highlights

  1. Il racconto e la storia: il ciclo di affreschi della cappella di San Silvestro ai Santi Quattro Coronati

    di Fabio Prosperi

    Gli affreschi dell’Oratorio di San Silvestro interpretano una delle più chiare prese di posizione della Curia Romana nei confronti dell’Impero quando, tra il 1245 e il 1250, lo scontro si fece particolarmente duro.

    Federico II e il falco

    Il complesso dei Santi Quattro Coronati, all’interno del quale l’Oratorio si trova, era già stato uno dei luoghi della lotta tra Papato e Impero che, con Ildebrando di Soana era, per così dire, uscita allo scoperto in tutta la sua evidenza. L’edificio, infatti, aveva subito le ingiurie del furore normanno nel 1084, quando il Guiscardo era giunto manu militari a Roma dietro richiesta di papa Gregorio VII (1), richiesta ed intervento che ebbero come esito l’esilio salernitano del Papa che si vuole abbia detto «ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, per questo muoio in esilio». Andiamo, allora, all’epoca della realizzazione dell’affresco: nel 1245 Federico II di Svevia, detto il Dominus Mundi, veniva deposto dal Concilio di Lione. O per meglio dire, a deporlo era stato Innocenzo IV, al secolo Sinibaldo Fieschi dei Conti di Lavagna, proprio colui che, Federico aveva preferito quale successore al soglio di Pietro.
    La reazione di Federico fu violenta: «Per troppo tempo sono stato incudine: ora voglio essere martello!».
    E’ con molta efficacia che Ernst Kantorowicz (2), nella sua ormai leggendaria biografia di Federico inizia a parlare dell’ultima fase della vita del grande imperatore.

    Federico II – Porta di Federico II – Museo di Capua

    Dopo la deposizione e l’inaspettata rivolta di Viterbo sobillata dal Vescovo Ranieri, Federico non si sentì più di combattere, restando comunque sempre pronto al compromesso di pacificazione col Papa come ai tempi, invero durissimi, di Gregorio IX.
    Nel precedente periodo, quello di Onorio III e di Gregorio IX, all’istituzione ecclesiastica egli aveva in un certo senso contrapposto l’istituzione “stato”, mi si passi il termine in questo caso un po’ anacronistico, con le sue liturgie e le sue icone. Nel 1224 era stata fondata l’Università di Napoli che avrebbe dovuto dare il supporto giuridico a tutto ciò. Sulla Porta di Capua, opera che si dice abbia fatto presentire il proto umanesimo di Nicola Pisano, progettata dallo stesso Federico e ultimata nel 1239, non sopravvissuta agli sfaceli delle truppe di Gioacchino Murat, si poteva ammirare, in alto, la Giustizia in veste di dea. Sotto di lei Federico, ovvero colui che della giustizia era fonte vivente, lex animata. Sotto ancora, ai lati, Taddeo da Sessa e Pier delle Vigne, che della giustizia erano chiamati, dall’Imperatore, a dare completa applicazione. Tale era l’immagine che l’Imperatore voleva dare di sé: l’icona della nuova istituzione.

    Non più “luna” nei confronti di una Chiesa “sole”, come proponeva la letteratura ecclesiastica, ma “sole” e “sole”.
    Eppure Federico, con le buone maniere o con la forza, nel 1240 era deciso a farsi togliere la scomunica che, sebbene arma un po’ spuntata, pure doveva opprimere Federico, figlio del suo tempo.

    Pier delle Vigne – Porta di Federico II – Museo di Capua

    Federico eretico, amico degli infedeli, circondato di concubine, anticristo con i suoi arcieri musulmani di Lucera che osava impiegare contro gente cristiana. Eppure proprio Federico, ancora nel 1240, pur di ottenere la pace e la revoca della scomunica era disposto a riprendere la via d’Oltremare, a riconquistare Gerusalemme, che dal 1239 tornava ai musulmani secondo il patto stipulato dieci anni prima, e a restarvi, liberando così il Papa della sua ingombrante presenza.
    A quel punto, il Papa uscì allo scoperto e impose che la pace fosse estesa anche alle città ribelli del Nord d’Italia e indicò come obiettivo della nuova imminente crociata non più la Terrasanta, ma Costantinopoli, da difendere con i suoi scali e con gli interessi commerciali di Genova. A questo punto tutto fu più chiaro: il Papa voleva annullare il potere imperiale nell’Italia Settentrionale che, assieme a quello instaurato nel Regno di Sicilia, costituiva una seria minaccia sul Patrimonium Petri. Federico rifiutò. L’ultimo tiro che Gregorio ormai molto avanti negli anni e piuttosto malandato riuscì a giocargli fu quello di morire.
    E torniamo nel 1245 a Innocenzo IV, col quale questo racconto è iniziato. Col nuovo Papa la situazione precipitò. Lungi dal rispondere alle speranze di Federico, egli giocò la carta mai usata prima, ma contemplata dal Dictatus Papae, della deposizione:

    …VIII Quod solus possit uti imperiali bus insignis
    …XII Quo dilli liceat imperatores deponere
    (3)

    Federico allora divenne il Tiranno, non ci furono più i nemici dello Stato, ma nemici suoi, ed era sua la maestà che veniva lesa.
    Nei suoi ultimi cinque anni di vita, tanti ne corrono tra l’atto del Papa e la morte di Federico nel 1250, lo Staufen dovette subire i colpi della fortuna: la morte del suo fedelissimo Taddeo, che con Pier delle Vigne costituiva il supporto irrinunciabile dell’Impero, la prigionia di re Enzo, suo figlio prediletto, l’imprigionamento e il suicidio di Pier delle Vigne, la disfatta di Vittoria presso Parma…..

    Costantino colpito dalla lebbra – Oratorio dei Santi Quattro Coronati

    In questa temperie, in questo clima di scontro finale, fu ordinato ed eseguito l’affresco dell’Oratorio di San Silvestro, vero e proprio manifesto della Curia Romana.
    Nell’epoca in cui si cominciavano a ricercare i fondamenti dinastici, di radici nel passato da rappresentare nei blasoni (4), la Chiesa teneva a precisare le legittime origini del potere temporale. Il Medioevo parla molto per immagini, cosicché non si scrisse sui muri il testo della Donazione di Costantino, ma si raccontò la leggenda, che per l’uomo del Medioevo è storia, che sta alla base della Donazione stessa, che era stata compilata probabilmente intorno al V secolo e inserita in un’opera detta Actus Silvestri.
    I suoi protagonisti, Costantino e Silvestro, si erano incontrati solo di sfuggita e Costantino, primo imperatore cristiano, verosimilmente cristiano lo divenne a seguito di una personale maturazione. Costantino, abile militare e riformatore del sistema monetario, fu piuttosto un sincero fautore di un sincretismo tutto romano: nell’Editto di Tolleranza, Milano 313, come lo riporta il cristiano Lattanzio, era data libertà di religione perché ognuno ottenesse dal suo dio il maggior beneficio per l’Impero. (5)

    Acrolito monumentale di Costantino – Musei Capitolini

    Costantino non rinunciò mai alla carica di Pontifex Maximus. Tanto meno Costantinopoli fu la nuova Roma Cristiana in opposizione alla vecchia Roma Pagana se si procedette ai riti di fondazione secondo le liturgie pagane e vi si trasferì addirittura il Palladio. E sebbene Costantino abbia presieduto al Concilio di Nicea del 325 in cui fu promulgato il Simbolo cattolico, pure, per non scontentare gli ariani, convocò un altro concilio dove intervennero solo vescovi ariani e per giunta si fece battezzare da uno di questi, Eusebio di Nicomedia. (6).
    Federico e Costantino furono accomunati da una triste sorte: Federico dovette arrestare suo figlio Enrico che si era ribellato e che, durante un trasferimento della sua prigionia, diede di sprone al cavallo e si suicidò precipitandosi in un burrone; Costantino fece giustiziare suo figlio Crispo, per non parlare dell’uccisione di Fausta sua moglie, che col figliastro Crispo si sarebbe macchiata di adulterio. (7)
    Quello che però ci racconta l’affresco è un Costantino che, emendato dei suoi peccati, la lebbra da cui i sacerdoti pagani vorrebbero mondarlo nella piscina sanguinis, guarito e battezzato da Silvestro, e non dall’ariano Eusebio di Nicomedia, santo come ce lo racconta il suo biografo agiografo Eusebio di Cesarea, esprime la sua gratitudine a Silvestro con la famosa Donazione: una immagine purificata, diremmo oggi “sdoganata” e pronta per essere posta alla radice dell’albero genealogico dell’Impero Cristiano.

    Pietro e Paolo appaiono a Costantino malato – Oratorio dei Santi Quattro Coronati

    Leggeremo l’affresco nella riedizione che dell’Actus Silvestri fa un vescovo domenicano di Genova, Iacopo da Varazze, nella tanto famosa Legenda Aurea, di circa cinquanta anni più tarda rispetto ai fatti di Federico, quindi una fonte quasi coeva: l’illustrazione che se ne ha è estremamente puntuale delle pitture parietali col suo palazzo imperiale, l’eremo di Silvestro sul monte Soratte, la consegna del berretto frigio che diventa tiara simbolo del potere temporale, un Costantino strator e quindi sottoposto del papa, una insolita Sant’Elena che si vuole ebrea. (8)
    La Sistina del Medioevo dunque, come qualcuno ha chiamato gli affreschi dell’Oratorio? Mi permetto di dissentire rilevando l’assoluto anacronismo della definizione non trattandosi di un’opera puramente artistica per quanto fastosa, preferendo apprezzarne l’impatto mediatico che il committente, insieme con l’esecutore, dovevano aspettarsi nei confronti del visitatore dell’epoca.

    Roma, 22 aprile 2017

    Bibliografia essenziale
    1 – Goffredo Malaterra – Ruggero I e Roberto il Guiscardo – a cura di V. Lo Curto – 2002 Cassino
    2 – Ernst Kantorowicz – Federico II Imperatore; 1994 Milano, seconda edizione della traduzione italiana di Gianni Pilone Colombo
    3 – Glauco Maria Cantarella – Il sole e la luna, la rivoluzione di Gregorio VII papa 1073-1085 – 2005 Bari
    4 – Michel Pastoreau – Medioevo Simbolico – 2007 Bari
    5 – Lattanzio – de Mortibus persecutorum
    6 – Arnaldo Marcone – Costantino il Grande. 2013 Bari
    7 – Zosimo – Storia Nuova – a cura di F.Conca – 2007 Milano
    8 – Iacopo da Varazze – Legenda Aurea – a cura di A ed L Vitale Brovarone – 1995 Torino

     

     

  2. La Roma di Gregorio Magno. Dall’età paleocristiana al medioevo.

    Tutto inizia al colle Celio, vera oasi di pace e bellezza. Uno dei luoghi più affascinanti, sconosciuti e silenziosi di Roma. Disseminato di chiese bellissime, ricche di opere d’arte cariche di storia.

    Chiesa di San Gregorio Magno e Biblioteca di Agapito al Celio – Giuseppe Vasi

    E’ qui che incontriamo la storia di uno dei personaggi più significativi del cristianesimo che riuscì a governare la Chiesa in uno dei suoi momenti più bui.
    Richard Krautheimer, uno dei più grandi storici dell’arte di tutti i tempi, lo ha definito: «il primo papa dell’età di mezzo, il fondatore della Roma medievale, colui che diede alla città la posizione che avrebbe conservato per parecchi secoli nell’ambito dell’Occidente; ma che fu anche l’ultimo papa dell’età paleocristiana, nata dalla cristianizzazione dell’antica Roma». Insomma, le geniali doti amministrative e diplomatiche, l’acume politico e il senso pratico di Gregorio fecero sì che i quattordici anni del suo pontificato segnassero una svolta decisiva nella storia di Roma, dell’Europa, della Chiesa. È uno dei dottori della Chiesa d’Occidente. Fu anche autore e legislatore nel campo del canto sacro, elaborando un sacramentario che porta il suo nome e costituisce il nucleo fondamentale del messale romano. Lasciò scritti di carattere pastorale, morale, omiletico che formarono intere generazioni cristiane.
    Gregorio nasce a Roma verso il 540 nell’antichissima e ricca gens senatoriale degli Anicii. Crebbe in una delle tenute di famiglia sulle pendici occidentali del colle Celio, attraversata dal Clivus Scauri, l’antica strada che ancora oggi sale tra la chiesa barocca di San Gregorio e le sue tre cappelle e la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo.

    San Gregorio Magno – Antonello da Messina

    La dimora, adiacente a quella che si crede fosse la grande biblioteca fondata a Roma da papa Agapito, sorgeva nel luogo ove oggi si erge la chiesa di San Gregorio. Papa Agapito, come Felice III, trisavolo di Gregorio, era suo parente.
    Negli anni della sua giovinezza, Gregorio intraprese la carriera amministrativa e per un certo tempo, dopo la morte di suo padre Gordiano, divenne prefetto di Roma; qualche anno dopo decise di ritirarsi nella villa di famiglia proprio al Celio, che fu adibita a monastero.
    Ben presto la quiete della vita monastica di Gregorio fu travolta da un fatto inatteso. Papa Pelagio lo nominò diacono e lo inviò a Costantinopoli quale apocrisario, oggi si direbbe nunzio apostolico, per favorire il superamento degli ultimi strascichi della controversia monofisita e soprattutto per ottenere l’appoggio dell’imperatore nello sforzo di contenere la pressione longobarda che minacciava Roma.
    La missione di Gregorio durò pochi anni. Egli ottenne gli aiuti sperati contro i Longobardi, ma questi furono di così modesta entità che non furono sufficienti a revertire le condizioni in cui Roma e i Romani erano caduti. Papa Agapito quindi lo richiamò a Roma e lo nominò suo segretario per condividere con lui l’arduo compito di risollevare le tristissime condizioni in cui versava la città e le sue genti.
    Gli anni tra il 589 e il 590 dopo Cristo si rivelarono però ancora tragici.

    La sedia di San Gregorio Magno – Chiesa di san Gregorio Magno al Celio

    Le campagne furono messe a ferro e a fuoco dai Longobardi, e le rovinose inondazioni del Tevere distrussero i granai sulle rive del fiume e provocarono l’annegamento del bestiame. Tantissimi furono i Romani che morirono perciò per fame mentre la città versava in condizioni di estremo degrado con moltissime abitazioni crollate.
    In questa situazione di caos sociale ed economico sulla città di Roma si abbattè anche un’epidemia di peste che uccise moltissimi cittadini tra cui anche papa Pelagio. A quel punto, il clero, il popolo e il senato furono unanimi dello scegliere quale successore al soglio di Pietro, proprio lui, Gregorio.
    Egli cercò di resistere, tentando addirittura la fuga, ma non ci fu nulla da fare, alla fine dovette cedere e accettare il pesantissimo incarico. Correva l’anno 590.
    Non c’era da perdere tempo, con l’Urbe ormai moribonda. Gregorio era consapevole che l’unica istituzione che avrebbe potuto fare fronte in qualche misura al diffondersi delle difficile condizioni era proprio la Chiesa, vista la totale inadempienza dei funzionari bizantini che all’epoca governavano la città.
    Sotto il pontificato di Gregorio contadini, servi e tutti i poveri di Roma furono difesi dalla Chiesa da ogni interferenza governativa; i prodotti alimentari furono ammassati negli horrea ecclesiae, i magazzini di proprietà della Chiesa. Si acquistarono quantità massicce di grano nei possedimenti ecclesiastici sparsi per l’Italia, soprattutto in Sicilia. Furono istituite cucine mobili per assicurare minestre calde ai più poveri e agli infermi, poiché il Laterano, allora residenza papale, era Il motivo era dato dalla lontananza del Laterano, allora residenza papale, era distante dalle zone più povere e densamente abitate di Roma. E sempre per rafforzare l’azione di assistenza vennero costruite delle diaconie dove si distribuivano viveri e servizi.
    Gregorio contestualmente attuò anche un’azione politica tesa a trovare accordi e portare quindi alla pace con i Longobardi. L’azione intentata da Gregorio vide prima la disapprovazione degli amministratori bizantini che risiedevano a Ravenna che lo accusavano sostanzialmente di tradimento, tanto che lo stesso imperatore di Costantinopoli, Maurizio, nel 593 dopo Cristo lo accusò di infedeltà all’Impero. All’accusa Gregorio rispose con una lettera molto esplicita:

    San Gregorio con Giovan Battista, San Benedetto da Norcia e San Girolamo – Andrea Mantegna

    «…Mi è stato detto di essere stato ingannato da Ariulfo, e sono stato definito “sempliciotto”,… che significa indubbiamente che sono uno sciocco. E io stesso debbo confessare che avete ragione… Se non lo fossi, non avrei mai accettato di patire tutti i mali che ho sofferto qui per le spade dei Longobardi.
    Voi non credete a quello che dico riguardo ad Ariulfo, riguardo al fatto che sarebbe disposto a passare dalla parte della Repubblica, accusandomi di dire menzogne. Dato che una delle responsabilità di un prete è di servire la verità, è un grave insulto essere accusati di menzogna. Sento, inoltre, che viene riposta più fiducia nelle asserzioni di Leone e Nordulfo, invece che alle mie… Ma quello che mi affligge è che la stessa tempra che mi accusa di falsità permette ai Longobardi di condurre giorno dopo giorno tutta l’Italia prigioniera sotto il loro giogo, e mentre nessuna fiducia è riposta nelle mie asserzioni, le forze del nemico crescono sempre di più…».
    Le trattative con i Longobardi subirono quindi un’accelerazione e finalmente nel 598 arrivò la firma di un trattato di pace, che durò nella realtà solo tre anni durante i quali Gregorio cercò di estendere l’attività di assistenza alle provincie più distanti da Roma. Con l’aiuto della potente regina Teodolinda egli riuscì a ottenere anche la conversione dei Longobardi e da questo importante successo egli attuò un piano di cristianizzazione molto più vasto anche in paesi molto distanti.

    Sant’Agostino

    Ottenne ad esempio la conversione dei Visigoti di Spagna di re Recaredo I e della Britannia, inviando in quelle terre monaci benedettini tra cui Agostino e Lorenzo che divennero i primi due vescovi di Canterbury.
    Tra gli innumerevoli scritti, oltre le Epistole attraverso le quali Gregorio coltivò relazioni con i patriarchi di Antiochia, Alessandria e Costantinopoli, da ricordare sono anche i Dialoghi con il diacono Pietro, di cui il II Libro è interamente dedicato alla figura di Benedetto da Norcia, unica testimonianza antica della vita del fondatore del monachesimo occidentale.
    Gregorio riorganizzò anche la liturgia romana ordinando le fonti e scrivendo nuovi testi e si occupò anche di dare vita a una nuova forma di canto rituale da adottare durante la liturgia che comportò un ampliamento della Schola Cantorum. Questa nuova tipologia di canto viene ancora oggi indicata con il nome di canto gregoriano.

    Roma, 19 febbraio 2017

  3. L’icona di Cristo Salvatore e il Laterano. Una storia

    Al Laterano, il fulcro attorno al quale ruota una parte importante della storia della Chiesa di Roma, carità e arte si fondono nell’immagine di Cristo Salvatore del mondo.

    Pellegrini percorrono la Scala Santa – Roma

    La storia parte da lontano, esattamente dalla prima metà IV secolo: la Basilica Lateranense voluta da Costantino il Grande fu intitolata al Santissimo Salvatore e consacrata il 9 novembre del 324, sotto il pontificato di Silvestro I. Per l’occasione, fu realizzato un mosaico raffigurante il Salvator Mundi per il catino absidale della cattedrale. La dedicazione di questa basilica a San Giovanni Battista, così come la conosciamo, ebbe luogo molto più tardi, nel IX secolo, ad opera di papa Sergio III; mentre tre secoli più tardi, papa Lucio II estese la dedicazione a san Giovanni evangelista, l’apostolo prediletto da Gesù.
    Il Volto Santo
    La storia del Salvator Mundi s’intreccia con quella del Volto Santo, l’immagine del volto del Signore che sarebbe rimasta impressa sul velo della Veronica quando essa gli asciugò il viso, durante la salita al Calvario.
    Nel VII secolo circa l’icona del Volto Santo o Acheropirita del Salvatore, cioè dipinta da mano non umana, proveniente da Costantinopoli, fu collocata nella cappella di San Lorenzo al Patriarchio Lateranense, la cappella privata del papa, a due passi dalla basilica.
    La cappella era conosciuta come Sancta Sanctorum alla Scala Santa, e costituisce il luogo più sacro per la cristianità che ci sia al mondo, essa è stata anche il più grande reliquiario di Roma, perché ospitava alcune delle reliquie più importanti.

    Volto Santo – Roma

    Tra queste la Scala Santa, quella che, secondo la tradizione, Gesù avrebbe salito a Gerusalemme per raggiungere l’aula dove avrebbe subito l’interrogatorio di Ponzio Pilato prima della crocifissione. Una scala che ancora oggi è oggetto di venerazione, sui cui gradini di legno s’inerpicano in ginocchio pellegrini in preghiera.
    La Scala Santa era stata fatta trasferire a Roma da Elena, la madre di Costantino, in occasione del suo viaggio a Gerusalemme alla fine del IV secolo, per rintracciare i segni della vicenda terrena del Signore.
    Il Volto Santo in processione
    Non si sa con esattezza dove fosse stata custodita l’icona del Volto Santo del Salvatore dopo il suo arrivo a Roma da Costantinopoli, ma la sua presenza nella cappella al Laterano è attestata già all’epoca di papa Stefano II (752-757), ed è noto che fino al IX secolo era tradizione che essa uscisse dal Laterano per essere portata in processione per le vie di Roma in occasione delle principali festività mariane.
    Nel 753 dopo Cristo il cuore della cristianità venne a trovarsi sotto la minaccia dei Longobardi guidati da Astolfo, che reclamavano la restituzione dei territori che i loro predecessori avevano donato al Papa. In questa occasione, per chiedere la protezione divina, la reliquia fu portata in spalla da papa Stefano dal Laterano a Santa Maria Maggiore a piedi nudi e con il capo coperto di cenere. La vicenda ebbe un esito felice, dal momento che Astolfo rinunciò a reclamare i territori contesi e a muovere guerra a Roma, cosa che fu interpretata come un miracolo del Volto Santo.

    Sancta Sanctorum – Roma

    Dalla metà del secolo IX in poi, e a partire dal pontificato di Leone IV (847-855), la processione del Volto Santo aveva luogo una sola volta l’anno, in occasione della solennità dell’Assunzione in cielo della Beata Vergine Maria e si teneva nella notte fra il 14 e il 15 agosto.
    Alla luce delle fiaccole l’immagine usciva dal Sancta Sanctorum a mezzanotte e raggiungeva il Colosseo passando per via dei Santi Quattro Coronati e San Clemente. Dal Colosseo il corteo passava sotto l’arco di Costantino e, percorrendo la Via Sacra, sotto l’arco di Tito, raggiungeva Santa Maria Nova, oggi Santa Francesca Romana. Durante questo tragitto passava poi davanti ad un oratorio ormai scomparso, eretto per ricordare la sfida lanciata da Simon Mago, considerato dagli eresiologi come il primo degli gnostici, a san Pietro.
    Dopo una breve sosta a Santa Maria Nova, il corteo si addentrava nel Foro Romano e arrivava fino all’arco di Settimio Severo, dove il Senato attendeva la preziosa icona su un palco eretto per l’occasione. Questo era il momento in cui le autorità civili rendevano il loro omaggio alla sacra immagine.
    La processione continuava il suo percorso attraverso la Suburra, la salita di San Martino ai Monti, via di Santa Prassede e arrivava all’alba a Santa Maria Maggiore dove l’attendeva il Papa, che già ai tempi di Innocenzo III (1198-1216) non andava più in processione.
    Nella basilica mariana avveniva la parte più importante del rito: l’immagine di Gesù entrava nella basilica per incontrare e rendere omaggio a sua Madre. Era questo il momento in cui l’icona del Volto Salto incontrava la Salus Popoli Romani, l’icona di Maria più importante e miracolosa di Roma che ancora oggi si trova custodita nella basilica di Santa Maria Maggiore.
    Di qui il corteo imboccava via Merulana e prendeva la strada del ritorno in Laterano, dove l’icona del Salvatore tornava al suo posto sull’altare della Cappella al Sancta Sanctorum.
    Il Sancta Sanctorum
    Da un punto di vista artistico il Sancta Sanctorum è un autentico gioiello:

    Sancta Sanctorum – Roma

    gli affreschi delle pareti e della volta come anche il pavimento cosmatesco, fanno da meraviglioso coronamento al mosaico posto al di sopra dell’altare sul quale è poggiata l’immagine del Salvatore. L’altare è poi incorniciato da due colonne di porfido.
    Secondo lo studioso di arte cristiana Heinrich Pfeiffer, l’icona giunse a Roma da Costantinopoli attorno all’anno 705. A partire dal pontificato di Gregorio II fu custodita nel Sancta Sanctorum per tutto il tempo delle lotte iconoclaste, così da preservare, durante quei torbidi nei quali le immagini sacre venivano distrutte, l’icona di Cristo più cara alla cristianità.
    Quando gli imperatori bizantini persero pian piano il loro potere e il loro influsso sull’Italia, quell’immagine poté essere trasferita in Vaticano, mentre al Sancta Sanctorum fu posta una copia, che è proprio quella che vediamo oggi.
    Fu Innocenzo III a promuoverne il culto e in quella occasione, per la prima volta, l’immagine originale trasferita a San Pietro fu denominata Veronica, cioè “vera icona” di Cristo.
    Il titolo Volto Santo rimase invece indicare solo quella custodita al Sancta Sanctorum.
    Sempre secondo Pfeiffer, l’immagine vaticana si troverebbe oggi a Manoppello, un piccolo paese in Abruzzo, per una serie di vicende a dir poco appassionanti. Ciò vuol dire che anche quella conservata a San Pietro oggi non sarebbe altro che una copia.
    Il Salvator Mundi e i poveri di Roma
    Nel tardo Medio Evo a custodire l’icona del Volto Santo al Laterano era stata chiamata una confraternita che aveva il compito di amministrare un grande ospedale per i poveri e gli infermi, annesso alla Basilica Lateranense. L’emblema della confraternita era proprio l’antichissima immagine del mosaico del Salvatore collocato nell’abside della basilica.

    Sancta Sanctorum – Roma

    Nel XVII secolo, l’immagine del Salvatore fu scelta come insegna per un’opera di carità voluta da Innocenzo XII: il pontefice volle riunire al Palazzo del Laterano le tante manifestazioni caritatevoli della città per centralizzarle e rendere più efficace l’assistenza ai poveri di Roma, ricollegandosi a quel che era già accaduto con il pontificato di Gregorio Magno.
    Fu realizzata un’opera di carità capillare, che coinvolse l’intera città e che tanto beneficio ebbe a dare ai poveri e ai derelitti dell’urbe. Tutto il popolo di Roma fu chiamato a sostenere questa grande opera attraverso l’elemosina. Sette edifici sparsi per la città furono destinati a centri di raccolta per le elemosine devolute dai romani, che erano poi concentrate al Laterano.
    Per mettere sotto la protezione del Signore questa opera, furono posti su questi edifici dei bassorilievi raffiguranti proprio il Salvator Mundi.

    Salvator Mundi – Gian Lorenzo Bernini

    La storia del Salvator Mundi del Laterano lambisce anche quella di uno dei più grandi artisti dell’urbe. Secondo lo storico dell’arte americano Irving Lavin, Gian Lorenzo Bernini volle scolpire un busto del Salvator mundi per destinarlo al Palazzo Laterano, proprio là dove si svolgevano le pratiche di carità. Secondo quanto riportato nelle due biografie di Bernini redatte dai figli, il busto raffigurante il Salvator mundi fu l’ultima opera del Bernini, realizzata un anno prima di morire e scolpita solo per “sua devotione” tanto che il grande scultore barocco parlava della sua opera definendola “il mio Beniamino”.
    Questa ipotesi non è in contraddizione con quella di Irving Lavin.
    D’altro canto la splendida scultura del Bernini esiste davvero ed è oggi conservata nella Basilica di San Sebastiano fuori le Mura, sull’Appia Antica. La si vede immediatamente, appena entrati nella basilica. A destra.

  4. Non solo Caravaggio. Alla scoperta dei capolavori di Santa Maria del Popolo

    Strano destino quello della meravigliosa basilica di Santa Maria del Popolo: ospitare una sublime e ineguagliabile rassegna di storia dell’arte italiana ed essere visitata da migliaia di turisti solo per i due capolavori di Michelangelo Merisi da Caravaggio, la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo, senza dimenticare l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci nella stessa cappella.

    Cappella Cerasi – Santa Maria del Popolo

    Ma, in vero, all’interno di questa chiesa posta all’ingresso Nord dell’Urbe, si possono ammirare opere di Raffaello, Gian Lorenzo Bernini, Sebastiano del Piombo, Andrea Bregno, Baccio Pontelli, Pinturicchio, Bramante, Francesco Salviati, Alessandro Algardi, Andrea Sansovino, Domenico Fontana, Carlo Maratta, Giuseppe Valadier.
    Questo edificio, che ha sempre avuto un ruolo centrale nelle vicende storiche della Città Eterna, fu costruita sulla tomba dell’imperatore Nerone, ospitò Martin Lutero nel suo soggiorno a Roma e conserva l’organo dove suonò il giovane Mozart. Insomma, un luogo e una storia straordinari.
    Il nucleo più antico della basilica, letteralmente inglobato nelle successive trasformazioni, è costituito dall’oratorio dedicato a Maria, costruito per volere del papa Pasquale II nel 1099.
    La tradizione vuole che Pasquale II fece costruire l’oratorio rispondendo alle richieste del popolo che voleva segno che esorcizzasse i luoghi infestati da streghe e diavoli che si davano appuntamento sulla tomba di Nerone e rendevano la vita ed il passaggio difficile ed insicuro.
    La legenda narra che Pasquale II abbia sognato Maria e che sia stata proprio la Madonna a dirgli di sradicare il pioppo, populus, sotto cui era seppellito Nerone, riesumarne i resti, bruciarli, disperderli nel Tevere ed edificare in quel luogo un oratorio a Lei dedicato.

    Alberici – Incisione del 1600 che riporta la leggenda medievale sulla fondazione del sogno di Pasquale II

    Pasquale II d’altra parte non era estraneo ai disseppellimenti. Aveva fatto altrettanto a Civita Castellana, dove aveva fatto disseppellire i resti di Clemente III e li aveva dispersi nel Tevere perché la tomba dell’antipapa era diventato oggetto di culto della popolazione locale, poiché si era diffusa la voce che da essa trasudasse un misterioso liquido profumato, attraverso il quale si potevano ottenere grazie e miracoli.
    Ma questa è un’altra storia.
    La legenda medievale legata alla fondazione della basilica di Santa Maria del Popolo ha un fondo di verità. Nell’immediatezze dell’oratorio, sulle prime propaggini del Pincio, sorgeva infatti il mausoleo dei Domizi Enorbarbi, la gens di Nerone, ed effettivamente l’odiato imperatore qui fu seppellito così come Svetonio ci riporta:
    Per i suoi funerali, che costarono duecentomila sesterzi, lo si avvolse nelle coperte bianche, intessute d’oro, di cui si era servito alle calende di gennaio. I suoi resti furono tumulati dalle sue nutrici Egloge e Alessandria, aiutate dalla sua concubina Acte, nella tomba di famiglia dei Domizi, che si scorge dal Campo di Marte sulla collina dei Giardini. Nella sua tomba fu collocato un sarcolago di porfido sormontato da un altare di marmo di Luni e circondato da una balaustra di pietra di Taso.

    Madonna in Trono con Bambino e Santi – Pinturicchio – Cappella Basso Della Rovere – Santa Maria del Popolo

    I motivi per costruire qui l’oratorio e dedicarlo a Maria pare, più realisticamente, che fossero altri. Proprio quando Pasquale II fu eletto papa, il 13 agosto del 1099, giunse a Roma la notizia della vittoria della Prima Crociata e che Gerusalemme era stata conquistata.
    Circa il nome della basilica non è ancora del tutto chiaro se quel complemento di specificazione “del Popolo” sia da intendersi un derivato dalla parola latina “populus”, il pioppo che pare fosse sulla tomba di Nerone, o sia da ricollegare al fatto che Pasquale II ebbe l’idea, dispose la costruzione dell’oratorio, ma il finanziatore dell’opera fu nella realtà il comune di Roma, e quindi, in ultima analisi, il popolo romano.
    L’iniziale cappella fu ampliata tra il 1227 e il 1241 da Gregorio IX, e poi definitivamente ingrandita e modellata nella sua forma attuale da Baccio Pontelli e Andrea Bregno per Sisto IV della Rovere. Bramante prolungò l’abside e infine Bernini, al momento di ornare la porta attigua, all’epoca di Alessandro VII Chigi, diede un’impronta barocca alla chiesa quanto alla facciata. A queste aggiunse le cornici ricurve laterali.

    Assunzione della Vergine – Pinturicchio – Cappella Basso Della Rovere – Santa Maria del Popolo

    Comunque la facciata resta un efficace esempio d’architettura del primo Rinascimento, con un ordine superiore a unica campata, dominata da un rosone e coronata da un timpano, mentre l’ordine inferiore a paraste su alto zoccolo è diviso in tre campate corrispondenti ai portali. Quello di centro è sormontato da un timpano e ornato da un rilievo della scuola di Andrea Bregno, raffigurante la Vergine. Quelli laterali sono sormontati da finestre centinate.
    L’interno è diviso in tre navate da fasci di robusti pilastri e semi colonne in pietra che reggono ampie arcate la cui sommità, all’epoca del restauro barocco del Bernini, avvenuto tra 1655 e il 1609, fu elegantemente impreziosita da statue in gesso disposte in coppie e raffiguranti Sante.
    Nelle navate laterali si aprono ampie cappelle che sono veri e propri scrigni di opere d’arte. La Cappella Basso Della Rovere, prima a destra, con le pitture del Pinturicchio Storie di San Girolamo e Adorazione del Bambino, con le tombe dei nipoti di Sisto IV, i cardinali Cristoforo e Domenico della Rovere eseguiti da Andrea Bregno, con la Madonna di Mino da Fiesole e il sepolcro del cardinal De Castro di Francesco da Sangallo.

    Immacolata Concezione tra Santi – Carlo Maratta – Cappella Cybo – Santa Maria del Popolo

    La Cappella Cybo, seconda a destra, è dedicata a San Lorenzo e fu fondata agli inizi del 1500 da Lorenzo Cybo, nipote di Innocenzo III. Al tempo della sua fondazione fu completamente affrescata da Pinturicchio, mentre gli artisti della bottega di Andrea Bregno si occuparono di realizzare il resto della decorazione. Oggi la cappella può essere ammirata dopo il rifacimento voluto dal cardinale Alderano Cybo e realizzato tra il 1680 e il 1687, rinnovamento che fu apportato da Carlo Fontana. La cappella è a croce greca, rivestita di marmi verdi, ospita sull’altare un olio su muro di Carlo Maratta, l’Immacolata Concezione tra i Santi, che ebbe un tale successo da essere replicato in mosaico e posto sull’altare del transetto destro di Sant’Ambrogio e San Carlo al Corso.
    Sul fondo della cappella Cybo trovano posto i due monumenti funebri dei cardinali Lorenzo e Alderano Cybo opere di Francesco Cavallini, autor ìe anche degli angeli in bronzo dorato che sostengono la mensa dell’altare.

    Nascita della Vergine – Sebastiano del Piombo – Cappella Chigi –

    Proprio di fronte alla cappella Cybo si trova la cappella Chigi. Essa fu concessa da papa Giulio II della Rovere al grande banchiere Agostino Chigi che chiamò Raffaello a realizzare il progetto. I lavori iniziarono nel 1513, proseguirono poi sotto la guida del Lorenzetto a causa della sopraggiunta morte di Raffaello, ma si protrassero, con molteplici interruzioni, fino al seicento tanto che la cappella venne completata dal Bernini tra il 1652 e il 1656.
    Nella cupola è possibile ammirare i mosaici realizzati su disegno di Raffaello, mentre sull’altare è collocato un affresco a olio su blocchi di peperino di Sebastiano dal Piombo, la Nascita della Vergine. Le sculture sono in parte del Lorenzetto e di Raffaello da Montelupo, mentre Abcuc e l’angelo Daniele e il leone sono del Bernino, così come è Bernono a terminare i monumenti funebri di Agostino e Sigismondo Chigi conferendo loro la forma di piramide.
    Nel presbiterio, sull’altar maggiore, è posta la tavola bizantina attribuita, dalla leggenda, a san Luca, raffigurante la Madonna del Popolo.

    Altare maggiore – Santa Maria del Popolo

    In realtà la tavola lignea è del XIII secolo, è attribuita al Maestro di San Saba e fu collocata sull’altare maggiore di Santa Maria del Popolo per volere di Gregorio IX. Sull’arcone stucchi dorati raccontano la leggenda della fondazione della chiesa così come la descrive la tradizione medievale.
    Nello spazio deputato al coro, dietro l’altare, sono i due capolavori di Andrea Sansovino: i sepolcri dei cardinali Girolamo della Rovere e Ascanio Sforza. Questi due sepolcri a foggia di arco trionfale rappresentano il punto di passaggio tra due stili, tra il quattrocento e il cinquecento. In entrambi i sepolcri, il defunto è raffigurato dormiente.
    L’ambiente del coro fu interamente progettato e realizzato da Bramante che chiamò a Roma Guillaume de Marcillat perché realizzasse le preziose vetrate dipinte a grisaille.
    Bramante realizzò l’opera su commissione del cardinale Ascanio Sforza in due fasi: una più antica corrispondente all’arcone a lacunari e all’abside con catino a conchiglia databile ai primi anni del suo soggiorno romano, 1500 circa, e una più tarda, riferibile al pontificato di Giulio II, verso il 1505-1509, in cui la volta a crociera originaria fu trasformata in volta a vela. Gli affreschi della volta sono del Pinturicchio.

    Sepolcro di Giovanni Battista Gilseni – Santa Maria del Popolo

    La cupola della chiesa è probabilmente la prima costruita a Roma, dopo il modello di tutte, rappresentato dal Pantheon. Accanto alla porta principale sta un curioso monumento funebre con il ritratto dipinto del defunto e una marmorea immagine della sua decomposizione, con il motto “neque hic vivus, neque illic mortuus”, cioè «Né qui vivo, né là morto».

    Roma, 29 gennaio 2017