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  1. Il fascino dell’antico e il linguaggio dei marmi nel Medioevo

    Il pavimento cosmatesco è una particolare tipologia di decorazione pavimentale emersa in Italia tra il XII e il XIII secolo grazie all’attività di

    Santa Maria degli Angeli -Roma.

    alcuni marmorari romani che operarono in varie botteghe e appartenenti alla famiglia dei Cosmati.
    Cosmati è in realtà un termine generico dovuta al fatto che i marmorari romani indicavano se stessi come Cosma o Cosmatus firmando le loro opere.
    Successivamente si sono potuti identificare due artisti diversi che appartenevano a due famiglie: Cosma di Jacopo di Lorenzo, attivo almeno dal 1210 al 1231, e Cosma di Pietro Mellini, attivo a partire almeno dal 1264.
    Cosma di Jacopo di Lorenzo è uno dei marmorai più noti della famiglia di Tebaldo Marmorario che è il capostipite di questa famiglia, attivo tra il 1100 e il 1150, e che raccolse le più grandi committenze da parte del papato. E’ noto che il figlio di Tebaldo si chiamava Lorenzo, a cui seguì appunto Jacopo e quindi Cosma. Anche i figli di Cosma proseguirono l’attività della famiglia.

    Santa Maria in Cosmedin – Pavimento della Navata Centrale.

    Questa famiglia diede avvio a una vera e propria moda nella decorazione pavimentale che incontrò il gusto e soddisfece il desiderio dei papi che quindi autorizzarono il prelievo dei marmi e delle altre pietre necessarie alla realizzazione di questa particolare decorazione musiva dai vari edifici romani.
    Il desiderio di riutilizzare i marmi antichi non si limitò però agli anni del XII e XIII secolo, ma fu una pratica che si estese anche nei secoli successivi, uno degli esempi più eclatanti è forse quello della cappella Mignanelli dentro Santa Maria della Pace decorata interamente con i marmi provenienti dal tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, nella seconda metà del 1600.
    Accanto alla bottega dei Cosmati perciò sorsero anche botteghe di marmorari imitatori di questo stile che nel tempo venne utilizzato per realizzare non più solo pavimenti ma anche altari, leggii, pulpiti, colonne tortili, fonti battesimali, ecc…
    Bisogna poi ricordare almeno l’esperienza del Magister Paulus a sua volta discepolo di un certo Magister Christianus attivo già nella metà del X secolo.

    Basilica di San Clemente – Roma.

    Il Magister Paulus diede vita a una sua bottega insieme ai suoi figli, attiva immediatamente prima di quella dei Cosmati. Al Magister Paulus sono attribuiti i pavimenti della chiesa di San Clemente, quelli dei Santi Quattro Coronati, della cattedra di San Lorenzo in Lucina e della basilica di San Pietro in Vaticano.
    Per la similitudine nello stile si pensa che siano stati realizzati dal Magister Paulus e dalla sua bottega anche i pavimenti delle chiese di Santa Maria in Cosmedin, di San Benedetto in Piscinula e di altre.
    I pavimenti cosmateschi sono dei coloratissimi tappeti marmorei la cui ricchezza, varietà e policromia contrasta con la semplicità dell’architettura delle basiliche e delle chiese romaniche in cui essi sono utilizzati.
    Per la realizzazione di questi pavimenti furono impiegate tessere o piccoli tasselli di marmo, granito o ceramica, cavati da antichi edifici romani,

    Santa Maria Maggiore – Civita Castellana.

    disposti a creare motivi geometrici di connessione tra inserti più grandi, rotondi, detti rotae spesso di porfido rosso.
    Il riuso di elementi marmorei, graniti, porfidi o ceramici permetteva di coniugare bellezza e risparmio: comprare nuovo materiale infatti era certamente più dispendioso che non utilizzare quello già così tanto abbondante presente in città. D’altra parte alcune cave di marmo come quelle di serpentino e di porfido rosso si erano già esaurite in epoca romana e sarebbe stato dunque impossibile per papi e cardinali approvvigionarsene se non sottraendole a edifici romani.
    Una delle caratteristiche della decorazione pavimentale “cosmatesca” è la sua simmetria, anche se più correttamente si dovrebbe parlare di simmetrie al plurale, poiché con accurate analisi anche di tipo matematico si è messo in evidenza il fatto che le simmetrie utilizzate dai diversi Cosmati sono più di una.
    Quando si osserva un pavimento cosmatesco si può distinguere sempre un elemento lineare che corre lungo la navata, attraversa il coro e giunge

    San Benedetto in Piscinula – Trastevere.

    all’altare. Questo perché il pavimento non aveva solo un valore decorativo, ma veniva utilizzato anche per segnare dei percorsi all’interno della chiesa e della basilica, percorsi che potevano essere seguiti in processione o da singoli.
    Il pavimento così veniva ad assumere due diversi significati e definiva lo spazio della navata a due livelli: il motivo lineare infatti definisce un vero e proprio corridoio che assume anche il valore simbolico di passaggio, esemplificativo del pellegrinaggio sulla Terra che il cristiano compie prima della sua ascensione nel regno dei cieli. Il motivo lineare centrale ha quindi valore di percorso salvifico, valore che nelle architetture dei secoli successivi sarà assunto da altri elementi: ad esempio la decorazione a spirale di angeli in epoca barocca.
    In genere la navata centrale è occupata da un elemento lineare che può essere composto da uno o dalla combinazione di due motivi principali: la guilloche, in cui una serie di tondi, il cui centro è una rota, si connettono attraverso fasce intrecciate, e il quinconce, una composizione di quattro tondi disposti intorno a un quinto collegati tra loro da bande intrecciate.

    Duomo – Terracina.

    Le fasce sinuose che collegano tra loro i tondi appaiono a chi entri e cammini sul pavimento come continue e intrecciate, piuttosto che semplicemente giustapposte.
    Tutto ciò che è ai lati della navata centrale è semplice riempimento dello spazio e viene realizzato per mezzo di una disposizione regolare di tessere colorate di materiali vari.
    Il pavimento cosmatesco diventa un elemento architettonico fondamentale nell’organizzazione e nella gerarchizzazione dello spazio della basilica paleocristiana dal momento in cui la basilica romana, che aveva due absidi sui lati maggiori e due ingressi sui lati minori, viene presa come modello architettonico per il tempio cristiano, ma viene semplificata eliminando una delle due absidi e ponendo l’ingresso sul lato opposto dell’abside rimasto. Era a questo punto necessario introdurre un asse di simmetria che restituisse equilibrio all’edificio e il motivo curvilineo del pavimento cosmatesco della navata centrale ha proprio il ruolo di introdurre di nuovo la simmetria speculare che era andata persa nella semplificazione della pianta basilicale. La simmetria speculare è poi rafforzata dal fatto che ai lati dell’elemento decorativo del pavimento della navata sono disposti specularmente dei rettangoli.

    San Crisogono – Trastevere.

    Spesso non vengono però realizzate simmetrie speculari semplici, ma queste possono essere più o meno complesse e diverse per l’elemento che decora la navata centrale e quello che fa da riempimento.
    Un altro aspetto che caratterizza i pavimenti cosmateschi è la varietà di forme che si possono riconoscere al suo interno. Le così dette rotae, ovvero i tondi che sono al centro delle guilloche e delle quinconce sono fette di colonne. Poi si possono distinguere cerchi, triangoli, quadrati, rettangoli, rombi, esagoni, ottagoni e la così detta vesica piscis, cioè un ovale appuntito che viene a formarsi all’intersezione di due circonferenze.
    Questa organizzazione geometrica dei Cosmati nasceva spesso da motivi di ordine pratico.
    La tecnica utilizzata era quella di partire dal marmo bianco all’interno del quale venivano scavati gli alloggiamenti della misura e della forma esatta per accogliere poi i frammenti colorati, queste tracce erano poi riempite con un fondo cementizio nel quale venivano incastrati i frammenti in maniera tale che non sporgessero dal marmo stesso. Si partiva per questo

    Cappella di San Luigi – Cattedrale di Monreale

    “gioco ad incastro” dai tasselli più grandi, quindi venivano riempiti gli spazi vuoti, ricavando in essi gli alloggiamenti per le restanti tessere, andando sempre in ordine di grandezza dal più grande al più piccolo.
    Osservando un pavimento cosmatesco si può così notare che la simmetria riguarda solo, o principalmente la forma e la dimensione, ma molto raramente il colore, e questo corrisponde a una particolare caratteristica dell’effetto simmetria che appunto rende trascurabile il colore, tanto che essa potrebbe essere colta e il pavimento apprezzato per la sua bellezza anche se fosse realizzato tutto con tessere bianche e nere.
    I Cosmati quindi rispondevano a una esigenza ottica precisa in cui l’importante è riempire lo spazio con una certa forma piuttosto che con un dato colore e questo introduce nei pavimenti cosmateschi un altro livello di simmetria che è detta simmetria di similitudine o simmetria frattale. Questa esigenza ottica fa si che gli spazi restati vuoti vengano riempiti via via con forme simili di scala più piccola. Il risultato può essere un motivo che localmente è simile a se stesso.
    Questa esigenza ottica spiega anche perché una delle figure più frequentemente utilizzate è il triangolo; per esempio lo si trova nelle aree comprese tra i margini circolari di guilloche e quinconce e i bordi rettilinei che li circondano. Questi spazi curvi hanno una forma che ricorda molto quella di un triangolo e spesso accolgono un triangolo grande, mentre lo spazio intorno viene riempito con triangoli più piccoli fino a quando tutto lo spazio disponibile è completato.

    Roma, 5 gennaio 2020

  2. Le tombe di via Latina, gioiello dell’arte funeraria

    Nel mezzo della periferia romana, tra le moderne via Appia e via

    Sarcofago per due in marmo greco – Tomba dei Pancrazi – Parco Archeologico della Via Latina.

    Tuscolana, si incastona ancora perfettamente conservato un tratto del III miglio dell’antica via Latina. Risparmiato dall’invadenza del cemento, questo frammento di campagna romana conserva intatto il fascino arcadico della sua dimensione originaria di strada antica fiancheggiata da alberi e sepolcri. Tra il corteo di sempreverdi e l’allineamento delle tombe, qui è possibile ritrovare il gusto e la passione per il passato, come in un’ottocentesca promenade. La strada con i suoi basoli conduce verso una realtà solitaria e agreste, lontana dai rumori assordanti del traffico. Essa ha origini remote: la rotta naturale, già seguita in età preistorica, venne utilizzata dagli Etruschi per colonizzare la Campania nel tra l’VIII e il VI secolo avanti Cristo. Tracciata definitivamente dai Romani intorno tra il IV e il III secolo avanti Cristo, congiunse Roma a Capua attraversando i monti Lepini, Ausoni, Aurunci e le valli dei fiumi Sacco e Liri mantenendo la sua importanza per tutta l’antichità.

    Tomba dei Valeri – Particolare del soffitto a stucco bianco – Parco Archeologico della Via Latina.

    Anche in età medievale, infatti, fu preferita come viabilità per Napoli per la migliore conservazione rispetto all’Appia e la presenza di una serie di edifici di culto cristiani lungo il tracciato. Entrando nel Parco archeologico delle Tombe della Via Latina è oggi possibile percorrere un tratto del selciato originale della strada. Con una gradevole passeggiata a piedi si possono ammirare le ricche tombe risalenti ad un periodo compreso tra il I e il II secolo dopo Cristo che si affacciavano sul percorso, che presentano ancora perfettamente conservate le decorazioni policrome sulle facciate e all’interno: volte rivestite d’intonaco dipinto e stucco, pareti affrescate con scene di carattere funerario e ricchi pavimenti in mosaico si conservano ancora sostanzialmente intatti nel loro contesto originario. Dalla strada è inoltre possibile raggiungere la Basilica di Santo Stefano, raro esempio di impianto paleocristiano eretto sotto il pontificato di Leone Magno intorno alla metà del V secolo. Il Parco archeologico delle Tombe della Via Latina è stato istituito nel 1879 a seguito dell’acquisizione da parte dello Stato di una vasta area in cui erano stati portati alla luce notevoli resti di età romana. Grazie ai recenti lavori di restauro è oggi possibile accedere all’interno di alcuni dei sepolcri più spettacolari in piccoli gruppi per non comprometterne lo stato di conservazione: il cosiddetto Sepolcro Barberini, o dei Corneli. Il monumento funerario, databile al II secolo dopo Cristo, è costituito da due piani sopraterra e da uno ipogeo in eccellente stato di conservazione. Il piano superiore è coperto da una volta a crociera interamente rivestita di intonaco affrescato a sfondo rosso ed elementi in stucco. Si riconoscono gruppi di personaggi, vittorie alate su bighe, amorini, uccelli, animali marini, soggetti mitologici e sfondi architettonici. La Tomba dei Valeri. Se ne conservano gli ambienti ipogei riccamente decorati, databili alla metà del II secolo dopo Cristo, mentre l’elevato è una ricostruzione ipotetica realizzata nella metà dell’Ottocento. Un elaborato rivestimento in stucco bianco, articolato in 35 medaglioni e riquadri, orna le lunette e la volta a botte dell’ambiente sotterraneo.

    Tomba dei Valeri – Uno scorcio del soffitto decorato in stucco bianco – Parco Archeologico della Via Latina.

    Soggetti dionisiaci, figure femminili e animali marini sono rappresentati nei medaglioni, mentre nel tondo centrale si trova una delicata figura velata a dorso di un grifone, che rappresenta la defunta portata nell’aldilà. La Tomba dei Pancrazi. Gran parte della struttura visibile è una costruzione moderna che protegge il monumento sottostante impostandosi sui muri originali databili tra il I e il II secolo dopo Cristo che si conservano per circa un metro di altezza. Entrando nel sepolcro si possono ammirare gli ambienti sotterranei splendidamente decorati con mosaici sui pavimenti e volte e pareti affrescate con colori brillanti e stucchi in eccellente stato di conservazione. Vi sono raffigurate scene mitologiche, paesaggi naturali e architettonici, immagini femminili e di animali. Al centro di una delle camere ipogee campeggia un grande sarcofago per due deposizioni in marmo greco.

    Roma, 11 dicembre 2019

  3. Foro Romano IV. L’età imperiale

    Dopo le prime tre passeggiate al Foro Romano in età arcaica, regia e repubblicana, la quarta è dedicata alle trasformazioni avvenute in età imperiale.

    La Curia Iulia nel Foro Romano.

    Alla fine della Repubblica, quando Roma è ormai capitale di un impero che si estende dalla Gallia alla Siria, l’antico Foro repubblicano appare ormai insufficiente alle funzioni di centro amministrativo e di rappresentanza della città. Il primo a dare inizio alla costruzione di un nuovo complesso monumentale, che è presentato all’inizio come un semplice ampliamento dell’antico, è Giulio Cesare, fin dal 54 avanti Cristo. I successivi interventi del dittatore nell’antica piazza repubblicana sono radicali: scompare praticamente il Comizio, sostituito in parte dal Forum Iulium, mentre l’antica sede del Senato, la Curia Hostilia, ricostruita in una nuova posizione, si trasforma, significativamente, in un’appendice del nuovo foro, Curia Iulia. La Basilica Giulia, ricostruzione assai più imponente dell’antica Sempronia, e il rifacimento della Basilica Fulvia-Emilia concludono la ristrutturazione integrale dei lati lunghi della piazza.
    La politica edilizia di Augusto, più prudente e oscillante, non può che tener conto di questa rivoluzione: il secondo lato corto della piazza, verso Est, viene occupato dal tempio del dittatore divinizzato, preceduto dai Rostri che fanno da pendant all’antistante tribuna, la quale ha sostituito, già con Cesare, i più antichi Rostra repubblicani.

    Curia Iulia nel Foro Romano – Particolare del pavimento.

    Le necessità propagandistiche e dinastiche, che man mano si andranno determinando, condizioneranno i successivi interventi: un Arco partico – forse in seguito dedicato ai nipoti del principe, Gaio e Lucio Cesare, addossato al lato Nord del Tempio del Divo Giulio e contrapposto all’Arco Aziaco di Augusto, che sorge sull’altro lato – prefigura suggestivamente la successione all’Impero, di cui i due giovani erano destinati. Dopo la loro morte prematura, ha inizio un’intensa attività del nuovo erede, Tiberio, al quale si debbono la ricostruzione dei templi dei Castori e della Concordia. Lo stesso Tiberio, già imperatore, innalzerà un arco accanto alla facciata del Tempio di Saturno. Attraverso il rispetto formale per la tradizione, tipico della politica di Augusto, traspare il desiderio di impadronirsi di essa per strumentalizzarla a fini dinastici, come si può constatare con ancora più cara evidenza nel Foro di Augusto. La piazza del Foro, ormai privata della funzione politica originaria, si trasforma in uno sfondo di rappresentanza destinato a esaltare il prestigio della dinastia.

    Il Foro di Augusto. Situazione attuale.

    La struttura conferita alla piazza dall’opera di Augusto restò a lungo immutata: le inserzioni di nuovi edifici, come il Tempio di Vespasiano e quello di Antonino e Faustina, si adattarono, senza modificarla, alla struttura augustea. Solo Domiziano, in significativa coincidenza con la sua politica marcatamente monarchica, osò per primo inserire un elemento di rottura: la sua gigantesca statua equestre al centro della piazza, che divenne così quasi una mera cornice per il monumento destinato a esaltare il dominus et deus.
    Solo a partire dal III secolo dopo Cristo l’area del Foro fu di nuovo invasa da costruzioni ingombranti: l’arco e la statua equestre di Settimio Severo e poi soprattutto le sette colonne onorarie sul lato meridionale, i monumenti commemoranti i decenni della Tetrarchia, i nuovi rostra sul lato orientale della piazza: tutto ciò è in relazione con i grandi lavori di rifacimento successivi al violento incendio di Carino, 283 dopo Cristo. La Colonna di Foca, del 608 dopo Cristo, probabilmente nient’altro che la riedificazione all’imperatore bizantino di un monumento già esistente, chiude la storia del Foro e costituisce ormai la testimonianza di una nuova epoca, già avviata con la trasformazione di molti edifici pagani in santuari cristiani: la Curia Iulia diviene Sant’Adriano, VII secolo dopo Cristo, mentre altre chiese si installano tutt’intorno all’area, da Santa Maria Antiqua ai Santi Cosma e Damiano.

    Roma, 13 novembre 2019

  4. Ottavia e Marcello: memorie di una famiglia imperiale

    Chiunque abbia deciso di visitare il Ghetto Ebraico di Roma non può non essere passato nel portico di Ottavia o nei pressi delle prime arcate del teatro di Marcello. I due monumenti contraddistinguono il Ghetto in

    Mercato del Pesce al Portico di Ottavia – Ettore Roesler Franz.

    maniera così caratteristica che le due realtà sembrano essere nate insieme, mentre la loro storia si svolge su archi di tempo diversi, che solo alla metà del Cinquecento si incrociano e si fondono.
    Fu, infatti, solo il 12 luglio del 1555 che il papa Paolo IV Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum, revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani e ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato anche “serraglio degli ebrei”, e identificò a questo scopo una regione nel rione Sant’Angelo, accanto al Teatro Marcello.
    Questa prima realtà era chiusa da alte mura dotate solo di due porte che venivano chiuse al tramonto e aperte all’alba. Gli Ebrei avevano diverse limitazioni della loro libertà e si dovette aspettare che sul soglio pontificio arrivasse Sisto V, Felice Peretti, che nel 1586 cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica permettendo anche un ampliamento del ghetto, che arrivò, sotto il suo pontificato, a occupare una superficie di tre ettari.
    Un simile atteggiamento di maggiore disponibilità fu assunto anche da Paolo V Borghese, papa nella prima metà del 1600, il quale per sancire in qualche maniera il rispetto che la chiesa di Roma avrebbe portato alla comunità ebraica fece collocare nella piazza delle Scole una fontana nella quale il motivo araldico del drago alato dei Borghese si univa al candelabro con i sette bracci.

    Teatro di Marcello – Giovan Battista Piranesi.

    Uno spiraglio alle condizioni di estrema povertà della comunità ebraica si aprì una prima volta a seguito dell’occupazione francese di Roma del 1798 e la conseguente proclamazione della Prima Repubblica Romana, quando le porte del ghetto furono finalmente aperte e gli Ebrei poterono uscire. In piazza delle Cinque Scole per sancire questo momento fu eretto un “albero della libertà”, ma la libertà durò veramente poco visto che meno di due anni dopo, con la cacciata delle truppe francesi, le condizioni di vita tornarono a essere quelle di sempre. Di nuovo nel 1848 sembrò che le cose per la comunità ebraica potessero cambiare. Infatti Pio IX per un certo periodo del suo pontificato sembrò ispirarsi alle idee repubblicane, e questo per gli Ebrei si tradusse nel fatto che le mura del ghetto vennero abbattute. La libertà sembrò diventare ancora più concreta durante la Repubblica Romana del 1849, ma il ritorno del papa dopo la sconfitta della Repubblica spense di nuovo le speranze. Pio IX inasprito da quanto era accaduto, considerando la comunità ebraica in parte responsabile dell’esperienza della Repubblica, emanò leggi repressive

    Il Portico di Ottavia – Ludwig Passini..

    nei confronti della comunità che riguardarono anche la libertà con cui gli ebrei potevano muoversi all’interno della città, sebbene le mura del ghetto non esistessero più. Si dovrà attendere l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale per avere un’equiparazione reale tra gli Ebrei e gli altri cittadini romani. Ma anche questa sarà una parentesi che dal 1871 durerà in buona sostanza fino al 1938, quando Mussolini sceglierà di seguire Hitler sulla scelta discriminatoria nei confronti degli Ebrei. L’episodio certamente più grave della storia della comunità ebraica a Roma sarà quello che si compirà il 16 ottobre del 1943 durante l’occupazione nazista della città. In questa data i Tedeschi, al comando di Kappler, in poche ore, alle prime luci del mattino, rastrellarono e deportarono ad Aschwitz milleduecentocinquantanove Ebrei di tutte le età. Di questi ritornarono a Roma in sedici di cui quindici uomini e una sola donna Settimia Spizzichino, che da subito scelse di testimoniare l’orrore che aveva vissuto.
    A tutti questi tragici eventi della comunità ebraica romana, ma anche a quelli lieti hanno assistito muti e hanno fatto da scenario i due monumenti del portico d’Ottavia, quest’ultimo restituito da poco tempo all’ammirazione dei romani e dei visitatori da un accurato restauro, e il teatro di Marcello.

    Scorcio di Roma con Teatro di Marcello – Carlo Socrate.

    Il primo nasce come un grandissimo portico quadrato che Augusto fece ricostruire, tra il 33 e il 23 avanti Cristo sul portico di Quinto Cecilio Metello Macedonico dedicandolo alla amatissima sorella Ottavia. All’interno del portico sorgevano due templi, quello di Giunone Regina e di Giove Statore, mentre facevano parte del portico stesso la biblioteca, che raccoglieva testi latini e greci, dedicata alla memoria di Marcello, figlio di Ottavia e la Curia Octaviae.
    Nell’80 dopo Cristo il complesso subì danni in seguito a un incendio e fu probabilmente restaurato da Domiziano. Ancora nel 203 dopo Cristo, il portico e i templi furono ricostruiti e nuovamente dedicati da Settimio Severo e Caracalla, dopo le distruzioni dovute a un altro incendio. A seguito del terremoto del 441 dopo Cristo le colonne del propileo d’ingresso vennero sostituite dall’arcata tuttora esistente. Intorno al 770, a partire dal propileo d’ingresso, fu edificata la chiesa di San Paolo in summo circo, per volere di Teodoto, zio del papa Adriano I Colonna, come viene detto in un’iscrizione datata 780 e conservata all’interno della piccola chiesa. Nel XII la chiesa fu dedicata a Sant’Angelo, a seguito del miracolo dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano, e assunse anche l’attributo in foro piscium. La chiesa aveva però anche la denominazione di Sant’Angelo in piscibus e di Sant’Angelo iuxta templum Iovis.

    Il Portico d’Ottavia – Albert Bierstadt.

    Il toponimo in summo circo ricorda che il portico d’Ottavia delimitava il Circo Flaminio sul lato settentrionale. Il toponimo iuxta templum Iovis, ricorda la vicinanza con il tempio di Giove Statore, che era stato edificato nell’area tra il 143 e il 131 avanti Cristo per iniziativa di Quinto Cecilio Metello Macedonico. Il tempio fu il primo tempio di Roma edificato completamente in marmo. I toponimi in foro piscium, in piscibus e in pescheria indicano la vicinanza del mercato del pesce, che si svolgeva tra le rovine del portico e che era chiamato forum piscium o pescheria vecchia.
    La vita di questo mercato sarà lunghissima, arrivando fino ai primi anni del Novecento quando esso sarà trasferito all’interno dei Mercati Generali sulla Via Ostiense. Molti sono i documenti che ne descrivono la vita più antica, come la targa posta a destra del grande arco del portico che ricorda, in latino, che:“Debbono essere date ai Conservatori le teste di tutti i pesci che superano la lunghezza di questa lapide, fino alle prime pinne incluse”. I Conservatori erano alti funzionari del Campidoglio e le teste erano considerate la parte più prelibata del pesce per preparare la zuppa. Pene severe erano previste per i trasgressori di questa imposta e il privilegio sancito da questa lapide durò fino alla Repubblica del 1798.
    La vita più recente del mercato del pesce nel portico d’Ottavia, quella di fine di Ottocento, in particolar modo, è stata cantata da un artista del tutto particolare: Ettore Roesler Franz, che ha ritratto la vita del mercato e più in generale del Ghetto con attenzione e grande affetto attraverso i suoi acquerelli e le sue fotografie che restano una delle più importanti testimonianze della vita che si svolgeva in queste vie.
    Dalla chiesa di Sant’Angelo in pescheria Cola di Rienzo si mosse alla conquista del Campidoglio nel giorno della Pentecoste, il 20 maggio, del 1347.

    Cola di Rienzo – Federico Faruffini.

    Gli imponenti resti del teatro di Marcello mostrano l’affascinante stratificazione di successive edificazioni nelle varie epoche. Il teatro, iniziato da Cesare, fu compiuto da Augusto tra il 13 e l’11 avanti Cristo e dedicato alla memoria dell’amatissimo Marco Claudio Marcello, suo nipote e genero prediletto, quest’ultimo era infatti figlio della sorella Ottavia e marito di sua figlia Giulia, morto non ancora ventenne nel 23 avanti Cristo e per il quale Virgilio scrisse i suoi famosi versi di rimpianto: «[…] Ohi, ragazzo degno di pianto: se mai rompessi i tuoi fati, tu resterai Marcello. Gettate gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e colmi l´anima del nipote almeno con questi doni e faccia un inutile regalo […]».L’imponente e severo monumento, che non di rado fu preso a modello dagli artisti del Rinascimento, era costituito da due ordini di quarantuno arcate ciascuno, coronati da un attico; la cavea, che si apriva ove attualmente è il giardino di Palazzo Orsini, poteva contenere circa quindicimila spettatori.
    Nell’era cristiana molti dei teatri romani caddero in disuso e questa sorte toccò anche al teatro Marcello, tanto che nel 370 parte del travertino della facciata che guardava verso il Tevere sembra che fu utilizzato per un restauro del ponte Cestio, mentre altro materiale di pertinenza della facciata si accumulava e veniva poi ricoperto dalle piene del Tevere stesso, dando origine a quello che oggi si chiama Monte Savello.

    Portico di Ottavia – Pittore anonimo dell’800.

    Nel Medioevo ciò che era ancora in piedi del teatro veniva trasformato in una fortezza che appartenne prima ai Pierleoni, poi ai Faffo e quindi ai Savelli che tra il 1523 e il 1527 vi fecero costruire da Baldassarre Peruzzi i due piani del palazzo, il quale acquistò così forma definitiva e nel 1712 passò agli Orsini.
    Nell’area compresa tra il teatro di Marcello e il portico di Ottavia svettano le tre colonne angolari del tempio di Apollo Sosiano, eretto nel 433 avanti Cristo e rifatto nel 179 quando lo stesso dio viene indicato con l’appellativo di Apollo Medicus. Il nome Sosiano deriva invece dal nome del console Gaio Sosio che lo ricostruì, nel 34 avanti Cristo, forse a causa di un suo trionfo. I lavori furono interrotti a causa tra Ottaviano e Antonio, per riprendere l’anno dopo quando Augusto si riconciliò con Sosio. Accanto a questo tempio infine sorgeva quello di Bellona, dea della guerra italica a cui fu dedicato il tempio nel 296 avanti Cristo. Il tempio si trovava fuori dal pomerium e in vicinanza delle mura, per questo motivo ospitò diverse riunioni del Senato quando a queste partecipavano personaggi stranieri, appartenenti ad ambascerie di altri popoli, o comandanti militari qualora essi fossero in armi ad esempio perchè dovevano partire per la guerra.

    Roma, 6 ottobre 2019