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  1. Articolo

    Stelle cadenti. Jackson Pollock, Argento Verde.

    di Camille Paglia

    Dal volume “Seducenti immagini”di Camille Paglia (Società Editrice Il Mulino, Bologna 2012, pp. 294), pubblichiamo il capitolo Stelle cadenti. Jackson Pollock, Argento Verde.

    Blue Poles – Jackson Pollock – 1952.

    L’Espressionismo astratto ha conquistato il design moderno, dove è diventato un motivo decorativo consueto per qualsiasi cosa, dalla carta regalo al linoleum da cucine.
    Sorprende tuttavia che negli Stati Uniti molte persone fuori dei centri urbani guardino ancora alla pittura astratta con sospetto, come se fosse uno scherzo o una truffa. Preso atto di questa tenace scetticismo, faremmo forse bene a riconoscere che l’arte astratta è più spesso scadente che buona, e che nel corso dei decenni una quantità di goffe imitazioni ne ha compromesso il valore. Ragione di più per celebrare i capolavori di questo difficile genere.
    Jackson Pollock fu al tempo stesso beneficiario e vittima del culto americano della celebrità. Fu la prima superstar dell’arte americana, che era rimasta da sempre all’ombra di quella europea. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, divenne un simbolo del trasferimento della capitale mondiale dell’arte da Parigi a New York, dopo secoli di predominio francese. Nato in un allevamento di pecore nel Wyoming, Pollock sembra incarnare la rude indipendenza della frontiera americana. L’abbigliamento rozzo e le sue maniere brusche valsero a infrangere l’immagine stereotipata degli artisti, che gli americani, inclini al senso pratico e al conformismo, con sprezzo giudicavano spesso smidollati o snob.

    continua…

  2. Pollock e la Scuola di New York

    In mostra al Vittoriano uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning,

    Jackson Pollock – Hans Nmuth.

    Franz Kline e gli altri rappresentati della “Scuola di New York” irrompono a Roma con tutta l’energia e quel carattere di rottura che fece di loro gli artisti – eterni e indimenticabili – del nuovo astrattismo made in USA.
    Sebbene alla “Scuola di New York” sia stata attribuita questa definizione dal sapore didattico essa era in realtà un gruppo informale di poeti, pittori, ballerini e musicisti americani attivi sulla scena newyorkese tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Questi artisti non scrissero mai un vero e proprio manifesto ma trassero spesso ispirazione dal surrealismo e dai movimenti artistici d’avanguardia. Ne furono elementi espressivi l’action painting, l’espressionismo astratto, il jazz, il teatro d’improvvisazione e la musica sperimentale. Tra i poeti che ne fecero parte è bene ricordare quelli della beat generation come Gregory Corso, Allen Ginsberg e Jack Kerouac tra gli altri.
    La scelta dell’astrattismo per molti pittori è una scelta obbligata: siamo in America, in un periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima ha profondamente influenzato la società americana e soprattutto ha permesso il diffondersi dell’idea che fosse impossibile progettare una società su modelli utopici o razionale. Gli artisti, ed in particolare i pittori, non si sentono più in grado di progettare un’opera basata su moduli formali prestabiliti. L’arte si stacca così dalla rappresentazione reale del mondo che circonda l’artista per diventare tentativo di rappresentare il caos. Questa nuova modalità di espressione pittorica viene codificata come “espressionismo astratto”: il gesto di dipingere diviene espressione diretta dell’esperienza dell’artista.

    Gregory Corso e Allen Ginsberg.

    Nell’ambito dell’espressionismo astratto si afferma la personalità e l’ideologia di Jackson Pollock, che è certamente da considerarsi la più alta espressione dell’Action Painting, termine coniato nel 1952 da Harold Rosenberg per dare una definizione alla tecnica che lo stesso Pollock utilizzava per dipingere. Egli infatti attuava una modalità di pittura che prevedeva lo sgocciolamento del colore dal pennello, o direttamente dai barattoli, sulla tela, spesso di enormi dimensioni, stesa per terra, in maniera tale che ci si potesse lavorare contemporaneamente su tutti e quattro i lati.
    In questa maniera la tela non è più uno spazio diviso tra centro e periferia, primo piano e piani ulteriori, ma il suo spazio si allarga e può anche travalicare i bordi stessi del supporto pittorico.
    L’opera non è più progettata ma diviene il risultato di un processo continuo d’improvvisazione portato avanti in uno stato di trance, così che sia direttamente l’inconscio a creare l’opera senza alcuna intermediazione della razionalità.
    La tela che per secoli era stata interprete delle impressioni, dei sentimenti, dei racconti diviene supporto su cui l’esperienza artistica è fissata in quanto vero e proprio ritmo ed essenza vitale.
    Esemplificativo di questa esperienza è la grande tela di Pollock intitolata “Number 27” realizzata nel 1950, e presente in mostra. Sulla tela è possibile risalire al movimento che il braccio di Pollock ha effettuato per depositare la vernice e lo smalto. E’ possibile vedere con chiarezza come il colore non sia stato mai lasciato cadere a coprire completamente il fondo nero, che quindi entra in rapporto dinamico con i colori: contemporaneamente quindi si può leggere il nero come continuamente interrotto dai colori, o i colori come se fossero continuamente interrotti dal nero. Entrambe le possibilità sono vere e coesistono. Il dipinto ha anche una tridimensionalità conferita dalle colature di vernice metallizzata.

    Number 27 – Jackson Pollock.

    Alla fine dell’azione artistica rimarranno impressi sulla tela sei colori: bianco, nero, giallo, verde oliva, grigio e rosa pallido.
    La trama è indecifrabile e tesa a coprire l’immagine che Pollock stesso aveva immaginato, per volere e per dichiarazione esplicita dell’artista: “velare l’immagine, la quale diventa oscura e misterica”.
    Lo stesso Pollock insistette molto perché la sua maniera di dipingere, a metà tra danza, trance e performance fosse documentata con immagini fotografiche e video e il suo desiderio nel 1951 trovò nel regista tedesco Hans Namuth colui che lo attuò.
    Grazie alle foto e ai brevi filmati di Namuth, ancora oggi restiamo affascinati e colpiti da come Pollock lavorasse alla pittura, stravolgendola rispetto ai canoni ordinari. E tra questi documenti diviene un cult il video, girato sempre da Hans Namuth nello suo studio a Spring: Pollock all’opera mentre lavora e danza intorno alla grande tela srotolata in terra.
    Pollock diviene così leggenda. Artista tra i preferiti dell’iconica collezionista Peggy Guggenheim che di lui ebbe a dire: «Era un uomo contraddittorio. Così timido e difficile da presentare alla gente e nervoso. Arrivava sempre sbronzo e per questo non avrebbe potuto farcela da solo».
    La mostra in corso al Vittoriano, curata da David Breslin e Carrie Springer con Luca Beatrice è divisa in 6 sezioni, permette di ammirare più di 50 capolavori, e diviene così un susseguirsi di colori vividi, armonia delle forme, soggetti e rappresentazioni astratte che immergono e guidano i visitatori in un contesto artistico unico e originale: quello dell’espressionismo astratto.
    In mostra, quindi, c’è il frutto di una “rivoluzione” nata nel maggio del 1950, quando il Metropolitan Museum di New York organizzò un’importante mostra di arte contemporanea escludendo la cerchia degli “action painter”. La decisione scatenò la rivolta degli esponenti del movimento e proprio in questo clima d’insurrezione e stravolgimento sociale l’espressionismo astratto divenne un segno indelebile della cultura pop, attraverso il particolare connubio tra espressività della forma e astrattismo stilistico, elementi che influenzarono sensibilmente tutti gli anni ’50 del Novecento.

    Four Darks in Red – Mark Rothko – 1958.

    L’Action painting, ovvero la “pittura d’azione”, diventa così sinonimo d’innovazione, trasformazione, rottura degli schemi e del passato e questa straordinaria mostra permette di riscoprire non solo il fascino di tale movimento, ma anche di rivivere emozioni e sentimenti propri di quegli artisti che hanno reso unico un capitolo fondamentale della storia dell’arte, che vede in Pollock certamente una delle punte più limpide e alte.
    Pollock nasce a Cody, Wyoming, nel 1912. Le cronache riferiscono di un’infanzia difficile e itinerante, per i continui spostamenti della famiglia tra California e Arizona ai tempi della Grande Depressione, quando il padre di Pollock era costretto a cercare lavoro dove capitava. Il giovane Jackson ha un carattere ribelle, ingestibile sia per la famiglia che per la scuola, poco incline al rispetto delle regole e afflitto sin dall’adolescenza da ripetuti problemi di alcolismo: eppure, quando dipinge, è evidente a tutti il suo strepitoso e prematuro talento.
    Alla metà degli anni Trenta incontra e si innamora di Lenore Krasner – anche lei artista – che sposerà solo nel 1945. Quindi la coppia si trasferisce a Springs, Long Island, e la Krasner si dedica alla carriera del marito, diventando la sua principale promoter. Ed è qui, in un nuovo studio ampio come un capannone industriale, che Pollock potrà scoprire il “dripping”, lo sgocciolamento, e farne la sua propria modalità espressiva. Dai filmati e dalle foto a disposizione di questi atti creativi Pollock appare completamente immerso nell’atto stesso, senza soluzione di continuità tra l’uomo, l’artista, il sentire e l’espressione. L’artista si muove al ritmo della musica jazz e la creazione dell’opera entra a far parte dell’opera stessa.
    L’ultimo periodo della vita del pittore del Wyoming fu il più difficile. L’esistenza complessa, fin dall’infanzia, turbata da problemi psichiatrici e di alcol continuava. Tra 1948 e 1950, periodo d’intensa attività, anche la rivista “Life” si domandò, retoricamente, se fosse lui l’artista americano più famoso, accostandolo ai grandi maestri europei quali Picasso, Miró, Rouault, Matisse.

    Jackson Pollock – Hans Namuth.

    Di fatto è proprio la sua vita sregolata e assurda a interrompere prematuramente una sfolgorante carriera: l’11 agosto 1956, dopo l’ennesima notte brava, Pollock si schianta al volante della propria auto. Con lui muore una giovane donna, un’altra resta gravemente ferita.
    Sono passati oltre sessant’anni dalla sua morte, eppure il mito di Pollock resta inscalfibile e sempre attuale: a lui e alla sua arte è dedicata tutta la prima sezione della mostra romana.
    Ma la mostra non è solo Pollock. Nella seconda sezione – Verso la Scuola di New York – ci si sofferma sulla generazione di pittori in America che si allontana dal realismo e dalla figurazione, vedendo nell’astratto il segno di un tempo nuovo come Arshile Gorky, William Baziotes, Robert Motherwell, tra i fondatori della “Scuola di New York”, Clyfford Still, Mark Tobey, Richard Pousette-Dart e tanti altri come Bradley Walker Tomlin tra i precursori, fin dai primi anni Quaranta, del nascente “Espressionismo astratto”.
    La Terza sezione si concentra su Kline. I suoi dipinti di grandi dimensioni modulati prevalentemente sul bianco e nero, più raramente di altri colori. Kline, insieme a Pollock, Rothko e de Kooning è considerato tra i massimi interpreti della “Scuola di New York”.

    Pollock e la Scuola Americana – Una foto della mostra.

    Nella Quarta sezione – “Dall’Espressionismo astratto ai Color Field”, la pittura si dirige rapidamente verso la smaterializzazione. Nella Quinta sezione, dedicata a Willem de Kooning, l’artista sempre vicino all’Action Painting, ma mai completamente espressionista astratto, pur abbracciandone i principi teorici non abbandona la figurazione. Resta famoso soprattutto per la serie Woman I, ciclo dedicato alla figura femminile. Mentre nella sesta e ultima sezione dal titolo “Mark Rothko” il focus è sul pittore dall’approccio lirico e mistico. Nei suoi quadri ci sono pennellate estese di colore che tracciano soprattutto rettangoli luminosi e vibranti.

    Roma, 9 dicembre 2018

     

  3. Andy Warhol, quando il quotidiano diventa eterno

    La vera essenza di Warhol in mostra al Vittoriano. Un’esposizione che con oltre 170 opere traccia la vita straordinaria di uno dei più acclamati artisti della storia.

    Autoritratto – Andy Warhol.

    Un’esposizione interamente dedicata al mito di Warhol, realizzata in occasione del novantesimo anniversario della sua nascita che parte dalle origini artistiche della Pop Art: nel 1962 il genio di Pittsburgh inizia a usare la serigrafia e crea la serie Campbell’s Soup, minestre in scatola che Warhol prende dagli scaffali dei supermercati per consegnarli all’Olimpo dell’arte. Seguono le serie su Elvis, su Marilyn, sulla Coca-Cola.
    L’esposizione, con le sue oltre 170 opere, vuole riassumere l’incredibile vita di un personaggio che ha cambiato per sempre i connotati non solo del mondo dell’arte ma anche della musica, del cinema e della moda, tracciando un percorso nuovo e originale che ha stravolto in maniera radicale qualunque definizione estetica precedente.
    Sembra facile organizzare storicamente la vicenda artistica di Andy Warhol. Ma non lo è. Per sintetizzare, si possono rintracciare tre periodi: fino al 1960 c’è un Warhol illustratore; la stagione pop dal 1960 al 1969, segnata dall’attentato subito da Valerie Solanas 3 giugno 1968; la pausa senza pittura; 1972-1987 l’ultima stagione, probabilmente la più grande.
    L’Andy Warhol illustratore è la preistoria. Un affacciarsi al mondo senza ancora avere l’idea su dove e come portare l’affondo. La fase pop è la più radicale e in un certo senso “fondamentalista” nell’azzeramento di qualsiasi soggettivismo espressivo: il colpo che invecchia tutta l’arte del 900 è il ciclo delle zuppe Campbell, esposte nel 1962 a Los Angeles, cui segue l’approdo alla meccanizzazione con le serigrafie dei “200 dollari”.

    Marilyn – Andy Warhol.

    Il terzo Warhol invece sembra liberarsi dall’ossessione di un’artificialità del prodotto artistico. La sua arte torna a respirare, la pittura stesa con grandi spugne torna ad essere stesa sulla tela. Dopo il raggelamento pop si sente un’aria di nuova libertà. L’artista si lascia andare e vengono fuori i capolavori: il ciclo dei Teschi, meravigliosi nei loro preziosismi; le due tele della serie Ladies and gentleman, travestiti neri che sbucano dal meraviglioso calice giallo del loro vestito. Straordinarie anche i due Rorschach, grandi tele a motivo decorativo, che Wharol realizzò equivocando il metodo terapeutico di uno psichiatra svizzero.
    Storicizzare vuol dire anche capire da quale storia si generi ogni opera di Andy Warhol. Purtroppo il compito non è semplice perché l’arte contemporanea è stata monopolizzata dalla “critica”, che gioca ad alzare cortine fumogene sulla storia, e non è mai possibile trovarne invece una storia. Che si capisce dei Mao, se non si percepisce il rovesciamento che Warhol ne fa in coincidenza del viaggio di Nixon a Pechino, quando il simbolo della contestazione dell’Occidente diventa preziosa sponda anti Unione Sovietica? È un ribaltamento simbolico spiattellato in faccia al mondo che i cinesi non hanno ancora digerito, nelle mostre in Cina questa serie non può essere esposta.
    Andy Warhol va aggirato: lui ti fa stare sempre sulla sua superficie, quando invece sta lavorando in profondità. Quindi va sempre scovata questa profondità, senza cadere nell’errore opposto di caricarla di significati. Warhol è pittore nato visivamente sulle icone della chiesa cattolica ortodossa di Saint George di Pittsburg, che per tutta la stagione pop dipinge icone, eternizzando i prodotti simbolo della civiltà consumista. L’icona è per principio piatta, non vuole la profondità, perché la profondità è tutta e solo nel pensiero e nella preghiera accesa in chi la guarda. L’icona non ha nessuno sviluppo narrativo. È solo replica di un prototipo. L’artista degli anni pop segue lo stesso procedimento, ed evita ogni profondità. Eppure nella piattezza delle sue superfici intercetta note profonde. Il tema della morte ad esempio, che affiora plateale nelle Electric Chair, o nei disastri stradali; ma è sempre il tema della morte che rende iconica la sua Marilyn Monroe, non solo perchè la realizza dopo il suo suicidio, ma perché la palpebra semiabbassata sul “sole” biondo del suo volto, è un’implacabile nota tragica, che trova la sua forza nella replica

    Andy Warhol. Copertine che hanno fatto epoca.

    ossessiva, martellante, seriale di quel prototipo. Così si capisce che la serialità di AW non è solo esito di un’arte che si è adeguata come tutto ai processi di produzione meccanica. La serialità è il dispositivo che nella ripetizione produce un effetto equivalente alla profondità.
    Senza recinti. Disse Keith Haring: «Era lui che aveva mosso le cose in modo da rendere possibile anche a me di essere artista Era il primo che dava la possibilità di essere artista pubblico nel vero senso della parola, un artista della gente». La funzione di Warhol è in questo enorme allargamento del “recinto” dell’arte. Un qualcosa di molto simile all’abbattimento di quei recinti. In modo molto americano, diceva che c’è una chance per tutti. “Intanto falla” (l’arte), è il suo slogan. Poi, dopo di lui, sono stati alzati altri recinti protettivi, architettati in alleanza tra mercato e intellettualismo critico. Un nuovo accademismo à la page. Warhol non ci sarebbe stato: non era uno da selezioni preventive.

    Roma, 29 ottobre 2018

  4. Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto.

    Le Donne e le Armi -Augusto Bompiani – 1915/1918

    Un tributo alla Capitale d’Italia attraverso gli artisti che l’hanno vissuta e gli stili con cui si sono espressi. Una rassegna unica che ripercorre le correnti artistiche protagoniste del ‘900 con in primo piano la città di Roma, da sempre polo d’attrazione di culture e linguaggi diversi. Presentate oltre180 opere, tra dipinti, sculture, grafica e fotografia, di cui alcune mai esposte prima e/o non esposte da lungo tempo, provenienti dalle collezioni d’arte contemporanea capitoline, in una rilettura ideale della cultura artistica di Roma, una città ipercentrica, seppur multiculturale, nella quale, nei decenni, si sono andate sedimentando diversità e univocità non sempre o non solo in conflitto fra di loro. Proprio come nella specificità cronologica individuata che, lungo il Novecento, si svolge fra Modernità e Tradizione, da Ernesto Nathan, Sindaco di Roma (1907-1913) di dichiarata ispirazione mazziniana negli anni di complessa gestione della capitale, fino al decennio dei grandi movimenti di massa e della rivoluzione artistica e culturale ormai universalmente identificata col nome dell’anno in cui si manifestò in maniera più preponderante: il Sessantotto. La mostra si muove quindi su di un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere d’arte selezionate nel contesto geo-artistico, temporale e sociale in cui sono state create. Con in primo piano la città, quindi, la sua storia e i suoi luoghi, nelle dissimili ramificazioni territoriali, dal centro alla periferia e viceversa. Ma anche i suoi stili artistici, nei diversi periodi che si sono andati affiancando oppure sovrapponendo e sostituendo, in un avanzamento artistico e intellettuale che ha fatto di Roma il perno della cultura nazionale e internazionale del Novecento, molte volte anticipando temi e stili rispetto ad altri capoluoghi italiani così come per altre capitali europee. In mostra opere che riproducono paesaggi e figure con valenze simboliste e decadenti realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo (Duilio Cambellotti,

    Tetti di Roma – Renato Guttuso

    Onorato Carlandi, Nino Costa, Adolfo De Carolis, Camillo Innocenti, Auguste Rodin, Adolf Wildt, Ettore Ximenes, ecc.). Si tratta di opere che anticipano quella voglia di rinnovamento e modernità fondamentale per il lavoro degli esponenti della Secessione romana negli anni Dieci (Felice Carena, Nicola D’Antino, Arturo Dazzi, Arturo Noci,ecc.), così come per il gruppo dei futuristi e degli aeropittori degli anni Venti e Trenta (Benedetta Cappa Marinetti, Tullio Crali, Sante Monachesi, Enrico Prampolini, Tato, ecc.). Una parte sostanziale della mostra è dedicata a quella tendenza artistica, per così dire, di “recupero”, spesso teorico oltre che concettuale, dell’antico e della tradizione dell’arte italiana che caratterizza, seppur con distinguo, le molteplici correnti artistiche degli anni Venti-Trenta, dal Tonalismo al Realismo Magico, dalla Metafisica, al Primitivismo, tramite le quali gli artisti “guardano” Roma con un nuovo seppur “antico” sguardo (Giacomo Balla, Giuseppe Capogrossi, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Giorgio de Chirico, Achille Funi, Franco Gentilini, Arturo Martini, Roberto Melli, Fausto Pirandello, Mario Sironi, ecc.). Si prosegue con l’approfondimento della Scuola Romana che offre una notevole rosa di capolavori dell’arte italiana del Novecento con focus sulle demolizioni che hanno caratterizzato Roma nella distruzione/ricostruzione del centro città e il conseguente, dissennato, sviluppo delle periferie (Afro, Mario Mafai, Scipione, ecc.), per immettersi nella fase della figurazione e dell’astrazione – il segno – che ha caratterizzato la cultura post-bellica degli anni Quaranta, Cinquanta e primi Sessanta (Renato Guttuso, Leoncillo, Carlo Levi, Gastone Novelli, Achille Perilli, Giulio Turcato, Lorenzo Vespignani, Alberto Ziveri, ecc.). A chiusura, intesa però come apertura verso un’“altra” Roma, i riscontri urbani della Pop Art romana e delle sperimentazioni concettuali della

    La strada che porta a San Pietro – Scipione.

    seconda metà degli anni Sessanta che hanno definitivamente dilatato il centro dell’arte e del pensiero artistico di Roma, da Roma oltre la stessa città, per un afflato internazionale (Franco Angeli, Mario Ceroli, Tano Festa, Mario Schifano, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Mimmo Rotella, ecc.). Anche l’’allestimento della mostra, che coinvolge tutto il museo, è stato pensato tenendo presente il nesso tra i diversi ambienti artistici, tra luoghi temporali e iconografici contigui, al fine di rappresentare la vivace e intensa vita artistica della Capitale. A tal fine anche i tradizionali apparati didattici sono affiancati, in ciascuna sezione, da strumenti multimediali realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma e l’Istituto Luce. Attraverso l’individuazione di tre concetti chiave – Architettura e urbanistica / Società/ Arte – sarà consentito visualizzare insieme immagini e brevi testi scientifici utili a dimostrare le stringenti relazioni fra, appunto, la città, il suo sviluppo e le arti. Grazie alla collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, la mostra viene anche arricchita da una specifica sezione dedicata ai FILM D’ARTISTA degli anni Sessanta, realizzati dai maggiori artisti che hanno lavorato a Roma, reinventando il linguaggio cinematografico a fini artistici: Franco Angeli, Gianfranco Baruchello, Mario Schifano e Luca Maria Patella. Da luglio 2018 e per tutto il periodo della mostra sono visibili: MARIO SCHIFANO Ferreri (n.d.), Fotografo (n.d.), Reflex (1964), Vietnam (1967), Film (1967), Souvenir (1967); GIANFRANCO BARUCHELLO – Non accaduto, (1968); LUCA MARIA PATELLA – Terra animata (1967), SKMP2 (1968); FRANCO ANGELI – [Attualità] (1967), Schermi (1968), New York (1969).

    (Presentazione ufficiale della Mostra “Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto. http://www.galleriaartemodernaroma.it/en/node/1001288).

    Roma, 20 settembre 2018