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  1. Il museo Pietro Canonica in Villa Borghese.

    Scultore e compositore italiano, fu nominato senatore a vita da Luigi Einaudi nel 1950. Visse a partire dal 1926 in Villa Borghese, occupando la così detta Fortezzuola che gli era stata donata dal comune. Successivamente alla morte dell’artista, avvenuta nel 1959, la casa è divenuta museo.
    La bellezza di questo museo non risiede solo nella collezione di bozzetti delle opere dell’artista, ma nel fatto che è possibile godere ancora oggi dell’atmosfera che doveva pervadere gli ambienti, quando ancora erano abitati.
    Per saperne di più…..

    Guida: Chiara Minardi.
    Contributo visita: 10 €.

    Prenota la visita

    Dal contributo richiesto per partecipare alle nostre visite sono sempre esclusi i costi di eventuali biglietti e auricolari. Le nostre visite sono riservate esclusivamente ai soci dell’Associazione Roma Felix. È sempre possibile tesserarsi o rinnovare l’iscrizione prima dell’inizio della visita, presentandosi con qualche minuto di anticipo 

  2. Giacomo Balla al Museo Bilotti di Villa Borghese

    Il Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese, situato nel cuore del grande parco romano, è il luogo ideale per accogliere questa mostra

    Villa Borghese dal balcone – Giacomo Balla.

    antologica di Giacomo Balla, incentrata esclusivamente sul tema della Villa Borghese stessa, tema più volte affrontato dal pittore nel suo primo periodo di permanenza a Roma. La mostra permette, quindi, di conoscere, indagare e studiare il pittore forse meno noto, quello che dipinge prima di FuturBalla, ovvero del Balla futurista.
    Giacomo Balla si trasferisce a Roma con la madre Lucia Giannotti nel 1895, allontanandosi dalla sua città natale, Torino. Per il primo anno è ospite dello zio paterno Gaspare Marchionne Balla, residente al Quirinale in quanto Guardiacaccia di Sua Maestà il Re. Di qui va a vivere in via Piemonte 119, entrando in contatto con Alessandro Marcucci, Duilio Cambellotti e Serafino Macchiati. Conosce così Elisa Marcucci, sua futura moglie, che sposa in Campidoglio nel 1904.
    I coniugi Balla andranno a vivere nel quartiere Parioli, in un convento situato tra via Parioli, oggi via Paisiello, e via Nicolò Porpora. All’interno del fabbricato, di proprietà dei Sebastiani, grazie all’interessamento del sindaco Nathan, la famiglia Balla dispone di un appartamento con un lungo balcone che dà direttamente sugli spazi verdi di Villa Borghese, più volte ritratto in dipinti anche successivi al periodo futurista.

    Maggio – Giacomo Balla.

    Sarà proprio dal balcone di questo appartamento che nasceranno una parte cospicua delle opere presentate in mostra, opere che sono indagine sulla natura e sul rapporto natura – città, un tema caro ai pittori italiani degli inizi del Novecento, testimoni della trasformazione che stava subendo il paesaggio urbano. Si può affermare, quindi, che il tema della natura ai confini della città, è per Balla ciò che è per Paul Cézanne la Montagne Sainte-Victoire: materia da indagare, da provare e riprovare, da scarnire fino all’astrazione.
    Ma a Roma in questo momento la natura è ancora fortemente presente nell’orizzonte e nella prospettiva della città, e Balla ne fa oggetto della sua indagine, insieme alla luce. Indagine quest’ultima, a tratti quasi ossessiva. Una luce, analizzata e studiata in ogni suo aspetto a testimoniare l’interesse di Balla per la fotografia, interesse che è un interesse d’infanzia mediato dal padre fotografo dilettante.

    Autoritratto notturno – Giacomo Balla.

    E’ questo interesse a guidarlo e a fargli incontrare prima il mondo del Divisionismo, ancora a Torino incontrerà Pellizza da Volpedo, e a utilizzare in pittura delle luci dal vivo che sono luci fotografiche e che nella mostra al Museo Billotti sono esemplificate, tra le altre, dalle opere a pastello, una delle tecniche utilizzate all’inizio dal pittore, in cui la luce viene rappresentata da tratti istantanei di colore apparentemente fuori

    Alberi e siepe a Villa Borghese – Giacomo Balla.

    contesto, ma che sono utili a Balla per mostrare gli effetti della luce e del colore, nell’interazione naturale di un campo aperto. E lì dove viene usata una tecnica più “convenzionale” come la tela e l’olio, Balla non può esimersi dal rendere l’immediatezza della luce colpendo la tela con il retro del pennello, asportando e graffiando la tela. I graffi sono evidenti e chiari in primo piano, ad esempio, nell’opera Villa Borghese dal balcone del 1907.
    Non è un caso perciò che nel dipanarsi della mostra insieme all’opera di Balla vengano presentati gli scatti del fotografo Mario Ceppi realizzati negli stessi luoghi dei dipinti in mostra. I sei scatti esposti hanno “lo stesso taglio fotografico delle opere realizzate da Giacomo Balla”, spiega la curatrice della mostra, Elena Gigli. “Siamo andati in giro per Villa Borghese per ritrovare le stesse costruzioni, gli stessi momenti, gli stessi alberi che l’artista ha ritratto”. La ricerca è una ricerca importante perché anche la Villa nel tempo si è trasformata, ma ciò nonostante, è stato possibile riconoscere, all’interno del Museo Pietro Canonica, un albero ritratto nei pastelli di Balla esposti in mostra.

    L’ortolano – Giacomo Balla.

    Un altro aspetto che emerge dalla mostra è il rinnovato interesse degli artisti del primo Novecento italiano, e anche di Balla, per il trittico, una modalità compositiva molto in uso in periodo Medievale.
    Balla però non ritrae solo ciò che vede dal balcone di casa. La sua indagine sulla natura e la luce lo porta a scendere e passeggiare per i viali della Villa andando a scovare scorci particolari, reperti archeologici e anche pietre che vengono trattate come se fossero i personaggi principali di una storia. Nel dipinto che mostra una delle fontane di Villa Borghese l’acqua che zampilla è resa asportando il colore con energia utilizzando proprio il manico del pennello.
    A Roma, di fatto, Balla si muove in un ambito culturale che fa riferimento al socialismo umanitario e al positivismo scientifico ed è anche per questo motivo che l’interesse dell’artista non è solo per il paesaggio urbano, ma anche per la condizione umana, indagata a fondo nel ciclo Dei viventi tra il 1902 e il 1905, di cui anche in mostra troviamo alcuni esempi che includono non solo soggetti del mondo comune, ma anche gli affetti familiari, porti al visitatore con un realismo poetico, e i ritratti

    Ritratto di donna e due paesaggi – Giacomo Balla.

    commissionati dal mondo della borghesia romana, a cominciare dal sindaco Nathan. Anche in questi ritratti emerge la ricercatezza delle inquadrature e colpisce la posa dei soggetti che è tipica delle fotografie, ad esempio con la scelta di tagli ravvicinati, o di questa peculiare modalità di utilizzare la luce come nel caso dell’Autoritratto notturno del 1919, in cui la luce colpisce il volto del pittore quasi abbagliandolo e mettendo in risalto gli occhi chiari, che diventano magnetici per chi osserva il dipinto.

    Roma, 25 gennaio 2019

  3. Giacomo Balla al Museo Bilotti di Villa Borghese

    Una mostra antologica dedicata a Villa Borghese, alla sua luce e ai suoi scorci così come Giacomo Balla ce la restituisce attraverso il suo occhio. Completano la profonda indagine dell’artista sulla natura e sul rapporto natura – città, i ritratti quelli degli affetti familiari e quelli delle commissioni borghesi.
    Per saperne di più…..

    Guida: Marzia di Marzio.
    Contributo visita: 10€.

    Ingresso gratuito.

    Prenota la visita

    Dal contributo richiesto per partecipare alle nostre visite sono sempre esclusi i costi di eventuali biglietti e auricolari. Le nostre visite sono riservate esclusivamente ai soci dell’Associazione Roma Felix. È sempre possibile tesserarsi o rinnovare l’iscrizione prima dell’inizio della visita, presentandosi con qualche minuto di anticipo.

  4. Villa Borghese. Da privato a pubblico: la rivoluzione del giardino nella Roma neoclassica

    Il Giardino del Lago a Villa Borghese, il Pincio, Piazza del Popolo: in uno spazio tutto sommato ridotto, nel giro di una quarantina d’anni – dalla fine del Settecento ai primi decenni del secolo successivo – si assiste a un cambiamento del gusto e del modo di vivere dei romani, che forse qui più che altrove emerge chiaramente.

    Il Giardino del Lago di Villa Borghese.

    È qui che il giardino all’italiana lascerà il passo ai primi tentativi di creazione del giardino all’inglese. E il periodo napoleonico, essenziale per questo cambiamento, segnerà l’ulteriore passaggio dal giardino privato, a tratti concesso come pubblico, al giardino realmente pubblico. È ancora qui che alla fine del Settecento vediamo il neo-classicismo muovere i primi passi, per poi crescere e maturare divenendo sempre più sobrio ed elegante nel corso dell’Ottocento.
    L’itinerario che proponiamo parte dai propilei neoclassici, ispirati ai modelli greci, realizzati da Luigi Canina e inaugurati nel 1829, che segnano imponenti l’entrata a Villa Borghese da Piazzale Flaminio, per poi giungere al Giardino del Lago. Il Giardino del Lago, però, è una creazione di fine Settecento, quando Marcantonio IV Borghese, arrivato in Villa dopo più di cento anni dalla sua creazione, decide di apportare significativi cambiamenti al giardino barocco per trasformarlo in qualcosa di più attuale. In accordo con le teorie illuministiche che esercitarono un notevole influsso sul modo di concepire la natura e l’arte dei giardini, incaricò Antonio Asprucci e suo figlio Mario di ridefinire il cosiddetto Terzo Recinto – un’area di 40 ettari, la più estesa della Villa – abbellendolo con templi, statue, fontane ed edifici di vario genere. A tal fine fu richiesta anche la collaborazione di Jacob More, pittore paesaggista che avrebbe dovuto disegnare la scenografia del Giardino. Ma le cose non andarono così e il contributo maggiore venne da un giardiniere autodidatta, Francesco Pettini, che forse non sapeva nulla di pittura e scenografia, ma sapeva molto di piante e giardini. Fu così che nacque il Giardino del Lago con il Tempio d’Esculapio, in stile ionico, con iscrizione dedicatoria in greco al dio della medicina Esculapio Salvatore e con l’innesto di una quarantina di tipi di piante, alcune delle quali, per quel periodo storico, potevano essere considerate delle vere e proprie rarità esotiche.

    I Giardini del Pincio.

    Dal Giardino del Lago, attraversando un ponte creato solo nel 1908, si arriva al Giardino del Pincio, quella parte del colle all’interno delle Mura Aureliane che si estende dalla terrazza fino a Villa Medici. Questo è, a tutti gli effetti, il primo giardino veramente pubblico di Roma, fortemente voluto da Napoleone Bonaparte, a cui è dedicato l’ampio piazzale che si affaccia su uno dei più suggestivi panorami della città. Per la sua realizzazione fu scelto l’architetto Giuseppe Valadier, che iniziò a lavorare all’allestimento nel 1816, contemporaneamente alla sistemazione della piazza del Popolo. La fine del governo napoleonico non arrestò il progetto, che fu  completato al ritorno di Pio VII a Roma e inaugurato nel 1824, quando il colle venne unito alla piazza dai due splendidi tornanti che ancora oggi si possono percorrere: una soluzione tecnica che costò al Valadier lunghi anni di studio. Da quel momento, e almeno fino alla prima metà del Novecento, il Pincio è stato il vero e proprio parco cittadino, la promenade urbana, il  giardino dove i romani hanno potuto assistere a innumerevoli eventi e spettacoli.
    Due maniere completamente nuove e diverse di vivere il verde e lo scopriremo attraverso le voci, i ricordi, le musiche e le emozioni di coloro che questi viali affollavano e ci si incontravano.

    Roma, 10 ottobre 2018