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  1. Catacombe di Marcellino e Pietro ad duas lauros

    La regione denominata ad duas lauros rappresenta una delle più importanti testimonianze storico-archeologiche nella vasta area della periferia romana attraversata dall’antica via Labicana, l’odierna via Casilina. Tale tracciato, realizzato su solidi strati di tufo vulcanico,

    Il Mausoleo di Sant’Elena – Giovan Battista Piranesi.

    rappresentava la principale area di comunicazione tra i Colli Tuscolani e Roma e fu in seguito prolungato fino a confluire con via Latina. La sua importanza è attestata anche dalla presenza nel territorio compreso ad duas lauros situato a circa tre chilometri da Porta Maggiore.
    La denominazione latina deriva probabilmente da due grandi alberi di alloro esistenti nella zona che sarebbero stati lasciati come testimoni di un bosco distrutto, oppure, come rivelano gli studiosi, potrebbe trarre origine dalla decorazione di un padiglione imperiale recante un doppio lauro.
    L’area archeologica è compresa tra un edificio – il Mausoleo di Sant’Elena – e una serie di cunicoli sotterranei – le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro e una basilica dedicata ai medesimi santi, oggi completamente interrata.
    Si hanno inoltre notizie dell’esistenza di un cimitero degli equites singulares, corpo scelto delle milizie imperiali che godeva di particolari privilegi, tra i quali, anche quello della sepoltura nella proprietà imperiale.

    Mausoleo di Sant’Elena, oggi.

    Diverse ricerche sono state fatte circa la presenza di una Villa dei Flavi Cristiani, impiegata come luogo di sosta degli imperatori e del Campo Marzio, zona compresa nelle vaste proprietà imperiali ad oriente di Roma riservato appunto al corpo scelto degli equites singulares. E sembrerebbe che il sepolcro delle milizie non sia l’unico cimitero pagano della zona: qui esistevano probabilmente tombe e mausolei fin dal tempo di Augusto. La sospensione dell’uso del cimitero degli equites singulares avvenne, verosimilmente, intorno al 313 – 315, nel periodo costantiniano.
    Non è chiaro il rapporto esistente tra il fondo imperiale, il sepolcro dei cavalieri e i reperti cristiani. È certo comunque che quando l’area divenne patrimonio dell’Augusta Elena, la zona, già interessata dalle sepolture dei martiri cristiani, godeva di particolari attenzioni da parte dell’Augusta madre dell’imperatore. Come dimostrano le ricorrenti donazioni. Il territorio assunse anche la denominazione di “Subaugusta” per indicare i possedimenti imperiali di campagna che si estendevano dal Mausoleo all’odierna Centocelle.

    Plastico del Mausoleo di S. Elena in Roma

    Dopo la morte di Elena la proprietà ad duas lauros fu assegnata alla Chiesa che, con papa Fabiano, 236 – 251, disegnò nuovamente le zone cimiteriali. Un passo significativo del Liber Pontificalis relativo alla vita di papa Silvestro, 314 – 335, rivela l’esistenza di un fundus laurentus definito possessio Augustae Helenae, che si estendeva dalla Porta Sessoriana, oggi Porta Maggiore, fino alla via Latina e, a Sud, fino al Monte Gabus, presso Centocelle.
    Marcellino e Pietro
    Marcellino e Pietro: la più antica notizia su questi due martiri ci è stata tramandata da Damaso, che fu Papa 366 al 384, il quale dichiara di averla appresa in gioventù dallo stesso carnefice, convertitosi poi alla fede cristiana. Siamo al tempo della sanguinosa persecuzione di Diocleziano. Nel 303, il prete Marcellino e l’esorcista Pietro vennero arrestati e condannati alla pena capitale, per il loro zelo apostolico e per essersi rifiutati di

    Catacombe dei Santi Marcellino e PIetro – Roma.

    sacrificare agli dei. Il giudice ordinò che fossero decapitati in un bosco, in modo che le loro tombe rimanessero sconosciute. I due furono condotti al luogo del supplizio e prima di essere uccisi dovettero scavarsi con le proprie mani la fossa in cui sarebbero stati seppelliti. I loro corpi rimasero a lungo ignorati finché una pia matrona di nome Lucilla, venuta a conoscenza del fatto, riuscì a recuperarli e a farli trasferire nel cimitero detto ad duas lauros, al terzo miglio della via Labicana, dove Costantino fece costruire una basilica – di cui nel 1897 fu scoperta la cripta – che fu subito meta di pellegrinaggi. Il carme che papa Damaso aveva composto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma papa Vigilio lo rifece e inserì i nomi dei due martiri nel Canone della Messa. La testimonianza di papa Damaso contribuì certamente a diffondere il culto dei due santi, la cui basilica a Roma, a nord-ovest di San Giovanni in Laterano, diventò sede di una “stazione” nel secondo sabato di quaresima. Il Martirologio Geronimiano li commemora il 2 giugno, data su cui concordano i libri liturgici, Sacramentari, e i martirologi storici.
    Le catacombe dei SS. Marcellino e Pietro
    Si estendono per una superficie di 18.000 m². Si stima che, nel solo III secolo accolsero più di 15.000 sepolture sotterranee a cui vanno aggiunte alcune

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    migliaia in superficie. Nel 2006, grazie ad una scoperta fortuita, vennero alla luce nuovi ambienti inesplorati, alcuni contenenti affreschi, e una fossa comune con oltre 1.200 corpi di persone, a quanto pare di rango, il cui decesso appare pressoché simultaneo, testimoniato ad esempio dall’uso di medesimi incensi cerimoniali per molti dei corpi, tra i quali sandracca, incenso e ambra, e risalente alla seconda metà del II secolo, inizi del III, forse in occasione di una epidemia di peste, probabilmente la cosiddetta “peste antonina”.
    Si è ipotizzato che questi corpi, collocati in queste stanze ipogee anteriormente all’epoca delle sepolture cristiane, appartenessero a famiglie degli equites singulares. Dopo un’opera di restauro degli ambienti finanziata dalla Repubblica dell’Azerbaigian, dall’aprile 2014 le catacombe sono regolarmente visitabili. Il complesso, segnalato dalle fonti come inter duas lauros dal nome antico della località, comprende la Catacomba di Marcellino e Pietro, la basilica omonima e il Mausoleo di Elena, noto anche con il nome di Tor Pignattara. Si accede alle catacombe dal cortile della

    Catacombe dei santi Marcellino e Pietro – Roma.

    basilica. Il sepolcro dei due Santi, accanto ai quali erano venerati anche Tiburzio, Corgonio, i Santi Quattro Coronati e due gruppi anonimi di martiri, tutte vittime della grande persecuzione di Diocleziano, era inizialmente costituito da due semplici loculi, in seguito arricchiti da monumentali decorazioni marmoree per volontà di papa Damaso, 366 – 384, il quale si tramanda abbia conosciuto le vicende di Marcellino e Pietro direttamente dal loro carnefice.
    Damaso fece costruire la scala d’accesso e un percorso obbligatorio per i pellegrini che si snodava tra sopra e sottoterra. I corpi dei due martiri rimasero nella cripta sotterranea fino al pontificato di Gregorio IV, 826, quando furono trasportati in Francia e di qui in Germania. La grande devozione dei fedeli per questo sito è documentata dai numerosi graffiti nell’absidiola e nelle gallerie che conducono verso le tombe dei martiri; non solo compaiono invocazioni in latino, ma anche in runico, a testimonianza della frequentazione del luogo di culto da parte anche di Celti e Germani.
    Le catacombe, decorate da scene bibliche, sono tra le più grandi di quelle presenti a Roma. Onorio I, 625 – 638, fece costruire una piccola basilica

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    sotterranea absidata per accogliere i fedeli sempre più numerosi, raddoppiò la scala d’ingresso al vano basilicale e consacrò un altare proprio sopra i due loculi; tra il V e il VII secolo fu creato il nuovo santuario dedicato ai Santi Quattro Coronati, collegato al primo nucleo martiriale tramite percorsi a senso unico contrassegnati da lucernari; inoltre, per agevolare il cammino delle schiere di pellegrini, furono sbarrate le gallerie secondarie e i cubicoli e costruite nuove scale. Adriano I infine, ultimo quarto del secolo VIII, provvide all’ultimo allargamento dell’edificio.
    Tra le pitture presenti, merita una segnalazione quella che rappresenta l’Epifania con due Magi.

    Roma, 23 maggio 2019

  2. Il colle del Quirinale, il Palazzo Pallavicini Rospigliosi e il Casino dell’Aurora di Guido Reni

    Il colle del Quirinale rappresenta la storia stessa di Roma: esso sta all’origine della città quasi

    Tempio di Quirino - Ricostruzione

    Tempio di Quirino – Ricostruzione

    come il Palatino perché di qui discesero le popolazioni dei villaggi che, nella valle del Foro, si incontrarono con gli abitanti della Roma quadrata e diedero vita al primo ordinamento cittadino. Tradizionalmente si ritiene che questi primi abitanti fossero i Sabini di Tito Tazio, poi assorbiti nella città latina.
    Il colle prese nome dalla costruzione di un Tempio di Quirino, localizzato tra la Via del Quirinale e la Via delle Quattro fontane, insieme con altri edifici sacri importantissimi tra i quali il Tempio di Serapide, costruito da Caracalla e localizzato tra Piazza della Pilotta e Piazza del Quirinale. Nel IV secolo l’imperatore Massenzio vi costruì piccole ma importantissime Terme, che, dopo la sconfitta di Ponte Milvio, cambiarono nome e vennero indicate come terme di Costantino.
    Nel corso dei secoli, il Quirinale mantenne la sua enorme importanza per un motivo apparentemente banale, ma che rappresentò la sua “fortuna”: la straordinaria aria temperata perfettamente salubre rispetto a molte altre zone dell’Urbe, insidiate, soprattutto d’estate, dai miasmi malarici.

    Terme di Costantino - Incisione Etienne Duperac 1575

    Terme di Costantino – Incisione Etienne Duperac 1575

    La presenza di reperti archeologici faceva del colle un luogo di grande fascino e di un certo interesse anche per gli artisti. Basti pensare che lo stesso Michelangelo saliva spesso al Quirinale per passeggiare tra le rovine dei templi maestosi che qui sorgevano e per incontrare Vittoria Colonna nei giardini del Palazzo Colonna che ancora oggi conservano i resti della scalea che conduceva al tempio dedicato a Serapide. Recenti ricerche indicano che le statue dei due Dioscuri, oggi collocate nella Piazza del Quirinale, potessero appartenere all’apparato decorativo di questo tempio, insieme con le statue del Tevere e del Nilo che oggi sono state collocate nella piazza del Campidoglio.
    Fu solo per questo che, a partire dal XVI secolo, i papi decisero di trascorrere molto tempo al colle per godere della sua aria frizzantina.
    Paolo III, per esempio, fu ospite della villa che il cardinale Ippolito d’Este aveva qui sistemato su di una proprietà dei Carafa che gli era stata affittata. Nel 1574, proprio di fronte alle rovine delle terme costantiniane, sulla sommità del colle del Quirinale, Gregorio XIII diede inizio alla costruzione di un palazzo che sarebbe diventato, in futuro, la residenza estiva dei papi. I lavori furono affidati ad Ottaviano Mascherino e si conclusero nel 1585.

    Terme di Costantino - Ricostruzione

    Terme di Costantino – Ricostruzione

    Il primo papa ad insediarsi definitivamente nel Palazzo del Quirinale fu Paolo V Borghese. E di lì a poco, anche suo nipote, il segretario di stato cardinal Scipione Borghese, decise di costruirsi un palazzo al Colle. E, per far spazio alla villa, le Terme di Costantino furono quasi completamente rase al suolo: la splendida dimora di Scipione si estendeva fino alle pendici del Viminale e confinava con un’altra enorme villa di una potente ed antica casata romana, gli Aldobrandini. L’enorme quantità di materiali, accumulati dopo la demolizione delle terme, fu quindi utilizzata per la costruzione del terrapieno sul quale doveva sorgere il casino dell’Aurora, risolvendo in un colpo solo due problemi: quello di utilizzare la gran mole di detriti che l’abbattimento delle terme aveva creato e permettendo che il casino avesse l’ingresso allo stesso livello del piano nobile del palazzo.
    La costruzione del palazzo di Scipione Borghese fu curata dal Vasanzio e dal Maderno, fra il 1611 e il 1616; contemporaneamente essi progettarono anche un ampio giardino digradante verso Magnanapoli.

    Aurora - Guido Reni - Casino Pallavicini

    Aurora – Guido Reni – Casino Pallavicini

    Nel 1612 Scipione commissionò a Guido Reni, per il suo Casino nel parco del suo palazzo, l’affresco dell’Aurora, terminato nell’agosto del 1614: il carro di Apollo circondato dalle figure delle ore è preceduto dall’Aurora mentre sopra i quattro cavalli vola Phosphoros, l’astro del mattino, con una torcia accesa; in basso a destra, una marina.

    Nel momento stesso in cui Guido Reni dipinge il Carro dell’Aurora per Scipione Borghese, Guercino sta dipingendo lo stesso soggetto per Ludovico Ludovisi nella scomparsa Villa Ludovisi sul Pincio e Pietro da Cortona si cimenta con un’Aurora nella Villa del Vascello al Gianicolo. Delle tre, quella di Pietro da Cortona purtroppo andò irrimediabilmente perduta a seguito dei bombardamenti francesi della Villa del Vascello durante la Repubblica Romana del 1849.
    Per motivi non documentati, avendo avviato quasi in contemporanea la realizzazione di quella che sarà la Villa Borghese sul Pincio, Scipione Borghese abbandonò la villa sul Quirinale, portandosi via molte delle antichità che aveva nel frattempo collezionato, ma lasciando nel palazzo statue e quadri d’immenso valore.

    Loggia - Affreschi di Paul Bril e Guido Reni

    Loggia – Affreschi di Paul Bril e Guido Reni

    Dopo l’abbandono da parte di Scipione Borghese, al palazzo subentrarono i Bentivoglio e, in seguito, il cardinale Mazzarino che lo ampliò, destinandolo ad ospitare, oltra ai suoi parenti, anche personalità francesi di passaggio e gli ambasciatori che prima avevano risieduto a Palazzo Farnese. Finalmente, alla fine del Seicento, il palazzo pervenne ai Rospigliosi, che intanto si erano imparentati con i Pallavicini. La nobile famiglia incrementò ulteriormente il palazzo, arricchendolo di decorazioni pittoriche che andarono a comporre la celebre Galleria d’arte che vantava opere di Botticelli, di Signorelli, di Rubens, dei Carracci, oltre ai quadri attribuiti Leonardo e al Caravaggio.
    Molto belle anche le sale affrescate da Paolo Brill; una loggia nel giardino è adorna di affreschi di Orazio Gentileschi e Agostino Tassi.
    Attualmente il palazzo – che, dalla costruzione di via Nazionale, è stato mutilato di una parte del giardino, anche per far posto a nuovi edifici – si presenta in fondo ad un vasto cortile, delimitato sulla strada da un alto muraglione con apertura a foggia di finestre. Il nobile edificio risulta articolato in vari corpi dominati dalla svettante loggia-belvedere. L’ingresso principale, sulla sinistra, è preceduto da un bellissimo porticato, al di là del quale si scorge il “giardino segreto” con un ampio ninfeo a grandi nicchie e statue.

    Casino delle Muse - Orazio Gentileschi ed Agostino Tassi

    Casino delle Muse – Orazio Gentileschi ed Agostino Tassi

    Sul retro del palazzo, si snoda un pittoresco insieme di edifici annessi, di passaggi e cortiletti. Sul fianco del cortile antistante, si sviluppa un giardino pensile al cui fondo sorge il celeberrimo Casino dell’Aurora, famoso per la decorazione pittorica del soffitto del salone realizzata da Guido Reni. La visita al Casino Pallavicini, noto anche come Casino dell’Aurora, sarà l’occasione non solo per ammirare il capolavoro di Guido Reni, ma anche per avvicinarsi alla filosofia e allo stile di vita, alla ragion d’essere di queste ville della prima metà del seicento. Ville nate non solo come mere residenze, ma come spazi per la meditazione e l’ozio, in un pieno revival degli horti romani.

    Roma, 11 marzo 2017

  3. Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia.

    Claudio in nudità eroica – Museo del Louvre.

    Il racconto della vita e delle opere di Claudio, reso attraverso un allestimento originale fatto di immagini e suggestioni visive e sonore, costituisce la caratteristica saliente del percorso espositivo. La mostra guiderà i visitatori alla scoperta della vita e il regno del discusso imperatore romano, dalla nascita a Lione nel 10 avanti Cristo fino alla morte a Roma nel 54 dopo Cristo, mettendone in luce la personalità, l’operato politico e amministrativo, il legame con la figura di Augusto e con il celebre fratello Germanico, il tragico rapporto con le mogli Messalina e Agrippina, sullo sfondo della corte imperiale romana e delle controverse vicende della dinastia giulio-claudia.
    L’esistenza di Claudio è segnata da un destino singolare, che lo pone di fronte ad avvenimenti eccezionali, fatti di sangue, intrighi di corte, scelte politiche ardite. Primo imperatore a nascere fuori dal territorio italico, a Lugdunum, odierna Lione, era un candidato improbabile al comando dell’impero. Augusto, che dubitava delle sue attitudini politiche, gli avrebbe preferito di gran lunga il fratello Germanico, che tuttavia morì prematuramente in circostanze sospette. Come successore, il popolo e l’esercito avevano poi scelto Caligola, che di Germanico era il figlio, erede della fama del padre. Ma l’assassinio di Caligola, accoltellato nel suo stesso palazzo, metteva necessariamente Claudio al centro della crisi politica successiva. Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico diventava così, alla notevole età di cinquant’anni, il primo imperatore acclamato, dopo una lunga trattativa politico-economica, da un corpo militare, i pretoriani.

    Rilievo con pretoriani – Museo del Louvre.

    Anche i rapporti di Claudio con le sue quattro mogli sono segnati da congiure e vicende tragiche. La sua terza moglie, Messalina, più giovane di Claudio di 35 anni, rimane nota per i suoi molti vizi, veri o presunti, sebbene fosse la madre di Britannico, il primo erede maschio della dinastia giulio-claudia nato a un imperatore regnante. Uccisa Messalina, con il consenso di Claudio, anche il destino di Britannico fu segnato: non conseguì mai il potere, vittima adolescente del fratellastro Nerone.
    L’ultimo matrimonio di Claudio, quello con sua nipote Agrippina, gli sarà fatale. Agrippina, figlia di Germanico e sorella di Caligola, viene considerata l’artefice della sua morte, forse per avvelenamento. Alla morte di Claudio seguì la sua divinizzazione, la realizzazione di un tempio a lui dedicato sul Celio e la successione nell’impero del figlio di Agrippina, Nerone. Il percorso espositivo al Museo dell’Ara Pacis, supportato dal lavoro aggiornato di storici e archeologi, traccia un’immagine di Claudio un po’ diversa da quella cupa e poco lusinghiera trasmessa dagli autori antichi. Ne emerge la figura rivisitata di un imperatore capace di prendersi cura del suo popolo, di promuovere utili riforme economiche e grandi lavori pubblici, contribuendo con la sua legislazione allo sviluppo amministrativo dell’Impero.

    Agrippina Minore – Ritratto in bronzo.

    In mostra alcune opere di straordinario interesse storico e archeologico: dalla Tabula Claudiana, su cui è impresso il famoso discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 dopo Cristo sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio, al prezioso cameo con ritratto di Claudio Imperatore proveniente dal Kunsthistorisches Museum, fino al piccolo ma suggestivo ritratto in bronzo dorato di Agrippina Minore, proveniente da Alba Fucens e concesso in prestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio dell’Abruzzo, che testimonia l’interesse di Claudio per il territorio dell’allora Regio IV, dove realizzò l’impresa del Fucino. Una delle novità della mostra è l’esposizione, per la prima volta, del ritratto di Germanico della Fondazione Sorgente Group, opera importante che celebra il giovane e amato principe colpito da un destino avverso.
    (dal comunicato stampa della mostra)

    Roma, 24 aprile 2019.

  4. Gita di Pasquetta: dall’Isola Tiberina e al Ghetto ebraico

    L’Isola Tiberina, un territorio di modeste proporzioni 300 metri di lunghezza per 80 di larghezza, è tuttavia trasfigurata dalla leggenda: essa sarebbe nata sui depositi di grano dei Tarquini gettati nel Tevere dai Romani in rivolta perché volevano la loro

    Isola Tiberina – Giovan Battista Pitanesi.

    cacciata, o, per la sua forma, da una nave incagliata, prescelta dal serpente di Esculapio, trasformazione animale di Esculapio stesso, per arrivare esattamente in quel punto del Tevere, e far costruire proprio lì ai Romani un tempio dedicato al dio guaritore più importante della cultura greca.
    Sollecitati proprio da questo racconto misterico l’isola, in realtà originatasi dall’azione erosiva esercitata dal Tevere e da due o tre suoi affluenti sulle propaggini più estreme del colle Capitolino, fu foggiata in antico a forma di trireme – se ne vedono alcuni ruderi della poppa sul fianco settentrionale, retrostante alla chiesa di San Bartolomeo – e rimase consacrata al dio della medicina Esculapio, il cui culto fu introdotto a Roma nel 291 avanti Cristo, e a cui fu dedicato un tempio costruito effettivamente proprio sull’isola.
    Il tempio fungeva da vero e proprio ospedale, come testimoniano numerose iscrizioni che parlano di guarigioni miracolose avvenute presso il tempio, i numerosi ex voto e le dediche alla divinità. Gli ammalati venivano curati soprattutto con l’acqua.
    Il tempio di Esculapio non era però l’unico che era stato costruito sull’Isola Tiberina, poiché sono stati identificati i resti del tempio di Veiove, di Fauno e il tempio Tiberino dedicato al dio Tevere.
    Il carattere sacro e quello legato alla cura degli infermi sono due aspetti dell’Isola Tiberina che permangono nel corso del passare del tempo. Così, sul tempio di Esculapio, in epoca cristiana, fu edificato, sin dall’anno Mille, un santuario – ricovero per prestare aiuto e cure ai poveri.

    Moneta antica che ricorda l’episodio del serpente di Esculapio.

    Nella seconda metà del Cinquecento, la struttura fu trasformata in “fabbrica della salute” ovvero in un’organizzazione basata sull’opera non più meramente assistenziale ma in cui operavano medici e infermieri. Nel 1585, fra Pietro Soriano grazie all’intervento di papa Gregorio XIII, vi fondò una confraternita di soccorso ai malati secondo la regola di San Giovanni di Dio, chiamati popolarmente Fatebenefratelli, che introdusse innovazioni sanitarie particolarmente rivoluzionarie al tempo, come ad esempio l’allettamento di ciascun paziente in un singolo letto a lui riservato e la suddivisione dei malati in relativi reparti specializzati a seconda della loro patologia. La struttura fu già molto importante durante l’epidemia a Roma della peste del 1558, ma lo fu in particolare durante l’epidemia di colera, nel 1832, per l’efficacia delle cure prestate alla popolazione. Nonostante l’ospedale avesse mantenuto la sua autonomia anche sotto la dominazione francese, a seguito degli eventi dopo la breccia di Porta Pia, nel 1878 fu sottratto all’ordine religioso dei Fatebenefratelli, per tornarvi nel 1892. Alla fine dell’Ottocento l’ospedale fu rinforzato contro le piene del Tevere con una serie di muraglioni di contenimento. Ma è soprattutto dopo gli ammodernamenti e gli ampliamenti del 1992 che l’ospedale acquisì le caratteristiche di una moderna struttura sanitaria. Il nome “San Giovanni Calibita Fatebenefratelli” è stato assegnato all’ospedale nel 1972.
    La vocazione medica dell’Isola è confermata anche dalla presenza dell’Ospedale Israelitico, proprio accanto alla chiesa di San Bartolomeo. Le origini di questo secondo ospedale risalgono al 1600 e il suo scopo fu di provvedere un minimo di assistenza sanitaria agli ebrei di Roma, privati, dalle norme sulla reclusione nel ghetto, dell’accesso agli ospedali di allora. Dopo il 1884 l’amministrazione comunale decise di dare in concessione alla comunità ebraica per un ospedale, il vecchio convento vicino alla chiesa di San Bartolomeo.
    Nel 1834 durante l’epidemia di colera le autorità del tempo, temendo la diffusione del contagio, concessero solo temporaneamente l’istituzione di un lazzaretto per gli ebrei di Roma, sito nel Palazzo Cenci.

    Mappa Lanciani, 1983. In alto a sinistra si vede l’altra isola che si trovava accanto all’Isola Tiberina.

    L’Isola Tiberina in antico era accompagnata da un’isola più piccola, più vicina al Ghetto Ebraico, ancora presente nella mappa di Rodolfo Lanciani tracciata nel 1893 poco prima della costruzione dei muraglioni che la faranno sparire.
    L’Isola Tiberina ospitò le prime popolazioni italiche che si attestavano sui colli della Riva Sinistra del Tevere e ne condivise le sorti. Essa fu perciò da subito inclusa in questa parte della città, rimanendo ancora oggi esclusa dal Trans Tiberim, visto che anche amministrativamente essa appartiene al Rione Ripa che, all’altezza del Teatro di Marcello, prosegue lungo la sponda tiberina fino all’Aventino e ai limiti del Testaccio.
    La forma di nave trireme fu accentuata ponendo un obelisco al centro dell’isola con funzione di albero maestro, successivamente sostituita da una colonna con la croce. Dell’obelisco sono conservati dei frammenti al Museo Nazionale di Napoli.
    La colonna invece fu detta “infame” perché ad essa era affissa, il 27 agosto di ogni anno, una tabella nella quale venivano indicati i nomi di coloro che non partecipavano alla messa nel giorno di Pasqua.
    L’uso perdurò fino al 1870 e tra i nomi illustri che finirono sulla colonna infame ci fu, nel 1834, quello del pittore di Trastevere Bartolomeo Pinelli. Questi si offese molto non tanto perché il suo nome era apparso nella lista dei miscredenti, quanto perché nella medesima lista egli era indicato quale “miniaturista” e non quale “incisore”.
    Un po’ di tempo dopo un carro andò a sbattere contro la colonna che per questo si spezzò in più parti. Solo nel 1869, per volere di Pio IX, la colonna fu sostituita con quella attuale.
    Per accedere all’Isola Tiberina, si attraversano due antichissimi ponti: il Fabricio e il Cestio. I due ponti sono i più antichi di Roma che giungono non modificati e ancora in uso fino a noi. Il Ponte Fabricio è il più antico ponte di Roma giunto fino a noi. L’attuale, costruito nel 62 avanti Cristo da Lucius Fabricius, curator viarum come è detto dalle due iscrizioni poste sulle due grandi arcate, sostituì uno in legno che lo precedette. Esso è detto anche “dei Quattro Capi”, grazie alle erme quadricipiti inserite nella balaustra, simulacri di Giano Quadrifronte, e che probabilmente

    Isola Tiberina – Caspar van Wittel – 1685.

    avevano il ruolo di sorreggere la balaustra in bronzo fatta rimuovere dal papa Innocenzo XI. Nel Medioevo il ponte Fabricio fu anche detto “Pons Judeorum” perché prossimo alla riva abitata dagli ebrei e sulla quale venne in seguito delimitato il Ghetto.
    Il ponte Cestio che oggi può essere attraversato è invece stato costruito nel 370 dopo Cristo e ne sostituisce uno a due fornici che risaliva al 46 avanti Cristo. Nel Seicento il ponte Cestio era detto “ponte ferrato” a causa delle numerose catene di ferro che tenevano ancorato i molini presenti sul fiume.
    Sulla sinistra de ponte Fabricio si leva la tozza torre che fu prima dei Pierleoni – quando vi stette Matilde di Canossa – per passare, in seguito, i Caetani che vi risiedettero fino al XV secolo.
    In fondo ad una piazzetta tranquilla si innalza la chiesa di San Bartolomeo, eretta alla fine del X secolo dall’imperatore germanico Ottone III e rimodernata nel 1624, dopo la piena rovinosa del 1557. La facciata è notevole per la ricerca di movimento mediante la contrapposizione di una zona inferiore a una superiore con finestre sormontate da un timpano molto pronunciato. All’interno, va segnalata la Cappella dell’Università dei Mugnai: si riferisce all’attività dei mulini fluviali a ruota che, fino al 1870, si addensavano soprattutto nei pressi dell’Isola Tiberina. E, nella navata destra, la Cappellina di San Carlo decorata da Antonio Carracci. Il bel campanile del 1113 è uno dei più armoniosi campanili romanici di Roma.

    Ghetto di Roma.

    Attraversato il Ponte Fabricio e un tratto del Lungotevere de’ Cenci, ci s’immette nel Ghetto ebraico, luogo di vicende dolorose degli ebrei romani.
    A Roma, come altrove, gli ebrei avevano vissuto sempre in una comunità riunita in ambito ristretto: nell’antichità risiedevano a Trastevere e, successivamente, nel XIII e XIV secolo si erano raccolti al Rione Sant’Angelo, presso l’Isola Tiberina, ricca allora di attività mercantili.
    Il 12 luglio del 1555 il papa Paolo IV Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum, revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani e ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato anche “serraglio degli ebrei”: Identificò a questo scopo una regione sempre nel rione Sant’Angelo, accanto al Teatro Marcello. Nella bolla papale oltre a specificare che gli ebrei dovevano risiedere nel ghetto e che nel ghetto non ci potesse essere più di una sinagoga, veniva anche deciso che essi dovessero portare un distintivo di “colore glauco” che li rendesse facilmente riconoscibili. Per gli uomini questo segno di riconoscimento fu un cappello giallo, per le donne una pezza di stoffa da portare sopra gli abiti. Molte delle restrizioni fissate dalla bolla di Paolo IV saranno poi riprese dalle leggi razziali emanate in Italia durante il Governo Fascista nel 1938. Inoltre l’obbligo a risiedere dentro il quartiere che, fino al 1848, possedeva delle vere e proprie mura con porte che erano aperte al mattino e richiuse la sera, fece sì che gli edifici nel tempo divenissero sempre più alti, collegati tra loro da ponti che facilitavano la fuga in occasione delle “incursioni” dei gentili, come ad esempio quelle che avvenivano durante il Carnevale romano. Il ghetto aveva quindi per lati maggiori il Tevere e il Portico d’Ottavia, mentre uno dei lati minori attraversava la piazza Giudea e l’altro raggiungeva dal fiume la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria.

    Via Rua – Ghetto di Roma – Ettore Roesler Franz.

    Dall’emissione della bolla papale l’atteggiamento dei papi fu altalenante; alcuni papi cercarono di alleviare le condizioni di vita degli ebrei romani, altri papi inasprirono l’atteggiamento nei confronti della comunità. Gregorio XIII, che fu papa alla fine del Cinquecento, ebbe un atteggiamento ambivalente: se da un lato cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica dall’altro la vessò istituendo le “prediche coatte”. Queste si svolgevano di sabato e avevano l’obiettivo di indurre gli Ebrei di Roma alla conversione. Le prediche coatte si tennero su di un arco molto lungo, erano tenute in luoghi diversi tra i quali la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, la chiesa di San Gregorio al Ponte Quattro Capi e nel Tempietto del Carmelo.
    Sisto V, Felice Peretti, fu un papa che cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica permettendo anche un ampliamento del ghetto, che arrivò a occupare una superficie di tre ettari. Un simile atteggiamento di maggiore disponibilità fu assunto anche da Paolo V Borghese, papa nella prima metà del 1600, il quale per sancire in qualche maniera il rispetto che la chiesa di Roma avrebbe portato alla comunità ebraica fece collocare nella piazza delle Scole una fontana nella quale il motivo araldico del drago alato dei Borghese si univa al candelabro con i sette bracci. Altri papi come Pio V e Clemente VIII furono decisamente più intransigenti.
    Uno spiraglio alle condizioni di estrema povertà della comunità ebraica si aprì una prima volta a seguito dell’occupazione francese di Roma del 1798 e la conseguente proclamazione della Prima Repubblica Romana, quando le porte del ghetto furono finalmente aperte e gli ebrei poterono uscire. In piazza delle Cinque Scole per sancire questo momento fu eretto un “albero della libertà”, ma la libertà durò veramente poco visto che meno di due anni dopo, con la cacciata delle truppe francesi, le condizioni di vita tornarono ad essere quelle di sempre. Di nuovo nel 1848 sembrò che le cose per la comunità ebraica potessero cambiare. Infatti Pio IX

    16 ottobre 1943. Rastrellamento nel Ghetto di Roma.

    per un certo periodo del suo pontificato sembrò ispirarsi alle idee repubblicane, e questo per gli ebrei si tradusse nel fatto che le mura del ghetto vennero abbattute. La libertà sembrò diventare ancora più concreta durante la Repubblica Romana del 1849, ma il ritorno del papa dopo la sconfitta della Repubblica spense di nuovo le speranze. Pio IX inasprito da quanto era accaduto, considerando la comunità ebraica in parte responsabile dell’esperienza della Repubblica, emanò leggi repressive nei confronti della comunità che riguardarono anche la libertà con cui gli ebrei potevano muoversi all’interno della città, sebbene le mura del ghetto non esistessero più. Si dovrà attendere l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale per avere un’equiparazione reale tra gli ebrei e gli altri romani. Ma anche questa sarà una parentesi che dal 1871 durerà in buona sostanza fino al 1938, quando Mussolini sceglierà di seguire Hitler sulla scelta discriminatoria nei confronti degli ebrei. L’episodio certamente più grave della storia della comunità ebraica a Roma sarà quello che si compirà il 16 ottobre del 1943 durante l’occupazione nazista della città. In questa data i Tedeschi, al comando di Kappler, in poche ore alle prime luci del mattino rastrellarono e deportarono ad Aschwitz milleduecentocinquantanove Ebrei di tutte le età. Di questi ritornarono a Roma in sedici di cui quindici uomini e una sola donna Settimia Spizzichino, che da subito scelse di testimoniare l’orrore che aveva vissuto.
    Dalla storia tragica degli Ebrei romani alla lieta nota del restauro di uno dei

    Veditori di pesce al Portico di Ottavia – Ettore Roesler Franz.

    monumenti più importanti che proprio al Ghetto fanno bella mostra di sé: il Portico di Ottavia, restituito da poco tempo all’ammirazione dei romani e dei visitatori. Si tratta del grandissimo portico quadrato che Augusto fece ricostruire, tra il 33 e il 23 avanti Cristo sul portico di Quinto Cecilio Metello Macedonico dedicandolo alla sorella Ottavia. All’interno del portico sorgevano due templi, quello di Giunone Regina e di Giove Statore, mentre facevano parte del portico stesso la biblioteca, che raccoglieva testi latini e greci, dedicata alla memoria di Marcello, figlio di Ottavia e la Curia Octaviae.
    Nell’80 dopo Cristo il complesso subì danni in seguito ad un incendio e fu probabilmente restaurato da Domiziano. Ancora nel 203 dopo Cristo, il portico e i templi furono ricostruiti e nuovamente dedicati da Settimio Severo e Caracalla, dopo le distruzioni dovute a un altro incendio. A seguito del terremoto del 441 dopo Cristo le colonne del propileo d’ingresso vennero sostituite dall’arcata tuttora esistente. Intorno al 770, a partire dal propileo d’ingresso, fu edificata la chiesa di “San Paolo in summo circo”, detta poi Sant’Angelo in Pescheria.
    La visita si conclude al Teatro di Marcello, i cui imponenti resti mostrano l’affascinante stratificazione di successive edificazioni nelle varie epoche. Il teatro, iniziato da Cesare, fu compiuto da Augusto tra il 13 e l’11 avanti Cristo e dedicato alla memoria dell’amatissimo Marco Claudio Marcello, suo nipote e genero prediletto, quest’ultimo era infatti figlio della sorella Ottavia e marito di sua figlia Giulia, morto non ancora ventenne nel 23 avanti Cristo e per il quale Virgilio scrisse i suoi famosi versi di rimpianto: «[…] Ohi, ragazzo degno di pianto: se mai rompessi i tuoi fati, tu resterai Marcello. Gettate gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e colmi l´anima del nipote almeno con questi doni e faccia un inutile regalo […]».

    Ricostruzione del Portico di Ottavia.

    L’imponente e severo monumento, che non di rado fu preso a modello dagli artisti del Rinascimento, era costituito da due ordini di quarantuno arcate ciascuno, coronati da un attico; la cavea, che si apriva ove attualmente è il giardino di Palazzo Orsini, poteva contenere circa quindicimila spettatori.
    Nell’era cristiana molti dei teatri romani caddero in disuso e questa sorte toccò anche al teatro Marcello, tanto che nel 370 parte del travertino della facciata che guardava verso il Tevere sembra che fu utilizzato per un restauro del ponte Cestio, mentre altro materiale di pertinenza della facciata si accumulava e veniva poi ricoperto dalle piene del Tevere stesso, dando origine a quello che oggi si chiama Monte Savello.
    Nel Medioevo ciò che era ancora in piedi del teatro veniva trasformato in una fortezza che appartenne prima ai Pierleoni, poi ai Faffo e quindi ai Savelli che tra il 1523 e il 1527 vi fecero costruire da Baldassarre Peruzzi i due piani del palazzo, il quale acquistò così forma definitiva e nel 1712 passò agli Orsini.
    Nell’area compresa tra il teatro di Marcello e il portico di Ottavia svettano le tre colonne angolari del tempio di Apollo Sosiano, eretto nel 433 avanti Cristo e rifatto nel 179 quando lo stesso dio viene indicato con l’appellativo di Apollo Medicus. Il nome Sosiano deriva invece dal nome del console Gaio Sosio che lo ricostruì, nel 34 avanti Cristo, forse a causa di un suo trionfo. I lavori furono interrotti a causa tra Ottaviano e Antonio, per riprendere l’anno dopo quando Augusto si riconciliò con Sosio.

    Portico di Ottavia – Giovan Battista Piranesi.

    Accanto a questo tempio infine sorgeva quello di Bellona, dea della guerra italica a cui fu dedicato il tempio nel 296 avanti Cristo. Il tempio si trovava fuori dal pomerium e in vicinanza delle mura, per questo motivo ospitò diverse riunioni del Senato quando a queste partecipavano personaggi stranieri, appartenenti ad ambascerie di altri popoli, o comandanti militari qualora essi fossero in armi ad esempio perchè dovevano partire per la guerra.

    Roma, 26 marzo 2018