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  1. L’insula dell’Ara Coeli: un condominio romano ai piedi del Campidoglio

    Sta incastrata tra il Vittoriano e la scalinata dell’Ara Coeli: si tratta di un’insula, una casa d’affitto romana, la forma di abitazione più comune nella Roma imperiale.

    Insula dell’Ara Coeli – Roma

    Salvata miracolosamente dalle demolizioni che, iniziate alla fine dell’Ottocento per costruire il Vittoriano, continuarono almeno fino al 1939 per l’apertura della Via del Mare, l’attuale via del Teatro di Marcello, e interessarono tutte le pendici del Campidoglio.
    Dell’edificio del II secolo dopo Cristo che, tra i numerosi edifici scoperti nel corso di questi scavi, è tra i più notevoli, restano, oltre al pianterreno e al mezzanino, altri tre piani e tracce del quarto, che non era forse l’ultimo.
    Il pianterreno è costituito da tabernae, ambienti dedicati ad attività commerciali, che si aprono su un cortile, circondato da un portico a pilastri. Esse comunicavano direttamente con ambienti sovrastanti, costituenti il mezzanino, il cui pavimento, originariamente di legno, è scomparso. Una balconata su mensole di travertino segna il passaggio a un gran numero di ambienti d’affitto, illuminati da finestre rettangolari. Gli ambienti diventano sempre più angusti man mano che si sale ai piani superiori.
    In epoca repubblicana insula, in senso metaforico, era la casa che, in origine, essendo separata dalle case vicine per mezzo di uno spazio libero, detto ambitus, rassomigliava a un’isola. Il termine aveva quindi un significato spaziale contrapposto alla voce domus, che indicava l’abitazione. In origine, secondo le norme stabilite dalle Dodici Tavole, la più antica opera legislativa di Roma, redatta tra il 451 e il 450

    Insula dell’Ara Coeli in corso di scavo. Si ringrazia Roma Sparita.

    avanti Cristo, per volontà della plebe che chiedeva di rendere più conoscibile il diritto fino ad allora tramandato oralmente, ogni caseggiato doveva essere circondato da uno spazio libero per permettere ai singoli proprietari di circolare intorno alla propria casa.
    Ben presto però quello spazio fu occupato da tettoie, balconi e porticati, fino alla sua soppressione totale, tant’è che, negli ultimi secoli della Repubblica e nell’Impero, la maggior parte delle case di Roma ebbero muri contigui o comuni. E sebbene la soppressione di quello spazio libero aveva fatto perdere il significato originario al termine insula, esso rimase in uso acquistandone un altro: quello di casa d’affitto. In contrapposizione con domus, cioè casa di proprietà.
    Il tipo architettonico dell’insula è stato rivelato dalle rovine di Ostia, che ne hanno mostrato i primi esemplari meglio conservati, ma è riconosciuto ovunque nelle città dell’Impero, da Pompei, dove era molto meno diffuso, a Roma stessa, dove invece era diffusissimo. L’insula, infatti, era la tipologia abitativa usata soprattutto nelle grandi città, in cui la rendeva necessaria l’abbondanza della popolazione. La sua diffusione non fu legata solo alla richiesta di abitazioni a basto costo per una popolazione costantemente in aumento, ma anche al progresso delle tecniche costruttive, e alla varia agiatezza delle classi sociali, che resero l’insula adatta a soddisfare varie esigenze, in confronto alle domus.
    Se oggi la caratterizzazione sociale in una città avviene spesso per quartieri, in epoca imperiale questa avveniva in funzione di quale piano dell’insula il cittadino abitava: al primo piano perciò si collocavano i benestanti, che andavano a occupare l’abitazione di maggior pregio spesso fornita di una balconata lignea o in muratura

    Ricostruzione in disegno dell’insula dell’Ara Coeli. Si ringrazia Stefano Vannozzi.

    poggiante su mensole, e poi via via tutti gli altri fino al “superattico” abitato dai poveri. Il collegamento tra i piani più alti era fatto con scale di legno e se gli occupanti non pagavano l’affitto il proprietario poteva interrompere le scale e impedire loro di uscire di casa, o rientrare, fino a quando non avessero saldato il debito.
    Al pianterreno si sistemavano i commercianti nelle loro tabernae, che in genere vivevano nei mezzanini ricavati con un soppalco nella taberna stessa. Di servizi igienici, neanche a parlarne: rifiuti di ogni tipo erano gettati lungo le strade durante la notte.
    Poiché gran parte della struttura, soprattutto nei piani più in alto era in legno, nei locali che costituivano le insulae era vietato cucinare, d’altra parte non c’era alcun vano cucina, e accendere qualsiasi tipo di fuoco. Questa norma era frequentemente disattesa e perciò gli incendi frequenti e, vista la vicinanza tra i caseggiati, devastanti perché il fuoco passava facilmente da uno all’altro.
    Dopo il grande incendio di Roma l’imperatore Nerone rivide le norme per la costruzione delle insulae, proibendo che avessero i muri perimetrali in comune, decretando che fossero costruite in pietra, che avessero portici sporgenti sulla facciata, come si può ben osservare ad esempio nel caseggiato di Diana a Ostia, che avessero servitù pubblica di passaggio e fossero dotate di attrezzature anti – incendio.
    L’altezza massima portata da Augusto a ventuno metri fu ulteriormente ridotta durante il governo di Traiano a diciotto, ma le norme di sicurezza erano largamente disattese, tanto che Tertulliano parla della famosa insula Felicles, situata nel Campo Marzio, che svettava come un grattacielo su tutte le altre costruzioni.

    Insula dell’Ara Coeli

    La costruzione delle insulae e il loro affitto rappresentavano, in particolare a Roma, un’importante fonte di reddito e per questo motivo furono messe in atto, in questo settore, delle vere e proprie speculazioni. Ad esempio i costruttori iniziarono a costruire non solo isulae altissime, ma costituite da muri sottilissimi e da appartamenti piccolissimi. Spesso, poi, essi acquistavano immobili danneggiati o addirittura crollati e li ristrutturavano con un minimo di mano d’opera e materiali scadenti, recuperati dalle macerie dei palazzi, e poi li affittavano. I materiali di costruzione potevano essere in muratura, in legno o in muratura mista.
    Un’immagine molto precisa di come si vivesse all’interno delle insulae ci viene restituita in maniera molto vivida, dai due autori latini Giovenale e Marziale. Giovenale parla della facilità con la quale potevano scoppiare devastanti incendi o avvenire crolli: Ma noi viviamo a Roma, una città che in gran parte si regge su puntelli fatiscenti; cosí infatti l’amministratore rimedia ai guasti e, tappata la fenditura di una vecchia crepa, invita tutti a dormire tranquilli sotto la minaccia di un crollo.[…] Sotto di te il terzo piano è in fiamme e tu l’ignori; se giú in basso il terrore dilaga, chi non ha che le tegole per ripararsi dalla pioggia, lassú dove le languide colombe depongono le uova, brucerà se pure per ultimo”. Mentre Marziale, che abitava in un’insula situata nella contrada detta al Pero, sulle prime alture del Quirinale, in corrispondenza di dove oggi sorgono via Rasella e Piazza Barberini, nei suoi epigrammi riprende più volte la questione di quanto faticoso fosse salire le scale per raggiungere la propria abitazione, “[…] È lontano, se vuol venire al Pero, ed abito al terzo piano, ma gli scalini son di quelli alti […]”, e sottolinea la mancanza di intimità che sperimentava chi abitava in queste case: Novio è il mio vicino e dalle mie finestre con la mano si può toccare. Chi non mi invidia e non ritiene ch’io sia beato ad ogni istante, potendo godere d’un tanto intimo compagno?”.
    Ancora Giovenale scrive, in un altro epigramma, che gli affitti sono cari e la città, di notte, rumorosa: “[…] in Roma si dorme a caro prezzo. E così la gente si ammala. Il transito dei carri negli stretti vicoli contorti e le imprecazioni ai buoi che non si muovono porterebbero via il sonno al Druso e financo ad un vitello di mare”.

    Schema dell’insula dell’Ara Coeli da Filippo Coarelli.

    Del rumore si lamenta anche Marziale: “[…] O Sparso, a Roma per un povero non c’è posto né per pensare, né per dormire. Gli impediscono di vivere la mattina i maestri elementari, di notte i panettieri, tutto il giorno i martelletti degli artigiani del bronzo […]”.
    L’insula dell’Ara Coeli costituisce un tipico esempio di edilizia intensiva che era propria di Roma in piena età imperiale e si è calcolato che essa ospitasse, in condizioni certo non confortevoli, circa 380 inquilini: un vero e proprio dormitorio, dove si dovevano salire anche numerosi scalini per raggiungere la propria abitazione, come sempre Marziale dice di un poveraccio, in un altro dei suoi epigrammi, che doveva fare duecento scalini prima di raggiungere la sua camera e finalmente chiudersi la porta alle spalle.
    Tornando ancora alle pendici del Campidoglio, va ricordato che nel corso degli scavi degli anni Trenta riemerse non solo la nostra insula, ma anche un campanile romanico dell’XI secolo con bifore e un arcosolio decorato con un affresco trecentesco raffigurante la deposizione di Cristo tra la Madonna e san Giovanni, appartenenti alla Chiesa di San Biagio del Mercatello, che prendeva il nome originario della piazza dell’Ara Coeli, detta popolarmente Piazza del Mercatello.
    Il mercato in questione partiva, in epoca romana, dalle pendici del Campidoglio e si snodava fino alle tabernae del Foro Boario, il mercato delle carni, del Piascatorium, il mercato del pesce, oggi corrispondente all’area di Sant’Angelo in Pescheria, e del Foro Olitorio, cioè il mercato delle erbe, e lungo la strada si alternavano i negozi dei barbieri e dei calzolai.

    Insula dell’Ara Coeli – Abside affrescata con Cristo Morto, Madonna, San Giovanni ed Evangelisti.

    Nel 1658, papa Alessandro VII passò la gestione della chiesa di San Biagio del Mercatello alla Confraternita della Santa Spina della Corona di Cristo fondata da monsignor Cristiano da Cascia. Costui fece ristrutturare da Carlo Fontana la chiesa di San Biagio dedicandola però a santa Rita da Cascia. Nel 1928, in seguito alle demolizioni della zona e scomparsa via della Pedacchia su cui la chiesa insisteva, si decise di demolire anche Santa Rita. Ma in seguito alle feroci polemiche che ne derivarono, l’edificio sacro fu ricostruito nei pressi del Teatro di Marcello.

    Roma, 21 gennaio 2018

  2. Gli antichi luoghi di culto a Trastevere: basilica e titulus di San Crisogono

    La visita alla basilica di San Crisogono e ai suoi sotterranei è momento essenziale per comprendere le trasformazionisubite dal quartiere di Trastevere. Forse oscurata dalle sublimi Santa Maria in

    San Crisogono – Cappella Arcivescovile di Ravenna.

    Trastevere, Santa Cecilia e San Francesco a Ripa, San Crisogono è  altrettanto rilevante. Il titulus Crysogoni è il più antico di Trastevere e tra i più importanti di Roma  insieme al titulus Callisti e al titulus Ceaciliae. Edificato su  due o forse tre domus romane del II e III secolo, prima di assumere la definitiva pianta basilicale intorno al IV secolo, sotto papa Silvestro I, e dedicata a san Crisogono di Aquileia, città i cui il santo fu martirizzato e sepolto nel IV secolo.
    A onor del vero quale sia il Crisogono a cui la basilica venne dedicata resta ancora oggi una questione da chiarire, poiché le notizie sulla vita di Crisogono, il cui nome di origine greca vuol dire “nato dall’oro”, sono assai contradditorie e diverse sono le tradizioni riportate.
    Si sa che un certo Crisogono, soldato convertitosi alla fede cristiana fu fatto martirizzare e quindi uccidere da Diocleziano nel IV secolo ad Aquileia. Questo episodio è descritto in una passio a lui dedicata dove si dice: “Nello stesso giorno il natale di san Crisogono Martire, il quale, dopo aver lungamente sofferto catene e prigionia per la costantissima fede di Cristo, per ordine di Diocleziano fu condotto ad Aquileia, e finalmente, decapitato e gettato in mare, compì il martirio”.
    Secondo un’altra fonte Crisogono effettivamente sarebbe vissuto a Roma e Diocleziano lo avrebbe confinato nella casa di un certo Rufino che fu poi convertito insieme a tutta la sua famiglia. Mentre Crisogono si trovava costretto nella casa di Rufino avrebbe intrattenuto uno scambio epistolare con Anastasia grazie all’intermediazione di una anziana donna. Anastasia era figlia di Pretestato e moglie di Publio che avversava drasticamente la sua fede in Cristo, impedendole di aiutare i cristiani che in quel periodo non potevano svolgere alcun mestiere, arrivando a

    Santa Anastasia di Sirmio.

    segregarla in casa e a maltrattarla. Alla morte del marito Anastasia godette per un breve periodo di tempo di libertà e quando Crisogono fu trasferito ad Aquileia lei lo accompagnò nel suo viaggio. Qui Diocleziano riconoscendo il valore di Crisogono, gli offrì la prefettura e il consolato, a patto che abiurasse la sua fede in Cristo, ma Crisogono rifiutò e Anastasia assistette al suo interrogatorio, al suo martirio e alla sua morte per decapitazione avvenuta il 24 novembre 303 alle Aquae Gradatae, località a circa dodici miglia da Aquileia. Il suo corpo fu abbandonato sulla riva del mare, nei pressi di una proprietà detta Ad Saltus, dove abitavano tre sorelle cristiane Agape, Chionia, Irene, le quali con l’aiuto del santo Zoilo, gli diedero in un loculo sotto la casa dello stesso Zoilo.
    Anastasia morì successivamente arsa viva sempre a causa della sua fede cristiana a Sirmio, da dove il suo culto si diffuse prima a Costantinopoli e poi a Roma. Altre fonti ancora narrano che Crisogono fosse un vescovo di Aquileia. Dati storici tramandano che tra la fine del III e l’inizio del IV secolo vissero in quella città due vescovi con il nome di Crisogono.
    E’ anche possibile che un Crisogono sia stato proprietario di una o più domus che oggi insistono sotto la basilica in Trastevere e che solo successivamente il suo nome sia stato assimilato a quello del santo di Aquileia. Ad ogni modo, la chiesa trasteverina conserva la reliquia di una mano e della calotta cranica attribuite a san Crisogono, la reliquia giunse alla basilica nel XV secolo. La reliquia fu portata via per la prima volta nel 1806 e restituita nel 1850. Successivamente il prezioso reliquiario fu rubato negli anni Sessanta del Novecento. Le reliquie furono ritrovate dopo pochi giorni nei pressi della basilica di Santa Maria in Trastevere prive del prezioso reliquiario.
    La basilica di San Crisogono a cui si accede oggi dal viale Trastevere, non

    San Crisogono in un’incisione di Giuseppe Vasi del 1747.

    corrisponde all’iniziale chiesa, la cui esistenza viene documentata per la prima volta nel 499, quando il titulus, viene per la prima volta inserito nell’elenco dei tituli invitati a partecipare al Concilio di Roma. In questo caso i presbiteri del titulus Crysogoni vengono invitati a partecipare al Concilio indetto da papa Simmaco. Questa chiesa era stata probabilmente eretta nel IV secolo su una domus privata del II secolo e i suoi resti sono stati ritrovati nel corso di uno scavo risalente al 1907 a circa sei metri più in basso rispetto all’attuale chiesa.
    L’edificio risalente al 499 fu restaurato una prima volta nel 731 per volere di Gregorio III che ne fece riparare il tetto e adornare l’abside con affreschi. Quest’antica chiesa vide anche l’elezione di papa Stefano III nel 768. Successivamente, a causa delle frequenti inondazioni del Tevere e probabilmente perché le strutture di questa chiesa dovevano apparire molto deteriorate, nel 1126 il cardinale titolare Giovanni da Crema, colui che aveva fatto arrestare l’antipapa Baudino e che era stato legato in Inghilterra e Scozia alla corte di David I, decise di avviare la costruzione di una nuova chiesa di forme basilicali, e a questo momento è certamente ascrivibile il campanile romanico che ancora oggi si erge sulla destra della chiesa attuale.
    I due edifici ecclesiastici, quello citato nell’elenco dei tituli e quello attuale, non sono completamente sovrapposti, ma la nuova costruzione è spostata leggermente sulla destra rispetto a quella più antica e la usa parzialmente come fondazione.

    San Crisogono – Soffitto a lacunari. Si ringrazia vigoenfotos per la fotografia.

    Nel 1157 il cardinale Guidone Bellagio arricchì la chiesa di un nuovo altare, mentre nel 1480 i canonici di San Salvatore, che fino ad allora avevano abitato nel convento di pertinenza della chiesa, dovettero lasciare la loro casa a favore dei Carmelitani i quali vi rimasero fino al pontificato di Pio IX, quando furono sostituiti dai Trinitari.
    Si accede alla chiesa attuale attraversando un portico la cui costruzione risale al 1626, coeva alla facciata, entrambe realizzate grazie all’interessamento di Scipione Borghese, fatto che viene ricordato da un’iscrizione posta sull’architrave del portico e sottolineato dalla presenza dei simboli araldici della famiglia: il drago alato e l’aquila.
    Il 1626, d’altro canto, è l’anno in cui la chiesa fu profondamente restaurata dall’architetto Giovan Battista Soria, che realizza anche il ciborio definito dalle quattro colonne di alabastro, probabilmente di spoglio. L’interno mantiene la sua forma absidale con tre navate separate da ventidue colonne di granito che probabilmente provengono dalle Terme di Settimio Severo e decorato a soffitto da uno dei più belli lacunari dipinti della città d Roma che ospita al centro una copia della tela del Guercino La Gloria di San Crisogono. L’originale fu trafugato nel 1808 e venduto in Inghilterra, dove può ancora essere ammirato.
    L’interno della basilica ospita anche la cappella del Santissimo Sacramento che è opera del Bernini, alcune opere attribuite al Cavallini, come ad esempio il mosaico absidale, e un bel pavimento cosmatesco.

    Pianta delle due basiliche di San Crisogono.

    Dalla sacrestia, percorrendo una scala moderna, si può accedere alla chiesa più antica, quella che fu eretta sul titulus Crysogoni. La prima struttura che appare dell’antica basilica è l’abside e di essa ben conservata è la parte inferiore, riccamente decorata a imitazione delle sontuose stoffe del VIII secolo e che risalirebbero quindi alle decorazioni volute da papa Gregorio III. L’abside appare serrata tra due ambienti diversi per funzione e dimensioni.
    Sulla destra è visibile un ambiente quadrato, detto secretarium, che serviva probabilmente per riporre le vesti sacre, documenti e arredi liturgici, ha un pavimento a tessere marmoree con disegni di fiori. A un certo punto l’uso di questo locale cambiò, come testimonia la presenza di un sarcofago a motivi marini che fu ritrovato in loco.
    L’ambiente sulla sinistra dell’abside ha, invece, dimensioni maggiori e poiché contiene una struttura bassa e circolare che ricorda una vasca per il battesimo viene oggi interpretato come battistero. La vasca circolare è visibile solo per metà, poiché l’altra metà è ostruita da un muro traversale, questo perché intorno al X secolo il battesimo cominciò a essere somministrato per aspersione e non più per immersione, e il battistero circolare cadde in disuso. Il battistero della basilica più antica deriverebbe a sua volta, da una precedente fullonica che si trovava nel medesimo posto, come indicato dai reperti rivenuti in una più recente campagna di scavo e costituiti da recipienti per l’acqua intercomunicanti e canali di scolo che immettevano in una fogna a cappuccina. Alla fullonica si accedeva da Via di San Gallicano.
    L’abside era ed è percorribile mediante un corridoio processionario che conduceva i

    San Crisogono che guarisce il lebbroso – San Crisogono – Basilica paleocristiana.

    fedeli alla fenestella confessionis attraverso la quale essi potevano venire in contatto con le reliquie dei santi: in questo caso, come si è detto, con una mano e la calotta cranica di San Crisogono. Qui è possibile ancora ammirare affreschi risalenti all’VIII secolo e che raffigurano i santi Crisogono, Rufino e Anastasia, sia Rufino che Anastasia, come si è detto, secondo una delle tradizioni relative a San Crisogono ebbero un ruolo nella vita del santo. Anche questi affreschi farebbero parte dell’apparato decorativo voluto da Gregorio III.
    Dall’abside si diparte l’aula basilicale a navata unica, oggi divisa in due ambienti a causa della presenza del muro di fondazione della basilica superiore. Proprio in questa sorta di finta navata è possibile ammirare degli affreschi risalenti al X – XI secolo: San Benedetto che guarisce un lebbroso, il salvataggio di San Placido, San Silvestro che cattura il drago e San Pantaleone che guarisce un cieco.
    La basilica antica termina nel nartece, il vestibolo, spesso esterno, delle basiliche paleocristiane dove i catecumeni e i penitenti dovevano fermarsi per seguire la liturgia.
    Lungo il decorso dell’altra parete è possibile ammirare affreschi che vengono datati tra il VI e il VII secolo, che riportano scene del Nuovo Testamento, ma solo una di queste è ancora ben leggibile.

    Roma, 14 gennaio 2018

  3. I gioielli della Regina Viarum: il Sepolcro degli Scipioni

    Lungo via di Porta San Sebastiano, ultimo tratto del percorso urbano dell’Appia Antica, dopo il muro che cinge il parco degli Orti di Galatea, si erge il Sepolcro degli

    Il Sepolcro degli Scipioni – Giovan Battista Piranesi

    Scipioni, un insieme di gallerie dove continuarono a essere deposti per lungo tempo i membri della famiglia degli Scipioni uno dei rami più importanti della nobile gens Cornelia, i cui membri, a partire dagli inizi del V secolo avanti Cristo, avevano ricoperto importanti incarichi pubblici.
    Il sepolcro degli Scipioni è un monumento fondamentale per la conoscenza della Roma repubblicana. Identificato per la prima volta nel 1614 con il ritrovamento di due sarcofagi: quello di Lucio Cornelio Scipione, questore del 167 avanti Cristo rimasto intatto e quello di Lucio Cornelio Scipione, figlio di Scipione Barbato e console del 259 avanti Cristo, che fu privato dell’iscrizione originale successivamente venduta a un tagliapietre, e in seguito acquistata dai Barberini, che la collocarono nella loro biblioteca. Di qui l’iscrizione pervenne poi ai Musei Vaticani.
    Il Sepolcro verrà quindi “riscoperto” 1780, quando, nel mese di maggio, i fratelli Sassi, proprietari del terreno su cui insisteva una vigna, trovarono le sepolture durante lo scavo di una cantina. In quest’occasione l’area fu esplorata con metodi distruttivi. I sarcofagi furono spezzati e le iscrizioni portate in Vaticano, molti oggetti dispersi e le copie degli epitaffi collocate nei punti sbagliati. L’intervento di Angelo Quirini, senatore di Venezia, consentì di organizzare degli scavi più rigorosi tanto che nel giro di un pio di anni tutte le gallerie furono scavate e portati alla luce i diversi sarcofagi, a partire da quello, con iscrizione originale, di Publio Cornelio Scipione augure nel 180 avanti Cristo. Dagli scavi emersero anche una testa di tufo dell’Aniene , forse raffigurante il poeta Ennio, e un ritratto in marmo di età imperiale.

    Pianta del Sepolcro degli Scipioni

    Nel 1880 l’area fu acquistata dallo Stato e tra il 1926 e il 1929 viene avviata una nuova campagna di scavo, di restauro e di sistemazione dell’area. L’ultimo restauro dell’area che ha interessato anche la casa medievale che insiste sul sepolcro, oltre che il colombario di Pomponio Hylas, risale al 2008 e ha consentito la messa in sicurezza della struttura e la sua apertura al pubblico nell’ambito del Parco degli Scipioni, nonché la corretta ricostruzione di alcune iscrizioni e il riposizionamento di alcune sepolture.
    Dell’area archeologica fa parte anche una calcara di epoca medievale, ovvero un impianto destinato alla produzione di calce a partire dal marmo.
    La costruzione del Sepolcro degli Scipioni risale ai primi decenni del III secolo avanti Cristo e il progetto fu realizzato da Lucio Cornelio Scipione Barbato, capostipite della famiglia, console nel 298 avanti Cristo, il cui sarcofago di fatto si trovava di fronte all’ingresso principale del monumento. Oggi il sarcofago originale è sostituito da una copia, conservata in Vaticano, ma ugualmente è possibile apprezzarne l’eleganza.
    Nella memoria rimangono scolpiti i nomi Publio Cornelio Scipione Africano, noto come Scipione l’Africano, che sconfisse i Cartaginesi nella battaglia di Zama nel 202 avanti Cristo, e di Publio Scipione Emiliano, detto l’Emiliano o Africano Minore, che distrusse Cartagine a seguito di un lungo assedio nel 146 avanti Cristo. Entrambi i condottieri non furono però deposti nel sepolcro sull’Appia Antica: secondo quanto riportato dal poeta Livio e da Seneca entrambi furono inumati a Liternum in

    Busto presunto di Scipione l’Africano dalla Villa dei Papiri di Ercolano – Museo Nazionale di Napoli

    Campania, mentre Scipione l’Ispanico sarebbe seppellito in Spagna. L’Africano morì proprio nella villa di Liternum nel 183 avanti Cristo, mentre l’Emiliano si spense a Roma nel 129 avanti Cristo e fu portato nella villa in Campania. Nel sepolcro comunque non trovano dimora le sepolture di tutti gli Scipioni ma sembra solo quelli dei rami detti Africani, Asiatici e Ispanici a eccezione quindi proprio dei relativi capostipiti.
    Gli Scipioni praticarono la tumulazione fino all’avvento della carica di console di Silla, anche lui appartenente alla gens Cornelia, che fu il primo a scegliere come sua sepoltura l’incinerazione, dopo la morte avvenuta nel 78 avanti Cristo. Questo fa si che nel sepolcro oltre che a sarcofagi ci s’imbatte anche in olle cinerarie come quella di Cornelia Getulica.
    La decisione di collocare il grande sepolcro rupestre a poca distanza dalla via Appia, alla base di una collinetta, non è da considerarsi casuale ma frutto di una precisa volontà politica.
    La via Appia fu inaugurata nel 312 avanti Cristo. La sistemazione di questa strada, che seguiva uno dei percorsi viari più antichi che si dipanavano dalla città di Roma, fu voluta da Appio Claudio Cieco per agevolare l’espansionismo romano verso il Sud, espansionismo che avrebbe indotto una fusione dello Stato Romano con la Magna Grecia, e prodotto così una maggiore ellenizzazione della cultura, della politica e della società romana. Appio Claudio Cieco, infatti, non fu solo un accanito sostenitore della politica imperialistica di Roma ma anche del processo di ellenizzazione, a cui pure la famiglia degli Scipioni era interessata, insieme ad altre importanti famiglie della Roma medio – repubblicana.
    La scelta degli Scipioni dell’Appia, come via lungo la quale costruire il proprio sepolcro, indusse anche altre importanti famiglie a fare altrettanto come la gens Caecilia, di cui faceva parte il ramo dei Caecili Metelli, e la gens Servilia.

    Testa di Ennio – Sepolcro degli Scipioni. Oggi ai Musei Vaticani.

    Il sepolcreto ha restituito, tra gli altri reperti, un gruppo di epigrafi che sono molto importanti per ricavare informazioni sul latino tardo – arcaico, sulla sua evoluzione e poter studiare le forme epigrafiche istituzionali. Tra queste epigrafi la notissima iscrizione di Scipione Barbato: “Cornelius Lucius Scipio Barbatus, Gnaivod patre prognatus, fortis vir sapiensque quoius forma virtutei parisuma fuit consol censor aidilis quei fuit apud vos Taurasia Cisauna Samnio cepit subigit omne Loucanam opsidesque abdoucit”, ovvero: “Lucio Cornelio Scipione Barbato, generato dal padre Gneo, uomo forte e sapiente, il cui aspetto fu in tutto pari al valore, fu console, censore, edile presso di voi. Prese Taurasia, Cisauna e Sannio, assoggettò tutta la Lucania e ne portò via ostaggi”.
    Questa forma latina è in pratica il latino di Ennio, il poeta degli Annales vissuto tra il 239 e il 169 avanti Cristo, il primo a compilare una storia epica di Roma e a “latinizzare” l’esametro greco. Con Ennio si realizza quindi la fusione tra la cultura greca e quella latina e non è a caso il poeta che viene protetto dagli Scipioni e che trova la sua sepoltura proprio all’interno di questo sepolcreto. Egli assurge a figura così importante e di riferimento per la famiglia che una sua statua era collocata nella spettacolare facciata del sepolcro insieme a quelle di Scipione l’Africano e di Scipione l’Asiatico, all’interno di nicchie.
    Chi avesse visto da lontano la facciata del sepolcreto degli Scipioni avrebbe avuto quindi la sensazione di trovarsi davanti ad un’imponente scena teatrale.

    Sepolcro degli Scipioni – Ricostruzione ipotetica della facciata.

    Le iscrizioni di almeno sette sarcofaghi del Sepolcro permettono di datare l’uso dell’ipogeo fino al 150 avanti Cristo, quando la struttura era completa e affiancata da un’altra stanza, di forma quadrangolare, dove furono deposti pochi altri membri della famiglia. Risale a quell’epoca la creazione di una facciata rupestre, la cui decorazione è attribuita a Scipione l’Emiliano. All’epoca, il sepolcro si trasformò in un vero e proprio museo di famiglia, che perpetuava le imprese dei suoi componenti. Vi fu sepolta anche una delle figure femminili di maggior rilievo nella storia di Roma: Cornelia, figlia dell’Africano e madre dei famosi tribuni della plebe Tiberio e Gaio Gracco.
    L’ultimo utilizzo conosciuto si ebbe in epoca claudio – neroiana, quando vi furono inumati la figlia e il nipote di Cornelio Lentulo Getulico, scelta determinata da motivi ideologici legati alla discendenza degli Scipioni.
    Il monumento è diviso in due corpi distinti: il principale, scavato in un banco di tufo a pianta grosso modo quadrata, e una galleria comunicante di epoca posteriore, costruita in mattoni, con ingresso indipendente.

    Sepolcro degli Scipioni. Ricostruzione di Luigi Canina.

    La regolarità dell’impianto fa ritenere che lo scavo sia avvenuto appositamente per la tomba, non sembra plausibile il riciclo di un’antica cava di tufo. Il corpo centrale è diviso da quattro grandi pilastri risparmiati nell’opera di escavazione per assicurare la solidità all’ipogeo; sono presenti quattro gallerie lungo i lati e due centrali che si incrociano perpendicolarmente, dando all’insieme un aspetto vagamente “a griglia”. Della facciata, rivolta verso nord-est, ci resta solo una piccola parte sulla destra, con scarsi resti di pitture, ma essa può essere pensata come una grande scena teatrale Era composta da un alto podio con severe cornici a cuscino, nel quale si aprivano tre archi in conci di tufo dell’Aniene: quello centrale conduceva all’ingresso dell’ipogeo, quello di destra alla nuova stanza, mentre quello di sinistra, era cieco ed aveva una funzione puramente ornamentale, a meno che non si fosse pensato alla realizzazione di un’ulteriore camera su questo lato in un momento successivo. Questo basamento doveva essere interamente ricoperto di affreschi, di cui rimangono solo piccole parti nelle quali sono stati individuati tre strati: i due più antichi, risalenti alla metà del II secolo avanti Cristo circa presentano scene storiche, nelle quali si riconoscono le figure di alcuni soldati, mentre l’ultimo, più recente, ha una semplice decorazione in rosso a onde stilizzate e viene datato al I secolo dopo Cristo.

    Roma, 7 gennaio 2018

  4. Insula di San Paolo alla Regola.

    Abbastanza ampio, il Rione Regola occupa una posizione molto regolare in riva alla sponda tiberina che gli ha dato il nome, che deriva infatti dai depositi di rena fluviale, o “arenula”, dopo una serie di alterazioni.

    San Paolo alla Regola – Giuseppe Vasi.

    I confini del rione, oltre che dal Tevere, fra Ponte Mazzini e il lungotevere Cenci, sono rappresentati da una linea che dalla chiesa di Santa Lucia al Gonfalone, per un tratto di via del Pellegrino e via dei Cappellari, costeggiando Campo de’ Fiori, procede lungo via dei Giubbonari fino alla via Arenula; da qui il confine si insinua fino a via del Progresso. Nonostante il bello sviluppo urbanistico ed edilizio che vi si verificò durante il RInascimento, anche come risposta all’impulso papale di attrarre la città verso il Vaticano, di cui furono splendidi esempi intere strade come di Monserrato, piazze come quella Farnese e palazzi come lo stesso Farnese o il Capodiferro Spada o quello del Monte di Pietà, sono ben presenti nel rione alcuni aspetti medievali, collegati all’antico percorso della primitiva “via papale” o “dei pellegrini” e alcune caratteristiche sociali collegate alle modestissime attività che vi venivano svolte nel passato, tra le quali, per esempio, quelle che svolgevano in riva al fiume i vaccinari, i quali diffondevano all’intorno il terribile odore di pelli scuoiate. L’apertura di via Arenula attraverso quella che fu la piazza di Sant’Elena e una serie di bonifiche talvolta realizzate incautamente, hanno risollevato il tono del rione.
    E proprio alla Regola si erge la Chiesa di San Paolo alla Regola popolarmente

    Casa detta di San Paolo in Via San Paolo alla Regola. Si ringrazia Roma Sparita.

    denominata “San Paolino”. È antichissima: la prima menzione ufficiale risale a una bolla di papa Urbano III del 1186 che la indica come parrocchia dipendente da San Lorenzo in Damaso, ma, secondo la tradizione, molto più antica perché fondata sullo stesso luogo dove vi era la casa di San Paolo durante il suo soggiorno romano. A conferma di quanto riporta la tradizione questa contrada, per buona parte del Medioevo, fu appunto denominata Pauli, come rammentato in una pergamena del 1245, mentre all’interno di questa chiesa si conserva ancora la stanza dell’apostolo trasformata in cappella. Dopo che per molto tempo fu officiata dai frati di Sant’Agostino, nel 1619 la chiesa fu affidata ai francescani del Terzo Ordine Regolare di San Francesco della Nazione Siciliana, i quali v’istituirono un Collegium Siculum, ospitato nell’edificio adiacente, tuttora esistente sulla sinistra della chiesa. Il Collegio, grazie alla diretta protezione del re Filippo IV di Spagna, era efficientemente dotato di una cospicua biblioteca, specializzata in libri di filosofia e teologia, e di un consistente archivio, entrambi andati distrutti nei tumulti avvenuti durante la Repubblica Romana del 1799, nonché di una preziosissima reliquia di san Paolo, consistente, nientemeno, che in una parte del suo braccio. Nel XVII secolo la chiesa fu ricostruita su disegno dell’architetto bolognese Giovanni Battista Bergonzoni, anche se venne completata soltanto nel 1728 con la bella facciata opera di Giuseppe Sardi, su disegno di Giacomo Coli: suddivisa in due ordini, presenta, nella parte inferiore, sei lesene che inquadrano il portale centrale e due portoncini laterali. Un ulteriore restauro fu effettuato nel 1930 da Antonio Muñoz. L’interno, a croce greca con cupola, custodisce un affresco del Trecento, un’immagine miracolosa detta Madonna delle Grazie, mentre sull’altare maggiore è murata una lapide datata 1096 della demolita chiesa di San Cesareo, situata nella vicina Piazza della Trinità dei Pellegrini.

    Biblioteca Centrale dei Ragazzi – Rione Regola.

    Tra il 1978 e il 1982 il Comune di Roma realizzò un progetto di restauro e riqualificazione urbana di un insieme di fabbricati di sua proprietà situati tra via del Conservatorio e la chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini. L’intervento mise sorprendentemente in luce poderose strutture di età romana conservate per quattro piani di altezza, due nel sottosuolo e due al di sopra, rimaneggiate e sopraelevate sin quasi alla situazione attuale già nel medioevo. Il complesso archeologico, che venne scoperto e restaurato per la prima volta in tale occasione, è attualmente visitabile al primo e al secondo livello sotto il piano odierno di calpestio del cinquecentesco Palazzo Specchi, occupato al primo piano dalla Biblioteca Centrale per Ragazzi e nei piani superiori da abitazioni private. Gli ambienti romani e medievali, databili tra la fine del I e il XIII secolo dopo Cristo, prospettano oggi sull’attuale via di San Paolo alla Regola, percorso che ricalca l’antico tracciato stradale che fin dall’età repubblicana collegava il Circo Flaminio con la pianura del Campo Marzio.
    L’urbanizzazione di questa porzione meridionale della piana si dovette all’intensa attività edilizia di Augusto; in particolare, fu Agrippa, genero dell’imperatore, a far costruire nella zona limitrofa agli edifici di San Paolo alla Regola il ponte oggi Ponte Sisto che, attraverso le odierne vie dei Pettinari e Arco del Monte, metteva in comunicazione il Trastevere con il vicino Teatro di Pompeo. Nell’area venne così delineandosi un reticolo di strade parallele e ortogonali al Tevere tutt’oggi

    Insula sotto Palazzo Specchi – Rione Regola.

    percepibili perché ricalcate, rispettivamente, dalle moderne via delle Zoccolette e via di San Paolo alla Regola e da via del Conservatorio e via dei Pettinari. All’epoca di Domiziano l’intera zona era occupata dagli Horrea Vespasiani, un vasto complesso di magazzini disposti a rastrelliera su strade e vicoli paralleli al fiume che si estendeva tra via dei Pettinari e via Arenula.
    In età severiana il quartiere fu oggetto di una radicale trasformazione: in particolare, negli edifici sotto Palazzo Specchi, accanto e al di sopra dei magazzini domizianei, furono edificati ambienti adibiti a uffici, ad abitazioni, corti e stanze di rappresentanza abbelliti da ricche decorazioni dipinte e musive, che raggiungevano non meno di quattro piani in altezza e che furono successivamente distrutti da un violento incendio sul finire del III secolo dopo Cristo. Con la ristrutturazione di età costantiniana fu interrato il piano inferiore dell’isolato e le cortine murarie vennero poderosamente consolidate. Dopo un lungo periodo d’utilizzo, tuttavia, gli ambienti furono abbandonati progressivamente e il livello del suolo, tra crolli e depositi alluvionali, raggiunse all’incirca la quota attuale.
    Nell’XI e nel XII secolo, a seguito di una nuova intensa attività edilizia, gli ambienti romani furono consolidati fino alle fondamenta e sopraelevati. In questo periodo, una casa a torre in laterizio con sopraelevazione a tufelli fu costruita a cavaliere dell’antico vicolo parallelo al fiume che separava tra loro i blocchi edilizi domizianei, mentre tra il XII e il XIII secolo tutta la zona fu occupata da costruzioni intensive con case di forma stretta ed allungata che saturarono gli spazi disponibili e costituirono la base per lo sviluppo del successivo palazzetto rinascimentale.
    Attraverso l’androne moderno di Palazzo Specchi si ha oggi accesso alle strutture antiche, articolate in una complessa successione di ambienti e sale che si distribuiscono su più livelli.

    Insula di San Paolo alla Regola.

    Al secondo piano del sottosuolo, a circa 8 metri di profondità dalla quota attuale della strada, si trovano i due grandi magazzini costruiti all’epoca di Domiziano in struttura laterizia e con ampie volte a botte di copertura, affacciati in antico su un vicolo cieco parallelo al Tevere.
    Il livello intermedio, detto “della colonna” per la presenza di una colonna in laterizio di epoca costantiniana, era in origine un cortile lastricato di pietre calcaree, posto a monte dei magazzini domizianei. In età severiana, in affaccio sul medesimo cortile, furono eretti altri due magazzini di dimensioni inferiori, oggi visitabili al primo piano del sottosuolo. Tutto l’ambiente “della colonna” fu radicalmente ristrutturato in età costantiniana a seguito di un grande incendio: fu allora interrato il piano terra dell’edificio e le murature domizianee e severiane furono rifoderate fino a triplicarne lo spessore.
    Al primo piano del sottosuolo si osserva lo sviluppo dei magazzini di età severiana che si articolavano attorno ad un altro ampio cortile, oggi tramezzato dai muraglioni sui quali s’impostano le volte cinquecentesche del soprastante palazzo, ma in origine dotato di rivestimento pittorico policromo a imitazione della più pregiata decorazione in marmi colorati, la cosiddetta “stanza della pittura”.
    I restanti due ambienti al primo livello sotto il suolo sono pavimentati a mosaico con tessere bianche e nere di età severiana e costituiscono il piano superiore degli originari magazzini affacciati sul vicolo. Qui, verosimilmente, dovevano trovare spazio attività polifunzionali legate all’amministrazione dei locali sottostanti.

    Roma, 10 dicembre 2017