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  1. Le “Madonnelle stradaiole”, la religiosità popolare romana

    Chi di noi non si è imbattuto passeggiando per i vicoli o le strade meno trafficate di Roma nella vista improvvisa su un muro o agli angoli di un palazzo storico di una Madonna dipinta sotto un baldacchino? Le “madonnelle stradarole”, così vengono chiamate a Roma le edicole sacre, sono il simbolo e, al tempo stesso, la testimonianza di una religiosità popolare, di strada e di quartiere, e più in generale di un modo di vivere la città.
    A volte hanno avuto un’importanza così alta al punto da essere trasferite all’interno delle basiliche per essere onorate in modo ufficiale e da tutta la città, come la Madonna di Strada Cupa, un’edicola che stava ai piedi del Gianicolo, trasferita nel 1625 nella basilica di Santa Maria in Trastevere in una cappella costruita appositamente a riconoscimento dei molti miracoli che aveva compiuto.
    Le edicole romane rappresentano un’immagine sacra, prima fra tutte Maria, principale protettrice dei cristiani e mediatrice presso suo figlio Gesù, ritratto come il Salvatore. Proprio nella più antica edicola rimasta nel cuore di Roma, in via dei Cappellari, risalente al secolo XIV, è raffigurata una Crocefissione e la figura del Salvatore è presente anche in altre, mentre il soggetto più diffuso è quello della Madonna della Pietà o la Madonna Addolorata o le Madonne con il bambino. Le immagini sono contenute in una forma che può essere un semplice medaglione con cornici a stucco, decorato al massimo con qualche nastro, alle forme più complesse dove sono presenti pilastri, cherubini e putti, ecc., che insieme – in epoca barocca – davano vita a composizioni spettacolari e scenografiche. Altro elemento che caratterizza le edicole sacre romane è il baldacchino, realizzato quasi sempre in metallo a forma di tenda e a spicchi, arricchito da un orlo a frange e fiocchi.

    San Francesco a Ripa.

    «Credo che prima ancora del sentimento religioso», scrive Giuseppe De Fiori nel volume “Le vie di Roma – Le edicole sacre”, Bonsignori Editore, «sia stata la necessità di illuminare gli angoli bui di una Roma rinascimentale violenta, popolata di agguati ed assassinii, a porre sui cantoni dei palazzi, ai crocevia delle strade strette e malsicure, un lume, che forse proprio perché destinato alla Madonna, veniva rispettato più di un semplice lampione». Questo perché l’edicola si pone al centro di uno spazio che non è solo sacro, ma anche profano all’interno del quale assume un valore proprio rispetto al rione, trasformando situazioni potenzialmente critiche, luoghi di passaggio o di “margine”, in uno spazio sicuro, svolgendo così una funzione di salvaguardia dell’ordine costituito. Non a caso le edicole si trovano ai confini tra rioni e agli incroci, luoghi che era necessario proteggere, quasi che l’uomo avesse bisogno di consacrare la città per difenderla dai pericoli interni ed esterni. Come scrive lo storico Francesco Pitocco in “Le vie di Roma – Le edicola sacre” «le edicole romane acquistano il loro valore proprio dal rapporto con il loro “bacino d’utenza” culturale, rione o quartiere che sia; rapporto vissuto privatamente dai singoli, ma anche gestito e organizzato collettivamente da confraternite o congregazioni varie, prima fra tutte quella di San Filippo Neri, che segnano nelle immagini votive il segni del possesso di un’area della città, al contributo da famiglie aristocratiche, al decoro urbano, attraverso la collocazione di una madonnella sul palazzo o sulla chiesa familiare».

    Santa Maria in Portico.

    Chi veniva in visita a Roma non poteva non rimanerne colpito. Il filosofo e scrittore francese Ernest Renan scriveva al suo amico Marcelin Barthelot in una lettera del 1849: «Dopo un quarto d’ora che camminate per Roma siete subito rapiti dalle tante immagini che si accumulano prodigiosamente: quadri, statue, chiese, monasteri, dovunque, ma non vi riscontrate mai niente di banale o di volgare: ovunque c’è invece la presenza dell’ideale». Le edicole sacre non sono solo una testimonianza religiosa, dunque, ma anche un prezioso documento di arredo urbano dalla fattura preziosa, avvolte da un alone di romanticismo che ci riporta al passato e all’identità romana anche se oggi, travolte da un caos che non apparteneva alle loro origini, spesso non si notano, rischiando di smarrire un’identità collettiva.
    La loro origine si fa risalire addirittura alla Roma di Servio Tullio, sesto re di Roma, tra il 578 avanti Cristo e il 539 avanti Cristo, nate con la funzione di proteggere le regioni e i quartieri in cui era stata suddivisa. Erano molte e “gestite” da corporazioni religiose che celebravano riti propiziatori e organizzavano feste, anche per gli schiavi, e giochi. Al tempo di Augusto erano 265 e sotto Costantino 423. «I compita Larum», così si chiamavano le edicole sacre dei romani antichi, – scrive Laura Cardilli ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre” – «erano costituiti da piccoli recinti dapprima a cielo aperto con ingressi a seconda delle strade al cui intersecarsi si trovavano, con sedili per gli offerenti, che ospitavano presso l’ara l’immagine della divinità, i devoti vi appendevano per offerta vari oggetti che consentivano tra l’altro di effettuare il censimento della popolazione sia schiava che libera».

    Via Acerbi.

    Il trascorrere dei secoli non ha cancellato usi e riti che si consumavano ai piedi delle madonnelle, tutt’altro. Essi sono sopravvissuti in maniera persistente in epoche diverse e lontane tra loro. È il caso di molte edicole, soprattutto rinascimentali, realizzate secondo i canoni classici come l’“edicola di ponte” di Antonio di Sangallo il Giovane per l’edificio in via dei Coronari-angolo vicolo Domizio e affrescata con L’Incoronazione della vergine da Perin del Vaga o l’edicola nei pressi del crocevia della via Appia con il vicolo della Caffarella, fatta costruire a pianta circolare alla fine del Cinquecento dal cardinale inglese Reginald Pole, tra i maggiori protagonisti dell’età della Controriforma, che soggiornò in Italia – e a Roma – per molti anni.
    Nel Settecento la devozione verso le madonnelle si accentua ancor più con la nascita del fenomeno dei “miracoli mariani” del 1796 – 1797, verificatisi a ridosso della proclamazione in Campidoglio della Repubblica filo francese,15 febbraio 1798. A Roma il primo movimento degli occhi della Madonna si manifesta il 9 luglio del 1796 nella Madonna dell’Archetto, una piccola madonnella stradarola del rione Trevi, già dal secolo precedente oggetto di culto per i suoi miracoli. Il 1796 fu un anno dei molti prodigi. Gaetano Palma, procuratore generale della congregazione dei Pii Operai, così descrive quanto accadde all’immagine di Maria di vicolo delle Muratte nel luglio del 1796, come riporta Massimo Cattaneo nel libro “Le vie di Roma – Le edicole sacre”: «Se è lecito che io manifesti il giudizio da me formato sopra li suddetti diversi movimenti degli occhi di quell’Immagine, che da me fu esternato in tal occasione, e lo espressi ad alcune pie Persone, che me ne interrogarono, dirò di avere io creduto, che, la mossa perpendicolare degli occhi significasse, che la SS.ma Vergine portasse all’Eterno Padre le preghiere dei di lei divoti; Colla mossa poi orizzontale ci volesse dare ad intendere il suo amore verso i medesimi divoti, mostrando con quel giro d’occhi, che lei teneva a sé presenti tutte quelle Persone, che ivi si trattenevano a venerarla, ed indicando, che le teneva sotto la sua valevolissima protezione».
    Il biennio repubblicano è per le edicole sacre motivo di scontri tra le nuove istituzioni e coloro che – soprattutto nei rioni popolari romani – difendono la loro presenza. Famosa, e particolarmente sanguinosa, è la rivolta del 25 febbraio 1798 a Trastevere, dove trasteverini, monticiani, regolani e borghigiani si rifiutano più volte di levare le immagini sacre dalle strade, così come ordinato dal governo repubblicano. I romani continuano, al contrario, a radunarsi vicino alle madonnelle, rinnovando l’importanza che questi spazi esterni avevano anche sul piano dell’identità religiosa. I pochissimi irriducibili lanciano sulle immagini sacre di strada sterco e sassi, contestando così contro la politica moderata che nuovo governo aveva nei confronti anche del potere religioso.
    Anche nella prima metà dell’Ottocento le edicole tornano protagoniste della vita cittadina, questa volta nei confronti della rivoluzione industriale, documentando la resistenza verso ogni innovazione, persino verso i progetti dell’illuminazione della città. Accadde che il popolo mostra il suo grande attaccamento alle madonnelle anche quando le nuove autorità vogliono dotare Roma di un sistema di illuminazione pubblica, che segue quello già realizzato nelle grandi città europee. I romani considerano l’introduzione dei lampioni come un oltraggio alle immagini di Maria, dato che i lumini apposti accanto ad esse rappresentano l’unica fonte di luce nei bui angoli delle strade di Roma. A nulla servono gli editti delle autorità: il popolo preferisce sempre pagare delle multe piuttosto che asservirsi alle nuove disposizioni in materia di illuminazione pubblica, tanto che persino Stendhal, nelle “Passeggiate romane”, scritte tra il 1827e il 1828, parla della funzione delle madonnelle come elementi d’illuminazione della città.
    Ma la modernità fa il suo corso nonostante tutto. Le lampade vengono collocate davanti l’immagine votiva, divenendo elemento artistico: «i due fanali di ferro tutti intagliati con li ampioni» della madonnella della facciata su via del Plebiscito del palazzo Doria Pamphilj, come descritti nella “Nota della spesa fatta nella nuova immagine della SS.ma Vergine” ne sono un esempio.

    Quartiere Coppedè.

    E così passano i secoli, ma loro, le madonnelle stradaiole, sono sempre lì a guidare il corso della vita rionale romana. E ancora oggi «la devozione è tanta, nei vicoli di Trastevere alle prime luci dell’alba tornano a casa le professioniste della notte: sole o in coppia, si segnano devote davanti alla madonnella sull’angolo, e ora, sulla soglia di casa, sembrano aver perduto volgarità e spavalderia», come afferma Giuseppe De Fiori ne “Le vie di Roma – Le edicole sacre”. A testimonianza che le madonnelle non rappresentano solo la memoria in città, ma sono ancora oggetti fortemente vivi.

    Roma, 21 luglio 2019

  2. Storie e leggende della romanità ai rioni Ponte, Parione e Regola

    Ogni rione di Roma è una stratificazione di stili architettonici di epoche diverse, e di storie di personaggi leggendari. Storie e personaggi che non attendono altro che farsi raccontare. E questo accade in modo particolare nei bellissimi rioni Ponte, Parione e Regola.

    Ponte Sant’Angelo – Piranesi.

    Tra ponte Sant’Angelo, i Banchi vecchi e nuovi, piazza dell’Orologio, via dell’Anima, Piazza Navona, Campo de’ Fiori. Qui, secolo dopo secolo, è stato tutto un gran via vai di mercanti, cambiavalute, patrizi e plebei, nobildonne e cortigiane.
    Intanto, Ponte – il V rione – il cui nome deriva da ponte Sant’Angelo, raffigurato sullo stemma istituito nel XVI secolo. Nell’antica Roma il rione era incluso nella IX regione augustea e considerato parte del Campo Marzio.
    L’attuale ponte sant’Angelo riprende l’antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare il suo mausoleo al resto della città. Un altro ponte fu fatto costruire da Nerone e fu detto trionfale perché per di lì passava la via Trionfale, poi detta Sacra, che veniva fatta percorrere dagli eserciti reduci dalle battaglie. Tale ponte fu poi detto Pons Vaticanus, perché connetteva la zona del Vaticano al resto della città e successivamente Pons Ruptus, ovvero Ponte Rotto, perché già diroccato in tempi medievali. Nell’antica Roma in questa zona c’era un porto che veniva utilizzato per portare i materiali necessari alla costruzione delle grandi opere nel Campo Marzio. La vita nel rione è continuata ininterrottamente anche durante il Medioevo e nel periodo moderno. Contribuì a ciò anche il fatto che molte persone si stavano trasferendo dalle zone in collina, dove mancava l’acqua,

    La mappa da Pirro Ligorio (1561) in cui si vedono sia il Ponte Adriano che il Ponte Vaticano.

    verso la riva del Tevere, dove si sopravviveva bevendo l’acqua del fiume. Inoltre il rione si trovava all’estremità del ponte sant’Angelo, e qui confluivano tutte le strade maggiori che portavano a San Pietro, quindi c’era anche un continuo afflusso di pellegrini, che arricchiva l’economia della zona: c’erano locande, osterie, commercio di oggetti sacri, ecc.
    Fino al tempo di papa Sisto V, il rione comprendeva anche una porzione al di là del Tevere, che poi fu separata per creare il rione Borgo. Durante il XVI secolo Ponte aveva grande importanza soprattutto per la sua rete viaria, e per questo furono costruiti grandi palazzi di famiglie sia aristocratiche che mercantili seguendo progetti di grandi artisti. Ciò contribuì ad abbellire moltissimo il rione che ben presto divenne celebre. Uno spettacolo piuttosto frequente era un piccolo corteo guidato da una persona velata vestita di nero che portava un crocifisso in spalla. Su di un carro c’era un condannato incatenato che baciava in continuazione un’altra immagine di Gesù.  La meta del corteo era l’attuale piazza di Ponte sant’Angelo in cui era sistemata una forca per impiccare il condannato. Nonostante Ponte fosse una zona ricca e rigogliosa, era anche quella più colpita dalle frequenti alluvioni del Tevere.
    Da un ponte ad un cavallo alato: è questo il simbolo di Parione, il VI rione di Roma. Sull’origine del nome non c’è uniformità: pare derivi da paries, parete, muro. Era quanto restava in passato di un rudere ormai scomparso,

    La giostra del saracino in Piazza Navona il 25 febbraio del 1634 – G.B. Tomassini.

    i resti del palazzo del prefetto Cromaziano: un edificio altissimo, adorno di mosaici, oro e cristalli. È un po’ piano nobile della città, con Campo de’ Fiori come anticamera e Piazza Navona salone delle feste. Pasquino, dal canto suo, è il soprammobile inquietante, l’erma della lingua immobile ma capace di schernire papi e aristocratici per secoli. Del resto, la vera vocazione del rione è da lungo tempo legata alla cronaca, alla maldicenza e alla stampa. È qui infatti che nascono in pieno Rinascimento le prime tipografie romane, come quella dei tedeschi Sweynheim e Pannartz o quella di Blado a Campo de’ Fiori, fucina di tecnici specializzati, dalle cui officine uscì la prima pianta prospettica di Roma, tutte nei pressi di Pasquino, come pure le prime librerie “incisorie” e “cartarie”. È Piazza Navona, però, il grande teatro all’aperto di Parione, con spettacoli che hanno fatto la storia di Roma: corse di cavalli e soprattutto “naumachie”, giochi navali di antica origine. Là c’era lo stadio di Domiziano. La piazza che veniva allagata nelle notti d’agosto diventava una sorta di carnevale estivo che vedeva giocare insieme popolo e nobiltà, tra carrozze arrancanti nell’estemporaneo lago e tuffi di ragazzini che raccattavano monete gettate nella fontana. Appariva in quelle notti sui tetti di piazza Navona, secondo la credenza popolare, il fantasma di Olimpia Maidalchini Pamphilj, la cognata di papa Innocenzo X. Un’avida arrampicatrice sociale che prosciugò gli averi della. Per i romani era “Pimpaccia” e Pasquino la bollò: «chi disse donna disse danno. Chi disse femmina disse malanno. Chi disse Olimpia Maidalchini disse femmina, danno e rovina».

    Donna Olimpia – Alessandro Algardi – 1646/1647.

    Da una corruzione fonetica del latino renula – sabbia sottile – deriva il nome del VII rione: il rione Regola, da cui anche Arenula, che è il nome di una via e di un largo. Un tempo infatti il rione era soggetto alle piene del Tevere, lungo la cui riva orientale si estende in lunghezza; quando l’acqua si ritirava lasciava le strade coperte di sabbia. Nel Medioevo il rione era chiamato Regio Arenule et Chacabariorum, che faceva riferimento ai chacabariis, ovvero i calderai che realizzavano pentole e simili utensili da cucina. Un rione famoso per i suoi artigiani e in particolare i conciatori e gli artigiani del cuoio, che usavano soprattutto pelli di cervo per confezionare abiti. Da cui la scelta dello stemma: un cervo, appunto. Alcuni toponimi del rione sono rimasti legati alle antiche attività commerciali che qui si svolgevano: pettinari, balestrari, catinari, coronari, ecc. Nell’antica Roma l’area di Regola faceva parte del Campo Marzio ed era una porzione della Regio IX, Circo Flaminio. Il cuore di questo rione, dalla forma lunga e stretta, è piazza Farnese, chiamata piazza del Duca fino alla prima metà del Cinquecento, ornata da due fontane gemelle ricavate da antiche vasche delle Terme di Caracalla e chiusa sul lato a Sud – Ovest dal maestoso Palazzo Farnese.
    Nel corso della passeggiata, il racconto di personaggi, realmente vissuti o leggendari, tutti traboccanti di romanità: dall’eccentrico Conte Tacchia, a Pasquino. Da Pimpaccia, la terribile donna-virago al dramma della bellissima Costanza de’ Cupis. Fino all’episodio del papa morto in uno sgabuzzino al rogo di Giordano Bruno a Campo de Fiori, il filosofo dei tanti universi.

    Roma, 22 giugno 2019

  3. Domiziano, lo Stadio, la Piazza

    È stato detto che, a Piazza Navona, Roma sia più autenticamente sé stessa. Grandiosa e solenne, vivace e raffinata, non in funzione del mondo come Piazza San Pietro, che rappresenta la missione di Roma.

    Piazza Navona 1699 - Caspar van Wittel

    Piazza Navona 1699 – Caspar van Wittel

    Questa piazza è un luogo esclusivo per la città, è lì dove la città vive per sé stessa, per il proprio gusto di esistere.
    Meravigliosamente, la piazza ripete nelle sue dimensioni e nel suo circuito la foggia dello Stadio di Domiziano che sorse qui, nell’anno 86 d.C., nelle vicinanze dell’Odeon, dove oggi è il Palazzo Massimo alle Colonne, alla cui decorazione aveva partecipato anche colui che fu poi l’architetto di Traiano: Apollodoro di Damasco. Probabilmente nei pressi della piazza, e presso il Tevere, dovette sorgere la Naumachia di Domiziano costruita per gli spettacoli nautici che non si potevano più dare nell’Anfiteatro Flavio dopo che lo stesso Domiziano ebbe costruito gli impianti di servizio sotto l’arena. L’imperatore apprezzava in modo particolare i giochi atletici greci che, insieme a quelli musicali ed equestri, facevano parte del Certamen Capitolinum, la gara in onore di Giove Capitolino.

    Stadio di Domiziano ed Odeon - ricostruzione

    Stadio di Domiziano ed Odeon – ricostruzione

    Il Certamen Capitolinum era triplice (musicum, equestre, gymnicum), cioè articolato in competizioni di diverso carattere: gare iniziali di poesia greca e latina che si svolgevano nell’Odeon alle quali seguivano competizioni musicali e canore, rappresentazioni teatrali ed equestri (queste ultime si dovevano svolgere nel Circo Massimo, edificio di cui Domiziano inizia il grandioso lavoro di ricostruzione poi ultimato da Traiano) e, da ultimo, si tenevano le gare sportive strutturate sul ciclo olimpico greco: atletica leggera (corse di vario tipo), atletica pesante (lotta, pugilato e pancrazio), oltre alle gare riunite nel pentathlon (corsa, lancio del disco, salto, lancio del giavellotto, lotta). La gara più importante era la corsa dello stadio (circa 180 metri). Queste ultime gare si tenevano appunto nello stadio.
    Trattandosi di uno stadio e non di un circo, mancavano naturalmente i carceres (i box dai quali prendevano il via i carri) e la spina centrale che caratterizzava ed ha caratterizzato a lungo il profilo del Circo Massimo. L’arena dello stadio era quindi completamente libera e in nessun caso l’obelisco, che era al centro della piazza, poteva qui essere collocato in antico, come si è favoleggiato.

    Naumachia di Domiziano

    Naumachia di Domiziano

    Questa fantomatica Naumachia, che non dovette avere fortuna ed ebbe certamente vita breve poiché Domiziano medesimo ne utilizzò le pietre per un restauro al Circo Massimo, è forse all’origine delle contaminazioni leggendarie che fanno derivare da “nave” anziché da “agone” il nome di Piazza Navona. Il toponimo “in agonis” fu, però, molto usato nel medioevo per indicare tutta la zona.
    E’ noto che lo stadio fosse interamente costruito in travertino, a diversi ordini di fornici ed ornato da statue. La sua larghezza era di 54 metri e la lunghezza di 276; la cavea raggiungeva un’altezza di 33,40 metri. Essa poteva contenere fino a 30mila spettatori. Gli edifici che ammiriamo nell’area di Piazza Navona sono fondati sulle gradinate della cavea, come si può agevolmente controllare in Piazza di Tor Sanguigna, dove è visibile un tratto del lato curvo, perfettamente conservato al di sotto delle abitazioni moderne. Nel 222-235 furono realizzati dei restauri a cura di Alessandro Severo, che mise mano anche alle vicine Terme Neroniane; mentre Costanzo II, poco più di un secolo dopo, per quanto pieno di ammirazione, privò lo stadio dei suoi ornamenti marmorei per trasferirli a Costantinopoli. Alla ricca decorazione scultorea dell’edificio, alcuni pezzi superstiti della quale sono stati recuperati negli scavi degli anni Trenta del secolo scorso, appartiene forse la statua del Pasquino, copia di un gruppo ellenistico pergameno rappresentante probabilmente Aiace con il corpo di Achille, che attualmente è sull’angolo di Palazzo Braschi che insiste su Piazza Pasquino.
    E’ noto ancora che nel V secolo, alla caduta di Roma, lo stadio era ancora agibile.

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 - Giovanni Paolo Pannini

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 – Giovanni Paolo Pannini

    L’agiografia cristiana localizza nello stadio il martirio di sant’Agnese: esso avrebbe avuto luogo, infatti, in uno dei lupanari che, come nel Circo Massimo, avrebbero occupato i fonici dell’edificio, lupanare che probabilmente si trovava proprio nel punto dove ora è la chiesa omonima, nei cui sotterranei si possono vedere i resti appartenenti all’edificio.
    Nella generale rovina del primo medioevo, mentre le arcate crollavano e sopra vi crescevano gli orti, il ricordo della vergine Agnese fece sorgere un oratorio in mezzo alle torri delle fazioni baronali. Verso il 1250 si stabilirono nella piazza le prime famiglie nobili e nel ‘400 arrivarono gli spagnoli con un loro ospizio. A metà del secolo, secondo un memorialista del Giubileo del 1450, la piazza presentava ancora buona parte delle gradinate dello stadio di Domiziano. La rinascita dell’area era ormai avviata: qui, infatti, fu trasferito il mercato che si svolgeva alle pendici del Campidoglio: Roma stava spostando, seguendo gli orientamenti dei pontefici, il suo centro di gravità verso occidente, cioè verso la nuova sede papale del Vaticano.
    La piazza cominciò così ad essere centro di animazione: giostre e tornei, processioni e luminarie ne fecero un luogo di divertimento per quanto fosse anche sede di scontri, specie tra esponenti delle gelose colonie straniere.

    Piazza Navona - Giovan Battista Piranesi

    Piazza Navona – Giovan Battista Piranesi

    Alla fine del Cinquecento Gregorio XIII fece collocare, ai due estremi, due bacili di fontane da Giacomo della Porta: al centro venne posto un abbeveratoio.
    L’ascesa al pontificato di Innocenzo X Pamphilj, le cui case familiari si trovavano sulla piazza, determinò il destino della piazza. Fu così che qui il Barocco trionfante lasciò una delle sue impronte scenografiche più mozzafiato, e fu quasi una gara tra: Bernini, Borromini, Rainaldi, Pietro da Cortona vi lasciarono i segni tra i più strabilianti della loro immaginazione.

    Roma, 7 aprile 2018

  4. Sant’Andrea della Valle, la summa del barocco romano

    Non è possibile comprendere la vita artistica di Roma, dal pontificato di Sisto V in poi, se non si tiene conto della tumultuosa attività che viene svolta nel campo ecclesiastico. Se nella prima metà del XVI secolo

    Basilica di sant’Andrea della Valle – Roma.

    erano state costruite poche chiese, col passare degli anni una vera e propria ondata di devozione delle masse spinse i numerosi ordini religiosi ad innalzare nuove chiese. Vale a dire le chiese della Controriforma pensate e realizzate dai grandi ordini religiosi fondati per serrare le file del cattolicesimo ferito dallo sconquasso protestante.
    Da principio i Gesuiti realizzarono il Gesù, la loro chiesa madre: iniziata nel 1560, fu consacrata nel 1584. Essa instaurò il prototipo della vasta chiesa congregazionale, che fu seguito centinaia di volte durante il XVII secolo: ampia navata unica, breve transetto e cupola imponente. A seguire, sorsero la Chiesa Nuova, detta anche Santa Maria in Vallicella, 1575, per gli Oratoriani di san Filippo Neri. E, a un tiro di sasso, dalla Chiesa Nuova ecco sorgere Sant’Andrea della Valle. Disegnata da Giacomo della Porta per l’ordine dei Teatini, ordine fondato nei primissimi anni della lotta religiosa, 1524. Iniziato nel 1591, la chiesa venne affidata a Carlo Maderno nel 1608 e ultimato nel 1623 ad eccezione della facciata. Infine, viene realizzata una seconda grande chiesa dei Gesuiti, Sant’Ignazio, progettata dopo la canonizzazione del fondatore e iniziata nel 1626.
    Nel luogo in cui sarebbe sorta la chiesa di Sant’Andrea della Valle, in corrispondenza dell’attuale Cappella Barberini, c’era una chiesetta intitolata a san Sebastiano, che forse, ricordava il ritrovamento del corpo del martire dentro una chiavica della zona. Nei pressi sorgeva il palazzo di Enea Silvio Piccolomini, senese, poi papa col nome di Pio II. Dal palazzo, lo slargo corrispondente prendeva il nome di piazza di Siena.

    Sant’Andrea della Valle – Volta della Navata Centrale – Roma.

    Nel 1582 la proprietà Piccolomini venne donata ai religiosi Teatini con l’impegno di erigere sul posto una chiesa dedicata a sant’Andrea. Questa sorse in forme nobilissime e risultò una delle più solenni ed emblematiche dello spirito controriformistico che intendeva esprimere nel tempio la realtà della ecclesia: quella militante, massicciamente radunata nella grande e alta aula senza navate dispersive, e quella trionfante, rappresentata dalla maestosità delle dimensioni e dalla esuberanza degli ornati.
    La congregazione dei Teatini fu la prima a sorgere fra le congregazioni di chierici regolari fiorite nel Cinquecento per la riforma del clero e, attraverso l’esempio di questo nella osservanza delle virtù cristiane, per la vera riforma dell’intero popolo. Essa fu fondata da Gaetano da Thiene nel 1524 insieme con altri quattro compagni fra i quali era Gian Pietro Carafa, divenuto poi il rigoroso papa Paolo IV. Poiché egli era vescovo di Chieti, o Teate, venne a tutti il nome di teatini. Rinuncia di massima alle cariche ecclesiastiche, vita di povertà, frequenza sacramentale, carità verso i poveri e gli ammalati fu il programma di questi chierici, tratto da quello già attuato dall’Oratorio Romano del Divino Amore, una risposta all’umanesimo paganeggiante che imperversava nella città. Tale condotta e tale predicazione fecero della spiritualità teatina uno dei filoni della

    Cupola – Lanfranco – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    controriforma. Né può quindi stupire la coerente intenzione controriformistica di questa loro grandiosa sede romana. La loro prima sede in città, dopo che si erano largamente diffusi fuori Roma, fu, per intervento di Paolo IV, la chiesa di San Silvestro al Quirinale.
    Alla chiesa di Sant’Andrea della Valle si incontrarono grandi artisti a cui era stato chiesto di emulare la grandiosità della basilica di San Pietro. Il primo progetto venne fornito da Giovan Francesco Grimaldi e Giacomo della Porta, 1591; Maderno proseguì l’opera nel 1608 e nel 1622 – 1625 costruì la cupola che è la seconda di Roma per altezza e diametro. Detto l’“Architetto di San Pietro” e artefice della mirabile facciata della chiesa di Santa Susanna, il Maderno – che poco spazio aveva ottenuto per sviluppare la sua individualità negli interni di Sant’Andrea – fa emergere tutto il suo genio. Ovviamente derivante dalla cupola di Michelangelo, l’artista qui innalzò l’altezza del tamburo a spese della volta ed aumentò l’area riservata alle finestre: cambiamenti che preludono al posteriore sviluppo del barocco.
    Poi, entrò in scena Carlo Rainaldi: l’architetto giunto alla ribalta nel 1655 e ben presto sviluppò uno stile grandioso tipicamente romano. Soprattutto tre opere, eseguite tra il 1660 e il 1680: Santa Maria in Campitelli, la facciata di Sant’Andrea della Valle e le chiese in Piazza del Popolo.

    Abside – Domenichino – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    La facciata del Sant’Andrea possiede un forte rilievo, dato dal doppio ordine di colonne e lesene e dalle statue nelle nicchie laterali al grande portale. Va ricordato che si immaginò di sostituire le volute di raccordo del timpano collocando due statue di angeli con un’ala sollevata; peraltro ne venne messa in opera una soltanto dallo scultore Ercole Ferrara.
    L’interno è costituito da una vastissima aula a lesene che staccano sui fianchi otto grandi cappelle intercomunicanti; un ampio transetto e un profondo presbiterio completano la vastità dell’ambiente.
    Gli affreschi della volta si segnalano solamente perché assecondano la grandiosità dell’insieme; la cupola è stata affrescata dal Lanfranco con un’“Assunzione della Vergine” mentre il Domenichino ha dipinto i peducci con figure di Evangelisti.
    Dopo aver affrescato la chiesa di Santa Cecilia, in uno stile rigorosamente classico, il Domenichino a Sant’Andrea va in una direzione diversa: nei pennacchi e nel coro della chiesa, l’artista definito dal grande storico

    San Giovanni Evangelista – Domenichino – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    dell’arte Rudolf Wittkower «arci-classicista» sembrò tentato dalla nuova tendenza barocca. Ciò è chiaramente visibile appunto negli evangelisti sui pennacchi della volta, dove, sempre secondo il Wittkower «una forte nota correggesca si aggiunge alla reminiscenza di Raffaello e Michelangelo. Si può supporre che il Domenichino volesse superare in splendore il rivale Lanfranco, al quale, con dolore del precedente, fu dato l’incarico per la cupola», (Rudolf Wittkower, “Arte e Architettura in Italia. 1600-1750”, Einaudi, Torino, 1993, pp. 533).
    Le grandiose decorazioni dell’abside, inquadrate da stucchi giovanili dell’Algardi, sono dovute a Mattia Preti per la fascia dei tre grandi riquadri con movimentate ed enfatiche scene del martirio di sant’Andrea, a Carlo Cignani e ad Emilio Taruffi per i dipinti laterali e ancora al Domenichino per il sottarco e per la calotta dell’abside.
    Fra le cappelle si segnalano soprattutto quella “Strozzi”, completata nel 1616 ma forse eretta su un’idea di Michelangelo, riccamente decorata con marmi policromi e stucchi e contenente cenotafi che ricordano i più illustri componenti della famiglia, e quella dei “Barberini”. Questa venne edificata da Matteo di Città di Castello, con l’altare rivestito di marmi preziosi e con quattro colonne di rosso antico che inquadrano un dipinto del Passignano. Su due lati della cappella si trovano quattro statue fra le quali una Santa Marta di Francesco Mochi e un San Giovanni Battista di Pietro Bernini.

    Una scena della Tosca di Puccini . ambientata nella chiesa di Sant’Andrea della Valle. Samuel Ramey è Scarpia.

    Fra i monumenti funebri risaltano le tombe dei papi Piccolomini, sopra gli ultimi archi della navata, Pio II e Pio III. I due sepolcri provengono dalla basilica di San Pietro e furono qui trasportati nel 1614. Entrambi i monumenti, di cui il secondo ripete più sontuosamente, ma con minor finezza, i motivi del primo, sono dovuti ad artisti non conosciuti.
    Contribuisce alla notorietà della chiesa il melodramma; infatti lo svolgimento del primo atto della “Tosca” di Puccini è immaginato dentro gli imponenti spazi della chiesa, sottolineati da solenni risonanze di musiche liturgiche.
    Nella devozione popolare la chiesa è legata alle celebrazioni natalizie in onore del “Santo Bambino” di San Gaetano; nell’ottavario dell’Epifania si tiene qui il cosiddetto “Sermone delle nazioni”.

    Roma, 26 maggio 2019