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  1. Sant’Agata de’ Goti e l’arianesimo a Roma

    Raramente un monumento è in grado di raccontarci momenti della storia e dell’architettura poco conosciuti come nel caso della chiesa di Sant’Agata dei Goti.

    Sant’Agata de’ Goti

    Eppure questa chiesa, che si trova alle spalle della Banca d’Italia, in via Mazzarino, a metà strada fra Quirinale e Suburra, resta quasi sconosciuta a molti romani.
    La chiesa, ora affidata ai padri Stimmatini, non se ne fa un cruccio abituata come è stata nei suoi sedici secoli di storia a passare da momenti di considerazione ad altri di totale abbandono. Dire che la sua fondazione si perde nella notte dei tempi non è ripetere una frase fatta, visto che della sua nascita non si hanno notizie certe. Il primo documento è quando Recimero, un ufficiale dell’esercito romano, famoso per avere fatto e disfatto imperatori nella fase finale dell’impero romano di Occidente, negli anni fra il 467 e il 470 fa adornare timpano e abside di un mosaico raffigurante Cristo nella mandorla circondato dai 12 apostoli. Una raffigurazione musiva che in quegli anni viene particolarmente utilizzata dall’architettura cristiana. Tale iniziativa è sufficiente per far dire a Richard Krautheimer, il padre della storia dell’architettura cristiana antica, che la chiesa è del 470, datazione della quale non abbiamo certezze.
    Ma chi era Recimero? Anche su questo personaggio non si sa molto. Probabilmente

    Monogramma di Ricimero su una moneta coniata da Libio Severo.

    era un goto che, come tanti altri soldati, era entrato nel cosmopolita esercito romano e vi aveva fatto carriera. Nulla a che vedere con le cosiddette invasioni di quei secoli. Come tutti i goti era pure ariano, l’eresia sviluppatasi in oriente, in particolare per effetto della conversione alla dottrina di Ario da parte di Costanzo II, figlio di Costantino, che regnò a Bisanzio dopo la morte del padre. Tanto bastò perché intere popolazioni barbariche che vivevano oltre i confini nord orientali dell’impero che si convertirono in massa proprio in quei decenni aderissero al cristianesimo nella sua eresia ariana. Tale eresia nega la consustanzialità del Figlio con il Padre, contraddicendo la dottrina cristiana secondo la quale Dio fin dall’origine è anche Verbo, cioè una cosa sola di Figlio e Padre, come sostenuto dall’incipit del Vangelo di Giovanni.
    La dottrina venne condannata come eretica dal Concilio di Nicea del 325. Ciò non toglie che Recimero possa abbellire una chiesa ariana proprio a Roma. Perché il papato lo permette? Perché in quegli anni era in polemica con Bisanzio che non voleva riconoscere il primato romano, quindi il papa cercava di rafforzarsi con alleanze politiche in funzione anti-Bisanzio. Il caso di questa chiesa romana non resta isolato, ma qualche decennio più tardi porterà Teodorico ad abbellire la capitale occidentale dell’Impero passata a Ravenna di uno stupendo battistero ariano e della chiesa di Sant’Apollinare. Con la nostra chiesa sono questi i più famosi monumenti ariani rimasti in Italia.

    Organo – Sant’Agata de’ Goti.

    La chiesa di Sant’Agata dei Goti ha però anche un grande valore architettonico perché conserva la sua struttura originale. Essa sorge in una zona che conosce un grande sviluppo urbanistico dopo che Costantino aveva fatto costruire le sue terme sul Quirinale. È a tre navate e le due laterali sono separate da quella principale da due file di sei colonne che sono ancora al loro posto, conservando nei secoli anche la loro colorazione, seppur restaurate centinaia di volte.
    Delle basiliche costantiniane conserva la struttura in formato ridotto: le file di colonne non sono da 12 ciascuna, come il numero degli apostoli, ma 12 in tutto.
    La fortuna della chiesa prosegue fino al 535 quando cambia la situazione politica: il papato si pacifica con Bisanzio e Giustiniano avvia la disastrosa guerra gotica contro gli ostrogoti che nel frattempo si erano insediati in Italia. La guerra termina con la sconfitta dei goti nel 553, sconfitta che coincide con l’abbandono della chiesa e la sua prima caduta in disgrazia. Si riprenderà solo nel 592 quando il papa Gregorio Magno la riconsacra come chiesa cattolica dedicandola ai santi Sebastiano ed Agata, la martire uccisa a Siracusa nel 251.

    Sant’Agata de’ Goti.

    Altre tappe fondamentali sono quando la chiesa, nei secoli XI e XII, diventerà sede di un cenobio benedettino, per tornare nel XIII al clero secolare. Nei secoli successivi verrà soppressa la parrocchia e la chiesa verrà affidata dapprima all’ordine religioso degli Umiliati per passare poi ai monaci di Montevergine.
    Il Cinquecento è il secolo di importanti interventi nella chiesa ad opera di cardinali, fino a che nel Seicento non diviene titolo di importanti cardinali della famiglia Barberini che ne commissionano il soffitto e le pitture della navata centrale come le vediamo oggi, con le Storie di Sant’Agata attribuite a Paolo Gismondi detto Paolo Perugino che del ben più noto pittore del ‘400 ha solo il nome. Notevole anche il ciborio, con quattro colonne in splendido pavonazzetto ed elementi cosmateschi, frutto del restauro ricostruttivo operato nel 1932 dalla Banca d’Italia quando occupò parte dell’annesso convento.

  2. La rinnovata primavera del Palatino, il colle degli imperatori

    La posizione del Palatino, situato al centro del sistema delle colline che saranno via via occupate dalla città, in prossimità del Tevere, ma più lontano del Campidoglio e dell’Aventino, era la più adatta a un insediamento umano. La sommità centrale, il Palatium, digradava verso il Foro Boario e il Tevere con un pendio, il Germalus, ed era collegata al retrostante Esquilino tramite una sella e la collina della Velia.

    Insediamento Età del Ferro – Palatino.

    La leggenda racconta di un’occupazione del colle da parte di Greci immigrati dall’Arcadia sotto la guida di Evandro e del figlio Pallante, due divinità minori nel pantheon arcadico, e questa tradizione trova la sua conferma nelle scoperte archeologiche che hanno documentato la presenza di commercianti greci nel Foro Boario relativa all’epoca della colonizzazione greca dell’Italia Meridionale.
    Ma esiste anche la tradizione ancora più antica che vuole la fondazione di Roma a opera di Romolo, che viene data intorno alla metà dell’VIII secolo avanti Cristo, nel 754 avanti Cristo secondo lo storico Varrone vissuto tra l’età di Cesare e quella di Augusto. La Casa Romuli era identificata, già in antico, in una capanna, continuamente ricostruita e restaurata, situata nell’angolo Sud – Ovest della collina – lo stesso occupato più tardi dalla Casa di Augusto – dove sono stati scavati resti di capanne dell’età del Ferro, scoperta che sembra quindi confermare la tradizione.
    Sul Palatino sono attestate tradizioni religiose antichissime quali quella della dea Pales, il cui nome potrebbe essere collegato etimologicamente a Palatium. La festa della divinità, dette Palilia o Parilia cadeva il 21 aprile, che gli storici antichi considerano giorno della fondazione della città. Anche la festa legata alla lupa, i Lupercalia, animale sacro della città, aveva luogo sul Palatino. La grotta – santuario della lupa era collocata ai piedi del Palatino, verso il Tevere; da essa i sacerdoti – lupi, vestiti di pelli caprine, muovevano per fare il giro della collina, per purificarla ritualmente, frustando quanti venivano loro a tiro, specialmente le donne. Il rito assumeva così valore esplicito di cerimonia della fecondità. Il Lupercale e riti connessi vennero più tardi collegati con la leggenda dei mitici gemelli allattati dalla lupa.

    Resti del Palatium – Palatino.

    I culti di Apollo e di Vesta furono invece fondati da Augusto nell’ambito stesso della sua casa. Grazie agli scavi realizzati tra il 1865 e il 1870, è ormai accertato che il tempio di Apollo fu iniziato da Augusto nel 36 avanti Cristo, subito dopo la battaglia di Nauloco contro Sesto Pompeo, e terminato nel 28 avanti Cristo dopo Azio. Il tempio era compreso nella parte pubblica della Casa di Augusto, con il quale era intimamente collegato. La Repubblica segnò soprattutto la trasformazione della collina in un quartiere residenziale della classe dirigente romana. Tra coloro che vi abitarono, Tiberio Sempronio Gracco, padre dei famosi tribuni, il celebre oratore Lucio Licinio Crasso, Cicerone e suo fratello Quinto e Tiberio Claudio Nerone, padre dell’imperatore Tiberio.
    L’episodio fondamentale della storia del Palatino è che Augusto, che vi era nato, scelse di abitarvi, in un primo tempo nella casa di Ortensio, che fu poi da lui ampliata con l’acquisto di altre abitazioni. Di conseguenza, gli altri imperatori elessero anch’essi a loro dimora il Palatino, sul quale furono costruiti i palazzi di Tiberio, ampliato da Caligola, di Nerone, la Domus Aurea che si estendeva fin qui, dei Flavi, la cosiddetta Domus Flavia e la Domus Augustana, di Settimio Severo.
    Alla fine dell’età imperiale la collina era occupata da un unico immenso edificio, che nel suo insieme costituiva l’abitazione degli imperatori. Il nome di Palatium, Palatino, passò così a indicare il palazzo per eccellenza, quello dell’imperatore, e successivamente diventò un nome comune, diffuso in tutte le lingue europee.

    Ricostruzione del Palatino.

    In questo modo, nella sontuosità dei palazzi imperiali, si creò il simbolo stesso del potere: per mille anni ogni idea di dominio universale s’incardinò alla residenza su questo colle, dove, infatti, si succedettero i monarchi Goti, gli esarchi di Bisanzio e i protagonisti del rinnovato Impero, detto Sacro e Romano, da Carlo Magno fino a Ottone III.
    All’avvento del nuovo millennio il destino del colle mutò, e qui s’insediarono, fra le rovine e i campi destinati all’allevamento, chiese, conventi e fortezze di baroni in lotta. Nel 1542 il cardinale Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III, acquistò una serie di appezzamenti di terreno che occupavano le falde del Palatino, dal Foro alla cima del colle, fino a lambire il Circo Massimo. Quindi Alessandro incaricò il Vignola di disegnare e realizzare maestosi giardini che, oltre ad inglobare le rovine del Palazzo Imperiale, avrebbero ospitato piante non solo tipiche della macchia mediterranea, ma anche quelle provenienti dalle lontane Americhe, quali l’agave, la yucca, la mimosa, la passiflora e l’acacia. In molti casi queste piante venivano portate in Italia per la prima volta in questa occasione. Ma questi giardini avevano anche una parte destinata a vero e proprio orto dove per la prima volta vennero coltivati pomodori, peperoni, peperoncini e frutti come il fico d’India.
    Giardini di Alessandro Farnese avevano diversi scopi: far rivivere, anche dal nome Horti Palatini Farnesiorum, i fasti e il ruolo dei grandi Horti delle magnifiche domus della Roma classica che ricoprivano il Pincio o l’Esquilino e affermare la raggiunta e consolidata posizione politica e istituzionale della famiglia Farnese, e che, proprio per questo motivo, venivano a sorgere lì dove aveva avuto sede il potere da Augusto in poi.

    Horti Farnesiani – Charles Percier (1786-1790).

    D’altronde l’area dove Alessandro Farnese decise di far sorgere gli Horti era sempre stata un’area verde poiché la terrazza della Domus Tiberiana era stata un giardino pensile già al tempo degli imperatori della dinastia julio – claudia. Questa tradizione fu mantenuta anche successivamente visto che anche i Flavi e gli Antonini ebbero lì i loro giardini, sia per mantenere una sorta di unità di stile e di continuità architettonica, ma anche perché i giardini e i boschi avevano, per la cultura romana, una propria intrinseca sacralità che aveva, in questo caso, il ruolo di aumentare la sacralità dell’imperatore e in qualche modo ne legittimava l’autorità.
    La realizzazione degli Horti Farnesiani coprì un arco di tempo molto lungo e dopo il Vignola altri furono gli architetti che vi lavorarono come Giacomo del Duca e Girolamo Rainaldi.
    Gli Horti Farnesiani furono dotati d’ingresso monumentale, decorato da un portale disegnato e realizzato dallo stesso Vignola, aprirono la strada alla consuetudine delle più importanti, ricche e nobili famiglie romane, di dare vita a ville con suntuosi giardini. Poco dopo sarebbe stata la volta della Villa Mattei, oggi Celimontana, quindi a Villa Medici, a villa Borghese, villa Ludovisi, villa Pamphilji, Villa Giulia e via di seguito fino all’Ottocento, in una gara continua tra collezionismo e sfarzo.

    Portale d’ingresso – Horti Farnesiani – Vignola.

    Per due secoli gli Horti Farnesiani furono proprietà della famiglia Farnese che continuò a modificarli e ad adattarli alle mode e alle esigenze dei vari tempi tanto che nel 1718 essi verranno trasformati in “Reale Azienda Agricola. Nel 1861 gli Horti furono acquistati da Napoleone III per avviare delle campagne di scavo condotte da Pietro Rosa. Nel 1870 i giardini furono acquistati dal Governo Italiano e il direttore degli scavi divenne Rodolfo Lanciani, a cui seguirà Giacomo Boni che si occupò, all’inizio del Novecento, del primo tentativo di restauro e reintegro dei giardini.
    Grazie ad un accurato restauro iniziato nel 2013 e la cui prima fase termina proprio ora, aprile del 2018, viene data nuova vita agli Horti Farnesiani e si consente la visita, per la prima volta dopo più di 30 anni, alle Uccelliere, lì dove Alessandro raccolse ed espose la sua collezione di uccelli esotici e al Ninfeo della Pioggia che si mostra con il suo recuperato gioco d’acqua e le vasche sovrapposte.
    Arricchisce il nuovo percorso di visita, ma solo fino al 28 ottobre, una mostra dal titolo “Il Palatino e il suo giardino segreto. Nel fascino degli Horti Farnesiani” che ha lo scopo di illustrare al visitatore proprio le trasformazioni a cui sono andati in contro, nel tempo, gli Horti.

    Uccelliera e Ninfeo – Horti Farnesiani.

    Completano la mostra un prestito eccezionale del Museo Archeologico di Napoli: le due statue in marmo policromo del Barbaro inginocchiato e dell’Iside Fortuna, che avevano qui la loro collocazione originaria.
    Nel Ninfeo della Pioggia sono invece collocate due giganteschi busti di Daci imprigionati che fino al Seicento facevano parte del criptoportico del ninfeo stesso e al suo interno viene realizzato un percorso multimediale che consente di comprendere come fossero gli Horti nel momento in cui essi furono realizzati.

    Roma, 28 aprile 2018

  3. La Crypta Balbi. Una macchina del tempo nel cuore di Roma

    La Crypta Balbi, uno dei quattro poli del Museo Nazionale Romano, è senza alcun dubbio uno dei siti archeologici più affascinanti di Roma: solo qui, probabilmente, è possibile seguire l’evoluzione di uno spazio urbano, in termini di insediamenti e di destinazioni d’uso, su un arco di tempo che va dal I secolo avanti Cristo all’epoca contemporanea.

    Crypta Balbi

    Il sito è inoltre allestito ponendo particolare attenzione a tutti quei ritrovamenti che documentano attività artigianali che furono condotte in questo luogo tra la caduta dell’Impero romano e l’Alto Medioevo, con particolare riguardo per i secoli che stanno tra il VII e il X dopo Cristo.
    Il complesso archeologico deve il suo nome a Lucio Cornelio Balbo, di origini spagnole, appartenente alla gens Cornelia, pensatore, letterato e uomo politico, amico di Augusto, in qualità di proconsole d’Africa intraprese numerose campagne militari che portarono alla sua vittoria sui Garamati, un popolo della Libia sahariana.
    Fu il primo cittadino non nato a Roma e l’ultimo non appartenente alla famiglia imperiale a ricevere l’onore di un trionfo nel Foro Romano proprio per questa vittoria.
    Con le ricchezze accumulate anche grazie a questa vittoria iniziò la costruzione del suo Teatro nel 19 avanti Cristo, in pietra. Il teatro Balbo terminato nel 19 avanti Cristo poteva contenere 7700 spettatori. Quando fu inaugurato, il Tevere aveva appena straripato, e, per questo motivo, gli spettatori lo raggiunsero in barca.

    Teatro di Balbo, con teatro di Pompeo e teatro di Marcello – Ricostruzione

    Era il terzo teatro a Roma per dimensione dopo quello di Pompeo e di Marcello e venne distrutto in un incendio intorno all’80 dopo Cristo.
    Accanto al teatro fu costruita la Crypta, ovvero un ampio quadrilatero porticato che racchiudeva un giardino decorato con nicchie che ospitavano statue e con un pavimento a mosaico.
    Nell’area insisteva anche il lato meridionale della Porticus Minucia, una struttura quadrangolare che racchiudeva i templi dell’area sacra di Piazza Argentina.
    Di fatto nell’area insistevano due Porticus, quella che cade nell’area della Crypta Balbi è la Porticus Minucia Frumentaria, ovvero quella dove avvenivano le elargizioni di frumento alla popolazione e che all’epoca di Claudio divenne il centro amministrativo di controllo e di effettiva distribuzione del grano alla plebe.
    L’identificazione del sito dove cadeva la Porticus è stata fatta in base ad un frammento della Forma Urbis severiana.
    Il Porticus Minucia si estendeva a comprendere anche il tempio delle Ninfe i cui resti sono visibili lungo la Via delle Botteghe Oscure proprio di fronte all’ingresso della Crypta Balbi, tempio distrutto anch’esso durante l’incendio dell’80 dopo Cristo.
    Dopo l’incendio dell’80 dopo Cristo le nicchie esterne della Crypta furono tamponate e tra queste e la Porticus fu costruita una cisterna alimentata da una diramazione dell’acquedotto dell’Aqua Virgo.

    Fullonica – Si ringrazia il sito “I Viaggi di Raffaella” per la foto.

    Non è possibile descrivere le numerose trasformazioni che l’area subisce, ma tra queste in epoca medievale il portico settentrionale della Crypta fu trasformato in una strada sulla quale si affacciavano botteghe e abitazioni di artigiani. Vista la scarsa illuminazione dei locali, perché essi erano stati ricavati negli archi di quello che si pensava potesse essere stato l’antico Circo Flaminio, il luogo era indicato con il toponimo ad apothecas oscuras, ovvero “presso le botteghe oscure”, toponimo che resta ancora oggi in Via delle Botteghe Oscure, che a partire dal XIII secolo sarà una via conosciuta per la concentrazione di mercanti di panni, tessitori e lavandai, e quale luogo dei tiratoria pannorum, ovvero aree aperte e porticate dove venivano stesi i panni.
    Il sito archeologico fu portato alla luce intorno al 1940 quando si decise di demolire un grande edificio del 1500 per costruirne uno nuovo. Lo scoppio della II Guerra Mondiale bloccò il progetto, e al termine della guerra i nuovi vincoli archeologici consentirono la destinazione del sito allo studio e alla sua valorizzazione.
    Si è potuto così comprendere che intorno al V secolo il Teatro di Balbo e la relativa Crypta furono abbandonati e il sito fu utilizzato prevalentemente per sepolture e deposito di rifiuti.
    In età Medievale in quest’area finirono con l’insistere sue chiese: San Lorenzo in Pallacinis, costruita in corrispondenza delle insulae esterne alla Crypta e Santa Maria Domine Rosae, che occupava la parte centrale del giardino porticato.
    Sempre in età medievale l’area che in epoca adrianea fu una latrina monumentale è occupata da una calcara, ovvero un forno utilizzato in epoca medievale per la preparazione della calce a partire dal marmo, e da un’osteria, impiantata nel vano della cisterna dell’acquedotto dell’Aqua Virgo, di cui si identificano con chiarezza la cucina e il bancone in marmo, proveniente da un altro monumento.

    Affresco – Santa Maria Domine Rosae. Si ringrazia il sito “I Viaggi di Raffaella” per la foto.

    Alla fine dell’Alto Medioevo la chiesa di Santa Maria Domine Rosae entra a far parte di un complesso fortificato che nasce dall’unificazione di varie strutture dell’area, conosciuto come “Castellum” o “Castrum aureum”.
    Durante il Basso Medioevo l’area conosce una certa rinascita con la costruzione di un gruppo di case nobiliari e soprattutto la costruzione della chiesa di Santa Caterina della Rosa, in epoca rinascimentale, sulle rovine del monastero di Santa Maria Domine Rosae, di cui arrivano fino a noi bellissimi affreschi.
    Poiché lo studio dell’area è in continuo divenire, recentemente sono stati individuati un ambiente adibito a fullonica, ovvero lavanderia, dove gli operai, attraverso un sistema di immersione dei capi di vestiario nell’urina e poi di risciacquo in varie vasche, ne ottenevano la sbiancatura; un sacello per il culto delle divinità greche ed orientali tra cui Iside, Artemide, Meleagro e Dioniso, ed un mitreo risalente al III secolo che a partire dal V secolo venne distrutto ed utilizzato come stalla.
    L’area è stata poi un importante bacino di ritrovamento di tesori di arte tardo – bizantina e medievale che hanno contribuito alla comprensione di alcuni aspetti della vita della Roma medievale.

    Cattedra – Chiesa di San Lorenzo – Si ringrazia il sito “I Viaggi di Raffaella” per la foto.

    Si può ancora ricordare che anche in questa area della città aleggia in qualche misura lo spirito di Carlo Magno. Sono venute alla luce infatti testimonianze e reperti che raccontano anche qui la Roma carolingia, come l’unica strada di questa epoca storica ancora visibile che attraversava il Foro.
    L’area archeologica è stata oggetto di una ristrutturazione minuziosa e rispettosa dei reperti che contemporaneamente permettesse la migliore fruizione e comprensione dell’area. Per questo motivo il sito si compone di tre ambiti principali:
    – quello del museo vero e proprio ospitato nell’edificio chef a angolo tra Via Caetani e via delle Botteghe Oscure;
    – quello dei sotterranei dove, da una passerella in acciaio, è possibile ammirare i resti della Porticus Minucia, stratificazioni stradali romane, medievali e rinascimentali;
    – quello esterno che porta all’antica esedra del teatro romano e al mitreo che si raggiunge percorrendo una passerella in acciaio che sovrasta i resti di Santa Maria Domine Rosae.

    Roma, 9 luglio 2017

  4. Alla scoperta dell’Esquilino: il Macellum Liviae e la Chiesa di San Vito in macello Liviae

    L’Esquilino fu abitato fin da un’età assai antica, come è testimoniato dal ritrovamento di una necropoli risalente all’età del Ferro, il cui utilizzo inizia nei primi decenni dell’VIII secolo avanti Cristo. Qui sorse, successivamente, un sobborgo densamente popolato ma esterno alla città come il nome di Exquiliae, che significa probabilmente “la zona abitata fuori della città”, lascia ad intendere.

    Porta Esquilina poi trasformata in Arco di Gallieno – Ricostruzione

    Esso sarebbe stato incluso nella città, secondo una tradizione, da Servio Tullio, che vi avrebbe preso dimora, provvedendo a fortificare l’indifeso lato orientale a mezzo dell’agger, ovvero il terrapieno difensivo ottenuto ammassando del terreno a sostegno delle mura. Da allora l’Esquilino costituì una delle quattro tribù territoriali in cui il re suddivise la città, insieme con La Palatina, La Collina e la Suburana.
    In età arcaica e repubblicana, la zona orientale era occupata in gran parte da una grande necropoli, attraversata da strade e acquedotti. All’interno di questa, subito fuori della Porta Esquilina, detto anche Arco di Gallieno, va localizzato con tutta probabilità il santuario di Libitina, una divinità arcaica romana, e prima ancora italica, che aveva il ruolo di tutelare tutte le funzioni legate alla morte e quindi di presiedere ai funerali. In questa parte della città avevano perciò la loro sede i libitinarii, ovvero gli impiegati delle pompe funebri, e qui venivano conservati i materiali utilizzati nei funerali. Inoltre qui avevano luogo, in origine, le esecuzioni capitali.
    La porta Esquilina, è una delle porte più antiche della città, fu interamente ricostruita da Augusto, e successivamente trasformata in un arco a tre fornici, dedicata da Marco Aurelio Vittore a Gallieno, da cui il nome di Arco di Gallieno con cui la porta è più nota, e alla moglie di questi Solonina, incisa nella cornice sottostante all’attico, fu aggiunta in un secondo tempo. Quella originaria, di età augustea, doveva trovarsi sull’attico, dove sono visibili tracce di scalpellatura.

    Arco di Gallieno – giovan Battista Piranesi

    Con Mecenate, come ricorda Orazio, Satire I, 8, iniziò il risanamento della necropoli: a poco a poco nell’area si andò formando una corona di ville e parchi, che si estendeva fino a includere la parte orientale del Quirinale e l’intero Pincio, tanto che finì per prendere il nome di “Colle dei giardini”.
    I monumenti di carattere pubblico erano rari sull’Esquilino e la maggior parte di essi aveva un carattere di utilità. Tra questi vi era il Macellum Liviae, grande mercato alimentare inaugurato da Tiberio nel 7 avanti Cristo, e dedicato a Livia sua madre, e moglie di Augusto. Questo monumento ha posto diverse difficoltà d’identificazione. Per molto tempo si è ritenuto che esso potesse coincidere con l’edificio, presente nei sotterranei della Basilica di Santa Maria Maggiore. Più recentemente si è tornati all’ipotesi originaria che vuole che i resti del Macellum Liviae siano da identificare con i resti di un grande edificio in mattoni a opera reticolata, scavata alla fine dell’Ottocento, subito fuori della Porta Esquilina.
    Il Macellum Liviae era probabilmente in rapporto con il Forum Esquilinum, una grande piazza con funzione di mercato di cui non ci pervengono tracce, ma le cui notizie più precise ci giungono dallo storico Appiano. Quest’ultimo, in un passo in cui descrive l’attacco di Silla alla città nell’88 avanti Cristo, dice che i sostenitori di Mario, che si erano asserragliati nella città, resistettero a lungo trovando rifugio proprio nel Forum. Il Forum Esquilinum viene localizzato sul, Cispio, una propaggine del colle Esquilino su cui sorge la basilica di Santa Maria Maggiore.

    Chiesa di San Vito e Arco di Gallieno

    Gli studiosi quindi ipotizzano che questa ampia piazza fosse posta immediatamente all’interno della porta Esquilina, come attesterebbero alcune iscrizioni ritrovate alla fine dell’Ottocento. Tra queste un’epigrafe che cita il magister vici, un magistrato incaricato della gestione di aree pubbliche, e un’altra che cita due argentarii che avevano la loro bottega all’interno del Forum Esquilinum. Una terza iscrizione ricorda che nel V secolo dopo Cristo il prefetto urbano si occupò del restauro del Forum Esquilinum attestando così l’uso di quest’area a lungo.
    Seguendo dunque la via Carlo Alberto, di fronte alla facciata di Santa Maria Maggiore, sta incastrato un frammento superstite delle Mura Serviane in blocchi di tufo di Grotta Oscura, un tufo poroso e giallastro proveniente dal costone posto tra Veio e la riva destra del Tevere: il suo andamento è obliquo rispetto alla strada moderna. Svoltando a destra nella viuzza immediatamente seguente, dove è la chiesa di San Vito, ci si trova di fronte all’Arco di Gallieno, che è orientato esattamente come le Mura Serviane e s’inserisce sul loro percorso.
    La chiesa di San Vito, definita già dai tempi di papa a Leone III (795-816) come “in Macello”, nome che è forse la testimonianza più forte della presenza del Macellum Liviae lì dove sorgeva la porta Esquilina, sta addossata all’Arco di Gallieno, e occupa uno dei fornici più piccoli della porta Esquilina. L’associazione tra Arco di Gallieno e chiesa è un elemento che appartiene alla memoria della città antica, tanto da apparire anche nella pianta di Roma disegnata da Pirro Ligorio nella metà del XVI secolo. La chiesa fu completamente ricostruita nel 1477 da papa Sisto IV. Particolarmente importante è un affresco di Antoniazzo Romano che raffigura la Madonna con il Bambino e Santi. Inserita su di una parete è la cosiddetta “pietra scellerata” cui sarebbe legato il ricordo della uccisione di numerosi primi cristiani. La tradizione popolare riteneva per questo motivo che la pietra avesse il potere di curare dall’idrofobia, e quindi da essa veniva grattata via la polvere da utilizzare come medicamento in casi di idrofobia.
    Il nucleo più antico della chiesa è ora visibile grazie all’apertura al pubblico del sito archeologico adiacente alla Cripta, insieme a quanto emerso da una campagna di scavo avviata quasi cinquanta anni fa e ripresa nel 1979: antiche porzioni di mura del VI secolo avanti Cristo fondate sulla Valle dell’Esquilino, nei pressi della prima Porta Esquilina, resti di basolato che lascia intuire il percorso che la strada seguiva passando sotto il fornice dell’arco al posto del quale la chiesa è stata edificata, opere idrauliche connesse all’acquedotto Anio Vetus, di particolare interesse per la storia della chiesa i resti del castellum aquae. In ambienti addossati al castellum aquae, infatti, sorse la diaconia. A questi ambienti si accedeva attraverso una porta che si apriva sulla strada romana. La diaconia risale al IV secolo dopo Cristo quando qui nel 303 dopo Cristo furono martirizzati diversi cristiani tra cui colui che diventerà San Vito, invocato nei casi di epilessia e di un disturbo nervoso detto “ballo di San Vito”.

    Roma, 22 aprile 2018