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  1. Area archeologica dei Fori Imperiali

    Chi almeno una volta nella vita non ha espresso il desiderio di poter passeggiare tra le imponenti vestigia dei gloriosi Fori Imperiali? Dal 26 novembre 2016, dopo

    Roma Moderna da Campo Vaccino – James Turner – 1839.

    vent’anni di scavi, è finalmente possibile godere di un percorso affascinante e carico di storia. Questo si sviluppa in senso topografico e non cronologico: toccherà una parte del Foro di Traiano, passerà sotto via dei Fori Imperiali percorrendo le cantine delle antiche abitazioni del Quartiere Alessandrino, attraverserà il Foro di Cesare e terminerà in prossimità del Foro di Nerva.
    L’itinerario prende il via ai piedi dell’immensa colonna che Traiano volle far edificare nel cuore del suo nuovo e imponente Foro, opera del suo architetto di fiducia, Apollodoro di Damasco, agli inizi del II secolo dopo Cristo. Sulla colonna si dipana un lungo e particolareggiato racconto per immagini: le importanti vittorie dell’imperatore ottenute contro i Daci. I rilievi corrono lungo tutto il fusto della colonna alta quasi trenta metri, senza contare la base, segnando con la sua estremità superiore l’altezza della sella collinare che univa il Quirinale al Campidoglio e che fu sbancata per fare spazio all’immensa spianata necessaria per la costruzione del Foro. Nel suo nuovo centro politico e amministrativo Traiano volle far erigere, oltre alla Colonna, anche due Biblioteche, una Basilica, una serie di imponenti portici e l’edificio detto dei Mercati di Traiano, un vero e proprio centro polifunzionale dell’antichità.

    I Fori Imperiali.

    Attraversando l’area ci s’imbatte nella grandezza, nell’imponenza e nel lusso dell’opera traianea. Un esempio sono le colonne della Basilica Ulpia, edificata tra il 106 e il 113, data d’inaugurazione del Foro di Traiano, che era la più grande basilica di Roma, intitolata alla famiglia dell’imperatore, di cui oggi è visibile solo il tronco centrale, con l’abside occidentale, che arriverebbe fino alle pendici del Vittoriano, nascosto sotto via dei Fori Imperiali, e quella orientale, che arriverebbe sotto la scalinata di Magnanapoli e degli edifici adiacenti.
    Dall’epoca imperiale si passa poi a quella medievale grazie alla presenza di abitazioni edificate sopra le imponenti strutture di età romana. È questo il momento in cui inizia a sorgere quello che in epoca rinascimentale sarà il quartiere Alessandrino: la prima sistemazione urbanistica moderna realizzata attorno al 1570 per opera di Michele Bonelli, nipote di Pio V Ghisleri, detto l’Alessandrino poiché nato a Bosco Marengo, vicino ad Alessandria. Questi provvide a bonificare l’area e a renderla edificabile, tracciandovi la via detta, Alessandrina, sempre dal suo appellativo. La strada tagliava l’antico Argiletum raggiungendo il Tempio della Pace, al di là dell’odierna via Cavour. Il quartiere fu poi completamente smantellato negli anni Trenta per far posto a via dei Fori Imperiali. Ma non tutto andò perduto: restano, al di sotto della via, le cantine e altri locali di fondazione, attraverso i quali è possibile raggiungere il Foro di Cesare. Questi angusti ambienti sono stati utilizzati come depositi e magazzini dagli archeologi che nel corso degli ultimi anni hanno scavato l’intera area, ma qua e là sono ancora visibili anche le scale che collegavano le cantine con le abitazioni delle palazzine dell’antico quartiere.

    I Mercati di Traiano e la Torre delle Milizie.

    Al termine di questo percorso, che passa sotto la Via dei Fori Imperiali, ci si ritrova a pochi metri di distanza dalle imponenti colonne del celebre Tempio di Venere Genitrice, edificato al centro del Foro per volere di Giulio Cesare. La necessità di rinnovare le strutture amministrative e giudiziarie più antiche e di adeguarle alla nuova dimensione – fisica e politica – della città di Roma fu il pretesto che Giulio Cesare utilizzò per portare a termine un’innovativa e brillante iniziativa di autocelebrazione. Così, in aperta competizione con il suo rivale Gneo Pompeo, che nel 55 avanti Cristo aveva inaugurato il suo splendido teatro in Campo Marzio, nel 54 avanti Cristo Cesare incaricò un gruppo di stretti collaboratori di progettare un nuovo complesso monumentale, la cui costruzione fu giustificata come un necessario ampliamento del Foro Romano. L’area scelta per costruire il nuovo foro era fittamente abitata: dopo aver fatto demolire gli edifici espropriati, Giulio Cesare fece eseguire dei consistenti lavori di livellamento dell’intera area allo scopo di ottenere i piani destinati a ospitare i corpi di fabbrica del nuovo impianto. Il Foro di Cesare sarà preso a modello dai suoi successori.
    Il Foro di Augusto nacque per onorare la memoria di Giulio Cesare: nel 42 avanti Cristo, alla vigilia della battaglia di Filippi contro la coalizione dei cesaricidi, il giovane Gaio Ottaviano fece voto solenne di edificare in caso di vittoria, un tempio a Marte Vendicatore, Ultore. Ottaviano era nipote di Giulio Cesare, sua madre, Azia, era figlia di Giulia, sorella di Cesare, e dal 45 avanti Cristo suo figlio adottivo ed

    Il Quartiere Alessandrino. Si ringrazia Romasparita.

    erede. Vinta la battaglia e vendicato così Cesare, al proprio ritorno a Roma Ottaviano sciolse il voto e avviò i lavori per la costruzione del tempio, che egli volle inserire in un nuovo Foro, replicando così il modello architettonico creato pochi anni prima proprio da Cesare quando fece realizzare il Foro a lui intitolato. Il pretesto per la costruzione di un altro Foro fu dato dalla crescita vertiginosa del numero dei processi, per accogliere i quali erano diventati insufficienti il Foro Romano e quello di Cesare, pure inaugurato da poco nel 46 avanti Cristo.
    Nel 70 – 75 dopo Cristo, a conclusione delle guerre civili per la successione all’Impero e della sanguinosa repressione della rivolta giudaica, l’imperatore Vespasiano, 69 – 79 dopo Cristo, fece costruire un santuario dedicato alla Pace, detto in antico Tempio della Pace, Templum Pacis, o Foro della Pace, costituito da una grande piazza con portici. Al centro del portico meridionale era l’aula di culto, affiancata da due aule per lato. Il complesso entrò a far parte dei cinque Fori Imperiali, il terzo in ordine cronologico dopo i Fori di Cesare, 46 avanti Cristo, e di Augusto, 2 avanti Cristo, e prima di quelli di Nerva, 97 dopo Cristo, e di Traiano, 112 – 133 dopo Cristo.
    Nello spazio compreso tra l’estremità orientale del foro di Traiano e quella settentrionale del Foro di Augusto si trova uno svettante edificio al quale fu sovrapposta, nella seconda metà del XV secolo, l’elegante Loggia dei Cavalieri di Malta, insediatisi nell’area dal XII secolo. La struttura è convenzionalmente denominata, dagli studiosi, “Terrazza Domizianea” con riferimento alle sue caratteristiche edilizie e alla prevalenza di bolli laterizi risalenti all’epoca di Domiziano rinvenuti nelle sue murature.

    I Fori Imperiali – Ippolito Caffi – 1841.

    Essa, in realtà, racchiude al suo interno diverse fasi di costruzione. La più antica, costituita da un edificio porticato con arcate su pilastri in opera quadrata di travertino, di età tardo-repubblicana, identificata con l’abitazione del console del 14 dopo Cristo, Sesto Pompeo è attualmente occupata dalla cappella di culto dei Cavalieri di Malta, dedicata a San Giovanni Battista. A questo edificio si addossarono, nella seconda metà del I secolo avanti Cristo, l’aula del Colosso e la grande abside settentrionale del portico Nord del Foro di Augusto.
    Gli studiosi ritengono che il grande edificio potesse far parte di un progetto domizianeo di sistemazione urbanistica dell’intera area, che non fu mai portato a termine poiché contro la sua facciata furono addossate le strutture della testata del portico orientale del Foro di Traiano le cui impronte scalpellate sono ancora oggi ben visibili.
    L’area attribuita al Foro di Nerva era occupata da edifici di carattere prevalentemente commerciale e dagli ingombranti perimetri delle due gigantesche absidi del lato meridionale del Foro di Augusto. Nel suo sottosuolo correva la Cloaca Maxima,

    Terrazza Domizianea.

    monumentale condotto fognario che la tradizione fa risalire all’epoca dei re, più esattamente al VI secolo avanti Cristo. Essa proveniva dalla Suburra, attraversava il Foro Romano e il Velabro e sboccava nel Tevere, subito a valle dell’Isola Tiberina. Sulla base dei dati degli scavi recenti e delle notizie fornite dagli autori classici è possibile stabilire che la trasformazione di questo tratto dell’Argiletum in Foro avvenne a opera dell’imperatore Domiziano, 81 – 96 dopo Cristo e che forse già negli anni 85 – 86 il nuovo complesso doveva avere assunto una sua fisionomia ben precisa. Tuttavia Domiziano fu assassinato nel 96 e così non poté inaugurare il suo nuovo Foro, cosa che fu invece fatta nell’anno 97 dal suo successore Nerva, 96 – 98 dopo Cristo, a nome del quale il Foro è infatti tuttora conosciuto.

    Roma, 8 agosto 2018.

  2. I porti di Claudio e Traiano a Fiumicino

    Nel II secolo avanti Cristo, in età repubblicana, il sistema portuale a servizio di Roma si basava sui porti marittimi di Ostia, alla foce del Tevere, di Pozzuoli, Puteoli, nel

    Cartina degli scavi di Ostia antica dove si evince il cambio di corso del Tevere.

    golfo di Napoli e sullo scalo fluviale interno della città, l’emporium, realizzato sulla riva sinistra del Tevere nella pianura ai piedi dell’Aventino, attualmente compresa nel territorio del rione di Testaccio, che divenne rapidamente il centro logistico della città.
    Il porto di Ostia, realizzato secondo la leggenda dal re Anco Marcio, non è mai stato localizzato, e le ipotesi più accreditate, a questo proposito, sono due. La prima sostiene che la città fondata da Anco Marcio sia, probabilmente, da identificarsi con Ficana, i cui resti sono stati ritrovati presso l’attuale Acilia. Questa ipotesi è sorretta dal fatto che, a tutt’oggi, gli scavi di Ostia la sua parte più antica, ovvero il castrum, che è di epoca successiva al regno di Anco Marcio. La seconda ipotesi è che il porto di Ostia antica sulla sponda del Tevere sia stato completamente cancellato dalla disastrosa inondazione del 1557 che cambiò completamente il corso del fiume, allontanandone, per altro, il percorso dal centro della città e dal sistema di magazzini.

    Mosaico dal Piazzale delle Corporazioni in cui è mostrato il trasbordo delle merci da un’imbarcazione all’altra.

    Dai dati, anche iconografici, che si hanno a disposizione, è certo, invece, che l’utilizzo dell’antico porto di Ostia era reso difficoltoso dai continui insabbiamenti causati dall’azione congiunta del Tevere, che portava una gran massa di detriti, e del mare, tanto che le navi più grandi di fatto non attraccavano quasi mai nel porto. Esse venivano perciò scaricate, o caricate, a largo della foce con l’uso d’imbarcazioni più piccole. Queste poi risalivano il fiume fino a raggiungere l’approdo in città, l’emporium.
    L’importanza per Roma di disporre di un porto più sicuro, indusse l’imperatore Claudio a far costruire, a partire dal 42 dopo Cristo, un nuovo scalo marittimo a circa 3 km a nord di Ostia. Il progetto comprese la realizzazione di un grande scalo che occupava una superficie di circa 150 ettari. Il nuovo porto, terminato da Nerone e inaugurato nel 64 dopo Cristo, era costituito da un bacino portuale scavato in parte a terra e in parte del mare. Per la realizzazione del faro, copia di quello di

    Porto di Claudio e Traiano, ricostruzione.

    Alessandria d’Egitto, fu creato un isolotto artificiale, affondando e riempendo di terra e enormi pietre la grande nave mercatile con cui l’imperatore Caligola aveva trasportato l’obelisco egizio, destinato al circo Vaticano, che ancora oggi si trova in piazza San Pietro. Il bacino fu dotato di canali che assicuravano il collegamento tra il mare, il porto di Claudio e il porto fluviale di Ostia antica. In questo modo le navi potevano risalire il Tevere raggiungendo il punto di attracco urbano dell’emporium.
    In pochi anni però le condizioni ambientali cambiarono e le correnti marine provenienti da Nord – Ovest provocarono il progressivo e inarrestabile insabbiamento del bacino portuale.
    Questo fu uno dei motivi principali, insieme al fatto che l’Impero Romano raggiunse il massimo della potenza economica e militare, che spinse l’imperatore Traiano, ad affidare il progetto per la realizzazione di una nuova struttura portuale all’architetto Apollodoro di Damasco. Il porto di Traiano vide la luce tra il 110 e il 112 dopo Cristo.
    Il fulcro del nuovo scalo marittimo era rappresentato dal bacino dalla caratteristica forma esagonale, che, si calcola, permetteva l’attracco contemporaneo di 200 grandi navi e che fu interamente scavato nella terraferma e collegato al Tevere da un nuovo sistema di canali. Il faro del nuovo porto fu costruito quale copia di quello del porto di Leptis Magna, nell’attuale Libia.

    Porto di Traiano

    Il grande porto esterno di Claudio non fu dismesso, ma continuò a funzionare come rada, il cui uso era assicurato da dragaggi programmati. Analogamente continuarono a essere utilizzati i canali fatti costruire da Claudio. Il bacino esagonale era collegato a quello di Claudio, attraverso un canale interno, mentre dalla Darsena un canale trasverso permetteva di raggiungere la Fossa Traiana. Da qui le merci potevano risalire il Tevere e raggiungere l’emporium, o andare verso ostia e la foce. Oltre a queste due vie d’acqua le merci potevano muoversi via terra attraverso la Via Portuense e la via Flavia-Severiana.
    Intorno al bacino esagonale e sui moli lungo i canali di collegamento del porto di Traiano fu edificata una serie di grandi edifici di servizio destinati soprattutto all’immagazzinamento, un tempio e un complesso termale. In un’area compresa tra i bacini di Claudio e di Traiano, in un punto centrale del sistema, fu costruito il

    Porto di Claudio e Traiano – Cartina d’epoca.

    Palazzo Imperiale e altri edifici amministrativi a esso associati. Nella stessa area sono stati recentemente individuate strutture forse pertinenti ad arsenali, i probabili cantieri navali.
    Nasceva così il nuovo centro abitato di Portus, che divenne il principale scalo marittimo di Roma, capace di assolvere la sua funzione almeno fino al VI-VII secolo dopo Cristo. Questa cittadina ottenne, nel 314 dopo Cristo, dall’imperatore Costantino il tutolo di civitas, fatto che le garantiva la totale autonomia amministrativa da Ostia.
    Così come prima a Ostia anche a Portus la maggior parte degli edifici erano horrea, ovvero magazzini. Questi insieme a quelli dell’emporium costituiscono una delle più grandi aree logistiche di epoca antica, così come il porto di Traiano è il porto romano che è arrivato meglio conservato fino a noi.

    Rapporti tra il porto di Claudio, quello di Traiano e i collegamenti con Roma e Ostia.

    Negli stessi anni, Traiano fece costruire anche il porto di Centumcellae, Civitavecchia, 80 km a nord di Roma. Con la costruzione di Portus sia Pozzuoli che Ostia non cessarono di funzionare, ma anzi furono potenziati: il primo in quanto organizzato centro portuale a Sud di Roma in un’area di grande importanza economica, la seconda soprattutto come grande polo amministrativo e commerciale, legato direttamente alla città attraverso il Tevere e la via Ostiense, collegata a Portus con un canale e al Sud per mezzo della via Flavia-Severiana.
    A oggi l’area archeologica del Porto di Traiano è formata da realtà distinte. Quello che resta del porto di Claudio è un’area in prossimità dell’aeroporto di Fiumicino, territorio in cui ricade anche il Museo delle Navi Romane.
    Il porto di Traiano, ovvero il bacino esagonale, separato dal primo, nonostante oggi si trovi in piena terraferma, effetto dell’azione del Tevere nei secoli, è ancora perfettamente leggibile. Il parco del Porto di Traiano è attualmente una riserva naturale protetta di grandissimo valore culturale e naturale, in cui i resti dell’antico impianto portuale si legano al patrimonio arboreo e agli specchi d’acqua, in una

    Oasi di Porto.

    unità armonica resa suggestiva dalle tracce del tempo e dall’ambiente creato con la bonifica delle paludi nei primi decenni del 1900. Il parco sorge sul terreno di sedimentazione depositatosi in circa duemila anni nell’antico bacino portuale che, all’inizio dell’età moderna, XV secolo, era ormai completamente insabbiato e trasformato in palude. Nel 1924 Giovanni Torlonia, con l’intento di trasformare il sito in tenuta agricola modello, iniziò quelle opere di bonifica idraulica e di piantumazione che trasformarono radicalmente l’area quale oggi si può vedere, nelle sue linee essenziali. Dell’iniziale tenuta Torlonia 32 ettari sono tornate al demanio.

    Roma, 7 agosto 2018

  3. La Basilica di San Clemente: il registro archeologico dell’Urbe

    San Clemente sorge lungo l’antica via di San Giovanni, via stretta, tortuosa e fiancheggiata da siepi fino alla sistemazione che le diede Sisto V.

    San Clemente – Mosaico dell’abside.

    La via era chiamata ‘Strada maggiore’ o ‘sacra’ o ‘papalis’ perché costituiva il normale percorso delle processioni pontificie verso la basilica di San Pietro. Fino alla fase della moderna edificazione, prospettavano su di essa solamente chiese e conventi, come la chiesa di San Giacomo de Culiseo con cimitero, distrutta nel 1815, o i conventi di San Clemente e dei Santi Quattro Coronati e gli annessi dell’Ospedale di San Giovanni. Per quanto piuttosto banalizzata da molta edilizia moderna senza linea, la strada – osservata per esempio dal Colle Oppio – rivela ancora i suoi vecchi caposaldi pittoreschi nella severa massa delle costruzioni raggruppate attorno alla Chiesa dei Santi Quattro Coronati.
    Pare che il corteo papale evitasse in antico la prima parte della strada, quella che passa nei pressi del Colosseo, dirottando piuttosto per la via dei Santi Quattro Coronati a causa delle voci popolari che a questa zona collegavano lo scandaloso evento di un inopinato parto durante il corteo papale, attribuito alla papessa Giovanna, un leggendario racconto dell’Alto Medioevo.
    E proprio da via di San Giovanni si accede alla basilica minore di San Clemente, una delle mete assolutamente imperdibili di Roma: una vera e propria propria stratigrafia delle varie epoche non solo dell’edificio sacro, ma della stessa storia di questa zona dell’Urbe.
    La chiesa attuale si affaccia con un piccolo protiro e con l’atrio del XII secolo sulla via di San Giovanni. Essa è il risultato della ricostruzione promossa dal grande papa

    San Clemente – I tre livelli di visita.

    Pasquale II nel 1108, dopo la decisione di abbandonare e interrare l’edificio precedente che era stato devastato dai Normanni di Roberto il Guiscardo nel 1084, quando dalla vicina Porta Asinaria essi avevano fatto irruzione in soccorso a Gregorio VII, appiccando incendi e applicando una dura legge di guerra alla città.
    Nonostante i rimaneggiamenti interni degli inizi del Settecento, e il relativo soffitto, a cassettoni dorati, la chiesa presenta sostanzialmente la sua struttura medievale: pianta basilicale a tre navate divise da due file di sette colonne di spoglio, i cui capitelli appartengono però al restauro barocco, la schola cantorum, con elementi provenienti dalla chiesa più antica, i due amboni e il candelabro, un recinto marmoreo che separa il presbiterio e il pavimento cosmatesco. Nel presbiterio stesso c’è un ciborio a quattro colonne di pavonazzetto del XII secolo che corrisponde alla cripta con il corpo di San Clemente; nella semicalotta dell’abside risplende nelle sue dimensioni grandiose il mosaico del “Trionfo della Croce” della prima metà del secolo XII. Altri mosaici, però del secolo successivo, sono nell’arcone trionfale.
    A questo livello della chiesa vanno osservate alcune belle cappelle aggiunte. In primo luogo la Cappella di Santa Caterina, a destra dell’ingresso, voluta dal cardinale Gabriele Condulmer, poi papa Eugenio IV, il quale commissionò il ciclo di affreschi a Masolino da Panicale, eseguiti prima del 1431, forse con un intervento di Masaccio: si tratta di una delle prime testimonianze della pittura rinascimentale in Roma e nel complesso della basilica sono esposte anche le sinopie rinvenute nel restauro del 1956.

    Morte e riconoscimento di Sant’Alessio.

    Sono da osservare alcuni bei sepolcri, di cui quello del cardinale Venerio attribuito alla scuola di Mino da Fiesole e quello del cardinale Roverella, forse opera di Andrea Bregno e Giovanni Dalmata. La Cappella di San Giovanni, del Quattrocento, ha una bella statua del santo e un altare, entrambe opere moderne di Raoul Vistoli. Nel 1886 fu costruita la cappella dedicata ai Santi Cirillo e Metodio, che ulteriormente sottolinea il legame della basilica di San Clemente con i popoli Slavi.
    Una cappella posta al lato destro dell’altare conserva una Madonna del Sassoferrato. Nella Cappella di San Domenico sono conservate opere di Sebastiano Conca, 1715, che raccontano la vita del santo.
    Al di sotto di questa chiesa si trova la primitiva basilica di San Clemente, risalente al 385, portata alla luce dagli scavi inizialmente condotti nel 1857 da padre Mulloly, dei religiosi irlandesi che hanno in custodia il complesso. L’edificio del IV secolo, sempre a pianta basilicale, assai più largo del successivo era preceduto da un nartece. Vi si accede dalla sagrestia percorrendo una scala lungo le cui pareti sono raccolti i reperti marmorei antichi ritrovati in loco.
    Questa chiesa primitiva, gradualmente messa in luce dagli scavi voluti dai successivi rettori irlandesi della chiesa, si presenta oggi ingombra dei muri di sostegno della chiesa superiore e dei supporti creati durante i lavori di liberazione e in sostituzione del pietrame di costipazione che è stato eliminato. Una fila di colonne originarie è incapsulata in uno dei muri.

    Iscrizione nell’affresco del miracolo di San Clemente con Sisinno.

    La basilica di San Clemente del IV secolo prende vita dalla trasformazione di edifici pre-esistenti e raccoglie in se documenti storico – artistici di notevole pregio. Tra questi l’affresco che racconta della morte e del riconoscimento di Sant’Alessio,che è datato all’epoca del papato di Leone IV tra l’847 e l’855, e un ciclo di affreschi piuttosto esteso e ben riconoscibile che invece narra vari momenti della vita di San Clemente e che conserva una delle prime documentazioni del passaggio dalla lingua latina al volgare.
    Il documento è costituito da una serie di iscrizioni inserite in un affresco che rappresenta un frammento della Passio Sancti Clementis, in cui il patrizio Sisinnio è nell’atto di ordinare ai suoi servi, Gosmario, Albertello e Carboncello, di legare e trascinare san Clemente. I servi, accecati come il loro padrone, trasportano invece una colonna di marmo. Si leggono queste espressioni, la cui attribuzione ai singoli personaggi è incerta: Sisinium: «Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!», San Clemente: «Ob duritiam cordis vestrum, saxa trahere meruistis». Traduzione: Sisinnio: «Figli di puttana, tirate! Gosmario, Albertello, tirate! Carvoncello, spingi da dietro con il palo», San Clemente: «A causa della durezza del vostro cuore, avete meritato di trascinare sassi». La prima parte è tutta in volgare, con chiare influenze romanesche.

    Il vicus negli scavi di San Clemente.

    Da notare che le espressioni de le e co lo sono già preposizioni articolate, che non esistevano nella lingua latina. La seconda parte è scritta in latino, ma vi sono varie stranezze; duritiam, ad esempio, è un accusativo, ma dovrebbe essere un ablativo: è un chiaro segnale che ormai non si usino più i casi latini, ma ci si affidi a un caso unico. Inoltre, in luogo del latino trahere si nota la caduta dell’h, traere.
    La basilica del IV secolo venne realizzata al piano superiore di un horreum, ovvero un magazzino di epoca romana, già a sua volta modificato in precedenza. Dalla basilica del IV secolo perciò è possibile scendere a un livello di scavo ancora più basso dove si trovano due edifici principali separati da un vicus della larghezza di circa 70 cm che gli scavi archeologici hanno reso percorribile.

    L’horreum è un edificio dalle spesse murature in tufo la cui costruzione viene fatta risalire all’epoca flavia. Esso era interpretato, soprattutto per la sua prossimità con il Colosseo, come un magazzino connesso con questa struttura e con i giochi che in esso prendevano vita. Ma una nuova ipotesi si è fatta più concreta: questo grandissimo magazzino può infatti per dimensione e per collocazione essere la Zecca Imperiale, qui trasferita nel IV secolo dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo. Questa ipotesi sarebbe confermata dal ritrovamento di epigrafi databili al 115 dopo Cristo che i funzionari e gli operai della Zecca avevano dedicato ad Apollo, Ercole e Fortuna.
    Il secondo edificio è un mitreo realizzato tra la fine del II secolo e l’inizio del III secolo in alcuni ambienti di un’insula più antica. Di queste tre stanze quella datata al III secolo, con volte a botte, è interpretata come “Scuola Mitraica”, la seconda stanza

    Il mitreo di San Clemente.

    è il vestibolo del mitreo e si presenta ornata di stucchi, mentre la prima è il mitreo vero e proprio, coperta da una volta a botte molto bassa, presenta lungo le pareti undici aperture, costituenti i simboli astrologici legati al culto di Mitra. Lungo le pareti sono disposti anche i sedili di pietra.
    Al centro di questa stanza è disposta un’ara sulla quale si può chiaramente distinguere la scena di Mitra nell’atto di sacrificare il toro.
    Durante gli scavi che hanno portato alla luce questi ambienti è stato necessario creare una canalizzazione che permettesse il drenaggio delle acque di un lago che si era formato sotto la basilica di san Clemente. Questa canalizzazione è stata aperta attraverso un’insula di abitazioni, preesistenti all’incendio neroniano, e in quest’occasione si è trovata anche una piccola zona catacombale del V o del VI secolo dopo Cristo, riferibile al periodo successivo all’invasione di Alarico, quando cominciò a essere disatteso il divieto di seppellimento dentro la linea del pomerio.

    Roma, 2 settembre 2018

  4. Paolo Biondi e i misteri dell’Ara Pacis

    C’è un monumento a Roma che sintetizza storia e filosofia della nascita del principato con Augusto: è l’Ara Pacis. Eppure di questo monumento sappiamo ancora poco: il motivo è la

    Ara Pacis - particolare della decorazione

    Ara Pacis – particolare della decorazione

    sua infelice collocazione nel Campo Marzio, zona per secoli oggetto delle piene del Tevere, che causarono un progressivo interramento del monumento con relativo oblio a meno di due secoli dalla sua costruzione e per oltre 17 secoli, fino a quando Benito Mussolini decise di farlo dissotterrare e ricostruire nel 1937, anno bimillenario della nascita di Augusto. Allora fu collocata nel suo sito attuale.

    Il Senato romano aveva deciso la costruzione di un’Ara della pace il 4 luglio del 13 avanti Cristo, in occasione del ritorno di Augusto da una vittoriosa campagna in Gallia e Spagna, ma aveva deciso che l’altare venisse collocato nel foro. L’imperatore rifiutò il dono, ritornando in seguito sulla sua decisione ma facendo spostare l’edificazione dell’Ara nei pressi del mausoleo e dell’orologio che stava facendo costruire nel Campo Marzio.

    Ara Pacis - particolare della decorazione

    Ara Pacis – particolare della decorazione

    Il monumento può essere letto diviso in tre parti: i quattro pannelli anteriori e posteriori che descrivono la teologia del principato instaurato da Augusto al termine della guerra civile; il fregio vegetale che corre tutto attorno al monumento nella sua parte inferiore e che offre spunti per ricostruire la filosofia del tempo di Augusto; la grande processione sacrificale rappresentata sui due lati dell’Ara e che mostra il potere di Roma, compresa la famiglia imperiale al gran completo, con interessanti spunti sul tema della successione ad Augusto.
    Quali dunque i misteri? Sono tanti, ad iniziare dall’interpretazione dei quattro pannelli, dei quali l’ultimo viene considerato come dedicato alla dea Tellus, la Terra madre. Ma se l’Ara è dedicata alla pace, dov’è la sua rappresentazione?

    Ara Pacis - particolare della decorazione

    Ara Pacis – particolare della decorazione

    E ancora: quali messaggi ci lancia il fregio vegetale? E’ puramente ornamentale o nasconde altro? Infine: chi sono i personaggi della processione? Su molte figure non ci sono dubbi ma su altre, ugualmente importanti, tante domande restano insolute.
    Noi ora vediamo il monumento completamente bianco, ma in origine era dipinto – come gran parte dei monumenti in marmo dell’epoca romana – con colori sgargianti che ne aiutavano la lettura e la comprensione, comprensione che oggi per noi rimane a volte misteriosa.
    Di questo e di molto altro si parlerà in occasione della visita guidata da Paolo Biondi che si occupa da anni di studiare il monumento, i suoi significati e la sua destinazione effettiva.

    Roma, 3 aprile 2018.