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  1. Il martirio di Paolo di Tarso alle Acque Savie e l’abbazia delle Tre Fontane

    Per quanto possa sembrare sorprendente, nel Nuovo Testamento non c’è traccia di alcuna notizia che riguardi la sorte dell’apostolo Paolo. Sebbene Luca, l’estensore del testo degli Atti degli Apostoli, sia molto attento a ciò che accade e a tutti gli

    Martirio di San Paolo – Algardi – Bologna.

    spostamenti e agli scambi dell’Apostolo delle Genti, egli scrive, verso la fine del libro, che Paolo è detenuto si a Roma, in regime di custodia militaris, ma che sia libero di predicare: “Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,30-31).
    A tutt’oggi non sono noti i motivi per i quali Luca non riferisca nulla circa la sorte di Paolo.
    La prima notizia relativa alla morte dell’apostolo si può trovare in uno scritto della metà degli anni 90 dopo Cristo, quindi circa trent’anni dopo la sua morte, quando sul soglio pontificio sedeva Clemente I. Quest’ultimo scrive una lettera indirizzata ai Cristiani di Corinto e vi afferma che Paolo “per la gelosia e la discordia, dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo […] sostenne il martirio davanti ai governanti” (1Clem 5,2).
    Anche lo storico Eusebio di Cesarea, vissuto tra il 265 e il 340 dopo Cristo, parla della morte di Paolo e la riferisce al regno di Nerone: “Durante il regno di Nerone, Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocefisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in questa città”. (Hist. eccl., 2,25,5).
    Negli Atti di Pietro e Paolo, un testo apocrifo compilato in greco tra il V e il VII secolo, l’episodio della decollazione di Paolo è riportato con gran dettaglio: “Pietro e Paolo, ricevuta la sentenza, furono tolti dal cospetto di Nerone […] Paolo fu condotto incatenato sul luogo a tre miglia dalla città, sotto la scorta di tre soldati di famiglia nobile. Usciti dalla porta per lo spazio di un tiro di freccia, si fece loro incontro una pia signora, la quale vedendo Paolo in catene, si sentì commuovere e scoppiò in lacrime. La donna si chiamava Perpetua e aveva un occhio solo […] Paolo, scorgendola piangere, le disse: “Dammi il tuo sudario; quando ritornerò te lo restituirò”. Quella lo prese e glielo diede prontamente. I soldati però le dissero: “Donna, perché vuoi perdere il tu sudario? Non sai che va alla decapitazione?”

    Martirio di San Paolo – Mattia Preti.

    Perpetua rispose loro: “Vi scongiuro, per la salvezza dell’imperatore! Legate i suoi occhi con questo sudario, quando lo decapiterete”. Il che si fece. Lo decapitarono presso il fondo delle Acque Salvie, vicino all’albero di pino. Come Dio volle, prima che i soldati facessero ritorno fu restituito a quella donna il sudario intriso di gocce di sangue. Appena lo portò, sull’istante, l’occhio cieco si aprì […] Gli illustri, santi apostoli Pietro e Paolo si spensero il 29 giugno in Cristo Gesù, Signore nostro, al quale appartengono la gloria e il potere”.
    Sempre negli Atti di Pietro e Paolo è riportato un episodio avvenuto nel corso della decollazione dell’apostolo che entra nella tradizione dei luoghi e permane nel tempo: “In piedi, rivolto verso Oriente, Paolo pregò a lungo. Dopo aver protratta la preghiera intrattenendosi in ebraico con i padri, tese il collo senza proferire parola. Quando il carnefice gli spiccò la testa, sugli abiti del soldato sprizzò del latte. Il soldato e tutti i presenti, a questa vista, rimasero stupiti e glorificarono Dio che aveva concesso a Paolo tanta gloria; e al ritorno annunziarono a Cesare [ovvero Nerone] quanto era accaduto. Anch’egli ne rimase stupito e imbarazzato”.
    In accordo con quanto narrato nei testi apocrifi, la tradizione riporta che quando la testa di Paolo, spiccata a seguito del colpo di spada, rotolò a terra rimbalzando tre volte, nei tre punti in cui essa toccò il suolo, si formarono tre fontane da cui usciva acqua, a temperature diverse e di sapori diversi, e che una di queste dava latte. Sulle tre fontane che zampillarono fu costruita la chiesa dedicata proprio a San Paolo all’interno della quale esse furono per sempre conservate.
    Da questo momento il luogo indicato con il nome di Acque Salvie, la cui etimologia non è ancora oggi stata chiarita, e caratterizzato appunto dalla presenza di sorgenti e corsi d’acqua, tra cui il fosso delle Acque Salvie, sarà indicato pure con il nome di Tre Fontane.

    Il tratto di strada che si dice Paolo di Tarso abbia percorso per andare al martirio.

    Oltre alla ricchezza delle acque e alla presenza delle sorgenti non ci sono altri dati che consentano di collocare proprio alle Acque Salvie il luogo del martirio di Paolo, a meno che non si voglia considerare una prova la debole indicazione avuta nel 1878 quando, nel corso di alcuni scavi, in prossimità della chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, furono ritrovate molte pigne fossilizzate, tre ciocchi di pino e una certa quantità di monete antiche risalenti per la maggior parte all’epoca di Nerone.
    La tradizione vuole poi che il corpo di Paolo dalle Acque Salvie sia stato trasportato alla Necropoli Ostiense, dove trovò sepoltura nel podere di proprietà di una matrona romana di nome Lucina, sulla cui casa in città oggi sorge la chiesa di San Lorenzo in Lucina. Già alla metà del II secolo il luogo in cui era stato sepolto Paolo era luogo di culto, segnalato ai fedeli da un piccolo monumento. Anche il luogo della sepoltura di Pietro era stato così semplicemente segnalato ai fedeli. Successivamente sui due sepolcri, importanti per la comunità cristiana, sarebbero sorte le due basiliche di San Paolo Fuori Le Mura e di San Pietro.
    Analogamente non è nota la data esatta del martirio di Paolo, come già quella del martirio di Pietro. La data del 29 giugno, indicata, come si è visto, nei testi apocrifi, fu scelta, probabilmente, perché il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano, che regnò dal 253 dopo Cristo al 260, le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, e solo quasi un secolo dopo papa Silvestro I fece riportare le reliquie dei due Apostoli nel luogo della prima sepoltura.
    Anche sulla data alla quale sarebbe avvenuta la decapitazione di Paolo non c’è accordo. Secondo alcuni la morte è da far risalire si al regno di Nerone, ma al 64 quindi all’epoca delle persecuzioni dei cristiani seguite al grande incendio della città. Secondo altri la data sarebbe quella del 67, come sostengono Eusebio da Cesarea e San Girolamo, secondo altri ancora la morte andrebbe collocata tra il 56 e il 58 dopo Cristo.

    Donazione di Carlo Magno – Arco di Trionfo – Abbazia delle Tre Fontane.

    Le prime notizie relative a un insediamento religioso stabile in località Acque Salvie si possono ricavare da una guida per pellegrini, del VII secolo, intitolata “De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae”, “I luoghi santi dei martiri che sono fuori la città di Roma”, in cui si consiglia ai fedeli, che hanno raggiunto la Basilica di San Paolo Fuori Le Mura, di proseguire di poco verso sud, recarsi alle Acque Salvie e visitare così il luogo del martirio di Paolo. Nel medesimo testo si aggiunge che lì avrebbero trovato un monastero e un’importante reliquia: la testa di Sant’Anastasio. Le fonti raccontano che la reliquia di Sant’Anastasio fu portata a Roma durante il regno dell’imperatore Eraclio I intono al 640. Essa era veneratissima e molto presto iniziarono a verificarsi nei suoi pressi numerosi miracoli.
    Dagli Atti del I Concilio Lateranense, svoltosi nel 649 a Roma, invece, si apprende che il monastero delle Acque Salvie era abitato da monaci che provenivano dalla Cilicia. La capitale della Cilicia era Tarso, la città di provenienza di Paolo. E’ possibile che questi monaci siano giunti a Roma nella prima metà del VII secolo e si siano rifugiati nei luoghi del martirio di Paolo per sfuggire in Oriente all’accusa di eresia. Essi si opponevano infatti all’idea che Cristo avesse solo natura divina.
    Da queste indicazioni si evince che il monastero delle Acque Salvie era già sorto nella prima metà del VII secolo, il che vorrebbe dire che esso, insieme all’abbazia che poi lo sostituirà hanno una vita e una storia lunghissime, di quasi 1500 anni, durante i quali i suoi abitanti saranno testimoni d’innumerevoli eventi storici.
    Lungo tutto questo tempo la comunità dei monaci vivrà fasi di grande espansione e di profonda decadenza. Una delle fasi di espansione più importanti è quella che interessa il monastero nel IX secolo quando l’imperatore Carlo Magno donò ai monaci vasti possedimenti in Maremma. L’episodio è così importante che molti secoli dopo, quando al monastero arrivano i Cistercensi esso fu ricordato negli affreschi dell’arco che fa da ingresso all’abbazia.

    Abbazia delle Tre Fontane – Giuseppe Vasi.

    Il monastero vivrà a lungo come realtà indipendente e di rito greco fino a quando, intorno all’Anno Mille si venne a trovare in uno stato di decadenza e abbandono tali che papa Gregorio VII lo pose sotto il controllo dei Benedettini della basilica di San Paolo Fuori Le Mura. L’arrivo dei Benedettini trasformerà profondamente la realtà e il rito greco scomparirà sostituito dal rito latino.
    Ma anche i Benedettini non saranno destinati a rimanere a lungo poiché nel 1130, con la morte di papa Onorio II, si aprirà un periodo di scisma per la chiesa. Il 14 febbraio 1130 furono eletti contemporaneamente due papi Innocenzo II, che non ebbe l’acclamazione del clero e del popolo, e Anacleto II che invece la ottenne. Innocenzo fu perciò costretto a riparare in Francia dove conobbe Bernardo da Clairvaux che decise di appoggiare il suo ritorno a Roma. Sulla figura di Innocento II, grazie all’azione di Bernardo, converse l’alleanza tra Germania, Inghilterra e Spagna che si oppose ai Normanni, che governavano nell’Italia meridionale e appoggiavano Anacleto II. Si scatenò una guerra tra i due fronti che si concluse solo con l’improvvisa morte di Anacleto e il ritorno a Roma di Innocenzo II. Questi seppe farsi apprezzare dal popolo e dal clero, e per mostrare la sua riconoscenza a Bernardo di Clairvaux, e punire i Benedettini che avevano appoggiato Anacleto II, regalò ai Cistercensi il monastero delle Acque Salvie.
    Nel 1139 arrivarono quindi al monastero i monaci inizialmente destinati all’abazia di Farfa e per consentire a essi di abitarvi Innocenzo II si fece carico anche del suo restauro, compiendo un gesto completamente contrario alla prassi dei Cistercensi.

    Abbazia delle Tre Fontane agli inizi del novecento. Si ringrazia Roma Sparita.

    Questi ultimi, infatti, avrebbero dovuto, seguendo la regola, edificare in proprio l’abbazia, poiché l’ordine aveva delle precise regole architettoniche secondo le quali dovevano essere distribuiti i diversi ambienti.
    L’abbazia delle Tre Fontane è quindi l’unica abbazia cistercense non edificata dagli stessi monaci. Questi ultimi però lavorarono alla lenta e costante trasformazione degli edifici per ricondurre gli ambienti alle loro necessità. Come conseguenza di ciò la consacrazione della chiesa abbaziale avvenne nel 1221, quando sul soglio pontificio c’era Onorio III.
    Con l’arrivo dei Cistercensi il monastero si trasformò in abbazia e conobbe un periodo di straordinario splendore e grande importanza tanto che il primo abate salì sul soglio pontificio con il nome di Eugenio III.
    Nel 1294 arrivarono all’abbazia delle Acque Salvie le reliquie di San Vincenzo e i Cistercensi ottennero di festeggiare questo santo insieme a Sant’Anastasio il 22 gennaio e la concessione dell’indulgenza a chi visitava l’abbazia in questa occasione, nella ricorrenza di San Poalo e della Vergine.
    Quando la corte pontificia si trasferì da Roma ad Avignone, tra il 1309 e il 1377, iniziò per l’abbazia un periodo di decadenza, che corrispose anche a un periodo di crisi per tutto l’ordine cistercense. Tra alti e bassi la comunità dei monaci sopravvisse a molteplici difficoltà e conobbe altri momenti di splendore, anche artistico, come accade nel Seicento quando Alessandro Farnese e Pietro Aldobrandini si occuparono dell’abbazia e vi portarono a lavorare personalità come Giacomo della Porta.
    Nel 1868, dopo un breve passaggio dell’abbazia ai Francescani, nel monastero delle Acque Salvie tornano i Cistercensi. Un piccolo gruppo di frati Trappisti, provenienti dalla Germania che si trovavano a Roma di passaggio, fu, infatti, inviato lì dal papa. Al loro arrivo i monaci trovarono una situazione davvero disastrosa che trova riscontro in una precisa cronaca redatta da uno di essi: “Trovammo tutto in uno stato deplorevole. Nella basilica dei santi Vincenzo e Anastasio i buoi trovavano erba sufficiente per pascolare e vi passavano la notte. Nelle pareti esterne, i muri e alcuni edifici erano coperti da tre a sei piedi di macerie. […] I muri producevano un’umidità a guisa di stagni velenosi e questa umidità a sua volta favoriva sciami di moscerini e di altri insetti noiosi in modo che il mal capitato visitatore a mala pena si poteva schernire”.

    Colonia penale alla Tenuta dell’Abbazia delle Tre Fontane.

    I nuovi abitanti del monastero ebbero subito a misurarsi con un grave problema: la malaria. I monaci stabilirono quindi che tra le priorità c’era la bonifica delle terre e degli ambienti e misero subito mano alla costruzione di un canale per drenare le acque. Tra le varie strategie utilizzate per debellare il morbo ci fu la piantagione di eucalipti, una pianta che essendo molto bisognosa di acqua aiutò certamente la riduzione del tasso di umidità ma non ebbe un grande effetto sulla presenza delle zanzare.
    I monaci ebbero ragione degli insetti solo agli inizi del Novecento come risultato di tre azioni combinate: il drenaggio delle acque, l’uso di anti malarici chimici e la posa in opera di zanzariere alle finestre dei locali del monastero.
    Una volta debellato il morbo i Trappisti che avevano nella loro regola l’obbligo di lavorare la terra riuscirono a dare vita a una azienda agricola che permetteva loro di trarre il necessario per se stessi e anche per l’ampia comunità che si era costituita intorno all’abbazia, e che era composta di una colonia penale di condannati ai lavori forzati e di operai.
    Sui 485 ettari della tenuta si coltivavano cereali, ortaggi e frutta, si allevavano cavalli, buoi e vacche da latte, oltre che conigli e galline.

    Abbazia e quartiere E42. Si ringrazia Roma Sparita.

    La prima guerra mondiale fu un momento di arresto di tutte le attività perché tutti gli uomini abili erano stati inviati al fronte, ma queste ripresero alla fine della guerra anche se l’estensione della tenuta si ridusse sia per problemi dovuti alla difficoltà di riprendere i lavori sia perché nel 1930 furono effettuati espropri da parte del governo per acquisire terreni per la costruzione del nuovo quartiere E42/EUR.
    Gli espropri interessarono gli appezzamenti destinati a pascolo e la produzione di latte venne particolarmente colpita. Poiché il quartiere E42 non fu mai completamente realizzato su parte dei terreni espropriati ai Trappisti nel 1953 vennero collocate delle giostre che costituirono il primo nucleo del Luna Park dell’EUR, mentre sulla restante parte, in occasione delle Olimpiadi del 1960 furono realizzati gli impianti sportivi delle Tre Fontane.
    Oggi dell’antica tenuta ai margini dell’abbazia è un vasto oliveto, un piccolo orto a uso della comunità religiosa, il frantoio e la fabbrica di liquori.

    Roma, marzo 2018

  2. Basilica di San Crisogono a Trastevere

  3. Satire ed Epigrammi

    Come si vive a Roma

    di Giovenale e Marziale.

    In occasione della visita guidata all’Insula dell’Ara Coeli, il 10 febbraio alle 16.00, proponiamo una lettura classica: le satire di Giovenale e gli epigrammi di Marziale che descrivono con precisione e arguzia le condizioni nelle quali si viveva a Roma tra

    Insula romana – ricostruzione.

    il I e il II secolo dopo Cristo. Entrambi i poeti si trovano a vivere in una Roma affollata e caotica, che corrisponde per Marziale alla Regio VII, dove, nella contrada detta “al Pero”, sulle prime propaggini del Quirinale oggi corrispondente all’area da Via Rasella a Piazza Barberini, si trovava l’insula in cui era situata la sua abitazione, mentre per Giovenale lo scenario dove si trovava la sua abitazione era un’insula all’interno della Suburra.  

    Giovenale Satira III.239-267: “Il caos ed i pericoli di Roma. Il giorno”
    Quando il ricco è chiamato (a svolgere) i suoi obblighi, la folla (gli) cede
    il passo e la smisurata liburna corre sopra le teste
    e nel frattempo all’interno (egli) legge o scrive od anche dorme;
    poiché la lettiga con la tenda chiusa induce il sonno.
    Nondimeno arriverà prima: a me l’onda della folla che mi precede
    impedisce d’andar velocemente, e l’intero popolo radunato

    continua…

  4. Gli antichi luoghi di culto a Trastevere: basilica e titulus di San Crisogono

    La visita alla basilica di San Crisogono e ai suoi sotterranei è momento essenziale per comprendere le trasformazionisubite dal quartiere di Trastevere. Forse oscurata dalle sublimi Santa Maria in

    San Crisogono – Cappella Arcivescovile di Ravenna.

    Trastevere, Santa Cecilia e San Francesco a Ripa, San Crisogono è  altrettanto rilevante. Il titulus Crysogoni è il più antico di Trastevere e tra i più importanti di Roma  insieme al titulus Callisti e al titulus Ceaciliae. Edificato su  due o forse tre domus romane del II e III secolo, prima di assumere la definitiva pianta basilicale intorno al IV secolo, sotto papa Silvestro I, e dedicata a san Crisogono di Aquileia, città i cui il santo fu martirizzato e sepolto nel IV secolo.
    A onor del vero quale sia il Crisogono a cui la basilica venne dedicata resta ancora oggi una questione da chiarire, poiché le notizie sulla vita di Crisogono, il cui nome di origine greca vuol dire “nato dall’oro”, sono assai contradditorie e diverse sono le tradizioni riportate.
    Si sa che un certo Crisogono, soldato convertitosi alla fede cristiana fu fatto martirizzare e quindi uccidere da Diocleziano nel IV secolo ad Aquileia. Questo episodio è descritto in una passio a lui dedicata dove si dice: “Nello stesso giorno il natale di san Crisogono Martire, il quale, dopo aver lungamente sofferto catene e prigionia per la costantissima fede di Cristo, per ordine di Diocleziano fu condotto ad Aquileia, e finalmente, decapitato e gettato in mare, compì il martirio”.
    Secondo un’altra fonte Crisogono effettivamente sarebbe vissuto a Roma e Diocleziano lo avrebbe confinato nella casa di un certo Rufino che fu poi convertito insieme a tutta la sua famiglia. Mentre Crisogono si trovava costretto nella casa di Rufino avrebbe intrattenuto uno scambio epistolare con Anastasia grazie all’intermediazione di una anziana donna. Anastasia era figlia di Pretestato e moglie di Publio che avversava drasticamente la sua fede in Cristo, impedendole di aiutare i cristiani che in quel periodo non potevano svolgere alcun mestiere, arrivando a

    Santa Anastasia di Sirmio.

    segregarla in casa e a maltrattarla. Alla morte del marito Anastasia godette per un breve periodo di tempo di libertà e quando Crisogono fu trasferito ad Aquileia lei lo accompagnò nel suo viaggio. Qui Diocleziano riconoscendo il valore di Crisogono, gli offrì la prefettura e il consolato, a patto che abiurasse la sua fede in Cristo, ma Crisogono rifiutò e Anastasia assistette al suo interrogatorio, al suo martirio e alla sua morte per decapitazione avvenuta il 24 novembre 303 alle Aquae Gradatae, località a circa dodici miglia da Aquileia. Il suo corpo fu abbandonato sulla riva del mare, nei pressi di una proprietà detta Ad Saltus, dove abitavano tre sorelle cristiane Agape, Chionia, Irene, le quali con l’aiuto del santo Zoilo, gli diedero in un loculo sotto la casa dello stesso Zoilo.
    Anastasia morì successivamente arsa viva sempre a causa della sua fede cristiana a Sirmio, da dove il suo culto si diffuse prima a Costantinopoli e poi a Roma. Altre fonti ancora narrano che Crisogono fosse un vescovo di Aquileia. Dati storici tramandano che tra la fine del III e l’inizio del IV secolo vissero in quella città due vescovi con il nome di Crisogono.
    E’ anche possibile che un Crisogono sia stato proprietario di una o più domus che oggi insistono sotto la basilica in Trastevere e che solo successivamente il suo nome sia stato assimilato a quello del santo di Aquileia. Ad ogni modo, la chiesa trasteverina conserva la reliquia di una mano e della calotta cranica attribuite a san Crisogono, la reliquia giunse alla basilica nel XV secolo. La reliquia fu portata via per la prima volta nel 1806 e restituita nel 1850. Successivamente il prezioso reliquiario fu rubato negli anni Sessanta del Novecento. Le reliquie furono ritrovate dopo pochi giorni nei pressi della basilica di Santa Maria in Trastevere prive del prezioso reliquiario.
    La basilica di San Crisogono a cui si accede oggi dal viale Trastevere, non

    San Crisogono in un’incisione di Giuseppe Vasi del 1747.

    corrisponde all’iniziale chiesa, la cui esistenza viene documentata per la prima volta nel 499, quando il titulus, viene per la prima volta inserito nell’elenco dei tituli invitati a partecipare al Concilio di Roma. In questo caso i presbiteri del titulus Crysogoni vengono invitati a partecipare al Concilio indetto da papa Simmaco. Questa chiesa era stata probabilmente eretta nel IV secolo su una domus privata del II secolo e i suoi resti sono stati ritrovati nel corso di uno scavo risalente al 1907 a circa sei metri più in basso rispetto all’attuale chiesa.
    L’edificio risalente al 499 fu restaurato una prima volta nel 731 per volere di Gregorio III che ne fece riparare il tetto e adornare l’abside con affreschi. Quest’antica chiesa vide anche l’elezione di papa Stefano III nel 768. Successivamente, a causa delle frequenti inondazioni del Tevere e probabilmente perché le strutture di questa chiesa dovevano apparire molto deteriorate, nel 1126 il cardinale titolare Giovanni da Crema, colui che aveva fatto arrestare l’antipapa Baudino e che era stato legato in Inghilterra e Scozia alla corte di David I, decise di avviare la costruzione di una nuova chiesa di forme basilicali, e a questo momento è certamente ascrivibile il campanile romanico che ancora oggi si erge sulla destra della chiesa attuale.
    I due edifici ecclesiastici, quello citato nell’elenco dei tituli e quello attuale, non sono completamente sovrapposti, ma la nuova costruzione è spostata leggermente sulla destra rispetto a quella più antica e la usa parzialmente come fondazione.

    San Crisogono – Soffitto a lacunari. Si ringrazia vigoenfotos per la fotografia.

    Nel 1157 il cardinale Guidone Bellagio arricchì la chiesa di un nuovo altare, mentre nel 1480 i canonici di San Salvatore, che fino ad allora avevano abitato nel convento di pertinenza della chiesa, dovettero lasciare la loro casa a favore dei Carmelitani i quali vi rimasero fino al pontificato di Pio IX, quando furono sostituiti dai Trinitari.
    Si accede alla chiesa attuale attraversando un portico la cui costruzione risale al 1626, coeva alla facciata, entrambe realizzate grazie all’interessamento di Scipione Borghese, fatto che viene ricordato da un’iscrizione posta sull’architrave del portico e sottolineato dalla presenza dei simboli araldici della famiglia: il drago alato e l’aquila.
    Il 1626, d’altro canto, è l’anno in cui la chiesa fu profondamente restaurata dall’architetto Giovan Battista Soria, che realizza anche il ciborio definito dalle quattro colonne di alabastro, probabilmente di spoglio. L’interno mantiene la sua forma absidale con tre navate separate da ventidue colonne di granito che probabilmente provengono dalle Terme di Settimio Severo e decorato a soffitto da uno dei più bei lacunari dipinti della città d Roma che ospita al centro una copia della tela del Guercino La Gloria di San Crisogono. L’originale fu trafugato nel 1808 e venduto in Inghilterra, dove può ancora essere ammirato.
    L’interno della basilica ospita anche la cappella del Santissimo Sacramento che è opera del Bernini, alcune opere attribuite al Cavallini, come ad esempio il mosaico absidale, e un bel pavimento cosmatesco.

    Pianta delle due basiliche di San Crisogono.

    Dalla sacrestia, percorrendo una scala moderna, si può accedere alla chiesa più antica, quella che fu eretta sul titulus Crysogoni. La prima struttura che appare dell’antica basilica è l’abside e di essa ben conservata è la parte inferiore, riccamente decorata a imitazione delle sontuose stoffe del VIII secolo e che risalirebbero quindi alle decorazioni volute da papa Gregorio III. L’abside appare serrata tra due ambienti diversi per funzione e dimensioni.
    Sulla destra è visibile un ambiente quadrato, detto secretarium, che serviva probabilmente per riporre le vesti sacre, documenti e arredi liturgici, ha un pavimento a tessere marmoree con disegni di fiori. A un certo punto l’uso di questo locale cambiò, come testimonia la presenza di un sarcofago a motivi marini che fu ritrovato in loco.
    L’ambiente sulla sinistra dell’abside ha, invece, dimensioni maggiori e poiché contiene una struttura bassa e circolare che ricorda una vasca per il battesimo viene oggi interpretato come battistero. La vasca circolare è visibile solo per metà, poiché l’altra metà è ostruita da un muro traversale, questo perché intorno al X secolo il battesimo cominciò a essere somministrato per aspersione e non più per immersione, e il battistero circolare cadde in disuso. Il battistero della basilica più antica deriverebbe a sua volta, da una precedente fullonica che si trovava nel medesimo posto, come indicato dai reperti rivenuti in una più recente campagna di scavo e costituiti da recipienti per l’acqua intercomunicanti e canali di scolo che immettevano in una fogna a cappuccina. Alla fullonica si accedeva da Via di San Gallicano.
    L’abside era ed è percorribile mediante un corridoio processionario che conduceva i

    San Crisogono che guarisce il lebbroso – San Crisogono – Basilica paleocristiana.

    fedeli alla fenestella confessionis attraverso la quale essi potevano venire in contatto con le reliquie dei santi: in questo caso, come si è detto, con una mano e la calotta cranica di San Crisogono. Qui è possibile ancora ammirare affreschi risalenti all’VIII secolo e che raffigurano i santi Crisogono, Rufino e Anastasia, sia Rufino che Anastasia, come si è detto, secondo una delle tradizioni relative a San Crisogono ebbero un ruolo nella vita del santo. Anche questi affreschi farebbero parte dell’apparato decorativo voluto da Gregorio III.
    Dall’abside si diparte l’aula basilicale a navata unica, oggi divisa in due ambienti a causa della presenza del muro di fondazione della basilica superiore. Proprio in questa sorta di finta navata è possibile ammirare degli affreschi risalenti al X – XI secolo: San Benedetto che guarisce un lebbroso, il salvataggio di San Placido, San Silvestro che cattura il drago e San Pantaleone che guarisce un cieco.
    La basilica antica termina nel nartece, il vestibolo, spesso esterno, delle basiliche paleocristiane dove i catecumeni e i penitenti dovevano fermarsi per seguire la liturgia.
    Lungo il decorso dell’altra parete è possibile ammirare affreschi che vengono datati tra il VI e il VII secolo, che riportano scene del Nuovo Testamento, ma solo una di queste è ancora ben leggibile.

    Roma, 14 gennaio 2018