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  1. Il mondo a casa: Villa Adriana

    Il luogo più caro all’imperatore Adriano non fu Roma, e neppure la sua amata Atene, bensì Tivoli, dove Adriano fa costruire, probabilmente almeno in parte sulla base di

    Villa Adriana -Ricostruzione.

    propri progetti, la monumentale villa che porta il suo nome, e i cui resti coprono un’area di oltre 100 ettari. A Villa Adriana la grande tradizione romana della villa di otium, una tradizione peraltro assai presente nel mosso paesaggio tiburtino, con esempi anche significativi, ampia, fantasiosa, lussuosa fino all’eccesso, si incontra con i prestigiosi modelli delle architetture d’apparato delle regge ellenistiche, trovando formulazioni originali tramite l’applicazione delle acquisizioni della tecnica costruttiva di età neroniana e flavia, che favoriscono lo sviluppo di quelle tendenze imposte da Adriano in ambito architettonico anche nell’Urbe, come la predilezione per le formule planimetriche curvilinee e per gli ambienti voltati a cupola.
    La complessità e l’infinita varietà dell’insieme non è tuttavia riducibile a mero sfoggio esteriore di magnificenza e di sfarzo, perché Villa Adriana è molto di più di una residenza imperiale: è forse la più sincera, la più diretta creazione di un uomo dalla complessa personalità, profondamente colto e che conosce il mondo, della cui infinita ricchezza e bellezza intende fare un compendio nel luogo in cui ha scelto di vivere. Sparziano, nell’Historia Augusta, Adriano – 26, ricorda come Adriano avesse riprodotto nella propria villa i luoghi visitati nel corso dei suoi viaggi, come il Liceo e l’Accademia di Atene, templi della filosofia, o il Pecile, che ad Atene conservava

    Villa Adriana – Canopo con Cariatidi.

    opere di alcuni tra i più grandi pittori greci, Polignoto e Micone, o il celebre canale di Alessandria, il Canopo, o ancora la Valle di Tempe in Tessaglia, celebre per le sue bellezze naturali; e sulla base di questo passo per secoli si è cercato di ricostruire questa topografia miniaturizzata tra i resti di Villa Adriana, anche allo scopo di avere informazioni planimetriche sugli edifici originali. Ma non è certo una riproduzione fedele dei monumenti e dei luoghi visitati ciò a cui Adriano mira, quanto piuttosto la costruzione di una geografia ideale, del cuore e dell’intelletto, che sia un serbatoio di ricordi personali e di memorie erudite, ma che sia anche la rappresentazione enciclopedica, onnicomprensiva, del mondo su cui Roma domina. C’è un continuo gioco tra microcosmo e macrocosmo, a Villa Adriana, di cui costituisce un esempio rappresentativo il cosiddetto Teatro Marittimo, l’isolotto artificiale, delimitato da un euripo circolare, che è una sorta di “villa nella villa”, completa di ogni comfort, compresi impianto termale e biblioteca.
    Ed è un’ambizione enciclopedica a informare anche l’apparato decorativo, che fa di Villa Adriana un dovizioso museo, ricco di pitture, di stucchi, di splendidi mosaici, di rilievi e soprattutto di sculture a tutto tondo. Queste ultime, in particolare, sono copie che consentono di ripercorrere idealmente il cammino dell’arte greca, cominciando almeno dal gruppo dei Tirannicidi di Crizio e Nesiote, per proseguire con i maestri del V secolo, da Mirone con il suo Discobolo a Fidia, con l’Amazzone tipo Mattei, a Cresila, con l’Amazzone tipo Sciarra e la Pallade tipo Velletri; ricco il campionario di copie di sculture di IV secolo avanti Cristo, nel quale emerge l’Afrodite Cnidia collocata all’interno di un monoptero di ordine dorico in uno degli angoli più suggestivi dell’intera residenza, forse evocativo della collocazione

    Centauro vecchio – Musei Capitolini.

    originaria dell’opera prassitelica sull’isola di Cnido; ben rappresentata, infine, la scultura ellenistica, con copie di opere assai apprezzate in epoca romana come l’Afrodite di Dedalsa e il gruppo di Eros e Psiche, e di originali di scuola pergamena e rodia, come il Pasquino, il gruppo dell’accecamento di Polifemo e quello di Scilla che assale la nave di Ulisse. Le sculture, così come i rilievi e i mosaici, sono di notevole qualità, prodotti di un artigianato artistico di raffinato tecnicismo, il cui sviluppo è determinato dal fervore edilizio che si diffonde in età adrianea in ogni angolo dell’impero. È questo clima a favorire l’affermazione di scuole di scultori specializzati e itineranti, tra le quali spicca quella di Afrodisia di Caria: eclettici, virtuosi di tutte le tecniche, conoscitori di tutti gli stili, capaci di lavorare con ogni tipo di marmo, gli scultori afrodisiensi, già attivi a Roma nel grande cantiere delle terme di Traiano, lavorano alacremente per Adriano, interpretando con abilità le sue preferenze e i suoi gusti in campo artistico, e realizzando per la sua residenza tiburtina alcune delle opere scultoree più celebri del complesso, come i due Centauri in marmo bigio morato, firmati da Aristea e Papia, oggi ai Musei Capitolini, caratterizzati da un’esasperazione virtuosistica della resa anatomica che ha conosciuto, fin dal loro rinvenimento nel 1736, una fortuna critica altalenante, tra entusiasmi e critiche feroci.
    Divina bellezza: Antinoo
    È un artista di Afrodisia, Antoniano, a firmare uno splendido rilievo, palesemente ispirato alle stele funerarie attiche di V secolo avanti Cristo, nel quale compare,

    Antinoo come Dioniso – Museo Pio – Clementino.

    identificato con Silvano, dio latino dei boschi e protettore dell’agricoltura e delle greggi, la figura più emblematica dell’età adrianea: Antinoo. Antinoo è il giovane, bellissimo favorito bitinio dell’imperatore, morto nel 130, appena ventenne, per annegamento, in circostanze poco chiare, in Egitto, nei pressi di Hermoupolis: un salvataggio nel Nilo dello stesso Adriano?, una disgrazia? un suicidio rituale? un omicidio politico?. La sua figura e la sua relazione con Adriano sono al centro del romanzo più bello, e meglio documentato, ispirato al mondo antico che sia mai stato scritto, le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
    La morte del giovane getta Adriano in una disperazione considerata con disapprovazione dai biografi antichi, e lo conduce a tributargli una serie di onori di gran lunga superiori a quelli normalmente attribuibili a chiunque non sia un imperatore: nel luogo della sua morte fonda una città, Antinopoli, fa celebrare con feste sontuose gli anniversari della sua nascita e della sua morte, e soprattutto incentiva intorno alla sua figura, divinizzata e assurta al cielo sotto forma di costellazione, un culto che si diffonde in varie città dell’impero, ma anche in Italia: il già citato rilievo di Antoniano viene da Lanuvio, dove si trova un tempio per la venerazione del nuovo dio, associato ad Artemide. Gli atti di Adriano sono certo dettati dal dolore; ma dietro essi è probabilmente da leggersi anche un accorto calcolo politico, teso a colmare il vuoto religioso che caratterizza il periodo con un culto unificante, da diffondere in tutto l’impero, strettamente connesso alla casa imperiale, e anzi emanazione dello stesso imperatore.

    Memorie di Adriano – Marguerite Youcenar.

    Il culto di Antinoo probabilmente si spegne poco dopo la morte di Adriano, ma la sua diffusione, per quanto effimera, è dimostrata dalla massiccia presenza delle immagini del giovane in statue, busti, teste-ritratto, gemme, che ne riproducono all’infinito il volto malinconico, dagli occhi allungati e dalle labbra sensuali, dalle linee carnose ed ampie, coronato dalla massa chiaroscurata della capigliatura a folti riccioli corposi, che crea un suggestivo contrasto coloristico con i piani luminosi del viso. Nelle immagini a figura intera Antinoo è assimilato spesso a figure di dèi giovani come Apollo o Dioniso (di cui già l’arte ellenistica aveva enfatizzato le forme molli e sensuali, talvolta quasi androgine) o di personaggi mitici segnati da un destino doloroso, in cui si intrecciano amore e morte, come Ganimede o Attis; assume un significato particolare l’assimilazione ad Osiride, ispirata dal luogo in cui Antinoo ha trovato la morte, ma anche dalla drammatica vicenda mitica di morte e resurrezione della divinità egizia, che verosimilmente costituisce il tema del complesso programma iconografico del triclinio estivo, noto come Canopo, di Villa Adriana. È a proposito dell’elaborazione dell’iconografia di Antinoo che gli storici dell’arte hanno potuto parlare di creazione dell’ultimo tipo di statua atletica classica, spingendosi sino a definire, come ha fatto la studiosa inglese Jocelyn Toynbee in un libro celebre, l’arte adrianea “un capitolo della storia dell’arte greca classica”. Ma il classicismo adrianeo, inquieto, soffuso di malinconia, aperto a contaminazioni e suggestioni, è ben diverso da quello nitido e sereno, rassicurante, dell’età augustea, al punto che Ranuccio Bianchi Bandinelli ha potuto anzi riconoscervi tendenze romantiche, parlando della “prima apparizione di elementi romantici nella cultura europea”.
    Nella scultura ufficiale adrianea, destinata a eternare il ricordo dei riti e delle cerimonie imperiali, le forme classiche di rigore diventano addirittura gelide, come nei due rilievi reimpiegati in età tardoantica nel cosiddetto Arco di Portogallo, in uno dei quali compare l’apoteosi di Sabina, la moglie morosa “bisbetica” e poco amata di Adriano, morta e divinizzata nel 136. Un tono più caldo e sincero assumono gli stilemi classici nei celebri “tondi” reimpiegati nel IV secolo nell’arco di Costantino, che si possono annoverare tra i prodotti più felici dell’arte dell’età di Adriano. I rilievi sono otto, di notevoli dimensioni, oltre due metri di diametro, e presentano episodi di caccia, al cinghiale, all’orso, al leone, alternati a scene di sacrificio, a Diana, a

    Caccia al Cinghiale – Arco di Costantino.

    Silvano, a Ercole, ad Apollo, e uno, che in origine doveva essere il primo della serie, raffigura la partenza per la caccia; secondo il gusto classico, le poche figure si stagliano nitide sul fondo neutro, appena interrotto da elementi paesistici che conferiscono alle composizioni un tono rarefatto, quasi sognante. Nulla è noto circa il monumento di cui facevano originariamente parte questi rilievi, assai singolari sia per la forma circolare che per la scelta del tema venatorio, che inizierà a conoscere una fortuna crescente nella produzione artistica romana soltanto dopo l’età adrianea, nonostante la forte valenza simbolica di cui la caccia, intesa come manifestazione del potere e della virtù del sovrano, era stata investita già nell’arte dell’Egitto faraonico e in quella del Vicino Oriente antico, in quella persiana e infine in quella greca ellenistica di ambiente dinastico, sulla scia delle celebri cacce di Alessandro Magno. Una interessante ipotesi di Filippo Coarelli attribuisce i tondi ad una struttura, forse un arco di ingresso, connessa alla tomba di Antinoo a Roma, alla quale farebbe riferimento l’iscrizione geroglifica su un obelisco oggi eretto tra i vialetti del Pincio, e da localizzare forse nell’area della Vigna Barberini, tra la residenza imperiale sul Palatino e il tempio di Venere e Roma.
    La recente scoperta a Villa Adriana di un’esedra monumentale con una ricca decorazione scultorea di gusto egittizzante, il cosiddetto Antinoeion, ha riaperto la questione della tomba di Antinoo; ma sembra incontestabile l’idea di un rapporto particolare delle scene dei tondi dell’arco di Costantino con la figura del favorito imperiale. In effetti il giovane bitinio compare in tutti i tondi, ad eccezione di quello che raffigura il sacrificio ad Apollo; nella serie dei rilievi sarà forse da leggersi una sorta di “storia sacra” della vita del favorito imperiale, scandita, con un chiaro

    Caccia al Leone – Arco di Costantino.

    intento di eroizzazione, dalla sua partecipazione al fianco di Adriano, appassionato di arte venatoria, come sappiamo dalle fonti antiche, a battute di caccia, compresa quella, da riconoscere nel tondo con la caccia al leone, nel deserto egiziano, in cui il giovane aveva rischiato la vita proprio pochi giorni prima della sua tragica fine ad Hermoupolis; la sequenza doveva concludersi proprio con il sacrificio ad Apollo, in cui il giovane non compare perché già divinizzato ed assimilato al dio delfico. Il tema della composizione si configura dunque come assolutamente inedito, privo di precedenti nella tradizione dell’arte ufficiale romana, perché intimamente legato al vissuto dell’imperatore, al suo privato, per quanto rielaborato in un monumento rivolto al pubblico; e l’abusato linguaggio formale classico trova accenti di rinnovata autenticità per esprimere i sentimenti di un uomo cui la Yourcenaur fa dire: «L’impero, l’ho governato in latino […]; ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto».

    Roma, 30 giugno 2018

  2. Catacombe di Priscilla: alla scoperta delle più antiche raffigurazioni della Natività e dell’Adorazione dei Magi

    Le catacombe di Priscilla sono tra le più antiche di Roma. E le più belle. Con nuclei

    Catacombe di Priscilla.

    che risalgono anche al II secolo dopo Cristo e sono estese, su vari livelli, sotto Villa Ada e gran parte del quartiere Trieste. Oggi l’ingresso è nel palazzetto delle monache benedettine, che curano la custodia e le visite ai tesori sotterranei.
    Priscilla era una nobildonna romana, clarissima foemina, ossia moglie di un senatore, della famiglia degli Acilii Glabriones, imparentata con quella imperiale, che protesse i primi cristiani accogliendoli nelle cave di tufo scavate sotto la sua villa. Originata da vari nuclei indipendenti, la catacomba divenne in seguito un unico complesso costituito da un’area sopra terra con tombe, oratori, almeno due basiliche e da una vasta area sotterranea.
    Il nucleo più antico delle catacombe, la regione nota come il Criptoportico, è l’ipogeo gentilizio della villa degli Acilii del I secolo dopo Cristo che comprendeva una vasta parte di territorio che costeggiava questo tratto della via Salaria, piazza Acilia, deriva il suo nome da tali possedimenti. In questa area furono inizialmente sepolti i nobili membri della famiglia. Il criptoportico è formato da una serie di ambienti, il più importante dei quali è la cosiddetta “cappella greca” dove le decorazioni denunciano l’alto livello di cultura e di posizione socio-economica dei “padroni di casa” e ciò le rende profondamente diverse dalle altre catacombe romane. Sul soffitto c’è un dipinto del Pastor bonus, il Buon Pastore, che porta sulle spalle non il solito agnello ma un capretto e numerosi affreschi del III secolo dopo Cristo dove tornano con

    I Re Magi – affresco dalle Catacombe di Priscilla.

    insistenza le immagini del repertorio figurativo-simbolico dei primi cristiani: Giona e la balena, metafora della Resurrezione, l’Orante, ossia la figura femminile nell’atto di tenere alzate le braccia in segno di adorazione o preghiera.
    Tra gli affreschi di quest’area, in una piccola cappella sepolcrale, quella che forse è la più antica rappresentazione dell’Eucarestia, ossia dello “spezzare il pane” del sacerdote insieme ad altre persone riunite a mensa, come si usava in quei tempi antichissimi. Tra di essi un uomo anziano spezza il pane ed è presente anche una donna, la quale testimonia con la sua presenza come nell’antichità esistessero le diaconesse. Sulla tavola è presente anche del pesce, il cui nome greco era assunto dai cristiani come componimento acrostico del Salvatore.
    Da una cava di pozzolana ebbe origine, tra il II e il III secolo, una nuova regione cimiteriale. In queste gallerie delle catacombe di Priscilla c’è la più antica immagine della Madonna che si conosca, risalente al II secolo, ritratta seduta con il bambino in braccio accanto al profeta Balaam che indica una stella, e interessanti affreschi su fondo rosso cinabro rappresentanti episodi biblici.
    È possibile considerare “tombe di famiglia” alcuni piccoli ambienti che si aprono lungo le gallerie solitamente affrescati con cura con scene bibliche o di vita reale, come nel cubicolo dei Bottai o quello della velatio dove sono rappresentati i momenti più significativi della vita di una donna: matrimonio, maternità e morte. Ancora tra il III e il V secolo, il cimitero accolse i corpi di numerosi martiri e di alcuni pontefici.

    Tre giovani nella fornace – Catacombe di Priscilla.

    Al termine delle persecuzioni le catacombe di Priscilla furono valorizzate dal primo papa che, grazie a Costantino, non morì martire, Silvestro, e divennero la meta di processioni dirette, lungo la via Salaria, al cosiddetto Monte delle Gioie, sul lato sinistro di via Salaria. Là dove era l’antico ingresso delle catacombe, san Silvestro costruì e dedico una chiesa a Felice e Filippo, due dei martiri figli di santa Felicita, martire romana, la cui immagine è possibile vedere in un vecchio affresco nella chiesetta sotterranea che si incontra per prima nella visita.
    Nel 1802, durante il pontificato di Leone XII, nella catacomba fu ritrovata una tomba con un vasetto ovale contenente sangue. Il loculo era chiuso con tre tegole di terracotta, probabilmente recuperate da un’altra sepoltura, con dei simboli e una scritta che fu rapidamente interpretata, seppur in modo completamente errato. La traduzione proposta fu: Pax Tecum Philumena. E i poveri resti divennero le reliquie di Santa Filomena, vergine e martire cristiana, vissuta nel III secolo, il cui culto si diffuse in modo estremamente rapido nel mezzogiorno.

    Roma, 28 giugno 2018

  3. Trasteverine: voci, lotte, resistenze, amori e morte.

    Trastevere è uno dei quartieri antichi di Roma che ha ceduto molto del suo carattere alla modernità e alla contemporaneità del “mordi e fuggi”. Chi cammini oggi per le

    Lina Cavalieri

    del quartiere incontra ristoranti, trattorie, bar, negozi finti alternativi e botteghe storiche che spesso, loro malgrado, di storico non hanno più nulla. Difficile è, per chi cammini oggi, nelle vie strette del quartiere, cogliere il suo aspetto medievale quasi inalterato e rintracciare l’essenza della sua storia, riscoprire il carattere operaio, fieramente combattivo dei suoi abitanti, le tante attività produttive, che pure lo caratterizzarono, e che tanto positivamente colpirono Leopardi mentre saliva al Gianicolo per visitare la tomba del Tasso. Scrive Leopardi nel 1823: “….la strada che conduce a quel luogo (la tomba di Tasso) prepara lo spirito alle impressioni del sentimento. E’ tutta costeggiata di case destinate alle manifatture, e risuona dello strepito de’ telai e d’altri tali istrumenti, e del canto delle donne e degli operai occupati al lavoro. In una città oziosa, dissipata, senza metodo, come sono le capitali, è pur bello il considerare l’immagine della vita raccolta, ordinata e occupata in professioni utili. Anche le fisionomie e le maniere della gente che s’incontra per quella via, hanno un non so che di più semplice e di più umano che quelle degli altri; e dimostrano i costumi e il carattere delle persone, la cui vita si fonda sul vero e non sul falso, cioè che vivono di travaglio e non d’intrigo, d’impostura e d’inganno, come la massima parte di questa popolazione”
    Riportare alla luce questa realtà è oggi operazione difficile.
    Questa storia, per caso o perché davvero l’origine dei Trasteverini è diversa da quella dei Monticiani, come la tradizione vuole che sia, spesso coincide con la storia di donne che qui sono nate, hanno lottato o semplicemente sono passate e, in qualche maniera, trasteverine sono diventate loro malgrado. Alcune hanno finito con il lasciare al quartiere il cuore, la ribellione indomita e la vita.
    Sarà forse pure per il carattere combattivo che da sempre è riconosciuto agli abitanti di Trastevere, la tradizione vuole che cercarono di resistere al sacco dei Lanzichenecchi da soli perchè i Monticiani non ebbero il coraggio di attraversare il fiume per venire da quest’altra parte per dar loro una mano, ma queste donne, le cui storie incrociano le sue strette vie, attraversano il tempo e lo spazio e ripropongono, oggi, questioni che risolte e antiche non sono, ma che restano attuali.

    Giorgiana Masi – Tano d’Amico

    Donne diverse eppure simili nelle loro istanze di libertà e di uguaglianza. Giovani e moderne come Giorgiana Masi, la cui vita fu stroncata manifestando per affermare un diritto di tutti: quello di poter dichiarare pubblicamente in piazza il proprio pensiero e il proprio dissenso senza rischiare di essere uccisi per questo. Giorgiana è in piazza, il 12 maggio 1977, insieme a tanti. L’occasione è festeggiare il terzo anniversario del referendum sul divorzio, ormai divenuto legge. Si chiede, tra l’altro, l’abrogazione di trentasei articoli della Legge 152, meglio nota come “Legge Reale”. L’azione di polizia fu repressiva e dura. La piazza fu spazzata via e alla fine della giornata ci furono feriti e un morto: Giorgiana.
    Giorgiana però a Trastevere ci si trovò per caso, spinta dalla polizia appunto, e ne divenne un simbolo, ma Giuditta Tavani Arquati, sposa per amore a 14 anni, e rivoluzionaria da sempre e per sempre, era trasteverina di nascita e rimase a vivere e a lottare nel quartiere, fino alla fine. Giuditta immaginò e volle un mondo libero e più giusto per se, per i suoi figli e per tutte le generazioni successive e per questa idea di società repubblicana e libera organizzò la lotta al Papa Re preparando la via, in quel lontano 1867, alla conquista della città di Roma, che sarebbe stata realmente possibile solo nel 1870.
    La figura e l’azione di Giuditta Tavani Arquati rimasero così impresse nella memoria non solo di Trastevere, ma dell’intera città di Roma, che fu fondata, il 9 febbraio 1887, un’Associazione che portava il suo nome. Questa Associazione fu sciolta nel 1925 dal governo fascista, per tornare a nuova vita solo dopo la Liberazione.

    La Fornarina – Raffaello Sanzio

    Alcune donne di Trastevere passano poi dalla storia al mito come Lina Cavalieri, la massima testimonianza di Venere in Terra, come ebbe a dire di lei d’Annunzio, divenuta una vera icona del suo tempo, modello ispiratore per altre donne ma anche per artisti e designer degli Venti e Trenta del Novecento. E La Fornarina di Raffaello, tanto mitica che molti studiosi del pittore, ancora oggi, dubitano della sua esistenza ritenendola una sorta di summa di tutte le donne affascinanti e seducenti che entrarono nella vita dell’artista e condivisero con lui i piaceri che, i più maligni dicono, lo portarono ancor giovane alla morte. Il fascino della seduzione de La Fornarina, Trasteverina per antonomasia, quale simbolo di tutte le donne, ancora oggi emana dal dipinto che la rappresenta e soggioga chiunque si fermi ad ammirarlo.
    Fabrizio Sarazani, scrittore e giornalista vissuto tra il 1905 e il 1987 nell’introduzione a un libro di incisioni di Bartolomeo Pinelli parlando dei Trasteverini e delle Trasteverine, così le descrive: “E’ una razza cocciuta, boriosa, cavalleresca, gelosa di se. I trasteverini, a quel tempo, credevano nella provvidenza di Dio, ma portavano sempre in saccoccia, come canta il Belli, il coltello arrotato e la corona del santo Rosario. La razza, per così dire, si manteneva purissima. E si sentivano padroni del loro passato remoto e guardavano ai monticiani e a quelli del rione Regola come a parenti bastardi. La bellezza della donna fioriva schietta, come al tempo di Raffaello. Certe ragazze potevano pure fare da modella per una Dea o per una Sibilla, il garofano rosso nella capigliatura corvina. Una parte di Trasevere si specchiava nel fiume, giardini e terrazze coronate di oleandri e di aranci. La leggenda li fa credere addirittura etruschi, più antichi dei romani. Dietro è il sipario del Gianicolo, sul cui dorso fu sepolto Numa, sulla cui vetta fu crocefisso San Pietro. E qui nacque Pinelli, tra la torre degli Anguillara e quella dei Caetani, in mezzo a gente piena di bora retrospettiva, superba delle proprie mura, uomini e donne che avevano già servito da comparse a Raffaello, quando abitava a vicolo del Merangolo, al tempo di Agostino Chigi”.

    Roma, 17 dicembre 2017

  4. Meraviglie dell’Appia Antica. Mausoleo di Romolo e Villa di Massenzio

    Un tratto dell’Appia Antica

    Una passeggiata lungo l’Appia Antica è un’esperienza unica: la strada, completamente restaurata e riportata alla sua sezione originale, conserva per ampi tratti l’originale basolato.
    Lungo tutto il suo percorso si trovano importanti resti di monumenti funerari, torri e lapidi ombreggiati da grandi pini e cipressi secolari.
    Il tratto legato al periodo imperiale è definito per la sua straordinaria bellezza il “belvedere”. È qui che si allineano, tra il secondo e terzo miglio, il Mausoleo di Romolo, alle spalle del quale si ergono i resti della Villa e del Circo di Massenzio.
    I resti di epoca imperiale e pertinenti all’epoca di Massenzio sono di fatto l’ultima trasformazione di una costruzione più antica, ovvero una villa rustica tardo- repubblicana risalente al I secolo avanti Cristo, che si ergeva in posizione scenografica con vista ai Colli Albani.
    Una prima trasformazione si ebbe in età giulio- claudia, I secolo dopo Cristo, e successivamente nel II secolo dopo Cristo subì una radicale modificazione a opera di Erode Attico che la inglobò nella sua enorme villa detta Pago Triopio. La proprietà passò poi nel demanio imperiale, e fu a questo punto che, all’inizio del IV secolo, Massenzio si fece costruire la villa, il circo e il mausoleo di famiglia.
    Oggi, allineato con la via Appia e con apertura su di essa, si scorge un imponente quadriportico in opera listata, che circonda il Mausoleo dedicato a Romolo, che non deve però essere identificato con il fondatore di Roma, ma con il figlio dell’imperatore Massenzio, morto a soli sette anni, nel 309 dopo Cristo. Romolo, qui effettivamente deposto, fu divinizzato dopo la morte. Successivamente, il mausoleo fu trasformato per ospitare tutti i membri della famiglia imperiale compreso Massenzio e dotato di una cella per i riti connessi al culto dell’imperatore stesso.

    Il mausoleo di Romolo

    Ma le più note rovine “massenziane” sono quelle riferibili a un circo che è il meglio conservato tra tutti i circhi costruiti a Roma. Qui, persino i dettagli, come le anfore che servono a alleggerire il peso delle volte nella costruzione, sono ancora visibili. Il circo per le corse dei carri, che aveva una forma ad ippodromo, lungo 520 metri e largo 92, era di ridotte dimensioni perché era ad uso privato. Esso era infatti destinato a d accogliere l’imperatore, la sua famiglia e la corte imperiale. Oggi si stima che la capacità del circo fosse di 10.000 spettatori contro i 15.000 che poteva contenere il Circo Massimo. Sulla spina del circo troneggiava l’obelisco proveniente dal Tempio di Iside in Campo Marzio che successivamente Bernini collocherà al centro di Piazza Navona a completamento della Fontana dei Quattro Fiumi.
    La sconfitta di Massenzio, a opera di Costantino, determinò probabilmente il precoce abbandono dell’impianto, al punto che si pensa che la struttura non sia stata neppure mai usata da Massenzio, e il fondo passò nel Patrimonium Appiae, citato già al tempo di papa Gregorio I, alla fine del IV secolo, tra i patrimonia ecclesiastici. La grande tenuta passò poi ai Conti di Tuscolo, poi ai Cenci e ancora ai Mattei ai quali si riferiscono i primi scavi, nel XVI secolo. A metà del Settecento, una nuova costruzione rustica fu addossata al pronao della tomba di Romolo; il resto del complesso antico, allora indicato come Circo di Caracalla, era pressoché totalmente interrato, se nel 1763 Giuseppe Vasi, architetto e vedutista, poteva descriverlo così: «Rimane solamente di questo Circo, che da alcuni viene stimato per opera di Gallieno, un masso di materia laterizia che era l’ingresso principale, ed il piantato d’intorno al Circo, in mezzo del quale fu ritrovato l’obelisco egizio che ora si vede sul nobilissimo fonte di piazza Navona». Poco dopo, nel 1825, la tenuta fu acquisita da Giovanni Torlonia, che una ventina d’anni prima aveva già comprato la tenuta di Roma Vecchia e il relativo marchesato. Fu in quell’occasione che furono condotti nel complesso i primi scavi sistematici voluti dal Torlonia, allora ancora solo duca di Bracciano, ma suggeriti, nei modi e nella finalizzazione, dall’archeologo Antonio Nibby. Alla fine di otto mesi di difficile scavo, in un terreno – annota il Nibby nella sua Dissertazione – «maligno e sì duro che il tufo stesso sarebbe sembrato più molle», il circo era interamente riemerso fino alla Porta Trionfale sulla via detta Asinaria.

    I resti del circo di Massenzio sull’Appia Antica

    E proprio nei pressi di quella porta furono trovate due iscrizioni, una delle quali indicava Massenzio come committente e il figlio Romolo come dedicatario del monumento.
    Nel descrivere lo scavo, Nibby nota minuziosamente la mediocre qualità delle murature e delle stesse lastre di marmo delle iscrizioni, che datano perciò al IV secolo. Egli sottolinea, inoltre, come la fabbrica non sia mai stata restaurata, in antico. I Torlonia continuarono poi a far scavare lungo tutto l’Ottocento. Il complesso archeologico fu infine acquisito per esproprio dal Comune di Roma nel 1943.
    Il complesso di Massenzio, che doveva essere simile al Pantheon, fu studiato dai più grandi architetti del passato, da Sebastiano Serlio a Raffaello; il Palladio si ispirò alla tomba di Romolo, applicandole il lanternino e altri elementi barocchi, quando costruì le sue celebri ville. Tutto ciò rende l’idea del senso di continuità con cui gli architetti del Rinascimento studiavano i monumenti antichi, e dell’abilità tecnica che era riconosciuta in queste grandi opere.
    Entrando nel casale settecentesco è ben visibile l’interno del pronao colonnato; il mausoleo era costituito da due piani, dei quali resta ora solo l’inferiore: si tratta della camera funeraria, e consiste di un ambiente circolare con al centro un enorme pilastro; nel muro perimetrale si aprono delle nicchie, alternativamente rettangolari e semicircolari, nelle quali erano collocati i sarcofagi dei defunti.
    Anche nel pilastro centrale si aprono otto nicchie disposte secondo lo stesso schema.

    Tomba dei Servili.

    Quasi interamente scomparso è l’ambiente superiore, destinato alla celebrazione pubblica del figlio divenuto “Divo”, “Divo Romolo” recita l’iscrizione del circo, assunzione che era possibile solo agli imperatori, secondo modelli di origine orientale. Il sepolcro doveva essere infine coperto da una grandiosa cupola, e fu probabilmente rappresentato anche in un gruppo di monete coniate da Massenzio in onore del figlio divinizzato. Di tutto questo resta una terrazza pavimentata in sampietrini moderni.
    Addossato al lato Sud – Est del recinto troviamo il cosiddetto sepolcro dei Servilii che, nonostante fosse molto più antico della tomba di Romolo, è probabilmente di età augustea, era comunque un edificio sacro e quindi fu rispettato. Il sepolcro è costituito da un basamento quadrato in calcestruzzo sormontato da un tamburo a nicchie, al cui interno la camera funeraria, sufficientemente ben conservata, è decorata da stucchi.

    Roma 11 giugno 2018