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  1. Sulle tracce della prima guida turistica di Roma: Mirabilia urbis Romae (XII secolo)

    Antiquae urbis Romae cum regionibus simulachrum – Rome – Valerius Dorichus Brixiensis – 1532.

    Mirabilia Urbis Romae è il titolo di un trattatello scritto in latino. La redazione più antica del testo è quella contenuta nel Liber Polypticus, un libro di carattere amministrativo pontificale, e risale al 1140 – 1143. Il trattato è anonimo ma l’autore del Mirabilia doveva probabilmente essere una persona appartenente all’ambiente ecclesiastico, o l’autore stesso del Liber Polypticus.
    Così come oggi il turista che si rechi a Roma arriva con un elenco di luoghi da visitare, magari ricavato dopo una più o meno accurata ricerca in rete, così accadeva anche prima del XII secolo, quando elenchi di cosa vedere a Roma erano stati già tramandati, ed erano soprattutto a uso dei pellegrini. La novità introdotta dai Mirabilia è che l’elenco dei luoghi in esso contenuto è molto più articolato, arricchito dalle considerazioni dell’autore, dalla citazione di fonti letterarie e da informazioni, commenti e considerazioni desunte dall’immaginario popolare del tempo. Le informazioni e le tradizioni possono essere relative, ad esempio, all’origine di una statua, di un tempio o di un colle.
    Nei Mirabilia sono, poi, contenute informazioni non legate al solo mondo cristiano dei pellegrinaggi, e questa costituisce una delle principali differenze con il così detto “Itinerario di Eisielden”.
    L’itinerario proposto nel

    Pianta di Roma in epoca imperiale.

    Mirabilia parte dal Vaticano per arrivare al Campo Marzio, quindi sale al Campidoglio e scende al Foro Romano. Dal Palatino si scende al Colosseo e quindi si sale all’Aventino per passare al Celio, al Laterano, al Viminale e al Quirinale.
    L’ultima visita è a Trastevere.
    I Mirabilia ebbero un grande successo come ci testimonia l’esistenza di ben 145 manoscritti che ce li tramandano, nelle numerose traduzioni dal latino in volgare, tedesco, olandese e inglese. Dal XV secolo i Mirabilia verranno stampati più volte. Essi possono essere, infatti, considerati i più antichi incunaboli stampati dalle tipografie tedesche a Roma. Nel corso delle varie stampe manterranno il titolo originale nonostante subiranno continui ammodernamenti e modificazioni dei contenuti.
    Nel XVI secolo, con la nascita dell’interesse per l’antichità favorito dalle scoperte archeologiche, la parte fantastica venne eliminata e i Mirabilia divennero una vera e propria guida alle rovine della città. Inoltre la parte aggiunta nel Quattrocento, verrà ampliata. Utilizzando i Mirabilia, quindi, il forestiero riusciva a fare il giro della città in tre giorni guidato da un cicerone. Essi saranno utilizzati fino al Barocco.

    Veduta di Roma – “Il Dittamondo” – Fazio degli Uberti – Milano – 1447


    Secondo alcuni autori, comunque, l’elenco dei monumenti era già presente nelle edizioni più antiche. Nei primi dieci capitoli vengono descritti i vari generi di monumenti: i colli, gli archi, le mura, le terme, i palatia, tra i palatia viene citato anche quello Romulianum e in occasione della descrizione di questo palatium viene raccontata la leggenda, tramandata da scrittori orientali a partire dal V – VI secolo, secondo la quale la statua d’oro eretta in onore di Romolo crollò quando partorì “una vergine”.
    I Mirabilia contengono ancora la descrizione dei teatri nei quali vengono compresi anche i circhi, i luoghi citati nelle passio dei santi, le colonne, i cimiteri, e molto altro. Nei capitoli 11, 12 e 13 sono riportate, ad esempio: la leggenda relativa alla visione di Ottaviano e la fondazione della chiesa di Santa Maria all’Ara Coeli sul Campidoglio, la storia delle statue dei Dioscuri sul Quirinale, l’origine del “cavallo di Costantino”, oggi noto come Marco Aurelio, la Salvacio Romae con la fondazione del Pantheon e quella di San Pietro in Vincoli. Nel capitolo 8 sono elencati i luoghi delle passioni dei santi, mentre nel capitolo 13 si parla dei funzionari imperiali, citati con i relativi nomi bizantini.
    Nel capitolo 12 si racconta, quindi, della leggenda della visione di Ottaviano collegata alla fondazione della chiesa di Santa Maria in Ara Coeli. La leggenda è tratta dal Chronichon di Giovanni Malala. In essa si dice che Ottaviano chiese alla Sibilla tiburtina se poteva essere adorato come un dio, secondo la volontà del Senato. La Sibilla, dopo tre giorni rispose: «dal cielo verrà un re che regnerà nei secoli, avrà sembianze umane e giudicherà il mondo». Dopo questo responso ad Augusto apparve, nella sua camera dall’alto, una donna su un altare con in braccio un bambino, dove ora c’è la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli, che significa appunto “altare del cielo”, e fu per questo motivo che in quel punto venne eretta la chiesa.
    La versione della leggenda contenuta nei Mirabilia è la terza in ordine di tempo, seguita poi da quella di Jacopo da Varazze. Non tutti gli autori sono d’accordo sull’interpretazione della leggenda. Probabilmente sul Campidoglio esisteva già un altare dedicato a qualche dea che, successivamente, viene dedicato a Maria. Le varie versioni della leggenda avrebbero il ruolo di mostrare la missione cristiana dell’Impero Romano e Ottaviano rappresenterebbe perciò l’autorità civile pronta ad accogliere la venuta di Cristo e l’avvento del Cristianesimo.

    Il Marco Aurelio – Roma.

    Un’altra leggenda riguarda l’origine di quello che, così riferisce l’autore, era chiamato comunemente “il cavallo di Costantino”, ovvero quella che sarà poi interpretata come la statua equestre di Marco Aurelio. Il gruppo scultoreo, datato 176 dopo Cristo, aveva una collocazione a tutt’oggi sconosciuta. Nell’VIII secolo fu spostato vicino alla basilica di San Giovanni in Laterano, costruita per volontà dell’imperatore Costantino.
    Nella leggenda si spiega che il cavallo è di un armigero che, dopo aver liberato Roma da un re orientale, chiese una ricompensa in denaro e di essere raffigurato in una statua equestre: sulla testa del cavallo sarebbe stata posta una civetta e legato sotto la pancia del cavallo ci sarebbe stato il re sconfitto. Perché poi l’armigero venga nel tempo identificato come Costantino è una questione controversa, molti autori ritengono che sia solo il consolidarsi di una tradizione popolare che era nata proprio a seguito della simpatia che Costantino aveva in qualche modo riscosso presso il popolo, un’altra ipotesi è che sia stata la vicinanza della statua alla basilica di San Giovanni, fatta costruire da questo imperatore, a determinarne il nome indicato dalla tradizione.
    La versione della storia dei Dioscuri che oggi campeggiano nella Piazza del Quirinale riportata nei Mirabilia, indica che dell’enorme gruppo scultoreo faceva parte anche una terza statua. Quest’ultima rappresentava una

    Dioscuri – Piazza del Quirinale – Roma.

    donna, circondata da serpi e recante una conca in mano, identificata dagli studiosi come Igea. Non si sa se questa terza figura sia davvero esistita. Se ciò fosse vero al momento essa è dispersa. Anche in questa guida viene riportata la leggenda che le due statue maschili fossero i ritratti di due filosofi indicati con il nome di Fidia e Prassitele venuti a Roma per dare consigli a Tiberio, così come è riportato nel così detto “Itinerario di Eisielden”.
    L’autore dei Mirabilia Urbis Romae ha come scopo, lo dice nell’ultimo capitolo, quello di tramandare ai posteri il ricordo le bellezze di Roma. Ma nel fare questo ci riporta quindi le notizie dell’immaginario medievale che mescola le varie storie e leggende per crearne di nuove. Ci informa ad esempio che nel X secolo il Mausoleo di Augusto era tanto caduto in degrado, da assumere l’aspetto di un colle.
    Oltre all’ammirazione dei resti dell’antica civiltà romana i Mirabilia dedicano attenzione agli aspetti del mondo cristiano. Il capitolo 8 è dedicato solo ai luoghi di Roma connessi con le “passio” dei Santi, e, ad esempio, vi si racconta dell’apparizione di Cristo a Pietro sulla via Appia. Pietro fuggiva dalla città per evitare il martirio e incontrato Cristo gli chiese: “Domine, quo vadis?”, ovvero “Signore, dove vai?” e Cristo gli rispose: “Eo Romam, iterum crucifigi”, “Vado a Roma, per farmi crucifiggere nuovamente”. A queste parole Pietro tornò in città e scelse di andare incontro al proprio destino. Nel luogo in cui la tradizione pone l’incontro tra Cristo e Pietro, nel IX secolo venne eretta una cappella, che oggi è la chiesa del Domine quo vadis.
    Con lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio l’opera fu utilizzata, in una forma ridotta, proprio come una guida turistica.
    Ancora oggi la lettura di questo trattatello può essere utile, e divertente, non solo per ricostruire le architetture romane antiche, ma anche per conoscere le architetture mentali, i miti e le leggende, che hanno abitato e sono stati abitati in questa città.

    Roma, 18 agosto 2019

  2. Roma, città delle acque. L’acquedotto Vergine.

    «Mi sembra che la grandezza dell’impero romano si riveli mirabilmente in tre cose, gli acquedotti, le strade, le fognature».

    Gli acquedotti di Roma

    A scriverlo, lo storico di età augustea Dionigi di Alicarnasso. E più tardi Plinio il Vecchio osservava che: «Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso».
    Gli undici acquedotti di epoca romana, che dal 312 avanti Cristo furono costruiti, portarono alla città una disponibilità d’acqua pro capite pari a circa il doppio di quella attuale, distribuita tra le case private (ma solo per pochi privilegiati), le numerosissime fontane pubbliche (circa 1.300), le fontane monumentali (15), le piscine (circa 900) e le terme pubbliche (11), nonché i bacini utilizzati per gli spettacoli come le naumachie e i laghi artificiali (3).
    La sorveglianza, la manutenzione e la distribuzione delle acque fu affidata, per due secoli e mezzo, alla cura di imprenditori privati, che dovevano rendere conto del loro operato a magistrati che avevano altri compiti principali. Solo con Agrippa, intorno al 30 avanti Cristo fu creato un apposito servizio, poi perfezionato ed istituzionalizzato da Augusto, che si occupava dell’approvvigionamento idrico cittadino e quindi del controllo e manutenzione di tutti gli acquedotti. Oltre ai condotti principali, nel tempo furono costruite diverse diramazioni e rami secondari, per cui un catalogo del IV secolo dopo Cristo ne contava ben 19.

    Acquedotto Vergine

    L’ultimo degli undici grandi acquedotti dell’antica Roma fu costruito durante il principato di Alessandro Severo intorno al 226 dopo Cristo. Raccoglieva l’acqua del “Pantano Borghese” sulla via Prenestina, alle falde del colle di “Sassolello”, a 3 km dall’odierno comune di Colonna: le medesime sorgenti furono successivamente utilizzate da papa Sisto V per la costruzione del suo acquedotto dell’ “Acqua Felice”.
    Furono gli Ostrogoti di Vitige, nell’assedio del 537, a decretare la fine della storia degli acquedotti antichi, che vennero tagliati per impedire l’approvvigionamento della città. D’altra parte Belisario, il generale difensore di Roma, ne chiuse gli sbocchi per evitare che gli Ostrogoti li usassero come via di accesso. Qualcuno fu poi rimesso parzialmente in funzione, ma dal IX secolo dopo Cristo il crollo demografico e la penuria di risorse tecniche ed economiche fecero sì che nessuno si occupasse più della manutenzione, i condotti non furono più utilizzabili e i romani tornarono ad attingere acqua dal fiume, dai pozzi e dalle sorgenti, come alle origini della fondazione della città.
    L’acquedotto Vergine fu progettato ed inaugurato nel 19 avanti Cristo da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, per portare acqua alle proprie terme nel Campo Marzio ove ne sono stati individuati resti in diversi punti. E’ l’unico degli acquedotti di Roma antica rimasto ininterrottamente in funzione sino ai nostri giorni, alimentando le monumentali fontane della città barocca tra cui la celebre Fontana di Trevi. Sesto in ordine di tempo, dopo l’Appio, l’Anio Vetus, il Marcio, l’Aqua Tepula e la Iulia aveva origine a poca distanza dal corso dell’Aniene da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, presso l’odierna località di Salone.
    Da Salone, dopo un percorso sotterraneo di circa cinque chilometri, l’acquedotto arrivava al fosso della Marranella ma – come spesso accadeva negli acquedotti romani – anziché proseguire sotto i colli della città seguendo la via più breve, voltava bruscamente verso nord, seguiva la Via Collatina fino alla località di Portonaccio, dove raggiungeva la Via Tiburtina e l’Aniene che attraversava nella zona di Pietralata. Quindi si muoveva lungo le dorsali della Nomentana e della Salaria da dove, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada, dei Parioli, proprio sotto il ninfeo di Villa Giulia, e di Villa Borghese, per entrare infine in città in prossimità del Muro Torto e di piazza di Spagna. L’ultimo tratto, come detto, si sviluppava infine su arcuazioni fino al Pantheon, dove si trovavano le Terme di Agrippa.

    Ninfeo di Villa Giulia

    Il motivo più probabile di questo lungo percorso è da ricercarsi nell’orografia del territorio attraversato: essendo le sorgenti molto basse sul livello del mare e molto vicine a Roma, l’acqua, scorrendo secondo la forza di gravità, non avrebbe potuto raggiungere un livello più elevato nel punto terminale e doveva quindi costeggiare dorsali, superare in elevato le depressioni che incontrava, come sulla via Collatina Vecchia, e attraversare pendii. Il tratto urbano si può facilmente ricostruire grazie alla presenza dei numerosi resti delle arcuazioni: alle pendici del Pincio, sotto Villa Medici e vicino agli Horti Luculliani, una piscina limaria, dalla quale prese il nome il Vicolo del Bottino, serviva a trattenere i depositi presenti nell’acqua e a mantenere costante il carico nel condotto. Da lì veniva percorsa la falda fino al Campo Marzio in direzione parallela a Via Margutta, sbucando quindi finalmente e definitivamente a cielo aperto verso la metà dell’attuale Via due Macelli. Mediante una serie ininterrotta di arcate, l’acquedotto Vergine attraversava quindi l’attuale Via del Nazareno e passava quindi per la zona della Fontana di Trevi e nell’area oggi occupata da Palazzo Sciarra, scavalcava la Via Lata, oggi Via del Corso, e proseguiva lungo la Via del Caravita, Piazza Sant’Ignazio e Via del Seminario, dove doveva trovarsi il castellum terminale.
    Sesto Giulio Frontino, scrittore e architetto, scrive che «davanti alla fronte dei Saepta», in prossimità del Pantheon, l’acquedotto terminava, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome, fino in Trastevere.
    Essendo l’acquedotto Vergine in funzione è tuttora accessibile il suo tratto sotterraneo. E’ ancora funzionante e ispezionabile, in occasione di ripuliture e restauri, l’impianto di captazione delle sorgenti.
    La leggenda, ricordata da Frontino, fa risalire il nome dell’acquedotto ad una vergine che suggerì ai soldati di Agrippa, seguendo il suo intuito, l’esatta ubicazione delle sorgenti fino ad allora cercate invano e, a prova di ciò, presso il bacino di raccolta si trovava un’edicola con l’immagine dipinta della ninfa delle sorgenti. Più verosimilmente il nome era legato invece alla purezza ed alla freschezza delle acque, che per altro erano prive di calcare, il che rendeva tra l’altro meno impegnativa la manutenzione dell’acquedotto. Durante i suoi 2000 anni di utilizzo, l’acquedotto ha subito innumerevoli interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento.
    Il tratto più importante è quello visibile in via del Nazareno, ove si conservano tre arcate in blocchi bugnati di travertino con l’iscrizione che ricorda il restauro compiuto nel 46 dopo Cristo dall’imperatore Claudio.
    Vi si legge: Ti(berius) Claudius Drusi f(ilius) Caesar Augustus Germanicus/ pontifex maxim(us) trib(unicia) potest(ate) V imp(erator) XI p(ater) p(atriae) co(n)s(ul) desig(natus) IIII /arcus ductus aquae Virginis disturbatos per C(aium) Caesarem / a fundamentis novos fecit ac restituit.

    Fontana di Trevi

    (Tiberio Claudio, figlio di Druso, Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, rivestito per la quinta volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, padre della patria, console designato per la quarta volta, ricostruì e restaurò dalle fondamenta gli archi dell’acquedotto dell’acqua Vergine, danneggiati da Gaio Cesare, Caligola.
    L’incidente è stato da alcuni studiosi ricollegato alla costruzione di un anfiteatro nel Campo Marzio promossa dallo stesso imperatore e mai portata a termine.
    Nell’antichità i principali lavori conservativi si ebbero al tempo di Tiberio, nel 37 dopo Cristo, di Claudio, nel 45-46 dopo Cristo, quando vennero ripristinate le arcuazioni in blocchi bugnati di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Ai tempi di Teodorico l’acquedotto era funzionante ed era ancora decantata la purezza dell’acqua.
    Papa Adriano I (772-795) fece eseguire nel Medioevo lavori di una certa consistenza. Procopio ci informa che «l’Acquedotto della Vergine, da molti anni demolito e così pieno di rovine tanto che in Roma entrava ben poca acqua… (Adriano I) lo restaurò nuovamente e lo arricchì di tanta abbondanza d’acqua che dissetava quasi tutta la città».
    Si noti come il biografo indichi che l’acquedotto, anche prima dei restauri, riuscisse a portare soltanto poca acqua in città: segno che, benché malandato, non cessò mai del tutto la sua attività. Con tutta probabilità il restauro di Papa Adriano consistette anche nell’allestimento di una nuova fontana terminale subito a monte di via del Corso, dove le arcuazioni erano state interrotte.

    Vicus Caprarius

    A due passi dalla celebre Fontana di Trevi, nel 1999, a pochi metri da Fontana di Trevi, i lavori per la realizzazione di una nuova sala cinematografica, la Sala Trevi intitolata ad Alberto Sordi, hanno offerto l’occasione per una fortunata campagna di scavo. Le indagini, estese per una superficie complessiva di 350 mq e una profondità massima di 9 m, hanno rimesso in luce un complesso edilizio di età imperiale, testimonianza dell’antico tessuto urbanistico della città.
    I rinvenimenti sono riferibili a un caseggiato (insula) edificato unitariamente ma articolato in due edifici indipendenti. Questo complesso abitativo destinato alla residenza intensiva venne successivamente trasformato, intorno alla metà del IV secolo, in una lussuosa residenza signorile (domus). Nell’ambito della suddivisione amministrativa della città in quattordici regioni voluta da Augusto, l’area del Vicus Caprarius era compresa nella VII regio via Lata. In particolare gli edifici messi in luce sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica Salaria vetus che, nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi, assumeva la denominazione di Vicus Caprarius, probabilmente in relazione alla presenza di una aedicula Capraria, luogo di culto dedicato a Iuno Caprotina.
    Un secondo edificio, che si articola su due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 metri, che doveva svolgere una funzione pubblica, in età adrianea subì una profonda trasformazione: due dei suoi ambienti furono convertiti in un unico serbatoio idrico, il castellum aquae dell’acquedotto Vergine. Da questo serbatoio si dipartivano tra l’altro le tubature in piombo che conducevano l’acqua alla ricca domus.
    Sempre da questa area archeologica proviene il il celebre volto di Alessandro helios.

    Alessandro Helios – Vicus Caprarius

    Il sito si caratterizza però anche per la presenza di una sorgente la cui acqua risale naturalmente dalla falda e filtra attraverso le anche murature in opera laterizia.
    In un viaggio a ritroso nel tempo qui è possibile toccare con mano la millenaria stratificazione di Roma e osservare le testimonianze archeologiche dei grandi eventi che hanno caratterizzato la storia della città, dalla realizzazione dell’Aqua Virgo all’incendio di Nerone, dal sacco di Alarico all’assedio dei Goti.

    Roma, 15 gennaio 2017

  3. Castel Sant’Angelo al chiaro di luna: il Passetto, le Prigioni storiche, la stufetta di Clemente VII

    È uno dei più espressivi resti della romanità antica che, con trasformazioni di uso e di ornato, ha continuato a vivere fino ai nostri giorni, sottraendosi alle demolizioni. La sua storia è parallela a quella stessa di Roma e ne segna le tappe più drammatiche e più significative.

    Mole Adriana – Disegno ricostruttivo – 1903 – Collezione Gatteschi.

    Il così detto Castel Sant’Angelo venne costruito come mausoleo in sostituzione di quello eretto da Augusto sulla opposta sponda tiberina, dove, fino a quell’epoca si era continuato a deporre le ceneri degli imperatori e dei loro congiunti. Lo volle l’estroso imperatore Elio Adriano che intese realizzare un’opera degna per imponenza e per ricchezza del ruolo raggiunto dall’Impero, erede della sacralità e del fasto delle monarchie orientali. I lavori iniziati nel 130 dopo Cristo, su disegno dello stesso Adriano e sotto la direzione dell’architetto Demetriano, vennero completati nel 139, nel primo anno di regno di Antonino Pio.
    Il mausoleo era costituito da un recinto quadrato di 89 metri per lato, alto 15 metri, rivestito in marmo e decorato di statue provenienti dalla Grecia. Una più esterna recinzione era rifinita con cancellate e con decorazioni bronzee delle quali ci sono restati i due pavoni che si trovano nel cortile della Pigna in Vaticano. Dentro il recinto sorgeva il massiccio tamburo del diametro di 64 metri, alto 21, dentro al quale erano ricavate le zone di sepoltura, oltre che degli imperatori, dei membri tutti della famiglia imperiale.
    L’ingresso moderno è sopraelevato di tre metri rispetto a quello antico. Da un vestibolo, una galleria elicoidale porta alla principale camera sepolcrale

    Castel Sant’Angelo – Il Passetto di Borgo.

    a pianta greca di 8 metri di lato per 12 di altezza. Quattro pozzi assicuravano l’illuminazione delle strutture interne del tamburo, ricoperto di terra con altra vegetazione. Al centro, una possente base muraria sosteneva con probabilità una statua dell’imperatore, dove oggi si trova l’angelo.
    I personaggi imperiali continuarono a esservi sepolti fino all’incorporazione del mausoleo nella cinta di mura imperiali, probabilmente avvenuta già nel 175 con Aureliano e comunque, in forma definitiva e totale, con i lavori di Onorio. Il destino di luogo di rifugio e di carcere, di assedi e di simbolo del potere era ormai segnato per la tomba imperiale.

    Castel Sant’Angelo – La Stufetta di Clemente VII.

    Comunque il suo determinante rilievo derivò dall’essersi trovato sul punto di sutura fra la vecchia Roma classica e medievale con la nuova Roma vaticana, cresciuta attorno alla tomba dell’apostolo Pietro. La sua cristianizzazione anche nel nome è fissata all’anno 590 dalla tradizione che narra l’apparizione dell’Arcangelo Michele latore, a papa Gregorio Magno, dell’annuncio della fine della pestilenza.
    Come roccaforte, il mausoleo risultò imprendibile durante l’assalto dei Goti di Alarico nel 410 e di Vitige nel 537, oltre che in quello dei Lanzichenecchi nel 1527. Ma il mausoleo fu soprattutto al centro delle contese cittadine complicate dalle interferenze imperiali attorno al decimo secolo, quando il mausoleo stesso venne definitivamente trasformato in castello, nel secolo

    Castel Sant’Angelo – Le Prigioni.

    XI venne definito “Torre dei Crescenzi”, e corse anche il rischio di essere demolito per eliminarne la forza soverchiante.
    Solamente alla fine del secolo XV, papa Alessandro Borgia doveva disporre più moderne opere di consolidamento comprendenti la creazione di bastioni. Nello stesso tempo egli ne ordinò l’adattamento interna a residenza sontuosa e fece aprire la grande loggia nel lato rivolto verso la città: era una ben chiara dimostrazione di potenza e un maestoso richiamo proposto a una Roma che ancora indugiava attorno al suo centro di gravità capitolino e si manteneva refrattaria all’autorità ristabilitasi in Vaticano, dopo la lunga lontananza avignonese e la crisi dello scisma d’occidente.

    Castel Sant’Angelo – L’Angelo.

    Dopo tanti secoli trascorsi con funzione di base militare e di carcere, il castello trovò un volto più gioioso all’epoca delle girandole di fine Ottocento. E oggi, liberato dalle superfetazioni cresciute lungo le sue mura, sui bastioni e nei fossati, mediante i lavori svoltisi prima del 1935, è divenuto sede del Museo di Castel Sant’Angelo, ricco di raccolte d’arte e di testimonianze storico-militari.
    Il Castello, nella sua consistenza attuale corrisponde al nucleo dell’antico mausoleo. Il basamento quadrato di epoca classica corrisponde al muro esterno rafforzato da quattro torrioni angolari costruiti da Niccolò V e da Alessandro VI.
    Sul corpo cilindrico che, pur privo dei rivestimenti e delle decorazioni, corrisponde a quello antico, si trova l’appartamento papale che sostituisce il tumulo funerario in terra; mentre la figura dell’angelo si trova al posto dell’antico fastigio, statua o quadriga che fosse.

    Roma, 20 luglio 2019

  4. Tra archeologia e letteratura: la passeggiata di Enea ed Evandro nell’Eneide. Dal Foro Boario al Campidoglio

    Virgilio nasce a Mantova il 15 ottobre del 70 avanti Cristo e muore a Brindisi il 21 settembre del 19 dopo Cristo. L’Eneide è il poema epico al quale Virgilio lavorò negli ultimi dieci anni della sua vita. Si presenta come

    Il viaggio di Enea così come lo descrive Virgilio.

    un poema che risalendo a un periodo storico antichissimo e leggendario, legittima tanto il dominio di Roma sul mondo quanto il potere interno della gens Iulia, la famiglia di Augusto che rivendica per sé la discendenza da Ascanio Iulo, figlio di Enea. L’ideologia augustea viene perciò esaltata con grande efficacia, pur in una dimensione temporale diversa da quella del presente.
    È un’opera monumentale, considerata alla stregua di un’Iliade latina, il cui

    Enea, Anchise, Ascanio e i Penati – Gain Lorenzo Bernini – 1618/1619.

    modello è Omero. Il grande poeta latino vi narra le vicende di Enea, figlio del mortale Anchise, cugino di Priamo, re di Troia, e di Venere. Di Priamo, Enea ha sposato la figlia, Creusa. Partecipa alla fase finale della guerra tra troiani e achei. Finché fugge da Troia in fiamme, portando via i Penati, il figlio Ascanio e, sulle spalle, il vecchio padre; con i Troiani superstiti salpa con venti navi da Antandro, nella regione della Troade, in Anatolia.
    Da quel momento hanno inizio le sue peregrinazioni; approda successivamente nella Tracia, a Delo, a Creta, in Sicilia, dove muore Anchise, sulle coste dell’Africa, presso la regina Didone, poi in Italia, a Cuma, donde discende nell’Averno. Per giungere infine nel Lazio, dove è accolto da Latino, re dei Laurenti, che gli promette in sposa la figlia Lavinia, già promessa a Turno re dei Rutuli. Di qui ha origine la guerra tra Enea, aiutato da Evandro, re di Pallanteo, e Turno, soccorso dai principi italici, finché questi cade ucciso in duello da Enea.
    L’arrivo nel Lazio da parte di Enea è descritto nel libro VIII dell’Eneide.  Evandro, re degli Arcadi, insieme con un manipolo di Arcadi, era giunto sulle coste del Lazio e aveva fondato Pallanteo, una città sul Palatino.
    Enea si troverà a percorrere i luoghi dove si ergerà la città Roma, di cui proprio lui e la sua discendenza saranno i progenitori, la nuova Roma che sostituirà l’antica Troia, la città abbandonata nel momento della sua rovina.
    La passeggiata si svolge a conclusione del rito di commemorazione di Ercole Invitto all’Ara Maxima il 12 agosto, data che ricorda il triplice trionfo di

    Arrivo di Enea nel Lazio – Pietro da Cortona – 1651/1654.

    Ottaviano, che ebbe luogo dal 13 al 15 agosto del 29 avanti Cristo, quasi abbreviando la distanza che separa il tempo della narrazione da quello del poeta. Comincia con l’immagine di tre uomini in cammino, il vecchio Evandro, quasi paludato, obsitus, della sua dotta vecchiezza, con vicino Enea e Ascanio: Ascanio ha il compito di portare i Penati ed Evandro detiene la conoscenza del luogo. Lo stato d’animo di Enea è colmo di stupore e meraviglia nei confronti dei luoghi che gli sfilano davanti. A quel punto Evandro ricostruisce la storia del sito a partire da un tempo del mito anteriore a quello in cui vi si erano stabiliti gli Arcadi da lui governati. In passato il Lazio era abitato da Ninfe e Fauni dai costumi primitivi; solo dopo la venuta di Saturno, cacciato dall’Olimpo, essi furono civilizzati: si aprì così l’epoca aurea di Saturno alla quale subentrarono gradualmente periodi più foschi; infine il Lazio fu diviso in vari regni. In questo scenario giunse Evandro, cacciato anch’esso dalla patria e sollecitato da sua madre, la ninfa Carmenta: costui si stabilì su di un colle, fondando la rocca di Pallanteo, dal nome del figlio Pallante da cui deriverebbe, secondo un’etimologia suggerita da Virgilio, il nome del colle Palatino. Se la biografia di Evandro sembra replicare per sommi capi quella di Saturno, è chiaro che prefigura non solo quella dell’esule Enea, ma anche quella di Ottaviano, al cui fianco si era schierato Apollo.

    Enea viene presentato a Evandro – Pietro da Cortona – 1651/1654.

    I tre uomini, dunque, partono dall’Ara Massima di Ercole, innalzata da Evandro stesso nell’angolo Sud-Occidentale della vasta area del Foro Boario, la cui posizione dovrebbe attualmente corrispondere all’angolo di piazza della Bocca della Verità, formato da via della Greca e via dell’Ara Massima di Ercole e identificata da alcuni archeologi con il sito di Santa Maria in Cosmedin. Iniziata la passeggiata, si muovono verso Nord, tenendo il Tevere alla loro sinistra, fino a raggiungere l’ara Carmentale, presso cui verrà poi costruita l’omonima porta, che conduceva al Foro Olitorio, collocabile nel punto di incontro tra via Jugario e via della Consolazione. Quindi, costeggiando le pendici orientali del Campidoglio, passano davanti al bosco, situato tra le due cime del colle, che sarà adibito da Romolo ad Asilo. Proseguendo nella passeggiata, Evandro indica, alla loro destra, alle pendici del colle Palatino, il Lupercale, vicino al luogo in cui ora sorge la chiesa di Santa Anastasia, e mostra, di fronte a loro, il bosco dell’Argileto, nell’angolo Nord – Est del Foro Romano. Successivamente Evandro porta i suoi ospiti alla rocca Tarpea e al Campidoglio, boscoso al momento della passeggiata, all’epoca di Virgilio invece coronato dal tempio di Giove

    Statua di Ercole ritrovata nei pressi dell’Ara Maxima – Musei Capitolini.

    Capitolino, costruito da Tarquinio sulla tomba di Tarpea. Da lì scorgono la Rocca di Giano e la Rocca Saturnia, forse identificabili con le due cime del colle. Chiacchierando arrivano alle lussuose Carinae, attualmente il triangolo fra via Cavour, via dei Fori e via degli Annibaldi, prestigioso quartiere residenziale all’epoca di Virgilio, ma che al tempo di Enea costituiva, assieme a quello che sarà il Foro, un semplice pascolo per gli armenti, suggerendo un’implicita esortazione alla modestia. Attraversata la valle del futuro Foro romano, Evandro, Enea e Ascanio si trovano alle pendici del Palatino.
    Tra amabili conversari, così come la passeggiata era iniziata, vario sermone, i tre protagonisti giungono affrontando un percorso in salita, subibant, sul colle Palatino, mai nominato esplicitamente, quasi per evitare l’associazione della dimora di Augusto all’umile casa di Evandro, pur sempre regia però, simbolo della paupertas, ossia dell’assenza di ciò che è superfluo, in cui vivevano gli Arcadi, e monito per il cittadino romano modello di epoca augustea.
    Non a caso però la meta della passeggiata coincide con il sito in cui sorgerà la casa Romuli e più tardi la casa di Augusto e di Livia, connotata retroattivamente con una virtuosa paupertas, cui si oppone la ricchezza delle opere pubbliche. Come se non bastasse la modestia del luogo, Evandro stesso ammonisce Enea alla moderazione nei confronti della ricchezza e gli offre, secondo la tradizione ellenistica che rimanda a Ecale e a Molorco, un umile giaciglio di foglie, affinché non si abbandoni al lusso e all’opulenza, ma rammenti i valori alla base della civiltà romana: pietas, fides, constantia, iustitia, clementia, probitas.

    Foro Romano e Campo Vaccino – Giovan Battista Piranesi – 1750 circa.

    Con tratto pittorico gradito a tanti futuri amanti delle notti romane, la passeggiata archeologica di Enea si conclude con le tenebre che con ali vellutate abbracciano la meraviglia del Foro, dove echeggia ancora il muggito delle vacche al pascolo: è suggestivo riconoscervi con un balzo in un futuro, che profumerà di passato, il Campo Vaccino inciso da Piranesi e intimamente assaporato da Goethe.

    Roma, 14 luglio 2019