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  1. Storie e leggende della romanità ai rioni Ponte, Parione e Regola

    Ogni rione di Roma è una stratificazione di stili architettonici di epoche diverse, e di storie di personaggi leggendari. Storie e personaggi che non attendono altro che farsi raccontare. E questo accade in modo particolare nei bellissimi rioni Ponte, Parione e Regola.

    Ponte Sant’Angelo – Piranesi.

    Tra ponte Sant’Angelo, i Banchi vecchi e nuovi, piazza dell’Orologio, via dell’Anima, Piazza Navona, Campo de’ Fiori. Qui, secolo dopo secolo, è stato tutto un gran via vai di mercanti, cambiavalute, patrizi e plebei, nobildonne e cortigiane.
    Intanto, Ponte – il V rione – il cui nome deriva da ponte Sant’Angelo, raffigurato sullo stemma istituito nel XVI secolo. Nell’antica Roma il rione era incluso nella IX regione augustea e considerato parte del Campo Marzio.
    L’attuale ponte sant’Angelo riprende l’antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare il suo mausoleo al resto della città. Un altro ponte fu fatto costruire da Nerone e fu detto trionfale perché per di lì passava la via Trionfale, poi detta Sacra, che veniva fatta percorrere dagli eserciti reduci dalle battaglie. Tale ponte fu poi detto Pons Vaticanus, perché connetteva la zona del Vaticano al resto della città e successivamente Pons Ruptus, ovvero Ponte Rotto, perché già diroccato in tempi medievali. Nell’antica Roma in questa zona c’era un porto che veniva utilizzato per portare i materiali necessari alla costruzione delle grandi opere nel Campo Marzio. La vita nel rione è continuata ininterrottamente anche durante il Medioevo e nel periodo moderno. Contribuì a ciò anche il fatto che molte persone si stavano trasferendo dalle zone in collina, dove mancava l’acqua,

    La mappa da Pirro Ligorio (1561) in cui si vedono sia il Ponte Adriano che il Ponte Vaticano.

    verso la riva del Tevere, dove si sopravviveva bevendo l’acqua del fiume. Inoltre il rione si trovava all’estremità del ponte sant’Angelo, e qui confluivano tutte le strade maggiori che portavano a San Pietro, quindi c’era anche un continuo afflusso di pellegrini, che arricchiva l’economia della zona: c’erano locande, osterie, commercio di oggetti sacri, ecc.
    Fino al tempo di papa Sisto V, il rione comprendeva anche una porzione al di là del Tevere, che poi fu separata per creare il rione Borgo. Durante il XVI secolo Ponte aveva grande importanza soprattutto per la sua rete viaria, e per questo furono costruiti grandi palazzi di famiglie sia aristocratiche che mercantili seguendo progetti di grandi artisti. Ciò contribuì ad abbellire moltissimo il rione che ben presto divenne celebre. Uno spettacolo piuttosto frequente era un piccolo corteo guidato da una persona velata vestita di nero che portava un crocifisso in spalla. Su di un carro c’era un condannato incatenato che baciava in continuazione un’altra immagine di Gesù.  La meta del corteo era l’attuale piazza di Ponte sant’Angelo in cui era sistemata una forca per impiccare il condannato. Nonostante Ponte fosse una zona ricca e rigogliosa, era anche quella più colpita dalle frequenti alluvioni del Tevere.
    Da un ponte ad un cavallo alato: è questo il simbolo di Parione, il VI rione di Roma. Sull’origine del nome non c’è uniformità: pare derivi da paries, parete, muro. Era quanto restava in passato di un rudere ormai scomparso,

    La giostra del saracino in Piazza Navona il 25 febbraio del 1634 – G.B. Tomassini.

    i resti del palazzo del prefetto Cromaziano: un edificio altissimo, adorno di mosaici, oro e cristalli. È un po’ piano nobile della città, con Campo de’ Fiori come anticamera e Piazza Navona salone delle feste. Pasquino, dal canto suo, è il soprammobile inquietante, l’erma della lingua immobile ma capace di schernire papi e aristocratici per secoli. Del resto, la vera vocazione del rione è da lungo tempo legata alla cronaca, alla maldicenza e alla stampa. È qui infatti che nascono in pieno Rinascimento le prime tipografie romane, come quella dei tedeschi Sweynheim e Pannartz o quella di Blado a Campo de’ Fiori, fucina di tecnici specializzati, dalle cui officine uscì la prima pianta prospettica di Roma, tutte nei pressi di Pasquino, come pure le prime librerie “incisorie” e “cartarie”. È Piazza Navona, però, il grande teatro all’aperto di Parione, con spettacoli che hanno fatto la storia di Roma: corse di cavalli e soprattutto “naumachie”, giochi navali di antica origine. Là c’era lo stadio di Domiziano. La piazza che veniva allagata nelle notti d’agosto diventava una sorta di carnevale estivo che vedeva giocare insieme popolo e nobiltà, tra carrozze arrancanti nell’estemporaneo lago e tuffi di ragazzini che raccattavano monete gettate nella fontana. Appariva in quelle notti sui tetti di piazza Navona, secondo la credenza popolare, il fantasma di Olimpia Maidalchini Pamphilj, la cognata di papa Innocenzo X. Un’avida arrampicatrice sociale che prosciugò gli averi della. Per i romani era “Pimpaccia” e Pasquino la bollò: «chi disse donna disse danno. Chi disse femmina disse malanno. Chi disse Olimpia Maidalchini disse femmina, danno e rovina».

    Donna Olimpia – Alessandro Algardi – 1646/1647.

    Da una corruzione fonetica del latino renula – sabbia sottile – deriva il nome del VII rione: il rione Regola, da cui anche Arenula, che è il nome di una via e di un largo. Un tempo infatti il rione era soggetto alle piene del Tevere, lungo la cui riva orientale si estende in lunghezza; quando l’acqua si ritirava lasciava le strade coperte di sabbia. Nel Medioevo il rione era chiamato Regio Arenule et Chacabariorum, che faceva riferimento ai chacabariis, ovvero i calderai che realizzavano pentole e simili utensili da cucina. Un rione famoso per i suoi artigiani e in particolare i conciatori e gli artigiani del cuoio, che usavano soprattutto pelli di cervo per confezionare abiti. Da cui la scelta dello stemma: un cervo, appunto. Alcuni toponimi del rione sono rimasti legati alle antiche attività commerciali che qui si svolgevano: pettinari, balestrari, catinari, coronari, ecc. Nell’antica Roma l’area di Regola faceva parte del Campo Marzio ed era una porzione della Regio IX, Circo Flaminio. Il cuore di questo rione, dalla forma lunga e stretta, è piazza Farnese, chiamata piazza del Duca fino alla prima metà del Cinquecento, ornata da due fontane gemelle ricavate da antiche vasche delle Terme di Caracalla e chiusa sul lato a Sud – Ovest dal maestoso Palazzo Farnese.
    Nel corso della passeggiata, il racconto di personaggi, realmente vissuti o leggendari, tutti traboccanti di romanità: dall’eccentrico Conte Tacchia, a Pasquino. Da Pimpaccia, la terribile donna-virago al dramma della bellissima Costanza de’ Cupis. Fino all’episodio del papa morto in uno sgabuzzino al rogo di Giordano Bruno a Campo de Fiori, il filosofo dei tanti universi.

    Roma, 22 giugno 2019

  2. Roma arcaica e repubblicana: l’area sacra di Sant’Omobono

    In prossimità della piccola chiesa di Sant’Omobono, lungo il tratto più occidentale del vicus Iugarius, ai piedi del Campidoglio, è situata un’area archeologica ormai celebre, scoperta nel 1937.

    Ricostruzione delle varie fasi della così detta Area Sacra di Sant’Omobono.

    L’esplorazione, ancora ben lontana dall’essere terminata, ha già restituito documenti di eccezionale importanza per la storia di Roma arcaica e repubblicana.
    Si tratta di un’area sacra che include due piccoli templi che, fin dal momento della scoperta, sono stati giustamente identificati con quelli della Fortuna e Mater Matura, la fondazione dei quali è attribuita dalla tradizione antica a Servio Tullio. Gli scavi in profondità hanno permesso di ricostruire la storia del monumento e le sue diverse fasi – ben sette – che vanno dal XIV secolo avanti Cristo a un’ultima pavimentazione in travertino di età imperiale, forse domizianea, ma con rifacimenti adrianei. Restano tracce, al centro dell’area, di un doppio quadriportico quadrifronte, nel quale con tutta probabilità si deve identificare la Porta Triumphalis, attraverso cui i cortei dei trionfatori entravano in città dando inizio alla cerimonia spettacolare del trionfo riservata a un generale e alle sue truppe al rientro in patria.

    La Porta Triumphalis sull’arco di Costantino. Sullo sfondo si vede anche il Tempio della Fortuna.

    La Porta Triumphalis, infatti, secondo le pochissime fonti a disposizione, non si apriva né nelle mura serviane né in quelle aureliane, ma nel breve tratto di mura tra la Porta Carmentalis e la Porta Flumentana, e quindi in una zona compresa tra il Campidoglio e il Tevere.
    Il collegamento tra le diverse fasi archeologiche, che gli scavi nell’area di Sant’Omobono hanno restituito, e quelle testimoniate per i due templi dalle fonti letterarie sembra sufficientemente chiaro. L’area testimonia anche la presenza degli Etruschi in Roma già prima della costruzione dei templi arcaici, poiché qui è stato ritrovato un piccolo ex voto in avorio con l’iscrizione estrusca “araz silqetenas spurianas” che fa riferimento alla famiglia degli Spurinna, originaria di Tarquinia. Questa è, quindi, un’attestazione importante della presenza in Roma di gentes tarquiniesi ed è considerata un’indiretta conferma della dinastia dei Tarquini, che avrebbe avuto la stessa origine. La creazione dei templi può essere datata intorno alla metà del VI secolo avanti Cristo, in accordo con la tradizione che attribuiva questi edifici a Servio Tullio, che regnò a partire dal 579 fino al 537 avanti Cristo.
    L’abbondante ceramica greca di importazione, attica, laconica, ionica, scoperta in connessione con i templi, conferma la loro cronologia e l’epoca della loro distruzione volontaria: poco prima della fine del VI secolo avanti Cristo. Anche in questo caso, la concordanza con la data della Repubblica è impressionante: i templi dinastici dei re etruschi di Roma sembrano

    Gruppo Acroteriale di Eracle e Atena dall’Area Sacra di Sant’Omobono.

    distrutti in coincidenza con il violento cambiamento istituzionale. Le terrecotte architettoniche del tempio orientale comprendono parti decorative, un fregio con divinità su carri e statue di terracotta a due terzi del vero, Ercole, una divinità femminile armata. Esse sono databili intorno al 530 avanti Cristo e oggi questi reperti sono conservati ed esposti nei Musei Capitolini.
    La ricostruzione dei templi sarebbe dovuta a Furio Camillo, subito dopo la presa di Veio, 396 avanti Cristo. La fase successiva è data da frammenti di un’iscrizione su blocchi di peperino, scoperta al centro dell’area «M. Fulvio, figlio di Quinto, console, dedicò in seguito alla presa di Volsinii». Si tratta dunque del console Marco Fulvio Flacco che conquistò nel 264 avanti Cristo Volsinii, da cui portò via 2000 statue di bronzo, probabilmente depredando il vicino santuario federale etrusco di Fanum Voltumnae. È interessante notare che tutti i ricostruttori del santuario di Fortuna e Mater Matuta erano in rapporto con gli Etruschi e dedicarono un santuario sull’Aventino: Servio Tullio il Tempio di Diana, Furio Camillo il tempio di Giunone Regina, Fulvio Flacco quello di Vertumnus. Tra l’altro, si tratta di divinità «evocate», cioè sottratte ai rispettivi luoghi d’origine. Il livello successivo corrisponde certamente alla ricostruzione del 212 avanti Cristo, ricordata da Livio, successiva all’incendio del medesimo anno che distrusse il Foro Boario.

    Acroteri dei templi dell’Area Sacra di Sant’ Omobono.

    Sul lato opposto del Vico Iugario, si nota un portichetto tardo-repubblicano, costituito da due serie parallele di arcate in peperino con semi colonne tuscaniche, prolungato verso Nord da una simile struttura in travertino. Questo portico, che doveva avere inizio all’altezza del Portico di Ottavia, si dirigeva verso la Porta Carmentalis, tracce della quale sono state viste al centro della strada moderna. Il portico doveva, probabilmente, continuare fino ai templi di Apollo e di Bellona, tanto che un tratto di esso è ancora oggi visibile lungo i lati destro e posteriore al Tempio di Bellona. Il suo percorso ne rende probabile l’identificazione con la Porticus Triumphalis, collocato lungo il percorso dei cortei, tra il Circo Flaminio e la Porta Triumphalis.

    Roma, 16 giugno 2019

  3. Domiziano, lo Stadio, la Piazza

    È stato detto che, a Piazza Navona, Roma sia più autenticamente sé stessa. Grandiosa e solenne, vivace e raffinata, non in funzione del mondo come Piazza San Pietro, che rappresenta la missione di Roma.

    Piazza Navona 1699 - Caspar van Wittel

    Piazza Navona 1699 – Caspar van Wittel

    Questa piazza è un luogo esclusivo per la città, è lì dove la città vive per sé stessa, per il proprio gusto di esistere.
    Meravigliosamente, la piazza ripete nelle sue dimensioni e nel suo circuito la foggia dello Stadio di Domiziano che sorse qui, nell’anno 86 d.C., nelle vicinanze dell’Odeon, dove oggi è il Palazzo Massimo alle Colonne, alla cui decorazione aveva partecipato anche colui che fu poi l’architetto di Traiano: Apollodoro di Damasco. Probabilmente nei pressi della piazza, e presso il Tevere, dovette sorgere la Naumachia di Domiziano costruita per gli spettacoli nautici che non si potevano più dare nell’Anfiteatro Flavio dopo che lo stesso Domiziano ebbe costruito gli impianti di servizio sotto l’arena. L’imperatore apprezzava in modo particolare i giochi atletici greci che, insieme a quelli musicali ed equestri, facevano parte del Certamen Capitolinum, la gara in onore di Giove Capitolino.

    Stadio di Domiziano ed Odeon - ricostruzione

    Stadio di Domiziano ed Odeon – ricostruzione

    Il Certamen Capitolinum era triplice (musicum, equestre, gymnicum), cioè articolato in competizioni di diverso carattere: gare iniziali di poesia greca e latina che si svolgevano nell’Odeon alle quali seguivano competizioni musicali e canore, rappresentazioni teatrali ed equestri (queste ultime si dovevano svolgere nel Circo Massimo, edificio di cui Domiziano inizia il grandioso lavoro di ricostruzione poi ultimato da Traiano) e, da ultimo, si tenevano le gare sportive strutturate sul ciclo olimpico greco: atletica leggera (corse di vario tipo), atletica pesante (lotta, pugilato e pancrazio), oltre alle gare riunite nel pentathlon (corsa, lancio del disco, salto, lancio del giavellotto, lotta). La gara più importante era la corsa dello stadio (circa 180 metri). Queste ultime gare si tenevano appunto nello stadio.
    Trattandosi di uno stadio e non di un circo, mancavano naturalmente i carceres (i box dai quali prendevano il via i carri) e la spina centrale che caratterizzava ed ha caratterizzato a lungo il profilo del Circo Massimo. L’arena dello stadio era quindi completamente libera e in nessun caso l’obelisco, che era al centro della piazza, poteva qui essere collocato in antico, come si è favoleggiato.

    Naumachia di Domiziano

    Naumachia di Domiziano

    Questa fantomatica Naumachia, che non dovette avere fortuna ed ebbe certamente vita breve poiché Domiziano medesimo ne utilizzò le pietre per un restauro al Circo Massimo, è forse all’origine delle contaminazioni leggendarie che fanno derivare da “nave” anziché da “agone” il nome di Piazza Navona. Il toponimo “in agonis” fu, però, molto usato nel medioevo per indicare tutta la zona.
    E’ noto che lo stadio fosse interamente costruito in travertino, a diversi ordini di fornici ed ornato da statue. La sua larghezza era di 54 metri e la lunghezza di 276; la cavea raggiungeva un’altezza di 33,40 metri. Essa poteva contenere fino a 30mila spettatori. Gli edifici che ammiriamo nell’area di Piazza Navona sono fondati sulle gradinate della cavea, come si può agevolmente controllare in Piazza di Tor Sanguigna, dove è visibile un tratto del lato curvo, perfettamente conservato al di sotto delle abitazioni moderne. Nel 222-235 furono realizzati dei restauri a cura di Alessandro Severo, che mise mano anche alle vicine Terme Neroniane; mentre Costanzo II, poco più di un secolo dopo, per quanto pieno di ammirazione, privò lo stadio dei suoi ornamenti marmorei per trasferirli a Costantinopoli. Alla ricca decorazione scultorea dell’edificio, alcuni pezzi superstiti della quale sono stati recuperati negli scavi degli anni Trenta del secolo scorso, appartiene forse la statua del Pasquino, copia di un gruppo ellenistico pergameno rappresentante probabilmente Aiace con il corpo di Achille, che attualmente è sull’angolo di Palazzo Braschi che insiste su Piazza Pasquino.
    E’ noto ancora che nel V secolo, alla caduta di Roma, lo stadio era ancora agibile.

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 - Giovanni Paolo Pannini

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 – Giovanni Paolo Pannini

    L’agiografia cristiana localizza nello stadio il martirio di sant’Agnese: esso avrebbe avuto luogo, infatti, in uno dei lupanari che, come nel Circo Massimo, avrebbero occupato i fonici dell’edificio, lupanare che probabilmente si trovava proprio nel punto dove ora è la chiesa omonima, nei cui sotterranei si possono vedere i resti appartenenti all’edificio.
    Nella generale rovina del primo medioevo, mentre le arcate crollavano e sopra vi crescevano gli orti, il ricordo della vergine Agnese fece sorgere un oratorio in mezzo alle torri delle fazioni baronali. Verso il 1250 si stabilirono nella piazza le prime famiglie nobili e nel ‘400 arrivarono gli spagnoli con un loro ospizio. A metà del secolo, secondo un memorialista del Giubileo del 1450, la piazza presentava ancora buona parte delle gradinate dello stadio di Domiziano. La rinascita dell’area era ormai avviata: qui, infatti, fu trasferito il mercato che si svolgeva alle pendici del Campidoglio: Roma stava spostando, seguendo gli orientamenti dei pontefici, il suo centro di gravità verso occidente, cioè verso la nuova sede papale del Vaticano.
    La piazza cominciò così ad essere centro di animazione: giostre e tornei, processioni e luminarie ne fecero un luogo di divertimento per quanto fosse anche sede di scontri, specie tra esponenti delle gelose colonie straniere.

    Piazza Navona - Giovan Battista Piranesi

    Piazza Navona – Giovan Battista Piranesi

    Alla fine del Cinquecento Gregorio XIII fece collocare, ai due estremi, due bacili di fontane da Giacomo della Porta: al centro venne posto un abbeveratoio.
    L’ascesa al pontificato di Innocenzo X Pamphilj, le cui case familiari si trovavano sulla piazza, determinò il destino della piazza. Fu così che qui il Barocco trionfante lasciò una delle sue impronte scenografiche più mozzafiato, e fu quasi una gara tra: Bernini, Borromini, Rainaldi, Pietro da Cortona vi lasciarono i segni tra i più strabilianti della loro immaginazione.

    Roma, 7 aprile 2018

  4. Catacombe di Marcellino e Pietro ad duas lauros

    La regione denominata ad duas lauros rappresenta una delle più importanti testimonianze storico-archeologiche nella vasta area della periferia romana attraversata dall’antica via Labicana, l’odierna via Casilina. Tale tracciato, realizzato su solidi strati di tufo vulcanico,

    Il Mausoleo di Sant’Elena – Giovan Battista Piranesi.

    rappresentava la principale area di comunicazione tra i Colli Tuscolani e Roma e fu in seguito prolungato fino a confluire con via Latina. La sua importanza è attestata anche dalla presenza nel territorio compreso ad duas lauros situato a circa tre chilometri da Porta Maggiore.
    La denominazione latina deriva probabilmente da due grandi alberi di alloro esistenti nella zona che sarebbero stati lasciati come testimoni di un bosco distrutto, oppure, come rivelano gli studiosi, potrebbe trarre origine dalla decorazione di un padiglione imperiale recante un doppio lauro.
    L’area archeologica è compresa tra un edificio – il Mausoleo di Sant’Elena – e una serie di cunicoli sotterranei – le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro e una basilica dedicata ai medesimi santi, oggi completamente interrata.
    Si hanno inoltre notizie dell’esistenza di un cimitero degli equites singulares, corpo scelto delle milizie imperiali che godeva di particolari privilegi, tra i quali, anche quello della sepoltura nella proprietà imperiale.

    Mausoleo di Sant’Elena, oggi.

    Diverse ricerche sono state fatte circa la presenza di una Villa dei Flavi Cristiani, impiegata come luogo di sosta degli imperatori e del Campo Marzio, zona compresa nelle vaste proprietà imperiali ad oriente di Roma riservato appunto al corpo scelto degli equites singulares. E sembrerebbe che il sepolcro delle milizie non sia l’unico cimitero pagano della zona: qui esistevano probabilmente tombe e mausolei fin dal tempo di Augusto. La sospensione dell’uso del cimitero degli equites singulares avvenne, verosimilmente, intorno al 313 – 315, nel periodo costantiniano.
    Non è chiaro il rapporto esistente tra il fondo imperiale, il sepolcro dei cavalieri e i reperti cristiani. È certo comunque che quando l’area divenne patrimonio dell’Augusta Elena, la zona, già interessata dalle sepolture dei martiri cristiani, godeva di particolari attenzioni da parte dell’Augusta madre dell’imperatore. Come dimostrano le ricorrenti donazioni. Il territorio assunse anche la denominazione di “Subaugusta” per indicare i possedimenti imperiali di campagna che si estendevano dal Mausoleo all’odierna Centocelle.

    Plastico del Mausoleo di S. Elena in Roma

    Dopo la morte di Elena la proprietà ad duas lauros fu assegnata alla Chiesa che, con papa Fabiano, 236 – 251, disegnò nuovamente le zone cimiteriali. Un passo significativo del Liber Pontificalis relativo alla vita di papa Silvestro, 314 – 335, rivela l’esistenza di un fundus laurentus definito possessio Augustae Helenae, che si estendeva dalla Porta Sessoriana, oggi Porta Maggiore, fino alla via Latina e, a Sud, fino al Monte Gabus, presso Centocelle.
    Marcellino e Pietro
    Marcellino e Pietro: la più antica notizia su questi due martiri ci è stata tramandata da Damaso, che fu Papa 366 al 384, il quale dichiara di averla appresa in gioventù dallo stesso carnefice, convertitosi poi alla fede cristiana. Siamo al tempo della sanguinosa persecuzione di Diocleziano. Nel 303, il prete Marcellino e l’esorcista Pietro vennero arrestati e condannati alla pena capitale, per il loro zelo apostolico e per essersi rifiutati di

    Catacombe dei Santi Marcellino e PIetro – Roma.

    sacrificare agli dei. Il giudice ordinò che fossero decapitati in un bosco, in modo che le loro tombe rimanessero sconosciute. I due furono condotti al luogo del supplizio e prima di essere uccisi dovettero scavarsi con le proprie mani la fossa in cui sarebbero stati seppelliti. I loro corpi rimasero a lungo ignorati finché una pia matrona di nome Lucilla, venuta a conoscenza del fatto, riuscì a recuperarli e a farli trasferire nel cimitero detto ad duas lauros, al terzo miglio della via Labicana, dove Costantino fece costruire una basilica – di cui nel 1897 fu scoperta la cripta – che fu subito meta di pellegrinaggi. Il carme che papa Damaso aveva composto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma papa Vigilio lo rifece e inserì i nomi dei due martiri nel Canone della Messa. La testimonianza di papa Damaso contribuì certamente a diffondere il culto dei due santi, la cui basilica a Roma, a nord-ovest di San Giovanni in Laterano, diventò sede di una “stazione” nel secondo sabato di quaresima. Il Martirologio Geronimiano li commemora il 2 giugno, data su cui concordano i libri liturgici, Sacramentari, e i martirologi storici.
    Le catacombe dei SS. Marcellino e Pietro
    Si estendono per una superficie di 18.000 m². Si stima che, nel solo III secolo accolsero più di 15.000 sepolture sotterranee a cui vanno aggiunte alcune

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    migliaia in superficie. Nel 2006, grazie ad una scoperta fortuita, vennero alla luce nuovi ambienti inesplorati, alcuni contenenti affreschi, e una fossa comune con oltre 1.200 corpi di persone, a quanto pare di rango, il cui decesso appare pressoché simultaneo, testimoniato ad esempio dall’uso di medesimi incensi cerimoniali per molti dei corpi, tra i quali sandracca, incenso e ambra, e risalente alla seconda metà del II secolo, inizi del III, forse in occasione di una epidemia di peste, probabilmente la cosiddetta “peste antonina”.
    Si è ipotizzato che questi corpi, collocati in queste stanze ipogee anteriormente all’epoca delle sepolture cristiane, appartenessero a famiglie degli equites singulares. Dopo un’opera di restauro degli ambienti finanziata dalla Repubblica dell’Azerbaigian, dall’aprile 2014 le catacombe sono regolarmente visitabili. Il complesso, segnalato dalle fonti come inter duas lauros dal nome antico della località, comprende la Catacomba di Marcellino e Pietro, la basilica omonima e il Mausoleo di Elena, noto anche con il nome di Tor Pignattara. Si accede alle catacombe dal cortile della

    Catacombe dei santi Marcellino e Pietro – Roma.

    basilica. Il sepolcro dei due Santi, accanto ai quali erano venerati anche Tiburzio, Corgonio, i Santi Quattro Coronati e due gruppi anonimi di martiri, tutte vittime della grande persecuzione di Diocleziano, era inizialmente costituito da due semplici loculi, in seguito arricchiti da monumentali decorazioni marmoree per volontà di papa Damaso, 366 – 384, il quale si tramanda abbia conosciuto le vicende di Marcellino e Pietro direttamente dal loro carnefice.
    Damaso fece costruire la scala d’accesso e un percorso obbligatorio per i pellegrini che si snodava tra sopra e sottoterra. I corpi dei due martiri rimasero nella cripta sotterranea fino al pontificato di Gregorio IV, 826, quando furono trasportati in Francia e di qui in Germania. La grande devozione dei fedeli per questo sito è documentata dai numerosi graffiti nell’absidiola e nelle gallerie che conducono verso le tombe dei martiri; non solo compaiono invocazioni in latino, ma anche in runico, a testimonianza della frequentazione del luogo di culto da parte anche di Celti e Germani.
    Le catacombe, decorate da scene bibliche, sono tra le più grandi di quelle presenti a Roma. Onorio I, 625 – 638, fece costruire una piccola basilica

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    sotterranea absidata per accogliere i fedeli sempre più numerosi, raddoppiò la scala d’ingresso al vano basilicale e consacrò un altare proprio sopra i due loculi; tra il V e il VII secolo fu creato il nuovo santuario dedicato ai Santi Quattro Coronati, collegato al primo nucleo martiriale tramite percorsi a senso unico contrassegnati da lucernari; inoltre, per agevolare il cammino delle schiere di pellegrini, furono sbarrate le gallerie secondarie e i cubicoli e costruite nuove scale. Adriano I infine, ultimo quarto del secolo VIII, provvide all’ultimo allargamento dell’edificio.
    Tra le pitture presenti, merita una segnalazione quella che rappresenta l’Epifania con due Magi.

    Roma, 23 maggio 2019