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  1. Cappella della Santissima Trinità al Monte di Pietà

    Nascosta dietro un cancello, nel cortile interno del Palazzo del Monte di Pietà, la grande cappella dedicata alla Santissima Trinità, totalmente rivestita di marmi policromi e di decorazioni a stucco è un gioiello di architettura barocca praticamente sconosciuta.

    Cappella del Monte di Pietà.

    Nel 1639 l’Arciconfraternita del Monte di Pietà commissionò i lavori di ristrutturazione di questa cappella a Francesco Peperelli, un architetto attivo a Roma nella prima metà del XVII secolo. Giovanni Antonio de’ Rossi subentrò al Peperelli, che morì nel 1641. Ma a concludere i lavori nel 1730, rispettando il progetto originale, fu Carlo Francesco Bizzaccheri. Entrando nel piccolo vestibolo quadrato che introduce alla cappella, costruito fra il 1700 e il 1702, si resta subito colpiti dalla bellezza del rilievo di Michele Maglia al centro della volta, dal tondo raffigurante il Padre Eterno in cielo attorniato da angeli e dalla splendida ghirlanda di fiori in stucco dorato che lo circonda, opera di grande maestria di Niccolò Berrettoni, Giovanni Maria Galli da Bibbiena e Filippo Ferrari.
    Dall’atrio di entra nella cappella di forma ovale. L’oro degli stucchi e i colori accesi dei marmi che rivestono le pareti contrastano con il legno delle porte e il bianco candido delle statue nelle nicchie e dei grandi bassorilievi sopra l’altare.

    Cappella Pio Monte – Volta.

    Le statue rappresentano le Virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, e furono eseguite rispettivamente da Francesco Moderati, Augusto Cornacchini e Giuseppe Mazzuoli, con l’aggiunta dell’Elemosina di Bernardino Cametti, che simboleggia l’aiuto dato dalla confraternita dei bisognosi. Lo straordinario bassorilievo sull’altare è opera di Domenico Guidi, che la eseguì nel 1676, e rappresenta una Pietà dall’insolito schema compositivo. Gli altri due bei bassorilievi a destra e a sinistra dell’altare rappresentano “Tobia e l’Angelo”, opera di Pierre II Le Gros, e “Giuseppe in Egitto” di Jean-Baptiste Théodon.
    La volta fu decorata nel 1696, secondo il progetto dell’architetto Francesco Bizzaccheri, con cornici, conchiglie e ornamenti vegetali in stucco dorato che uniscono i medaglioni in stucco bianco eseguiti da Michele Maglia, Lorenzo Ottoni e Simone Giorgini e raffiguranti i momenti salienti della nascita del Monte di Pietà.
    Il Palazzo del Monte di Pietà si affaccia su una deliziosa piazzetta con la vivacità derivante dalla composizione scultorea del “Cristo al sepolcro”, simbolo dell’Istituto, dagli stemmi, dalla fontana e dall’alto orologio.

    Cappella Pio Monte di Pietà – Domenico Guidi.

    Il “Monte” – ideato con intenti caritativi dal frate minore Giovanni Maltei da Calvi nel 1539 e passato dalla prima sede posta ai Banchi Vecchi a quella procuratagli da Sisto V ai Coronari – acquistò nel 1603 questo cinquecentesco palazzo, qui costruito dal Mascherino per il cardinal Prospero Santacroce e che allora era limitato alla parte centrale dell’attuale edificio. Intervennero successivi ampliamenti, fino ad occupare l’enorme isolato attuale.
    Si possono notare, fra gli altri, i contributi del Maderno, aiutato dal giovane Borromini, per il primo ampliamento della facciata principale, del Paparelli per la ricca cappella, di Nicola Salvi per la facciata posteriore, 1735 – 1740.
    Nel 1762 venne costruito il cavalcavia detto “Arco del Monte”, che collega il palazzo all’attiguo Palazzo Barberini, allora proprietà del Monte. Da notare, all’interno del cortile, vari monumenti e ricordi pontifici.
    La funzione del Monte di Pietà, che si introdusse a Roma in ritardo, dopo che era stato sperimentato in altre città dell’Italia centrale, fu provvidenziale in un’epoca di grande penuria economica e mancante di istituzioni assistenziali. Esso nacque dal proposito di combattere l’usura e il suo carattere fu quello delle redimibilità del “pegno” dietro rimborso, con l’aggiunta di un modesto interesse corrispondente alle spese di gestione. Spesso la beneficenza di privati o di confraternite liberava le polizze dal dovere di restituzione del prestito.

    Roma, 15 settembre 2019

  2. Roma, città delle acque. L’acquedotto Vergine.

    «Mi sembra che la grandezza dell’impero romano si riveli mirabilmente in tre cose, gli acquedotti, le strade, le fognature».

    Gli acquedotti di Roma

    A scriverlo, lo storico di età augustea Dionigi di Alicarnasso. E più tardi Plinio il Vecchio osservava che: «Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso».
    Gli undici acquedotti di epoca romana, che dal 312 avanti Cristo furono costruiti, portarono alla città una disponibilità d’acqua pro capite pari a circa il doppio di quella attuale, distribuita tra le case private (ma solo per pochi privilegiati), le numerosissime fontane pubbliche (circa 1.300), le fontane monumentali (15), le piscine (circa 900) e le terme pubbliche (11), nonché i bacini utilizzati per gli spettacoli come le naumachie e i laghi artificiali (3).
    La sorveglianza, la manutenzione e la distribuzione delle acque fu affidata, per due secoli e mezzo, alla cura di imprenditori privati, che dovevano rendere conto del loro operato a magistrati che avevano altri compiti principali. Solo con Agrippa, intorno al 30 avanti Cristo fu creato un apposito servizio, poi perfezionato ed istituzionalizzato da Augusto, che si occupava dell’approvvigionamento idrico cittadino e quindi del controllo e manutenzione di tutti gli acquedotti. Oltre ai condotti principali, nel tempo furono costruite diverse diramazioni e rami secondari, per cui un catalogo del IV secolo dopo Cristo ne contava ben 19.

    Acquedotto Vergine

    L’ultimo degli undici grandi acquedotti dell’antica Roma fu costruito durante il principato di Alessandro Severo intorno al 226 dopo Cristo. Raccoglieva l’acqua del “Pantano Borghese” sulla via Prenestina, alle falde del colle di “Sassolello”, a 3 km dall’odierno comune di Colonna: le medesime sorgenti furono successivamente utilizzate da papa Sisto V per la costruzione del suo acquedotto dell’ “Acqua Felice”.
    Furono gli Ostrogoti di Vitige, nell’assedio del 537, a decretare la fine della storia degli acquedotti antichi, che vennero tagliati per impedire l’approvvigionamento della città. D’altra parte Belisario, il generale difensore di Roma, ne chiuse gli sbocchi per evitare che gli Ostrogoti li usassero come via di accesso. Qualcuno fu poi rimesso parzialmente in funzione, ma dal IX secolo dopo Cristo il crollo demografico e la penuria di risorse tecniche ed economiche fecero sì che nessuno si occupasse più della manutenzione, i condotti non furono più utilizzabili e i romani tornarono ad attingere acqua dal fiume, dai pozzi e dalle sorgenti, come alle origini della fondazione della città.
    L’acquedotto Vergine fu progettato ed inaugurato nel 19 avanti Cristo da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, per portare acqua alle proprie terme nel Campo Marzio ove ne sono stati individuati resti in diversi punti. E’ l’unico degli acquedotti di Roma antica rimasto ininterrottamente in funzione sino ai nostri giorni, alimentando le monumentali fontane della città barocca tra cui la celebre Fontana di Trevi. Sesto in ordine di tempo, dopo l’Appio, l’Anio Vetus, il Marcio, l’Aqua Tepula e la Iulia aveva origine a poca distanza dal corso dell’Aniene da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, presso l’odierna località di Salone.
    Da Salone, dopo un percorso sotterraneo di circa cinque chilometri, l’acquedotto arrivava al fosso della Marranella ma – come spesso accadeva negli acquedotti romani – anziché proseguire sotto i colli della città seguendo la via più breve, voltava bruscamente verso nord, seguiva la Via Collatina fino alla località di Portonaccio, dove raggiungeva la Via Tiburtina e l’Aniene che attraversava nella zona di Pietralata. Quindi si muoveva lungo le dorsali della Nomentana e della Salaria da dove, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada, dei Parioli, proprio sotto il ninfeo di Villa Giulia, e di Villa Borghese, per entrare infine in città in prossimità del Muro Torto e di piazza di Spagna. L’ultimo tratto, come detto, si sviluppava infine su arcuazioni fino al Pantheon, dove si trovavano le Terme di Agrippa.

    Ninfeo di Villa Giulia

    Il motivo più probabile di questo lungo percorso è da ricercarsi nell’orografia del territorio attraversato: essendo le sorgenti molto basse sul livello del mare e molto vicine a Roma, l’acqua, scorrendo secondo la forza di gravità, non avrebbe potuto raggiungere un livello più elevato nel punto terminale e doveva quindi costeggiare dorsali, superare in elevato le depressioni che incontrava, come sulla via Collatina Vecchia, e attraversare pendii. Il tratto urbano si può facilmente ricostruire grazie alla presenza dei numerosi resti delle arcuazioni: alle pendici del Pincio, sotto Villa Medici e vicino agli Horti Luculliani, una piscina limaria, dalla quale prese il nome il Vicolo del Bottino, serviva a trattenere i depositi presenti nell’acqua e a mantenere costante il carico nel condotto. Da lì veniva percorsa la falda fino al Campo Marzio in direzione parallela a Via Margutta, sbucando quindi finalmente e definitivamente a cielo aperto verso la metà dell’attuale Via due Macelli. Mediante una serie ininterrotta di arcate, l’acquedotto Vergine attraversava quindi l’attuale Via del Nazareno e passava quindi per la zona della Fontana di Trevi e nell’area oggi occupata da Palazzo Sciarra, scavalcava la Via Lata, oggi Via del Corso, e proseguiva lungo la Via del Caravita, Piazza Sant’Ignazio e Via del Seminario, dove doveva trovarsi il castellum terminale.
    Sesto Giulio Frontino, scrittore e architetto, scrive che «davanti alla fronte dei Saepta», in prossimità del Pantheon, l’acquedotto terminava, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome, fino in Trastevere.
    Essendo l’acquedotto Vergine in funzione è tuttora accessibile il suo tratto sotterraneo. E’ ancora funzionante e ispezionabile, in occasione di ripuliture e restauri, l’impianto di captazione delle sorgenti.
    La leggenda, ricordata da Frontino, fa risalire il nome dell’acquedotto ad una vergine che suggerì ai soldati di Agrippa, seguendo il suo intuito, l’esatta ubicazione delle sorgenti fino ad allora cercate invano e, a prova di ciò, presso il bacino di raccolta si trovava un’edicola con l’immagine dipinta della ninfa delle sorgenti. Più verosimilmente il nome era legato invece alla purezza ed alla freschezza delle acque, che per altro erano prive di calcare, il che rendeva tra l’altro meno impegnativa la manutenzione dell’acquedotto. Durante i suoi 2000 anni di utilizzo, l’acquedotto ha subito innumerevoli interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento.
    Il tratto più importante è quello visibile in via del Nazareno, ove si conservano tre arcate in blocchi bugnati di travertino con l’iscrizione che ricorda il restauro compiuto nel 46 dopo Cristo dall’imperatore Claudio.
    Vi si legge: Ti(berius) Claudius Drusi f(ilius) Caesar Augustus Germanicus/ pontifex maxim(us) trib(unicia) potest(ate) V imp(erator) XI p(ater) p(atriae) co(n)s(ul) desig(natus) IIII /arcus ductus aquae Virginis disturbatos per C(aium) Caesarem / a fundamentis novos fecit ac restituit.

    Fontana di Trevi

    (Tiberio Claudio, figlio di Druso, Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, rivestito per la quinta volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, padre della patria, console designato per la quarta volta, ricostruì e restaurò dalle fondamenta gli archi dell’acquedotto dell’acqua Vergine, danneggiati da Gaio Cesare, Caligola.
    L’incidente è stato da alcuni studiosi ricollegato alla costruzione di un anfiteatro nel Campo Marzio promossa dallo stesso imperatore e mai portata a termine.
    Nell’antichità i principali lavori conservativi si ebbero al tempo di Tiberio, nel 37 dopo Cristo, di Claudio, nel 45-46 dopo Cristo, quando vennero ripristinate le arcuazioni in blocchi bugnati di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Ai tempi di Teodorico l’acquedotto era funzionante ed era ancora decantata la purezza dell’acqua.
    Papa Adriano I (772-795) fece eseguire nel Medioevo lavori di una certa consistenza. Procopio ci informa che «l’Acquedotto della Vergine, da molti anni demolito e così pieno di rovine tanto che in Roma entrava ben poca acqua… (Adriano I) lo restaurò nuovamente e lo arricchì di tanta abbondanza d’acqua che dissetava quasi tutta la città».
    Si noti come il biografo indichi che l’acquedotto, anche prima dei restauri, riuscisse a portare soltanto poca acqua in città: segno che, benché malandato, non cessò mai del tutto la sua attività. Con tutta probabilità il restauro di Papa Adriano consistette anche nell’allestimento di una nuova fontana terminale subito a monte di via del Corso, dove le arcuazioni erano state interrotte.

    Vicus Caprarius

    A due passi dalla celebre Fontana di Trevi, nel 1999, a pochi metri da Fontana di Trevi, i lavori per la realizzazione di una nuova sala cinematografica, la Sala Trevi intitolata ad Alberto Sordi, hanno offerto l’occasione per una fortunata campagna di scavo. Le indagini, estese per una superficie complessiva di 350 mq e una profondità massima di 9 m, hanno rimesso in luce un complesso edilizio di età imperiale, testimonianza dell’antico tessuto urbanistico della città.
    I rinvenimenti sono riferibili a un caseggiato (insula) edificato unitariamente ma articolato in due edifici indipendenti. Questo complesso abitativo destinato alla residenza intensiva venne successivamente trasformato, intorno alla metà del IV secolo, in una lussuosa residenza signorile (domus). Nell’ambito della suddivisione amministrativa della città in quattordici regioni voluta da Augusto, l’area del Vicus Caprarius era compresa nella VII regio via Lata. In particolare gli edifici messi in luce sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica Salaria vetus che, nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi, assumeva la denominazione di Vicus Caprarius, probabilmente in relazione alla presenza di una aedicula Capraria, luogo di culto dedicato a Iuno Caprotina.
    Un secondo edificio, che si articola su due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 metri, che doveva svolgere una funzione pubblica, in età adrianea subì una profonda trasformazione: due dei suoi ambienti furono convertiti in un unico serbatoio idrico, il castellum aquae dell’acquedotto Vergine. Da questo serbatoio si dipartivano tra l’altro le tubature in piombo che conducevano l’acqua alla ricca domus.
    Sempre da questa area archeologica proviene il il celebre volto di Alessandro helios.

    Alessandro Helios – Vicus Caprarius

    Il sito si caratterizza però anche per la presenza di una sorgente la cui acqua risale naturalmente dalla falda e filtra attraverso le anche murature in opera laterizia.
    In un viaggio a ritroso nel tempo qui è possibile toccare con mano la millenaria stratificazione di Roma e osservare le testimonianze archeologiche dei grandi eventi che hanno caratterizzato la storia della città, dalla realizzazione dell’Aqua Virgo all’incendio di Nerone, dal sacco di Alarico all’assedio dei Goti.

    Roma, 15 gennaio 2017

  3. Scoprire Roma al calar della sera: da via del Tritone a Piazza della Repubblica, passando per il Quirinale

    Di rioni in rione, alla scoperta di Roma. Di sera. Ecco allora il rione Trevi che prende il nome dal toponimo del “treio” o trivio. Esaltato dalla

    Via del Tritone, 1926. Si ringrazia Roma Sparita.

    presenza della celebre fontana, corrisponde al versante occidentale del Quirinale, alla valle che separa questo dai colli del Pincio e al lungo e lieve declivio verso via del Corso.
    La passeggiata esordisce a via del Tritone: la celebre strada prende il nome dalla magnifica Fontana del Tritone dalla quale inizia il suo percorso costellato di imponenti palazzi umbertini alternati ad edifici barocchi e caratterizzato da una grande e qualificata varietà di negozi. La via, un tempo stretta e tortuosa, subì profondi ampliamenti tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento, con espropri e sventramenti, sì da divenire il lungo rettifilo odierno, solo parzialmente interrotto dal largo del Tritone.
    Prima del toponimo attuale questa via ne ha avuti almeno altri due, che ne hanno seguito le vicende nel corso della sua storia: alla fine del Cinquecento era denominata Via della Madonna di Costantinopoli“, da nome della chiesa, ancora esistente, di Santa Maria Odigitria, come confermato anche dalla pianta di Antonio Tempesta del 1693, quando era ancora costeggiata dalla suddetta chiesa, da casupole e da un isolato fino all’altezza di via Capo le Case. Il tratto seguente era denominato Via dell’Angelo Custode, dal nome della chiesa edificata, a cura della omonima Confraternita, da Felice della Greca e Mattia de’ Rossi. Il toponimo del Tritone apparve per la prima volta nella pianta di Pietro Ruga del 1824, ma

    Madonna dell’Odigitria – Chiesa di Santa Maria d’Itria.

    limitatamente al tratto compreso tra piazza Barberini e via dei Due Macelli, mentre il tratto seguente conservava il nome di Via dell’Angelo Custode. Fu in base al Piano Regolatore del 1873 che la via fu allargata proprio nel tratto più basso, incorporando il Largo dei Due Macelli, oggi largo del Tritone, via dell’Angelo Custode, parte del vicolo Mortaro e il vicolo Cacciabove.
    Il secondo tratto, quello più alto, fu allargato in accordo con la Società Imprese Fondiarie nel 1905, mentre un altro allargamento di circa 20 metri avvenne tra via della Stamperia e via dei Due Macelli, su consiglio dell’architetto Gino Venturi, nel 1928.
    La chiesa di Santa Maria Odigitria, detta anche Santa Maria d’Itria, fu eretta nel 1594 dalla nazione siciliana a Roma insieme con i Maltesi e, nel Seicento, vi furono annessi anche un ospizio e un collegio per i Maltesi e i Siciliani che venivano a studiare a Roma. Deve il suo nome alla venerata immagine della Vergine al suo interno custodita, portata a Roma, si dice, direttamente da Costantinopoli: per questo motivo fu soprannominata anche Madonna di Costantinopoli. Questa chiesa, distrutta e sconsacrata durante l’occupazione dei Francesi tra la fine del Settecento ed il 1814, fu ricostruita nel 1817 da Francesco Manno. La facciata, opera di Giuseppe Palazzi, reca la scritta “IN HONOREM SANCTAE MARIAE ODIGITRIAE“. Come chiesa regionale dei Siciliani, ha visto lavorare alla decorazione delle sue quattro cappelle artisti siciliani. Essi hanno rappresentato, in

    Il palazzo de “Il Messaggero” – Via del Tritone.

    sostituzione di vecchie tele di maniera, quattro pale d’altare: “Santa Lucia di Siracusa“, opera di Salvatore Fiume, “Santa Rosalia di Palermo“, opera di Mario Bardi, “Sant’Agata di Catania“, opera di Sebastiano Miluzzo, e i papi romani Agatone e Leone II con il patriarca di Costantinopoli Metodio Siculo, in ricordo del legame tra la Sicilia ed il mondo greco-bizantino. L’altra chiesa che diede il nome alla via, quella dedicata all’Angelo Custode, fu demolita nel 1928 per l’allargamento della sede stradale.
    Diversi palazzi, grazie alla loro imponenza e varietà di stucchi che li decorano, meritano attenzione, quando si passeggi lungo questa via. Risalgono all’epoca umbertina l’albergo Marini Strand, il palazzo Salimei e quello con i cantonali a punta di diamante. Il primo al civico 17 fu realizzato da Luca Carimini nel 1888 e presenta al pianterreno come delle arcate chiuse entro le quali si aprono le porte dei negozi; al piano nobile si vedono finestre rinascimentali con bozze, cornici con stucchi di vasi e disegni geometrici. Il palazzo Salimei, al civico 36, risale al 1883 e ospitò i famosi Magazzini Coen. Questo edificio dimostra chiaramente la mano di Gaetano Koch con le colonne che scandiscono la facciata al pianterreno, con le finestre al piano nobile con timpano triangolare o curvo e con protomi leonine sotto i davanzali. La facciata è

    I magazzini Coen. Si ringrazia Alvaro de Alvariis.

    divisa in tre corpi, due laterali più stretti e il centrale. Nel lato su via Poli è fissata una lapide con due statue nella quale è scritto: Coen, casa fondata nel 1880.
    Francesco Azzurri progettò l’edificio al civico 66 nel 1885 con un bel portone architravato, alla cui sommità vi è un volto femminile, e con finestre del mezzanino decorate con protomi leonine. Le bugne ricoprono la parte inferiore dell’edificio, che al piano nobile presenta finestre affiancate da paraste decorate con foglioline e con figure di donne sotto il davanzale. Al secondo piano finestre incorniciate da maioliche con disegni floreali; alla sommità corone di frutta con al centro protome leonina o stella alternate. Al piano superiore stucchi di volti femminili e frutta: sotto il cornicione, tra le finestre, vari graffiti con animali alati e rami. Sopra il cornicione stesso vi sono finestre con stipiti decorati da maioliche colorate. Ai lati del palazzo vistosi cantonali a punta di diamante.

    Targa dei Magazzino Coen – Via del Tritone. Si ringrazia Alvaro de Alvariis.

    I palazzi che dominano largo del Tritone, aperto in occasione della costruzione del Traforo Umberto I, progettato nel 1905 da Alessandro Viviani per collegare via del Tritone con via Nazionale passando sotto i giardini del Quirinale, furono realizzati nel primo decennio del Novecento in stile liberty dall’architetto Arturo Pazzi.
    Al civico 152 è situato il Palazzo del Messaggero costruito tra il 1910 ed il 1915 come albergo, il Select. La facciata gioca tutta la sua scenografia nell’alternarsi di balconcini, timpani alle finestre, pilastri di vario ordine, decorazioni a stucco sotto l’ampio cornicione fino all’attico soprastante, ricco di colonne, pilastri e due serliane con varie elaborazioni architettoniche. Il palazzo fu acquistato dai fratelli Perrone nel 1920, allora proprietari de “Il Messaggero“, che ne fecero la sede definitiva del quotidiano.
    Sull’altro lato del largo del Tritone è situato il palazzo costruito tra il 1910 ed il 1913 come sede dei Magazzini Old England, per molti anni poi sede centrale della Banca d’America e d’Italia, oggi filiale della Deutsche Bank. L’edificio imponente si adatta bene allo slargo stradale, in una scenografia urbanistica di grande effetto; sviluppa quattro piani oltre quello terreno con finestre dalle grandi cornici, tra paraste con capitelli dalle testine di Mercurio al piano nobile e colonne all’ultimo, con una prora sul fastigio. Il volto di Mercurio con l’elmo alato, dio dei commerci collegati al denaro, è raffigurato tra decori in fregi sulle lesene all’altezza del terzo piano. Al

    Via del Tritone.

    pianterreno apre un bel portale ad arco e sui lati sviluppano varie porte squadrate, ora in funzione di vetrate. Da segnalare il semaforo del largo del Tritone: fu qui posto nel 1925 e risulta il primo impianto semaforico di Roma.
    La passeggiata prosegue verso piazza Trevi. Uscendo a raggiera dalla piazza di Trevi, ben sei stradine si immettono nel vivo del tessuto del vecchio quartiere formicolante di vita e dominato da intensità di colori e di odori. È facile reperire in esso, come nei più autentici ambienti romani, i caratteri propri di questo popolo e delle sue espressioni di vita. Allo stesso modo si ritrovano abbondanti le manifestazioni minori di un’architettura spesso spontanea che riecheggia alla lontana i motivi di grandi creatori.
    Di tale genere di architettura costituisce un esempio nella via del Lavatore, di fronte allo sbocco del vicolo Scavolino, l’edificio conventuale che accentra sul portone dalla linea convessa e sulle finestre corrispondenti un piacevole motivo di interesse. Così pure, di gradevole interesse

    Via del Tritone, 1890 circa. Si ringrazia Roma Sparita.

    architettonico risulta il cinquecentesco Palazzo Scanderbeg sulla piazzetta omonima, contrassegnato sul portone dal ritratto di un fiero personaggio con barba bianca e fez rosso che dovrebbe corrispondere all’eroe albanese il quale abitò in questo luogo nel 1466, ospite di Paolo II cui era venuto a chiedere soccorso contro i Turchi. La tradizione vuole che egli abbia lasciato in eredità il palazzo con il vincolo di restaurare il ritratto ogni volta che si rendesse necessario. Il palazzetto si sviluppa su quattro piani in forme eclettiche cinquecentesche, con finestre architravate ai primi due e semplice cornice ai successivi. Racchiude il tutto un bel cornicione a mensole. Il vicolo che prende il nome dall’eroe fu il primo a Roma ad avere un nome straniero ed infatti il popolo, data la difficoltosa pronuncia del soprannome, chiamò il vicolo “Scannabecchi“. Il vicolo e la piazza costituiscono uno dei luoghi più pittoreschi di Roma, una sorta di paradiso, serrato tra case erette o rinnovate tra il Seicento e l’Ottocento; ne aumenta il valore pittorico l’arco della Dataria poggiante su belle mensole di gusto seicentesco, che lo scavalca e che fu costruito nel 1860 per unire il palazzo della Dataria al palazzo del Quirinale.

    Roma, 21 luglio 2019

  4. Le “Madonnelle stradaiole”, la religiosità popolare romana

    Chi di noi non si è imbattuto passeggiando per i vicoli o le strade meno trafficate di Roma nella vista improvvisa su un muro o agli angoli di un palazzo storico di una Madonna dipinta sotto un baldacchino? Le “madonnelle stradarole”, così vengono chiamate a Roma le edicole sacre, sono il simbolo e, al tempo stesso, la testimonianza di una religiosità popolare, di strada e di quartiere, e più in generale di un modo di vivere la città.
    A volte hanno avuto un’importanza così alta al punto da essere trasferite all’interno delle basiliche per essere onorate in modo ufficiale e da tutta la città, come la Madonna di Strada Cupa, un’edicola che stava ai piedi del Gianicolo, trasferita nel 1625 nella basilica di Santa Maria in Trastevere in una cappella costruita appositamente a riconoscimento dei molti miracoli che aveva compiuto.
    Le edicole romane rappresentano un’immagine sacra, prima fra tutte Maria, principale protettrice dei cristiani e mediatrice presso suo figlio Gesù, ritratto come il Salvatore. Proprio nella più antica edicola rimasta nel cuore di Roma, in via dei Cappellari, risalente al secolo XIV, è raffigurata una Crocefissione e la figura del Salvatore è presente anche in altre, mentre il soggetto più diffuso è quello della Madonna della Pietà o la Madonna Addolorata o le Madonne con il bambino. Le immagini sono contenute in una forma che può essere un semplice medaglione con cornici a stucco, decorato al massimo con qualche nastro, alle forme più complesse dove sono presenti pilastri, cherubini e putti, ecc., che insieme – in epoca barocca – davano vita a composizioni spettacolari e scenografiche. Altro elemento che caratterizza le edicole sacre romane è il baldacchino, realizzato quasi sempre in metallo a forma di tenda e a spicchi, arricchito da un orlo a frange e fiocchi.

    San Francesco a Ripa.

    «Credo che prima ancora del sentimento religioso», scrive Giuseppe De Fiori nel volume “Le vie di Roma – Le edicole sacre”, Bonsignori Editore, «sia stata la necessità di illuminare gli angoli bui di una Roma rinascimentale violenta, popolata di agguati ed assassinii, a porre sui cantoni dei palazzi, ai crocevia delle strade strette e malsicure, un lume, che forse proprio perché destinato alla Madonna, veniva rispettato più di un semplice lampione». Questo perché l’edicola si pone al centro di uno spazio che non è solo sacro, ma anche profano all’interno del quale assume un valore proprio rispetto al rione, trasformando situazioni potenzialmente critiche, luoghi di passaggio o di “margine”, in uno spazio sicuro, svolgendo così una funzione di salvaguardia dell’ordine costituito. Non a caso le edicole si trovano ai confini tra rioni e agli incroci, luoghi che era necessario proteggere, quasi che l’uomo avesse bisogno di consacrare la città per difenderla dai pericoli interni ed esterni. Come scrive lo storico Francesco Pitocco in “Le vie di Roma – Le edicola sacre” «le edicole romane acquistano il loro valore proprio dal rapporto con il loro “bacino d’utenza” culturale, rione o quartiere che sia; rapporto vissuto privatamente dai singoli, ma anche gestito e organizzato collettivamente da confraternite o congregazioni varie, prima fra tutte quella di San Filippo Neri, che segnano nelle immagini votive il segni del possesso di un’area della città, al contributo da famiglie aristocratiche, al decoro urbano, attraverso la collocazione di una madonnella sul palazzo o sulla chiesa familiare».

    Santa Maria in Portico.

    Chi veniva in visita a Roma non poteva non rimanerne colpito. Il filosofo e scrittore francese Ernest Renan scriveva al suo amico Marcelin Barthelot in una lettera del 1849: «Dopo un quarto d’ora che camminate per Roma siete subito rapiti dalle tante immagini che si accumulano prodigiosamente: quadri, statue, chiese, monasteri, dovunque, ma non vi riscontrate mai niente di banale o di volgare: ovunque c’è invece la presenza dell’ideale». Le edicole sacre non sono solo una testimonianza religiosa, dunque, ma anche un prezioso documento di arredo urbano dalla fattura preziosa, avvolte da un alone di romanticismo che ci riporta al passato e all’identità romana anche se oggi, travolte da un caos che non apparteneva alle loro origini, spesso non si notano, rischiando di smarrire un’identità collettiva.
    La loro origine si fa risalire addirittura alla Roma di Servio Tullio, sesto re di Roma, tra il 578 avanti Cristo e il 539 avanti Cristo, nate con la funzione di proteggere le regioni e i quartieri in cui era stata suddivisa. Erano molte e “gestite” da corporazioni religiose che celebravano riti propiziatori e organizzavano feste, anche per gli schiavi, e giochi. Al tempo di Augusto erano 265 e sotto Costantino 423. «I compita Larum», così si chiamavano le edicole sacre dei romani antichi, – scrive Laura Cardilli ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre” – «erano costituiti da piccoli recinti dapprima a cielo aperto con ingressi a seconda delle strade al cui intersecarsi si trovavano, con sedili per gli offerenti, che ospitavano presso l’ara l’immagine della divinità, i devoti vi appendevano per offerta vari oggetti che consentivano tra l’altro di effettuare il censimento della popolazione sia schiava che libera».

    Via Acerbi.

    Il trascorrere dei secoli non ha cancellato usi e riti che si consumavano ai piedi delle madonnelle, tutt’altro. Essi sono sopravvissuti in maniera persistente in epoche diverse e lontane tra loro. È il caso di molte edicole, soprattutto rinascimentali, realizzate secondo i canoni classici come l’“edicola di ponte” di Antonio di Sangallo il Giovane per l’edificio in via dei Coronari-angolo vicolo Domizio e affrescata con L’Incoronazione della vergine da Perin del Vaga o l’edicola nei pressi del crocevia della via Appia con il vicolo della Caffarella, fatta costruire a pianta circolare alla fine del Cinquecento dal cardinale inglese Reginald Pole, tra i maggiori protagonisti dell’età della Controriforma, che soggiornò in Italia – e a Roma – per molti anni.
    Nel Settecento la devozione verso le madonnelle si accentua ancor più con la nascita del fenomeno dei “miracoli mariani” del 1796 – 1797, verificatisi a ridosso della proclamazione in Campidoglio della Repubblica filo francese,15 febbraio 1798. A Roma il primo movimento degli occhi della Madonna si manifesta il 9 luglio del 1796 nella Madonna dell’Archetto, una piccola madonnella stradarola del rione Trevi, già dal secolo precedente oggetto di culto per i suoi miracoli. Il 1796 fu un anno dei molti prodigi. Gaetano Palma, procuratore generale della congregazione dei Pii Operai, così descrive quanto accadde all’immagine di Maria di vicolo delle Muratte nel luglio del 1796, come riporta Massimo Cattaneo nel libro “Le vie di Roma – Le edicole sacre”: «Se è lecito che io manifesti il giudizio da me formato sopra li suddetti diversi movimenti degli occhi di quell’Immagine, che da me fu esternato in tal occasione, e lo espressi ad alcune pie Persone, che me ne interrogarono, dirò di avere io creduto, che, la mossa perpendicolare degli occhi significasse, che la SS.ma Vergine portasse all’Eterno Padre le preghiere dei di lei divoti; Colla mossa poi orizzontale ci volesse dare ad intendere il suo amore verso i medesimi divoti, mostrando con quel giro d’occhi, che lei teneva a sé presenti tutte quelle Persone, che ivi si trattenevano a venerarla, ed indicando, che le teneva sotto la sua valevolissima protezione».
    Il biennio repubblicano è per le edicole sacre motivo di scontri tra le nuove istituzioni e coloro che – soprattutto nei rioni popolari romani – difendono la loro presenza. Famosa, e particolarmente sanguinosa, è la rivolta del 25 febbraio 1798 a Trastevere, dove trasteverini, monticiani, regolani e borghigiani si rifiutano più volte di levare le immagini sacre dalle strade, così come ordinato dal governo repubblicano. I romani continuano, al contrario, a radunarsi vicino alle madonnelle, rinnovando l’importanza che questi spazi esterni avevano anche sul piano dell’identità religiosa. I pochissimi irriducibili lanciano sulle immagini sacre di strada sterco e sassi, contestando così contro la politica moderata che nuovo governo aveva nei confronti anche del potere religioso.
    Anche nella prima metà dell’Ottocento le edicole tornano protagoniste della vita cittadina, questa volta nei confronti della rivoluzione industriale, documentando la resistenza verso ogni innovazione, persino verso i progetti dell’illuminazione della città. Accadde che il popolo mostra il suo grande attaccamento alle madonnelle anche quando le nuove autorità vogliono dotare Roma di un sistema di illuminazione pubblica, che segue quello già realizzato nelle grandi città europee. I romani considerano l’introduzione dei lampioni come un oltraggio alle immagini di Maria, dato che i lumini apposti accanto ad esse rappresentano l’unica fonte di luce nei bui angoli delle strade di Roma. A nulla servono gli editti delle autorità: il popolo preferisce sempre pagare delle multe piuttosto che asservirsi alle nuove disposizioni in materia di illuminazione pubblica, tanto che persino Stendhal, nelle “Passeggiate romane”, scritte tra il 1827e il 1828, parla della funzione delle madonnelle come elementi d’illuminazione della città.
    Ma la modernità fa il suo corso nonostante tutto. Le lampade vengono collocate davanti l’immagine votiva, divenendo elemento artistico: «i due fanali di ferro tutti intagliati con li ampioni» della madonnella della facciata su via del Plebiscito del palazzo Doria Pamphilj, come descritti nella “Nota della spesa fatta nella nuova immagine della SS.ma Vergine” ne sono un esempio.

    Quartiere Coppedè.

    E così passano i secoli, ma loro, le madonnelle stradaiole, sono sempre lì a guidare il corso della vita rionale romana. E ancora oggi «la devozione è tanta, nei vicoli di Trastevere alle prime luci dell’alba tornano a casa le professioniste della notte: sole o in coppia, si segnano devote davanti alla madonnella sull’angolo, e ora, sulla soglia di casa, sembrano aver perduto volgarità e spavalderia», come afferma Giuseppe De Fiori ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre”. A testimonianza che le madonnelle non rappresentano solo la memoria in città, ma sono ancora oggetti fortemente vivi.

    Roma, 21 luglio 2019