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  1. Il Monte de’ Cocci a Testaccio

    È certamente la più curiosa delle alture di Roma. Ai Sette Colli originari, l’espansione edilizia degli ultimi due secoli ha aggiunto molte altre colline;

    Il Monte dei Cocci in una ripresa aerea.

    e a tutte queste vanno aggiunti quelli che si possono definire i «monti archeologici»: modesti dislivelli provocati dall’accumulo di residui di antichi edifici quali il Monte Giordano, Monte Savello, Monte Citorio e Monte Cenci. Tuttavia Monte Testaccio, che è anch’esso un’altura artificiale, ha ben differente origine.
    Infatti, con la sua altezza di 54 metri sul piano circostante e con il suo perimetro di circa un chilometro, il Monte dei Cocci altro non è che un accumulo di anfore abbandonate e sistematicamente ammucchiate in un ben definito luogo di scarico. Dalla fine dell’età repubblicana a quella imperiale, il naturale approdo sul Tevere venne trasformato in un vero e proprio porto mercantile detto Emporium, grazie all’azione di due edili nel 193 avanti Cristo, Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo. Il porto fu dotato di horrea, ovvero di un esteso sistema di magazzini, di cui faceva parte anche la Porticus Aemilia i cui resti oggi possono essere visti tra gli edifici del quartiere Testaccio.

    Una ricostruzione degli horrea.

    Le operazioni di smistamento avvenivano nei pressi del porto. Le merci che potevano essere conservate venivano inviate ai magazzini, altre raggiungevano le botteghe della città dopo essere state spostate in anfore di dimensioni ridotte che potevano essere caricate sui carri, rispetto a quelle che venivano utilizzate sulle imbarcazioni provenienti dalle diverse aree di produzione.
    In particolare subivano questo trattamento le merci come l’olio, il vino e il pesce. Le anfore contenenti vino potevano essere riutilizzate in città, ad esempio per la raccolta delle urine necessarie per il funzionamento delle fulloniche, ma quelle contenenti olio e pesce no, e per questo le testae, anfore in latino, di risulta dovevano venivano accantonate con una particolare tecnica che prevedeva un regolare accatastamento dei cocci, frapponendo ai vari strati di materiale abbandonato degli strati di terreno e soprattutto calce che dessero consistenza alla costruzione, ed eliminassero il cattivo odore che si sarebbe generato dalla decomposizione dei residui organici.

    Zone di produzione di olio e grano nell’antica Roma.

    Un accumulo di tale entità e altezza fu reso possibile dalla presenza di una strada principale e di due stradelle che potevano essere percorse da carri trainati da muli ricolmi di cocci e di anfore frammentate. Funzionari chiamati curatores supervisionavano la rottura delle anfore e il loro trasporto fino alla cima della collina.
    Ma questa, che è a tutti gli effetti una enorme discarica, conserva al suo interno moltissime informazioni archeologiche, che investono diversi ambiti della ricerca storica. Ad esempio, attraverso i tituli picti, note scritte a pennello o a calamo con il nome dell’esportatore, indicazioni sul contenuto, i controlli eseguiti durante il viaggio, la data consolare, e che si ritrovano sulle anse, è stato possibile ricostruire non solo le vie dei commerci, ma anche la struttura stessa della catena commerciale e le relative regole. Le informazioni contenute nei tituli picti hanno, quindi, contribuito a scrivere la storia del commercio nell’antica Roma.

    Bollo betico del III secolo dopo Cristo con riferimento ad una famiglia che commerciava in olio.

    Altre informazioni ricavate dagli studi, ancora in corso, sui cocci riguardano i cultivar di olivo che venivano utilizzati in epoca romana e la provenienza dell’olio, con una predominanza dell’olio spagnolo, soprattutto dalla regione della Betica, e dell’olio di origine africana.
    Ogni anfora conteneva circa 70 litri di olio importato dalla Spagna meridionale o dall’Africa del Nord e si è stimato che con le anfore accumulate a formare il Monte Testaccio siano stati trasportati a Roma circa 1,75 miliardi di litri di olio d’oliva, che veniva poi distribuito gratuitamente ai cittadini romani come parte del sussidio alimentare.
    E’ stato calcolato che il consumo di olio di oliva fosse di circa 50 litri pro capite all’anno, e bisogna immaginare che in ogni villaggio, città o accampamento dell’impero esistesse una montagnola di cocci di anfore d’olio simile a quella del Monte dei Cocci.
    I Romani furono i primi che fecero dell’olio un prodotto agricolo destinato alla vendita internazionale e alcun autori latini, come Catone e Columella, scrissero dell’olivo e della sua coltura, arrivando a identificare 20 cultivar diverse e a distinguerne i livelli di qualità: così l’oleum viride,

    Olive carbonizzate ritrovate a Pompei.

    l’olio verde preparato da olive acerbe era il migliore, seguiva poi l’oleum maturum, ovvero quello ricavato da olive mature, e infine c’era l’oleum cibarium preparato a partire da olive ormai guaste e che corrisponde al nostro olio lampante.
    Vasti oliveti vennero piantati dai Romani nell’Africa del Nord e accanto a questi sorsero enormi frantoi in grado di trattare enormi quantità di olive.
    Furono istituite borse merci in ciascun porto per fissare il prezzo dell’olio e si formare delle corporazioni per la sua commercializzazione. Si distinguevano: gli olearii, che erano dei venditori al dettaglio, i diffusores e i mercatores che invece operavano su scala più vasta.
    Un prodotto di tale importanza venne utilizzato come merce di scambio. Ad esempio Giulio Cesare volendo punire la città fenicia nell’attuale Libia Leptis Magna per aver preso parte alla resistenza contro  l’invasione romana, le inflisse di versare a Roma una quantità di olio di oliva pari a 1.067.800 litri.

    Torchio per olive del II secolo dopo Cristo – Volubilis – Marocco.

    L’olio divenne l’equivalente del petrolio di oggi. Settimio Severo, ad esempio, apparteneva ad una famiglia di Leptis Magna che si era arricchita proprio producendo e commercializzando olio, e poco dopo la sua ascesa al trono, chiese ai cittadini di Lepis Magna una donazione volontaria annua di un milione di libbre di olio di oliva, che poi egli distribuì gratuitamente al popolo della città di Roma.
    Si ritiene che il monte abbia funzionato come discarica per un lungo periodo di tempo, almeno dal 140 dopo Cristo fino alla metà del III secolo. Poi, nel corso dei secoli successivi, il motivo dell’accumulo dei cocci fu dimenticato, tanto da far sorgere intorno al colle numerose leggende per giustificare la sua origine: chi sosteneva fossero i risultati degli errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai, chi asseriva fossero i resti delle urbe cinerarie traslate dai colombari della via Ostiense, mentre una leggenda raccontava che la collina fosse stata formata dei resti del grande incendio di Roma nel 64 dopo Cristo. Per secoli il monte fu ignorato dall’iconografia urbana probabilmente poiché a causa del suo utilizzo come discarica non era ritenuto meritevole di particolare menzione. Il nome mons Testaceum appare per la prima volta in un’iscrizione databile al VII secolo circa, conservata nel portico della chiesa romana di Santa

    Una bottiglia di olio e un pane carbonizzato provenienti da Pompei.

    Maria in Cosmedin mentre l’originario nome di epoca romana è ignoto.
    Sfruttate per secoli sono state le proprietà isolanti dell’argilla di cui il monte risulta costituto. Così lungo le pendici del colle artificiale sono state scavate numerose grotte al cui interno la temperatura si attesta tutto l’anno intorno ai 10°C. I locali scavati tra i cocci vennero adibiti a cantine, dispense e stalle e successivamente, a partire dal Medioevo, furono sede di osterie. In epoca più moderna i grottini furono adibiti a ristoranti e locali notturni.
    Probabilmente per la sua posizione decentrata rispetto alla città il Monte dei Cocci venne, sin dal Medioevo, utilizzato quale scenario per alcuni momenti del Carnevale Romano, costituiti da giochi crudeli e cruenti a carico di animali. Si allestivano qui infatti delle vere e proprie tauromachie, di cui la più popolare era la così detta “ruzzica de li porci”.

    La Ruzzica de li porci a Monte Testaccio.

    In questa occasione carretti di maiali vivi venivano lanciati giù dalla collina e quando si sfracellavano in basso il popolo dava la caccia ai frastornati animali. Dal XV secolo, trasferito il carnevale in via Lata per volontà di papa Paolo II, il monte divenne il punto di arrivo per la Via Crucis del Venerdì Santo, trasformandosi in un vero e proprio Golgota. Il corteo in questo caso partiva da una casa oggi scomparsa a Via Bocca della Verità, che ancora nell’Ottocento conservava il nome di “Locanda della Gaiffa”, quindi passava per la casa dei Crescenzi che diveniva la casa di Pilato, proseguiva per Santa Maria in Cosmedin, e attraversando l’arco di San Lazzaro, arrivava sulla cima del monte dove veniva simulata la crocifissione di Cristo e dei due ladroni.
    Più tardi sarà meta privilegiata delle “ottobrate romane”, le tipiche feste romane, che vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio i carretti addobbati a festa delle “mozzatore”, le donne che lavoravano

    Il poeta improvvisatore a Testaccio nel mese di Ottobre – Bartolomeo Pinelli.

    come raccoglitrici d’uva nel periodo della vendemmia: tra canti, balli, gare di poesia, giochi e chiacchiere, ci si rinfrancava dal lavoro e soprattutto si “innaffiava” il tutto con il vino dei Castelli Romani, conservato nelle cantine scavate alle pendici del monte. Un esplicito riferimento a monte Testaccio è contenuto nella novella El licenciado Vidriera dello scrittore Miguel de Cervantes raccolta nell’opera Novelle esemplari pubblicata nel 1613. «Cosa volete da me ragazzi, testardi come mosche, sporchi come cimici, coraggiosi come pulci? Sono forse io il Monte Testaccio a Roma che mi gettate contro cocci e tegole?»
    Occorre tuttavia attendere fino al settecento perché al monte e ai reperti lì accatastati venga riconosciuto valore archeologico: l’abitudine dei romani di prelevare materiale dalle pendici del colle stava mettendo in pericolo l’abitabilità dei locali sottostanti tanto da muovere le autorità, nel 1742, a emettere un editto a tutela «…di un’antichità così celebre». A tale divieto, per le stesse motivazioni, si aggiunse due anni dopo la proibizione di pascolare armenti sul monte Testaccio.

    Ottobrata a Testaccio – Bartolomeo Pinelli.

    Le prime organiche ricerche archeologiche sul monte furono condotte a partire dal 1873 da Heinrich Dressel cui si deve la valorizzazione storica del sito e un imponente lavoro di catalogazione dei cocci e di classificazione delle anfore, sulla base dei bolli e dei tituli picti rinvenuti su alcuni di essi.
    Durante l’assedio di Roma del 1849, su monte dei cocci fu posizionata una batteria di artiglieria che da tale altezza prendeva agevolmente e insistentemente di mira i francesi accampati vicino alla Basilica di San Paolo fuori le Mura. Similmente, durante la seconda guerra mondiale, sulla cima del colle fu installata una batteria antiaerea posizionata su basamenti di cemento, i cui resti sono ancora visibili.

    Roma, 20 gennaio 2019

  2. Sepolcri repubblicani di via Statilia

    Via Statilia ricorda l’antica gens romana che in questa zona ebbe molti possedimenti nella zona Est dell’Esquilino. Alcuni suoi membri erano seguaci di una setta neopitagorica dedita ai culti misterici per la cui celebrazione avevano anche costruito una basilica ipogea, ritrovata nel 1917 al di sotto di Porta Maggiore.
    L’attribuzione dell’edificio sotterraneo alla gens Statilia è un’idea consolidata. Per alcuni archeologi si tratterebbe della tomba di Tito Statilio Tauro, luogotenente di Augusto e console nell’11 dopo Cristo; per lo storico francese Jérôme Ernest Joseph

    Rilievo Funerario di Via Statilia, oggi conservato presso il Museo della Centrale di Montemartini.

    Carcopino, il monumento apparteneva invece ad un omonimo membro della gens Statilia, il quale – citato in giudizio da Agrippina, madre di Nerone, con l’accusa di superstizione e pratiche magiche – nel 53 dopo Cristo preferì darsi la morte. I culti neopitagorici erano destinati a pochi “eletti” e spesso venivano confusi con riti stregoneschi. All’importante gens apparteneva anche Statilia Messalina, moglie di Nerone.
    Un anno prima della scoperta della basilica neoplatonica, furono rinvenuti, tra via di Santa Croce in Gerusalemme e via Statilia alcuni Sepolcri Repubblicani, risalenti al 100 avanti Cristo circa e interrati nel secolo successivo.
    Via Statilia ricalca in parte l’antica Via Coelimontana  in parallelo all’Acquedotto Neroniano, fatto costruire nel 52 dopo Cristo, che diramandosi dall’Acquedotto Claudio nella vicinissima Porta Maggiore e, piegando verso sud all’interno di Villa Wolkonsky, sul terrapieno sovrastante i sepolcri, e proseguendo per via Domenico Fontana e per Via di Santo Stefano Rotondo e inglobando l’Arco di Dolabella, portava l’acqua nella zona della Domus Aurea andando ad alimentare un grande ninfeo nei pressi del Tempio del Divo Claudio, Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo. L’Acquedotto Neroniano fu poi prolungato da Domiziano per portare acqua alla dimora imperiale del Palatino.
    All’atto della scoperta, la zona dei Sepolcri era – ed è tuttora – sormontata da una

    Ritrovamento dei Sepolcri di Via Statilia alla fine dell’Ottocento. Si ringrazia RomaSparita.

    collina, su cui si trova la già citata Villa Wolkonsky, oggi sede dell’Ambasciatore Britannico, che ricopriva totalmente il complesso archeologico. Poichè la zona della Villa ha uno status di extraterritorialità, non è stato possibile proseguire gli scavi che forzatamente terminano nei contrafforti del poderoso muro di cinta. All’interno della Villa Wolkowsky corrono ben trentasei arcate dell’acquedotto Neroniano e tutta l’area ha un’estensione di undici ettari e, all’interno sono stati trovati molti resti archeologici esposti ora in due serre presso l’ingresso della villa.
    Tornando ai Sepolcri Repubblicani tra via Statilia e via di Santa Croce in Gerusalemme, il più antico è probabilmente quello che mostra la facciata costruita in blocchi di tufo, nella quale si apre una porta centrale rettangolare, rinforzata con un restauro moderno in mattoni; questa è fiancheggiata da due scudi rotondi, ricavati dagli stessi blocchi della facciata. La camera funeraria interna è piccolissima, tagliata in parte nella roccia e ricoperta con una volta irregolare in opera cementizia. L’iscrizione ricorda che proprietari ne erano Publius Quinctius, liberto di Tito e libraio, la moglie Quinctia e la concubina Quinctia Agathea e che il sepolcro non sarebbe dovuto passare agli eredi, “Sepulcr(um) heredes ne sequatur“. La mancanza del cognome e l’aspetto ancora piuttosto antico del monumento permettono di datarlo intorno al 100 avanti Cristo, o poco prima.

    Sepolcro di Publius Quinctus – Sepolcri di Via Statilia.

    Proprio i legami intercorsi tra questi personaggi, deducibili sia dall’onomastica sia dalla qualifica di uxor, moglie legittima, e di concubina, convivente, quest’ultima aggiunta in un secondo momento, permettono di ricostruire in via ipotetica la storia di questo nucleo familiare. Il rapporto tra Publius Quinctius e Quinctia nacque probabilmente come coabitazione senza rilievo giuridico tra due schiavi alle dipendenze dello stesso padrone: Titus Quinctius, e fu trasformato in nozze legittime quando la coppia acquisì con lo stato di liberti la capacità di contrarre un matrimonio legalmente riconosciuto. Solo allora Publius Quinctius liberò la schiava Agathea, insieme alla quale lui e la moglie costruirono il sepolcro, commissionando ad un’officina lapidaria l’iscrizione che sanciva il loro diritto alla proprietà. Dopo la morte di Quinctia, Publius Quinctius iniziò a vivere con Agathea in concubinato, una forma di convivenza stabile, ma giuridicamente illegittima, che differiva dal matrimonio perché mancava dell’affectio maritalis, ovvero la reciproca volontà delle parti di vivere come marito e moglie per la durata dell’intera esistenza. Nonostante questa premessa, la lunga durata dell’unione dei due liberti è provata dall’iscrizione sulla facciata in cui la qualifica di concubina fu aggiunta in coda all’onomastica della donna.

    Iscrizione dei Quinctiii – sepolcri di Via Statilia.

    Il sepolcro seguente viene denominato “Sepolcro Gemino”, ossia doppio, in quanto è costituito da due vani, con celle ed ingressi distinti, ma con il prospetto e la parete divisoria in comune. La facciata è decorata con due gruppi di busti raffiguranti 5 defunti, una donna e due uomini a sinistra, due donne a destra, liberti delle famiglie Clodia, Marcia ed Annia. Il fatto che l’iscrizione si presenti alquanto rimaneggiata, con caratteri in parte erasi e che riporti i nomi di 6 persone, fa ritenere che non sia quella primitiva: a parte il nome di Anneo Quincione, gli altri quattro furono probabilmente aggiunti in un secondo momento. La presenza del cognome fa propendere per una data successiva rispetto al sepolcro precedente, probabilmente intorno all’inizio del I secolo avanti Cristo Più o meno contemporaneo segue un colombario, del quale rimangono scarse tracce, e poi un monumento ad ara, ampliato in un secondo momento in opera reticolata e che l’iscrizione assegna a due “Auli Caesonii“, probabilmente due fratelli, e ad una Telgennia. L’intero complesso di tombe risulta essere molto importante perché permette di seguire da vicino il passaggio dal tipo di tomba a camera, la più antica, quella di Publius Quinctius, al monumento isolato, il più tardo, quello dei Caesonii, passaggio che avviene appunto tra la fine del II e gli inizi del I secolo avanti Cristo. Immediatamente di fronte ai sepolcri è l’ingresso a una piccola area sotterranea in cui è possibile vedere i resti di due antiche condutture d’acqua, già in origine sotterranee, costituite da blocchi di tufo scavati al centro e incastrati l’uno nell’altro.

    Roma, 25 novembre 2018.

  3. Necropoli Ostiense

    Nell’area compresa tra la Rupe di San Paolo e l’ansa del Tevere si addensava una grande Necropoli le cui tombe si disponevano lungo la via Ostiense. L’area

    Lavori di sbancamento della Rupe di San Paolo. Si ringrazia Roma Sparita.

    sepolcrale era molto vasta e oggi resta in gran parte inesplorata, almeno per le zone che non sono andate perse nel passaggio tra la fine dell’Ottocento e gli anni Venti del Novecento. Alcuni archeologi ritengono che quest’area andasse a fondersi con le poco distanti catacombe di Comodilla, dove oltre alla cappella dedicata alla patrizia romana, è presente la chiesetta dedicata ai due santi martirizzati proprio all’inizio di Via delle Sette Chiese, Felice e Adautto, qui sepolti.
    L’esteso sepolcreto assume poi una grande rilevanza, e successiva enorme espansione, dal momento in cui qui viene sepolto l’apostolo Paolo. Intorno a questo sepolcro, infatti, non solo i cristiani ci tenevano ad essere sepolti, ma si articolò pure una importantissima area di culto, che successivamente, in epoca costantiniana, portò alla costruzione della Basilica di San Paolo Fuori Le Mura.
    Le prime tombe vennero in luce nel 1700 con una delle prime sistemazioni dell’area di pertinenza della Basilica. Altri momenti di scavo furono nell’Ottocento, quando sulla Rupe di San Paolo venne realizzato un vero e proprio sbancamento necessario per collocare un collettore. Durante questo scavo ottocentesco moltissimi reperti sono andati perduti e non fu realizzata nemmeno una documentazione fotografica. Questi scavi furono seguiti da quelli condotti in occasione dell’allargamento della Via Ostiense tra il 1917 e il 1919, quando riemersero non solo nuove tombe, ma anche le decorazioni a stucco e ad affresco, i pavimenti a mosaico in ottimo stato di

    La necropoli Ostiense alla base della Rupe di San Paolo. Si ringrazia RomaSparita.

    conservazione, e anche alcuni oggetti di uso quotidiano. I reperti archeologici più significativi entrarono nelle collezioni archeologiche dei Musei Capitolini. Tali ritrovamenti costituirono un’importante testimonianza della popolazione che abitava questo settore della città dalla tarda età repubblicana al IV secolo dell’impero.

    Nel 2017 per decisione della Sovrintendenza capitolina lo studio dell’area archeologica è ripresa in collaborazione con gli antropologi del dipartimento dell’Università di Valencia, ed è stato avviato un nuovo programma di ricerca scientifica per scoprire, analizzare e catalogare i resti ossili combusti conservati ancora intatti all’interno delle olle cinerarie. La necropoli romana, infatti può ancora restituire importanti informazioni poiché copre un arco temporale che va dal II secolo avanti Cristo al IV secolo dopo Cristo e permette di leggere in maniera continua il passaggio dalla pratica della sepoltura per incinerazione a quella per inumazione.
    Il sepolcreto si sviluppa su tre piani principali con le tombe più antiche che occupano gli strati più profondi, costituite da una cella in blocchi squadrati di tufo, a quelle più recenti poste sopra alle prime, risalenti all’epoca imperiale, e costruite in laterizio. E’ identificabile anche un colombario.
    Le numerose iscrizioni funerarie rinvenute nell’area documentano l’appartenenza dei defunti a un ceto medio di artigiani e mercanti, spesso di origine servile, con nomi orientali o greci. Così, oltre a Giulia Fortunata, ricorrono nomi più orientaleggianti quali Selene e Cleopatra. E passeggiando tra i resti si notano affreschi colorati d’ogni tipo, dai più semplici ai più particolari. Si tratta di un’area interessantissima dal

    La necropoli di San Paolo

    punto di vista archeologico, forse una delle meglio conservate in tutta Roma.
    Dietro le grate emergono una gran quantità di loculi, edicolette, sarcofagi e casse. Un percorso accidentato tra spoglie e cinerari di schiavi e liberti. Stanno accanto ai loro gentilizi, con le loro età e mestieri. E invocano i Mani per scongiurare un trapasso funesto. Si affacciano su vicoli e stradine, vantando una certa dignità architettonica ed eleganza. Si tratta, perlopiù di tombe individuali e di corporazioni, le cui epigrafi implorano l’aldilà.

    A nord della necropoli, le tombe più antiche hanno le facciate in tufo accanto a quelle in laterizio di età imperiale. Nel piccolo ambiente sottostante la scala, ecco un pavone e accanto un Ercole nerboruto che riporta Alcesti fuori dalla morsa dell’Ade. Si tratta di un piccolo ambiente dipinto, nascosto nascosto tra le tombe del sottoscala. A pochi passi, si estende un’ampia area sepolcrale in opus reticolatum, tecnica muraria che si presenta in superficie con una disposizione di bozze e mattoni a reticolo in diagonale, dell’inizio dell’Impero.
    Al muro di recinzione sono addossati sepolcri di varia epoca. Quasi tutti – a fossa o terragni – appartenenti a schiavi e liberti, eccetto due a forma di edicola, una in marmo e l’altra in laterizio.
    Dalla parte opposta, due aree rettangolari con le pareti forate da nicchie sono riferibili a colombari. Il primo, vicino all’ingresso, è caratterizzato da un’elegante edicola che, sulla fronte incorniciata di serti di margherite, reca l’immagine di due leonesse che si avventano su una gazzella. Accanto, un piccolo pozzo.
    Alla gens Pontia, I secolo dopo Cristo, appartengono le olle funerarie con le relative iscrizioni.

    La necropoli Ostiense.

    Affacciati al tratto di collegamento con la via Ostiense si trovano altri colombari disposti in sequenza del I secolo dopo Cristo: tra di loro, colpisce quello di Livia Nebris, figlia di Marco, qui sepolta insieme con gli altri membri della famiglia. A fianco, una stanza trapezoidale è circondata da sepolcri a fossa, identificata come sede della famiglia che aveva costruito quei sepolcri per i propri congiunti.
    Purtroppo poco visibili i resti di riquadri pittorici con figurine volanti – grifi, pegasi e un’aquila – che si librano in fondali bianchi.

    Roma, 16 novembre 2018.

  4. Chiesa di San Giovanni a Porta Latina, la pittura medievale romana e la memoria dell’apostolo Giovanni

    Atmosfera rarefatta, verde diffuso, silenzio. Via di Porta Latina è tutto questo: un’area di Roma incantata, salvaguardata dalle costruzioni che invece sono cresciute

    San Giovanni a Porta Latina in una foto di fine Ottocento. Si ringrazia RomaSparita.

    al di là delle mura Aureliane, che in questo tratto – tra le porte Metronia, Latina e San Sebastiano – si sono conservate splendidamente.
    L’antica porta che dà il nome alla strada fu ristrutturata dall’imperatore Onorio, 384-423, ampliando quella originaria di Aureliano. Nell’elemento centrale dell’arco esterno si nota il monogramma di Cristo. In quello dell’arco esterno, la croce greca inscritta in un cerchio. Siamo in un’area di grande fascino, a due passi dal Sepolcro degli Scipioni, dalla Casa del Cardinal Bessarione e dal colombario di Pomponio Hylas.
    Appena oltrepassata Porta Latina, si erge, un elegante tempietto ottagonale isolato: è l’Oratorio di San Giovanni in Oleo, eretto dal prelato francese Beniamino Adam, auditore della Sacra Rota per la Francia al tempo di Giulio II, 1509, restaurato sotto Alessandro VII per cura del cardinale Francesco Paulucci, 1658, e sotto Clemente XI,1716. Sorge sul luogo ove, secondo tradizione, l’evangelista Giovanni uscisse illeso dal supplizio dell’olio bollente, il che gli valse salva la vita con l’esilio a Patmos. Una notizia trasmessa da Tertulliano, dice:
    «Quando gli apostoli dopo la Pentecoste si separarono, lui [Giovanni Evangelista] andò in Asia, dove fondò molte chiese. Quando l’imperatore Domiziano venne a conoscenza della sua fama, lo fece venire a Roma e lo fece buttare in un recipiente di olio bollente, immediatamente davanti alla porta Latina: ma Giovanni ne uscì illeso, come era rimasto estraneo alla corruzione della carne. L’imperatore, visto che anche così non desisteva dalla predicazione, lo mandò in esilio nell’isola di Patmos dove nella completa solitudine scrisse l’Apocalisse».

    San Giovanni a Porta Latina. Interno.

    L’attuale costruzione, rifatta sull’antica, è ritenuta di Bramante, ma l’elegante coronamento, con decorazione classicheggiante, e la sistemazione dell’interno è di Borromini. Sopra la porta che guarda verso Porta Latina è inserito emblema araldico di Alessandro VII Chigi; la porta del lato opposto reca lo stemma del prelato francese, col motto: AU PLAISIR DE DIEU, 1509.
    Di fronte, al di là del muro del Collegio Missionario dei padri Rosminiani, ecco un grosso nucleo di sepolcro antico. Dietro il collegio sorge, preceduta da un pittoresco e raccolto sagrato ombreggiato da un grande cedro e con un pozzo medievale tra due colonne, l’antica chiesa di San Giovanni a Porta Latina fondata da Gelasio I nel V secolo: la tradizione trova conferma nelle tegole del vecchio tetto, che portano stampigli dell’epoca di Teodorico, 495-526.
    Riedificata da Adriano I nel 772, fu restaurata nel 1191, anno in cui, sotto Celestino III, furono traslate qui le reliquie dei Ss. Gordiano ed Epimaco. Dei tempi di Adriano I è il parapetto esterno del pozzo che si trova nel sagrato, ornato di una rozza decorazione formata da due serie di infiorescenze che corrono orizzontalmente per tutto il corpo del pozzo. Sull’orlo, tutto intorno, appare un’iscrizione latina, certamente di epoca posteriore all’VIII secolo, che recita: «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». E le parole del profeta Isaia: «O voi tutti che avete sete venite alle acque». E contrassegnata dal nome dell’incisore: «Io Stefano».
    Originariamente la chiesa era tenuta da una congregazione spirituale dedita alla povertà ma nel tempo passò sotto diverse amministrazioni. Nei primi anni del Novecento, quando veniva amministrata dalle suore di clausura, le Suore Turchine della Ss. Annunziata, furono rinvenuti affreschi medioevali che diedero l’impulso ad un’opera generale di ripulitura.

    San Giovanni aPorta Latina, oggi.

    Un restauro fortemente voluto negli anni Quaranta dai Missionari Rosminiani, che hanno tuttora in carico sia la chiesa che il tempietto, ha ridato alla chiesa il suggestivo aspetto medioevale. Sul fronte, un portico a cinque arcate su antiche colonne marmoree e di granito con capitelli ionici, è addossato alla facciata, su cui, in alto si aprono tre finestre ad arco; incluso nel portico, a sinistra, si alza lo slanciato campanile romanico a sei piani con trifore. Sotto il portico e nell’interno del campanile, sono esposti lapidi e frammenti romani, lastre paleocristiane di recinto presbiteriale e resti di affreschi medioevali.
    L’interno conserva la semplice ed antica armonia di forme originaria, diviso in tre navate da due file di cinque colonne ciascuna di marmo diverso, sulle quali poggiano archi semicircolari. Intorno all’altare sono conservati avanzi di un pavimento cosmatesco a disegno geometrico mentre nella predella dell’altare stesso spicca in lettere capitali romane l’antico “titolo” della Chiesa, ritrovato durante gli ultimi restauri: “TIT. S.IOANNIS ANTE PORTAM LA(TINAM)”.
    Il ciclo di affreschi del XII secolo che decorano la navata centrale, rinvenuti durante il restauro del 1940, rappresentano 46 differenti scene del Vecchio e del Nuovo Testamento e rivestono una straordinaria importanza per lo studio dell’arte medioevale a Roma. Insieme con il salone gotico nel Monastero dei Santi Quattro Coronati, il ciclo di San Giovanni a Porta latina rappresenta uno degli esempi maggiori di pittura medievale a Roma, realizzati precedentemente all’importante periodo del Cavallini e della sua Scuola Romana.
    Al centro dell’arco trionfale è raffigurato il Libro dei Sette Sigilli, indice dei segreti nascosti di Dio, che doveva essere sorretto da una cattedra sormontata da croce gemmata; ai lati, due angeli in atteggiamento riverente e, dietro di essi, i simboli dei quattro Evangelisti. Sui peducci dell’arco sono dipinte due figure santi, identificate con Giovanni Evangelista, a destra, e Giovanni Battista. Il personaggio sulla destra sorregge un volume con l’iscrizione in principio erat Verbum, l’incipit del Vangelo di Giovanni. In alto corre una greca multicolore e prospettica interrotta da riquadri, nei quali si affacciano busti di angeli dalle mani velate. Una ghirlanda avvolta da un nastro chiude verticalmente i lati corti dell’arco. Le pareti laterali del presbiterio

    La creazione della donna – San Giovanni a Porta Latina.

    ospitano i ventiquattro Vegliardi dell’Apocalisse, genuflessi in direzione dell’abside e disposti su due file di sei. Tutti reggono corone gemmate sulle mani velate. In basso quattro edicole, estremamente lacunose, inquadravano gli Evangelisti. Di esse rimangono solamente i tituli e i simboli inseriti in timpani. Le iscrizioni consentono l’identificazione di Marco e Matteo a sinistra e di Luca e Giovanni a destra. I lati corti sono bordati dallo stesso motivo decorativo dell’arco absidale, mentre il fregio che in alto delimita la decorazione, è costituito da mensoloni abitati da elementi zoomorfi, fitomorfi e da esseri mostruosi. L’iconografia delle pitture dell’arco e del presbiterio è basata sull’Apocalisse (4-5), i cui prototipi figurativi sono da riconoscere nella pittura romana di V-VI secolo.
    A Porta Latina, la traduzione figurata del tema è però caratterizzata da una contaminazione tra fonti diverse, rintracciabili non solo in esempi di pittura monumentale paleocristiana, ma anche nella produzione miniata di VI-X secolo. Inoltre, l’ipotesi di Richard Krautheimer, che vuole la chiesa fondata nel V-VI secolo, e la notizia di un suo rifacimento nell’VIII, inducono a ritenere che i soggetti apocalittici dell’Adorazione dei Viventi e dei Vegliardi, dei due Giovanni e degli Evangelisti, fossero già stati illustrati sulle pareti del presbiterio prima del XII secolo. Del tutto innovativa è la presenza degli evangelisti nelle pareti del presbiterio, in prossimità dell’altare. Lungo le pareti della navata centrale le scene vetero e neotestamentarie si succedono con un andamento anulare che consente una lettura continua dei cicli scena dopo scena, senza ‘percorsi ciechi’ che obblighino a ritornare, passando da un registro all’altro, al punto di partenza. La sequenza delle scene della Genesi ha inizio sulla parete destra con la Creazione del Mondo, e

    Abele e Caino – San Giovanni a Porta Latina.

    prosegue – dall’abside verso la controfacciata – con le Storie dei Progenitori, di Caino e Abele, di Noè, di Abramo e di Giacobbe, per terminare con il Sogno di Giuseppe. Il ciclo continua sulla controfacciata e, successivamente, sulla parete sinistra fino all’abside.
    Il programma neotestamentario segue lo stesso percorso, ma si sviluppa lungo i due registri inferiori delle pareti della navata centrale senza interessare la controfacciata. Comprendeva originariamente 30 scene a partire dall’Annunciazione per concludersi con l’Apparizione sul lago di Tiberiade. Dal momento che il ciclo delle storie veterotestamentarie scorre parallelo a quello delle storie neotestamentarie che occupa i due registri più bassi, vengono a crearsi degli accoppiamenti che non sembrano affatto casuali. Emblematico è quello tra la scena della Cacciata dal Paradiso e la Crocefissione correlate dal titulus che corre al di sotto dell’episodio veterotestamentario e al di sopra di quello neotestamentario: «Inmortalem decus per lignum perdidit hoc lignum». Dove la perdita dello splendore del Paradiso, la parola “decus”, splendore, sottintende “coeli”, a causa del legno dell’albero della Conoscenza verrebbe riscattata dal legno salvifico della croce.
    Il primo registro della controfacciata ospita le seguenti scene veterotestamentarie: Il Lavoro dei Progenitori, Il sacrificio di Caino e Abele, l’Uccisione di Abele, La condanna di Caino. Nel registro inferiore, separata dalle sovrastanti scene bibliche da una larga cornice a fasce ondulate, è una versione abbreviata del Giudizio con Cristo Giudice tra gli angeli. Ai lati del Salvatore, assiso entro un clipeo, stanno gli arcangeli con globo e cartigli, sui quali gli storici dell’arte leggono versi rivolti ai beati e ai dannati, rispettivamente “Venite benedicti fratres” e “Ite maledicti”. Due angeli per parte chiudono il registro. In basso, sotto i piedi del Cristo, è posto un altare con gli Strumenti della Passione. Nel catino absidale si trova un affresco realizzato nel 1715 da Antonio Rapreti sulla base di cartoni preparatori lasciati dal cavalier d’Arpino. L’affresco – che raffigura San Giovanni trascinato in giudizio dinanzi all’imperatore Domiziano – è stato riportato alla luce soltanto nel 2007 giacchè era stato ricoperto per proteggerlo dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale e se ne era persa la memoria.

    San Giovanni a Porta Latina – Adamo ed Eva.

    Il portico medioevale e le navate della basilica sono sostenuti da colonne di spoglio appartenenti, probabilmente, ad un tempio di Diana, parzialmente spogliate a favore del Laterano alla fine del 1700.
    Al bel sito è legato un episodio dell’ Inquisizione:  varie notizie riportano la storia di un gruppo di portoghesi che verso il 1578 aveva fondato una sorta di confraternita, e usava questa chiesa – all’epoca in stato di quasi abbandono, con il titolo lungamente vacante, per essere stata praticamente espropriata del proprio patrimonio dall’arcibasilica di San Giovanni in Laterano – per celebrare i propri riti. Secondo una versione si trattava di marrani rifugiati in Italia. Quel che è certo è che per questa storia furono eseguite, a Porta Latina, non meno di sette condanne a morte per rogo. Così riportano Ludwig von Pastor, nella Storia dei Papi e Michel de Montaigne nel suo Journal de Voyage en Italie par la Suisse et l’Allemagne (en 1580 et 1581).

     

    Roma, 28 ottobre 2018