prima pagina

  1. Il primo luogo di culto cristiano nel cuore Foro Romano: la basilica dei Santi Cosma e Damiano

    A pochi passi dal Foro Romano, dal Palatino e dal Campidoglio, quasi defilata su un lato di via dei Fori Imperiali, ecco la Chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

    Santi Cosma e Damiano – Interno.

    La struttura architettonica appare oggi composita per le vicende legate alle pagine della sua storia. Durante il grande incendio di Roma del 64 dopo Cristo la maggior parte degli edifici pubblici del lato Nord del Foro Romano andò distrutta e, dopo la vittoria nella guerra giudaica, l’imperatore Vespasiano realizzò qui il Foro della Pace, un grande complesso con tempio, giardino, fontane e un’aula rettangolare, la Biblioteca Pacis. All’inizio del IV secolo, l’imperatore Massenzio innalzò, a fianco della Biblioteca, l’imponente Basilica, con aula rotonda e ingresso monumentale sul Foro Romano, ancora visibile anche dall’interno della chiesa, coperta con una delle più grandi cupole realizzate a Roma nell’antichità. L’antica porta di bronzo, aperta sulla Via Sacra, è tra i pochi esempi conservati da allora e mantiene anche oggi la sua funzione. Secondo la tradizione, la rotonda era anticamente chiamata Tempio di Romolo, in memoria del figlio di Massenzio, morto all’inizio del IV secolo. Con la caduta dell’Impero Romano, sia la biblioteca che la

    Porta di bronzo dell’aula rotonda dell’edificio costruito da Massenzio.

    rotonda sono state abbandonate, seguendo la sorte di tutti gli edifici di culto pagano decretata dall’editto di Tessalonica dell’imperatore Teodosio II. Nel 526 papa Felice IV ottenne dal re Teodorico di poterne disporre e decise di unire i due edifici e di convertirli a uso religioso. Sorse così il primo luogo di culto cristiano nell’area del Foro Romano, da secoli dedicata alle funzioni civili e alla celebrazione del potere imperiale, vero simbolo della civiltà romana pagana. Il pontefice dedicò la chiesa ai Santi Cosma e Damiano, i due medici originari dell’Asia Minore che subirono il martirio nel 303 a Egea, e per questo motivo è conosciuta anche come “Basilica beati Felicis“. Le loro reliquie furono poi trasportate a Roma e disposte sotto l’altare inferiore della chiesa. Nel Medioevo la basilica dei Santi Cosma e Damiano era riconosciuta come uno dei principali centri di assistenza ai poveri e ai pellegrini a Roma. Una parte importante della vita spirituale della basilica fu la devozione mariana, iniziata nei tempi del papa Gregorio Magno, 590-604. L’edificio fu ampliato sotto Sergio I, 695, e Adriano I, 772, finché, nel 1512, venne affidato dal cardinale Alessandro Farnese ai Francescani del Terzo Ordine Regolare di San Francesco, i quali effettuarono una serie di restauri e di ampliamenti. Ma fu nel 1632, sotto Urbano VIII, che la chiesa fu totalmente rinnovata su disegno dell’architetto camerale Luigi Arrigucci, il quale decise, a causa del carattere malsano e acquitrinoso in cui versava il Foro Romano, di rialzare il pavimento di ben 7 metri, creando così una chiesa inferiore e

    Soffitto a cassettoni della chiesa dei santi Cosma e Damiano.

    una superiore. I Francescani, nello stesso periodo, commissionarono a Orazio Torriani l’edificio conventuale che si sviluppa sulla destra della chiesa. Originariamente l’accesso, quindi, avveniva dalla Via Sacra, attraverso il bellissimo portale del Tempio di Romolo: una vetrata, situata all’interno della chiesa, permette tuttora di ammirare la rotonda, posta all’interno della porta bronzea, che aveva funzione di atrio. L’ingresso attuale, invece, è posto su un lato della chiesa su via dei Fori Imperiali, attraverso un atrio sul quale si affaccia un tratto della parete in blocchi in opus quadratum dell’antica Biblioteca Pacis. L’interno della chiesa, a schema basilicale classico di tipo costantiniano, è a navata unica e presenta ora, al posto dell’originario soffitto a capriate lignee, una copertura impreziosita da una serie di cassettoni dipinti e dorati con lo stemma di Urbano VIII Barberini, tre api dorate su fondo azzurro, e con la Gloria dei Santi titolari. L’altare del presbiterio è ornato con una Madonna con Bambino dipinta su tavola da un anonimo romano del XIII secolo, mentre l’abside e l’arco trionfale presentano un complesso musivo tra i più belli e più antichi di Roma, insieme a quelli di Santa Pudenziana, Santa Prassede, San Clemente e Santa Maria Maggiore. Nel catino absidale, Gesù si eleva al centro su un cielo blu solcato da nuvole variopinte, che ricordano quelle del mosaico del catino absidale di Santa Pudenziana, circondato dai Santi Pietro e Paolo, vestiti di bianco, che introducono Cosma e Damiano, in atto di offrire corone gemmate, e Felice IV che presenta il modello della chiesa. Il volto di Felice IV si deve però a un rifacimento seicentesco. Completano la scena musiva San Teodoro con una corona e un’iscrizione in caratteri dorati con il loro nome. Più in

    Particolare del mosaico dell’abside della chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

    basso, nella fascia inferiore, le dodici pecore convergenti al centro verso l’agnello che rappresenta Cristo stesso e che poggia le zampe sul monte dal quale originano i quattro fiumi del Paradiso. Questa porzione del mosaico è su fondo oro. Il tema trattato e le scelte compositive e rappresentative sono caratteristiche dell’arte musiva dell’epoca bizantina, presente anche a Ravenna nella decorazione della Basilica di Sant’Apollinare in Classe.

    Roma, 23 febbraio 2019

  2. Foro Romano: tra Scipione e Cesare

    Foro Romano, atto terzo. Dopo i due appuntamenti dedicati all’età arcaica, la visita proposta attraverserà il cuore monumentale dell’antica Roma

    Basilica Sempronia – ricostruzione.

    durante i secoli della Repubblica: dalla costruzione delle grandi basiliche consolari alla realizzazione del Comizio dove si decisero le sorti dello Stato. I templi, i portici, gli spettacoli, il grande piano monumentale cesariano e i lavori di Silla e Cesare.
    Dall’età regia fino all’avvento dell’età medievale, la valle del Foro è stata teatro di eventi e sede di istituzioni di importanza tale da aver determinato a più riprese il corso storico della civiltà occidentale, e da aver influenzato in modo preponderante le basi politiche, giuridiche culturali e filosofiche del pensiero occidentale.
    Nel 210 avanti Cristo Tito Livio racconta che nel corso della festa dei Quiquatri, una festività romana dedicata a Minerva, con consacrazione delle armi a Marte e celebrata il 19 marzo, cinque giorni dopo le idi di marzo, scoppiò un incendio intorno al Foro in più punti. Contemporaneamente vennero distrutte dal fuoco sette botteghe, in seguito sostituite da altre cinque e da nuove botteghe per gli argentari. Vennero poi aggrediti dal fuoco alcuni edifici privati, in quanto non vi erano in quell’area ancora le basiliche. Furono incendiate anche le

    Basilica Emilia – situazione attuale.

    carceri, il mercato del pesce e l’atrio della Regia. Il tempio di Vesta venne a fatica salvato, grazie soprattutto a tredici schiavi, che furono subito dopo riscattati a spese pubbliche e liberati. L’incendio continuò notte e giorno e non vi fu alcun dubbio che non fosse stato doloso, considerando che il fuoco era stato appiccato contemporaneamente in più luoghi.
    Di attività edilizia di una certa importanza al Foro si ebbe dopo la fine della Seconda Guerra Punica. Con le guerre contro gli Stati ellenistici Roma allarga il suo dominio anche al settore orientale del Mediterraneo, che diviene ormai un lago romano. Le necessità urbanistiche della capitale trovano evidente corrispondenza nell’intensa attività edilizia, che trasforma così in pochi decenni l’aspetto del Foro. Sorgono, nel II secolo avanti Cristo, ben quattro basiliche: Emilia, Porcia, Sempronia, Opimia, e vengono ricostruiti interamente i templi della Concordia e dei Castori, per ricordare solo i maggiori.
    La Basilica Sempronia venne costruita dal censore Tiberio Gracco nel 169 avanti Cristo. Per poter costruire la basilica Tiberio Gracco dovette comprare la casa di Publio Cornelio Scipione Africano che sorgeva proprio in questo luogo. Scavi recenti condotti nei sotterranei della Basilica Giulia hanno permesso di identificare i resti di una ricca domus databile tra il III e il II secolo avanti Cristo. Gli studiosi ritengono quindi che i resti di questa domus possano essere quelli della domus di Scipione Africano di cui parla priorio Livio.

    Basilica Emilia – ricostruzione.

    All’inizio del I secolo avanti Cristo, Silla regolarizzò lo sfondo verso il Campidoglio, fornendo alla piazza un fondale monumentale. Nello stesso tempo venne costruito il Tabularium, edificio destinato a ospitare gli archivi pubblici dello Stato: gli atti pubblici più importanti dell’antica Roma, dai decreti del Senato ai trattari di pace. Unica superstite delle basiliche repubblicane. la Basilica Emilia ci si presenta oggi nell’aspetto assunto in seguito ai numerosi restauri imperiali. Fondata dai censori del 179 avanti Cristo, M. Emilio Lepido e M. Fulvio Nobiliore – al secondo dei quali spetta in realtà la costruzione – essa prese in un primo tempo il nome di Basilica Fulvia. Dopo i restauri, dovuti a vari membri della gens Aemilia, essa avrebbe assunto il nome di Basilica Pauli. Secondo un’ipotesi recente, la sua costruzione sarebbe dovuta a Emilio Paolo nel corso della censura del 159 avanti Cristo La basilica non era altro che uno spazio coperto, destinato, nella cattiva stagione, a svolgere le funzioni che erano proprie del Foro: e quindi a ospitare i tribunali e tutte quelle attività economiche che in periodo più favorevole si svolgevano all’aperto. Il più ampio spazio possibile veniva coperto a mezzo di file di colonne e pilastri, destinati a sostenere la copertura, così che ne originava una serie di navate.

    Fregio della Basilica Emilia – I secolo avanti Cristo – Punizione di Tarpea e Rito nunziale.

    Le basiliche Porcia e Sempronia furono sostituite dalla Giulia, costruita per ordine di Cesare e terminata da Augusto. Inoltre sotto Cesare si ebbe un radicale spostamento della Curia Giulia, che al posto dell’antico rituale orientamento secondo i punti cardinali, venne orientata verso gli assi del contiguo Foro di Cesare. La Curia era una sorta di templum, era cioè di un’area ritualmente delimitata dagli auguri, e quindi orientata secondo i punti cardinali, come testimoniano, oltre agli scrittori antichi, i resti conservati. Deve il suo nome alle assemblee dei “curiati”, cioè dei cittadini ponderati in base al censo, che si svolgevano nel Comizio; qui si affacciava la prima curia di Roma, la Curia Hostilia, edificata secondo la leggenda da Tullo Ostilio, terzo re di Roma. Dopo essere stata danneggiata da un incendio nel 52 avanti Cristo venne restaurata. Ma come detto sopra, sarà Giulio Cesare a dare inizio ai lavori di realizzazione del Foro di Cesare che interessarono tutta quest’aerea: sia i Rostra che la Curia vennero costruiti in posizione più scenografica, con impianto più monumentale. L’edificio fu terminato da Augusto il 28 agosto del 29 avanti Cristo. Restaurata sotto Domiziano nel 94, venne rifatta di nuovo da Diocleziano, in seguito all’incendio del 283 durante il regno dell’imperatore Carino. Nella Curia si trovava anche l’altare della Vittoria.

    Roma, 20 febbario 2019

  3. Articolo

    I fori romani, dentro il cuore di Roma antica

    di Andrea Giardina

    Pubblichiamo un articolo di Andrea Giardina, storico di Roma Antica, apparso nella rivista National Geographic il 1 giugno 2018.
    I secoli di incuria e gli interventi del Ventennio fascista hanno profondamente cambiato il loro aspetto. Studi recenti ci dicono che i fori erano spazi chiusi da alte mura, isolati rispetto al fermento della vita

    Il Foro Romano in una rara immagine del 1911. Si ringrazia Roma Sparita.

    cittadina. Al loro interno, però, mille attività prendevano vita: c’era spazio per il sacro e il profano, il lavoro più febbrile e lo stanco chiacchiericcio degli sfaccendati.
    Ricostruire mentalmente le architetture, gli spazi, la vita che si svolgeva nella zona dei Fori di Roma, è un’impresa difficile e appassionante. Il problema più ovvio è rappresentato da ciò che manca. Ogni tanto qualcuno si diverte a calcolare quante sono le pagine perdute dei giuristi romani rispetto a quelle pervenute nel Digesto, quante le epigrafi, quanti gli storici e i poeti cancellati per sempre. Si potrebbe fare lo stesso con i resti dei Fori: quanti metri cubi di materiali – pietre, marmi, mattoni, malta – rimangono oggi degli antichi edifici romani? Il calcolo, anche se inevitabilmente approssimativo, darebbe la dimensione tangibile del nostro irrimediabile lutto.

    continua…
  4. Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

    Villa Giulia, splendido esempio di villa rinascimentale suburbana, fu fatta edificare da Papa Giulio III tra il 1550 e il 1555.

    Villa Giulia

    Come sempre in questi casi la parte residenziale dell’edificio ha dimensioni relativamente modeste e strettamente connessa con il giardino costituito da terrazze collegate da scalinate scenografiche, ninfei e fontane adorne di sculture.
    La villa è il risultato dell’interazione tra tre dei più grandi artisti dell’epoca: Giorgio Vasari, l’architetto Jacopo Barozzi da Vignola e lo scultore e architetto fiorentino Bartolomeo Ammannati. Anche la decorazione pittorica ad affresco è di notevole pregio, e a essa avevano contribuito pittori diversi tra i quali Taddeo Zuccari.
    L’elemento caratteristico della villa era il ninfeo, in origine ricchissimo di decorazioni, alimentato da una canalizzazione dell’Acquedotto Vergine che corre in profondità e si manifesta nella fontana bassa, e che costituisce il primo “teatro d’acque” di Roma.
    L’edificio fu ampliato una prima volta nel 1912 e poi di nuovo nel 1923.
    Il Museo di Villa Giulia nacque nel 1889 per iniziativa di Felice Barnabei, un archeologo e politico italiano.

    Ninfeo di Villa Giulia

    Il primo nucleo di reperti esposti proveniva da Falerii, l’odierna Civita Castellana, capoluogo dei Falisci, un popolo che si era insediato nel territorio compreso fra i Monti Cimini ed il Tevere, territorio che era stato oggetto già nel 1880 di attente indagini topografiche e di scavi. Alle antichità di Falerii si aggiunsero via via quelle provenienti da altri centri dello stesso territorio (Corchiano, Narce, ecc.), materiali da abitati, santuari e necropoli del Lazio meridionale (Gabii, Alatri, Satricum, più tardi Palestrina), dell’Etruria (Cerveteri e in seguito Veio), dell’Umbria (Todi, Terni).
    Nella prima metà del ‘900 si vennero ad intensificare le attività di scavo nella zona di Veio e Cerveteri. I reperti archeologici qui portati alla luce, confluiscono nel museo di Villa Giulia che accentua così il carattere etrusco dei materiali raccolti ed esposti.
    Il museo diviene così il Museo Nazionale Etrusco e ancora oggi raccoglie reperti relativi ad alcune delle città etrusche più importanti, quali Vulci, Cerveteri e Veio.

    Apollo – Veio

    Gli Etruschi furono un popolo dell’Italia antica di lingua non indoeuropea e di origine incerta affermatisi in un’area geografica indicata con il nome di Etruria, che si estendeva, grosso modo, dalla Toscana all’Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale. Successivamente le popolazioni etrusche si espansero in Emilia Romagna e in Lombardia, arrivando fino al Veneto, e al sud raggiunsero la Campania.
    La civiltà etrusca influenzò notevolmente la civiltà romana con la quale si fuse al termine del primo secolo avanti Cristo. L’inizio della fusione è convenzionalmente posto con la conquista della città di Veio da parte dei Romani nel 396 avanti Cristo.
    Ancora oggi resta poco conosciuto il processo che ha portato alla formazione della civiltà etrusca così come essa si è venuta organizzando nell’Etruria, processo di formazione che va tenuto distinto dalla questione relativa alla provenienza di questo popolo, altro aspetto relativamente al quale esistono diverse teorie.
    Dagli studi condotti sui reperti giunti fino a noi, si può evincere che gli Etruschi sono probabilmente il risultato dell’interazione di popoli diversi visto che nella loro cultura compaiono elementi greci, sirio – fenici, italici, egizi, mesopotamici, urartei e indoiranici.
    E’ interessante notare che l’influenza degli antichi Grci sugli Etruschi detreminò la comparsa nella cultura di questi ultimi di una fse storico – culturale definita orientalizzante, che corrisponde circa all’VIII secolo avanti Cristo. I contatti avvennero soprattutto attraverso le colonie della Magna Grecia, ovvero con le colonie greche nell’Italia meridionale. Tra i diversi ambiti nei quali si osserva l’influenza greca certamente va annoverata la ceramica. Vi furono infatti csambi di vasellame tra Etruschi e Greci, ma anche scambi di tecniche produttive ed artistiche, con un miglioramento tecnologico nella civiltà etrusca dei forni e dei torni.

    Latona – Veio

    Un altro ambito in cui è chiara l’influenza greca è nella religione. Molte delle divinità etrusche in questo periodo vennero infatti reinterpretate e fatte corrispondere a divinità greche ad esempio Tinia venne associata a Zeus, Uni ad Era, Aita ad Ade.
    Dal litorale e dall’entroterra toscano, dove praticavano l’agricoltura ancge grazie ad opere di bonifica delle zone paludose, gli Etruschi si espansero veso nord nella Pianura Padana.
    Svilupparono sia le tecniche di estrazione che di lavorazione dei metalli, soprattutto il ferro.
    La lavorazione dei metalli fu uno degli elementi che spinse la crescita dei commerci via mare di città quali Cerveteri, Vulci e Tarquinia.
    E’ possibile che fossero di origine etrusca anche i Reti, un popolo che occupava il Trentino alto Adige.
    Se così fosse gli Etruschi oltre a controllare i traffici sul Mar Tirreno controllavano anche quelli che avvenivano verso il Nord Europa.
    In Umbria gli Etruschi fondano la città di Perugia che diviene una delle dodici lucumonie etrusche.
    I primi villaggi etruschi erano costituiti da capanne con tetto molto spiovente in paglia o argilla. Le città si distinguevano dagli insediamenti italici perché non erano disposte a caso ma seguivano una logica economica o strategica ben precisa. Ad esempio alcune città erano poste in cima ad alture così da poter controllare ampie zone sottostanti terrestri o ampi bracci di mare, oppure sorgevano in territori fertili ed estreamente adatti all’agricoltura, come nel caso di Veio e Tarquinia.
    La città sorgeva intorno ad una coppia di assi viari orientati nord – sud (cardo) ed est – ovest (dcumano), un assetto urbanistico che risultò rivoluzionario rispetto a quello adottato dai greci e che successivamente divenne modello per molte altre civiltà tra cui quella romana.

    Ercole – Veio

    Le città erano spesso protette da mura ciclopiche in argilla o tufo o pietra calcarea in cui si aprivano porte.
    Moltissime delle informazioni sulle abitazioni e sulla vita quotidiana degli Etruschi sono state ricavate dallo studio delle necropoli, le “città dei morti” sempre poste al di fuori della cinta muraria. Le necropoli sono sempre composte da sepolture ipogee, ovvero da ambienti sotterranei sovrastati da un tumulo, che riproducevano la disposizione delle abitazioni con arredi, vasi, stoviglie, armi, gioielli, ecc…. Ognuna di queste tombe si articolava in diverse camere sepolcrali di dimensioni proporzionali alla ricchezza e alla notorietà del defunto o della famiglia del defunto. Gli affreschi alle pareti delle tombe riproducevano scene di vita quotidiana.
    Gli Etruschi credevano nell’esistenza di una vita dopo la morte che era una prosecuzione della vita terrena.
    Altre tombe erano ricavate all’interno di cavità naturali preesistenti. Le tombe a edicola erano costruite completamente a livello della strada. Erano a camera unica ed avevano la forma di un tempio in miniatura, ma in pratica avevano una forma molto simile a quella delle abitazioni con tetto a doppio spiovente.
    Nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia sono esposti i reperti tra i più famosi provenienti dalle città etrusche quali il Sarcofago degli Sposi proveniente da Cerveteri e risalente al VI secolo avanti Cristo. Il Sarcofago degli Sposi, capolavoro dell’arte etrusca in terracotta, fu trovato nel 1881 in una tomba della Banditaccia, allora di proprietà dei Principi Ruspoli, dai quali Felice Barnabei, il fondatore del Museo, lo acquistò rotto in più di 400 frammenti. Formato da una cassa a forma di letto da convito (kline) e da un coperchio con la rappresentazione di una coppia coniugale semidistesa a banchetto, alla moda orientale, il sarcofago è in realtà un’urna cineraria destinata ad accogliere le ceneri di due defunti.

    Sarcofago degli Sposi – Cerveteri

    L’uomo con il busto nudo e il resto del corpo coperto dal mantello cinge con gesto amoroso le spalle della donna, abbigliata con cappello e calzature con la punta rialzata; entrambi nelle mani tenevano vasi o altri oggetti da mensa, non conservati. Nella rappresentazione della coppia a banchetto, tema tanto frequente nei monumenti funerari, è colto un momento importante della vita aristocratica etrusca, che esaltava il rango e l’opulenza e rifletteva antichi ideali e forme rituali derivate dal mondo greco omerico. L’opera, modellata in un unico momento, ma tagliata verticalmente in due metà per evitare danni durante la cottura, in origine doveva essere ravvivata da forti colori di cui resta traccia sulle gambe del letto conviviale, colori che in parte si conservano nel sarcofago gemello, anch’esso da Cerveteri, al Museo del Louvre di Parigi dal 1863. L’attenzione dello scultore è concentrata sulle teste dalla nuca molto arrotondata, sui volti dall’ovale sfinato con gli occhi allungati, mentre la struttura dei corpi è nascosta da un panneggio dalle linee fluide, di grande raffinatezza anche nei dettagli. Datato tra il 530 e il 520 a.C., il sarcofago mostra caratteri stilistici propri di quella corrente artistica cosiddetta ionica che, avviata da artigiani provenienti dalle città greche dell’Asia minore, domina in Etruria nella seconda metà del VI secolo.
    Da Veio, in terracotta policroma risalente anch’essa al VI secolo avanti Cristo provengono la statua di Apollo e quella di ercole, affrontati nella contesa per la cerva cerinite dalle corna d’oro sacra ad Artemide/Diana, che costituisce una delle dodici fatiche di Ercole.

    Sette Contro Tebe (frammento) – Pyrgi

    Le statue facevano parte dell’apparato decorativo del tempio di Apollo. Di questo complesso decorativo facevano parte anche una statua di Hermes/Mercurio di cui giunge una splendida testa, e Latona con il piccolo Apollo in braccio, rappresentata forse nell’atto di colpire il serpente pitone per allontanarlo da Delfi.
    Da Pyrgi, l’antico porto di Cerveteri, proviene l’altorilievo in terracotta con la raffigurazione dei mito dei Sette contro Tebe, risalente al V secolo avanti Cristo e facente parte della decorazione del così detto tempio A dedicato a Leucotea – Ilizia, ovvero l’etrusca Uni.
    Dal così detto tempio B di Pyrgi provengono anche le lamine d’oro risalenti alla fine del VI secolo avanti Cristo, che costituiscono la più antica fonte storica dell’Italia preromana. Due delle lamine sono in lingua etrusca, mentre la terza è in fenicio. Il testo etrusco più lungo e quello fenicio hanno lo stesso contenuto pur non essendo l’uno la traduzione letterale dell’altro. Questa coppia di lamibe è un documento importante per la comprensione dell’etrusco.

    Lamine d’oro – Pyrgi

    Le due lamine riportano la dedica di un “luogo sacro” alla dea fenicia Astarte, assimilata alla dea etrusca Uno, da parte di Thefarie Velianas, che il testo fenicio designa re di Caere. Segue nell’iscrizione fenicia la motivazione della dedica: in ringraziamento dell’aiuto ricevuto dal donatore tre anni prima, in occasione della sua ascesa al potere. Nell’iscrizione etrusca più breve è ricordato lo stesso personaggio per alcune azioni rituali nel medesimo luogo sacro.

    Roma, 9 febbraio 2019