioacchino Gesmundo e alcuni ebrei e detenuti politici che erano a Regina Coeli, come Pilo Albertelli, non si raggiunge il numero sufficiente di prigionieri. Alle liste sono quindi aggiunti anche detenuti di Regina Coeli in attesa di giudizio, e alcuni rastrellati in Via Rasella subito dopo l’attentato. Anche in questo modo il numero di prigionieri non è sufficiente a raggiungere le 330 unità e per questo motivo Kappler si rivolge al capo della polizia Caruso che alla fine gli consegnerà, per motivi mai chiariti, un numero di uomini superiori a quelli richiesti.
    Ciò farà si che alle Cave Ardeatine moriranno in tutto 335 persone, 5 in più di quelle decise dai Tedeschi.

    Le Cave Ardeatine – Le Fosse Ardeatine

    Il controllo degli elenchi e delle operazioni di trasporto dei prigionieri, così come l’organizzazione delle esecuzioni sarà gestito direttamente da Kappler e da Priebke.
    Per l’elevato numero di condannati a morte saranno scelte le Cave Ardeatine per l’esecuzione e quando le operazioni sono terminate, le volte delle Cave sono fatte crollare con dell’esplosivo, trasformandole in fosse comuni: le Fosse Ardeatine.
    Dal momento dell’attentato sono passate poco più di 24 ore. Nessun manifesto è affisso nelle strade. Nessun comunicato è diramato via radio alla ricerca dei responsabili.
    Eppure grazie all’uso distorto del tempo e della memoria nell’immaginario comune da parte dei Tedeschi, in parte avallato anche dall’Osservatore Romano, molti avranno l’impressione che tra l’attentato e la rappresaglia siano passati giorni, settimane o mesi, che i manifesti siano stati effettivamente affissi nelle strade e annunci siano stati diramati via radio, che i responsabili siano stati quindi cercati e non si siano presentati per codardia, determinando la morte dei civili inermi. Da qui nasce la doppia memoria dei fatti e la percezione che quella che è nei fatti un’azione di guerra si trasforma in un assassinio.
    La dilatazione del tempo e dello spazio nasce durante il processo svoltosi nel 1948 a carico di Kappler durante il quale viene fatta trapelare una dichiarazione attribuita a Kappler stesso che non trova riscontro nella realtà e nemmeno in quello che Kappler dichiarerà a verbale in molte altra occasioni. In questa occasione viene fatto affermare a Kappler che: «La radio fascista annunciò di quarto d’ora in quarto d’ora che, se i gappisti di via Rasella non si fossero presentati, i tedeschi avrebbero fucilato 320 civili».

    Un carretto da netturbino

    Detta dichiarazione verrà poi ripresa dai Comitati civici e dalla Coldiretti durante la campagna elettorale successiva e diventerà realtà tanto che Don Giovanni Fagiolo dichiarerà a sua volta: «Prima di tutto loro avvertirono: per ogni tedesco dieci italiani saranno uccisi. Misero dei manifesti, certo non riempirono Roma, ma alcuni li misero. Dai giornali, dalla radio, si seppe subito. Io l’ho visto il manifesto, altri anche. Però il fatto importante è questo. Che l’autore fu invitato a presentarsi, i tedeschi non avrebbero ucciso, almeno avevano promesso che non uccidevano nessuno; se non si presenta l’autore, vero, noi mandiamo avanti la minaccia che abbiamo esposto».
    Nasce così la convinzione che i 335 civili potevano essere salvati e che non avendolo fatto i partigiani si erano comportati non solo da codardi ma soprattutto da assassini.
    La convinzione si radicherà nella società romana e in quella italiana, anche nella memoria e nell’animo di alcune delle famiglie dei condannati a morte portando a una lacerazione profonda.

    Carla Capponi

    I gappisti andranno incontro a diversi processi intentati da alcuni familiari delle vittime, il primo nel 1949. L’intera vicenda processuale si chiuderà solo nel 1999, pochi anni prima della morte dei principali attori quali Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Nel 2007 e nel 2009 ancora si svolgeranno due processi per diffamazione a carico de Il Giornale e de Il Tempo che ancora attribuivano responsabilità ai gappisti.
    Probabilmente a questa tradizione difficile da sradicare va legata anche la mancata autorizzazione a seppellire le ceneri di Carla Capponi e Rosario Bentivegna nel cimitero acattolico al Testaccio come espressamente richiesto nel testamento dei due partigiani.
    La figlia disperse poi le loro ceneri nel Tevere adempiendo alla seconda richiesta dei suoi genitori.
    Di fatto i Tedeschi pubblicheranno solo un comunicato su La Stampa del 26 marzo 1944 dove viene detto che l’ordine è già stato eseguito.
    “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia di transito in via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da vili comunisti badogliani.
    Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo – americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo – tedesca nuovamente affermata.
    Il Comando tedesco perciò, ha ordinato, che per ogni tedesco ucciso, dieci comunisti badogliani fossero fucilati.
    Quest’ordine è già stato eseguito”.

    Anche il tentativo di celare il luogo dell’eccidio non va a segno.
    La notizia che i morti si trovano alle Cave si sparge rapidamente in città grazie anche ai Salesiani del convento delle Catacombe di San Callisto.
    Orfeo Mucci, commissario politico di Bandiera Rossa, ci va con i suoi uomini già il 1 maggio 1944 per rendere omaggio ai caduti.
    Le lettere che annunciano la morte dei loro cari ai parenti, arrivano, quando arrivano, molto tempo dopo, almeno un mese, ma c’è chi non riceverà mai alcun avviso. Sono scritte in tedesco e molti familiari si rivolgeranno ai poliziotti della Bozen, italiani di Bolzano, per averne la traduzione.
    Sarà solo con l’arrivo degli Alleati a Roma che le Fosse verranno aperte.
    L’idea iniziale è di lasciare tutto com’è e di trasformare le cave in un unico monumento, ma le famiglie non sono d’accordo.

    Attilio Ascarelli e parte del gruppo di lavoro

    Vogliono sapere chi c’è lì dentro e vogliono un luogo per piangere i loro cari.
    Allora Attilio Ascarelli, anatomo patologo dell’Università La Sapienza, che ha già lavorato alla identificazione dei corpi dei caduti di Via Rasella, si fa interprete del volere delle famiglie, affermando che è possibile l’identificazione dei corpi.
    E’ nominata una commissione apposita e si inizia con l’esumazione dei corpi che vengono deposti in ordine raccogliendo tutti i più piccoli indizi sulla base dei quali i familiari potranno effettuare le identificazioni: un brandello di tessuto, un rammendo, un orologio, un taccuino, tutto può essere utile per questo fine.
    La maggior parte dei corpi viene così identificato.
    Un piccolo gruppo lo sarà nel tempo. Ad oggi 9 corpi restano senza identificazione, mentre nel 2012 sono stati identificati con certezza i resti di altri 3 caduti.
    Nella Storia dell’eccidio delle Fosse Ardeatine s’intrecciano storie di ordinaria o straordinaria umanità che dir si voglia.
    Nicola Stame, pugliese che sin da giovane si dedica al canto e che diviene uno dei più noti tenori d’inizio secolo, è da sempre anche antifascista. Non ha aderito al partito, e questo gli costa già nel 1939 un primo arresto mentre sta provando la “Turandot” di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera.
    È però anche sottotenente della Regia Aeronautica, perché da giovane ha seguito la sua passione per il volo e gli aerei. L’8 settembre lo vede al bivio di una scelta: continuare a fare il tenore e fuggire negli Stati Uniti o restare a Roma ed entrare in clandestinità. Sceglie questa seconda strada e si arruola in Bandiera Rossa.

    Nicola Stame

    Il 24 gennaio del 1944 il destino di Nicola Stame incrocia il destino di un altro foggiano: Mauro de Mauro. De Mauro ha aderito al partito fascista è legato alla X MAS e a Junio Borghese e vede Stame in Via Sant’Andrea delle Fratte. Stame, infatti, sarebbe dovuto entrare in una latteria nel cui retro si ritrovavano alcuni partigiani di Bandiera Rossa. E’ stato ad Anzio ed ha incontrato alcuni ufficiali alleati e deve relazionare sul suo incontro.
    Stame si accorge di essere seguito e di essere stato identificato per cui si allontana in direzione opposta verso Trinità dei Monti. Così inizia un vero e proprio inseguimento che terminerà in Piazza Mignanelli e che culminerà in una colluttazione e con l’arresto.
    Non va meglio a suoi compagni. Presso la latteria, infatti, verranno arrestati Aladino Govoni, Antonio Pisino, Ezio Lombardi e Tigrino Sabatini. Nicola Stame ritroverà i compagni a Via Tasso e con Govoni, Pisino e Lombardi condividerà la morte alle Fosse, mentre Sabatini, operaio della SNIA VISCOSA verrà giustiziato il 3 maggio al Forte Bravetta. Stame dopo l’arresto è condotto al commissariato di Via Goito e qui finisce in cella con un ragazzo che ha poco più di 18 anni.
    Si chiama Claudio Pica. Il ragazzo capisce subito che quell’uomo dall’aria normale è in realtà il tenore Stame e gli confida la sua passione per il canto melodico. Gli racconta che ha già vinto anche un concorso canoro. Pica è in stato di fermo senza un’accusa precisa e è rilasciato dopo poco. Stame invece sarà poi consegnato alla polizia tedesca e finirà nella prigione di Via Tasso.
    Claudio Pica diverrà effettivamente famoso dopo la guerra con il nome di Claudio Villa, diventerà il reuccio della canzone e realizzerà solo molti anni dopo da quell’incontro di aver effettivamente incontrato Stame e che questi aveva trovato la morte nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
    Nel momento in cui Stame entra a via Tasso è come se si prendesse un impegno: tutte le sere canta per rendere in qualche misura più mite la detenzione. I Tedeschi non impediranno mai questo rito per tutta la durata della sua permanenza presso il carcere.
    Altra figura che, insieme a molte altre, diviene un cardine della Resistenza nella città di Roma è Don Pappagallo.

    Don Pappagallo e Gioacchino Gesmundo

    Anche lui pugliese giungerà a Roma solo nel 1925 dove diviene parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e padre spirituale delle Oblate di Via Urbana. Nella motivazione al conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Civile conferita a Don Pappagallo dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 13 luglio 1998, si legge: «Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d’animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato».
    Di Don Pappagallo si raccontano numerosi episodi avvenuti durante la sua prigionia presso il carcere di Via Tasso, ma l’episodio più stupefacente è legato proprio all’eccidio delle Fosse Ardeatine ed è riportato da Joseph Reider, un austriaco, medico e cattolico, per i tedeschi un disertore da fucilare. Raider racconta che si sarebbe salvato dall’eccidio perché legato con le mani a quelle di Don Pappagallo.
    Qualcuno, nei momenti immediatamente precedenti la morte, chiede al sacerdote una benedizione e Don Pappagallo nell’impartirla si libera dei lacci che gli tengono le mani e in questo libera anche Reider che perciò può fuggire ed ha salva la vita.
    L’episodio non è mai stato considerato reale per come l’eccidio era stato organizzato dai Tedeschi, ma certamente indica la grandezza della figura di Don Pappagallo e la sua fama a Roma, tanto che, quando Sergio Amidei scriverà la sceneggiatura di “Roma Città Aperta”, scolpirà la figura del prete, poi interpretato da Aldo Fabrizi, mescolando la figura di Don Pappagallo e quella di Don Morosini, che invece sarà giustiziato a Forte Bravetta.

    Cancellata di Mirko Basaldella (particolare)

    Sembra che la Resistenza romana si fondi su meridionali e in particolare sui pugliesi: anche Gioacchino Gesmundo viene da Terlizzi esattamente come Don Pappagallo. E’ laureato in filosofia.
    Ricorda Pietro Ingrao: “Conobbi Gioacchino Gesmundo nel lontano 1933, a Formia, nel liceo in cui ero allievo. Egli vi era giunto, da Roma, per insegnare storia e filosofia. Nel clima di conformismo e viltà che avvolgeva la società italiana del tempo, ci lasciava senza fiato l’audacia sprezzante del professor Gesmundo, che non sarebbe stata estranea, più tardi, alle cause del suo arresto. Sfidava apertamente i fascisti, anche nella scelta dei testi scolastici: ci faceva leggere Croce e Salvemini, pur sapendo che erano invisi al regime”.
    A Roma insegna poi al liceo scientifico Cavour. Uno dei suoi allievi ricorda che le lezioni del professor Gesmundo continuavano in conversazioni per strada con gli allievi, nel suo studio, nelle lezioni private, nei corsi di formazione politica realizzati durante la Resistenza. Gesmundo ospita nella sua casa di via Licia la prima redazione clandestina de L’Unità. Sta preparando un attentato ai danni dei Tedeschi quando è arrestato e condotto nel carcere di Via Tasso.

    Le Fosse Ardeatine

    Nella motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Militare, vengono ricordate le torture che subì durante la prigionia: «Comandante, in territorio occupato dal nemico, di una zona clandestina insurrezionale ed in seguito responsabile di importante ufficio di controspionaggio, esplicava preziosa attività organizzativa e partecipava a numerose azioni di sabotaggio che incidevano sensibilmente sullo spirito e sulla efficienza delle unità nazifasciste. Orientava ogni sua attività al potenziamento degli organi preposti alla guerra partigiana, sfidando costantemente ogni insidia e pericolo. Catturato dalle SS. fasciste e tedesche durante l’esercizio del suo incarico, venne sottoposto per un mese intero ad inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva. Condannato dal tribunale di guerra tedesco alla pena di morte, con la fermezza degli Eroi affrontava la morte alle Fosse Ardeatine tramandando ai posteri fulgida prova di fede nella dura lotta per la conquista della libertà».

    Roma, 19 marzo 2017