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  1. Alla scoperta della Roma francese

    La devastante occupazione da parte dei regnanti francesi, che sin dalla metà del XVI secolo interessò i ducati limitrofi di lingua francofona,

    Trinità dei Monti – Claude Lorrain – 1632 ca.

    assieme alle conseguenze provocate dalla Guerra dei Trent’Anni, 1618-1648, conflitto durante il quale la Francia incrementò il suo controllo sui territori confinanti sino ad annetterli al proprio regno, spinsero una vasta compagine di artisti, artigiani, commercianti, a intraprendere il viaggio in direzione del Bel Paese, viaggio in cui la Città Eterna costituiva una tappa imprescindibile. Nel periodo a cavallo tra il Cinque e il Seicento, Roma manteneva il primato di Capitale europea dell’Arte, rappresentando non solo un museo a cielo aperto, ma anche il luogo d’incontro e commistione per eccellenza delle maggiori correnti artistiche allora in voga. Numerose comunità straniere, prime fra tutte quelle fiamminghe, francofone e spagnole, giungevano da ogni angolo d’Europa per insediarsi nell’Urbe e integrarsi con la comunità romana. I luoghi di culto, localizzati in differenti rioni, si configuravano all’epoca quali punti di raccolta, condivisione e preghiera dei membri delle rispettive minoranze e, al contempo, quali poli simbolici e identitari delle diverse comunità. Roma infatti, era anche e soprattutto la capitale papale, meta prediletta, sin dal Medioevo, dei pellegrini e dei fedeli provenienti da tutto il mondo. Già nel Quattrocento, in effetti, alcune “nazioni” avevano visto sorgere, grazie all’intervento pontificio, le loro specifiche “congregazioni”: negli anni

    La scalinata della Trinità dei Monti – Giovanni Paolo Panini – 1756-1758 ca.

    Settanta il privilegio spettò a quella francofona, formata, in particolare, da francesi, savoiardi, borgognoni e lorenesi, che di lì a poco avrebbe visto sorgere i primi edifici cattolici a essa riservati. A seguito della fondazione di San Luigi, e via via sino al Settecento, si sarebbero dunque interamente costituiti tutti i cosiddetti “Pii Stabilimenti della Francia a Roma”. L’itinerario alla scoperta delle chiese francofone dell’Urbe, tra i rioni Campo Marzio, Sant’Eustachio, Parione e Trevi, per questo motivo, abbraccia un vasto arco temporale compreso tra il Rinascimento e il tardo Ottocento. A partire dalla celebre Trinità dei Monti,1502-1585, coprendo uno spazio breve si raggiunge San Luigi dei Francesi, 1518-1589, e poi ancora San Nicola dei Lorenesi, 1588-1632, e Sant’Ivo dei Bretoni, la chiesa medioevale, concessa alla comunità bretone intorno alla metà del Quattrocento, andò distrutta e fu ricostruita nel Cinquecento, per essere a sua volta sostituita dall’attuale struttura ottocentesca. Il percorso alla ricerca della Roma Francese può ritenersi concluso con la chiesa dei Santi Andrea e Claudio dei Borgognoni, di matrice seicentesca, ma riedificata nel 1728-1731. Protagonisti del percorso, assieme ai capolavori primo-seicenteschi di Caravaggio e Domenichino, sono le opere manieriste di Daniele da

    San Luigi dei Francesi – Giovanni Battista Falda – 1667-1666.

    Volterra, Perin del Vaga, Taddeo e Federico Zuccari, gli affreschi di scuola romana tardo-barocca di Antonio Bicchierai, le prove classiciste di Placido Costanzi e le splendide commistioni barocco-rococò-neoclassiche di Corrado Giaquinto. Senza dimenticare alcune testimonianze pittoriche francesi, come quelle di Charles Mellin e François Nicolas de Bar del XVII secolo.

  2. Le antiche confraternite romane: ortolani, “fruttaroli” e “pollaroli” a Santa Maria dell’Orto

    Se dovessimo prendere cento persone, e chiedere a ognuna di queste una lista di dieci luoghi da visitare a Roma, potremmo scommettere, con ottime probabilità di vittoria, che nessuna (o forse una o due)

    Santa Maria dell’Orto – Interno.

    indicherebbe la chiesa di Santa Maria dell’Orto. Ecco perché, tra l’altro, siamo contrari agli articoli in stile “dieci cose da fare a”: sono necessariamente escludenti. E molto difficilmente Santa Maria dell’Orto verrebbe inclusa in una lista: il punto, infatti, è che questo edificio religioso, che si trova nel cuore di Trastevere, è tagliato fuori da tutti gli itinerari di massa. La sua ubicazione, lontana dalle vie dello struscio e del turismo, probabilmente non gioca a suo vantaggio: se questo è un bene o un male, sta alla sensibilità del lettore giudicare. Non hanno giovato neppure i lunghi restauri che la costruzione ha dovuto più volte subire negli ultimi anni: minacciata dagli ampliamenti sconsiderati degli edifici circostanti, la chiesa ha dovuto essere sottoposta a interventi di consolidamento, durati in una prima fase dal 1984 al 1995, e poi ancora dal 2011 al 2013. Oggi, finalmente, la chiesa può presentarsi ai romani (e non solo a loro) in tutta la sua magnificenza, risultato di secoli di contributi offerti… dal popolo!
    Sì, perché Santa Maria dell’Orto non è una chiesa nata per volontà di un papa o di un principe, né titolari delle sue cappelle sono membri di famiglie della nobiltà romana. Niente di tutto ciò: Santa Maria dell’Orto è la chiesa dei Trasteverini, del popolo, dei lavoratori. E popolari sono le sue origini: si narra che queste ultime si debbano a un fatto ritenuto miracoloso. Nel Quattrocento, la zona sulla quale oggi sorge l’edificio, era colma di campi, terreni e orti (da cui il nome della chiesa): la tradizione vuole che, attorno al 1488, un contadino gravemente ammalato si fosse fermato dinnanzi a un’immagine della Madonna che si trovava sul muro di un orto. Il contadino avrebbe fatto un voto alla Madonna, e sarebbe miracolosamente guarito: gli abitanti della zona decisero dunque di

    Santa Maria dell’Orto – Interno.

    edificare, sul finire del Quattrocento, una piccola cappella per celebrare l’accaduto. Per meglio organizzare il culto della Madonna dell’Orto, si decise di riunire una Confraternita, che avrebbe promosso la devozione verso la Vergine e avrebbe seguito l’edificazione della chiesa, all’interno della quale, sull’altare maggiore, si può ancora vedere l’immagine che avrebbe dato il via alla storia dell’edificio. La confraternita fu riconosciuta ufficialmente nel 1492 da papa Alessandro VI, e la sua attività continua ancora oggi: la Venerabile Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto (l’elevazione ad “arciconfraternita” risale al 1588) è il sodalizio che seguita a curare la chiesa di Santa Maria dell’Orto.
    La confraternita, nel corso dei secoli, poté inoltre giovarsi di un aiuto molto speciale: quello delle Università delle Arti e dei Mestieri, ovvero delle corporazioni dei lavoratori (quelle che, per intenderci, oggi chiameremmo “associazioni di categoria”). Non dobbiamo dimenticare che, in questa zona di Roma, si trovava anticamente il porto di Ripa Grande, il porto fluviale della città: possiamo dunque immaginare come il quartiere fosse molto movimentato, dato che era un importante snodo per i commerci, e che fosse densamente popolato, da persone per lo più di bassa estrazione sociale. Al porto di Ripa Grande sbarcavano tutte le merci destinate alla città: si trattava soprattutto di generi alimentari che rifornivano le botteghe di tutta Roma. La zona era pertanto meta abituale di ortolani, mugnai, venditori di carne e di pollame e commercianti vari,

    Santa Maria dell’Orto – Università dei Fruttaroli.

    che cominciarono dunque a pensare di trovare una chiesa di riferimento. La scelta non poté che cadere su Santa Maria dell’Orto: così, le corporazioni affiancarono la confraternita nel proprio lavoro. La tradizione identifica dodici università che diedero lustro all’edificio facendosi carico delle spese per gli stucchi, i dipinti, le decorazioni: gli ortolani, i pizzicaroli (cioè i salumieri), i fruttaroli, i mercanti, i sensali (ovvero i mediatori nei commerci di prodotti agricoli), i molinari (i mugnai), i vermicellari (ovvero i produttori di pasta: i vermicelli, com’è noto, sono un tipo di pasta), i pollaroli (i venditori di pollame), gli scarpinelli (i calzolai), i mosciarellari (i venditori di castagne: la “mosciarella” è una castagna secca tipica di Roma e dintorni), i vignaroli e i barilari. Alle università che riunivano i “padroni”, ovvero i proprietari delle attività, si aggiungevano talvolta le università dei “garzoni”: accadeva per i molinari, i pizzicaroli, gli ortolani e i vermicellari. Ogni dipinto, ogni stucco, ogni decorazione, insomma ogni angolo della chiesa può essere facilmente ricondotto all’università che lo ha… “sponsorizzato”: sono infatti presenti ovunque iscrizioni che rimandano alla corporazione che finanziò un intervento. Quelle più vistose sono, probabilmente, le iscrizioni che decorano il pavimento. Con il nome dell’università spesso affiancato da un simbolo, così che anche chi non fosse in grado di leggere riuscisse a capire chi si era assunto gli oneri delle imprese. Il premio per la decorazione pavimentale più vistosa va però ai fruttaroli, con la loro tarsia marmorea del 1747 colma d’ogni tipo di frutta, che fa mostra di sé proprio di fronte all’altare maggiore.

    Santa Maria dell’Orto – Interno.

    La chiesa oggi ci risulta così sontuosa, spesso fino all’eccesso, perché le dodici università, di fatto, gareggiarono per dotare la chiesa degli apparati decorativi più belli e lussuosi, con i fondi di cui potevano disporre grazie ai contributi degli associati: tutto quello che vediamo nella chiesa è, in sostanza, frutto del lavoro di salumieri, ortolani, fruttivendoli, calzolai, e via dicendo. Ecco perché Santa Maria dell’Orto è considerata la chiesa del popolo: qui, la nobiltà non è mai intervenuta. Ma sbaglierebbe chi pensasse che le classi più umili della popolazione non fossero dotate di gusto: basta pensare che il progetto della facciata fu affidato a uno degli architetti più aggiornati ed eleganti del suo tempo, Jacopo Barozzi, detto il Vignola (Vignola, 1507 – Roma, 1573), che realizzò il prospetto a partire dal 1566. La facciata è quindi una summa di elementi tipici dello stile vignolesco: presenta un primo livello in cui raffinate paraste coronate da capitelli ionici dividono, alternativamente, le nicchie esterne dalle porte d’ingresso all’edificio. Le due porte laterali sono sormontate da timpani triangolari, mentre il portale principale è fiancheggiato da due colonne, anch’esse in stile ionico, che sorreggono un timpano curvo fortemente aggettante. La trabeazione con l’iscrizione che ci racconta in poche parole la storia dell’edificio divide l’ordine inferiore da quello superiore, costituito da un frontone (con finestrone sormontato da orologio, e suddiviso da lesene corinzie) raccordato al piano inferiore da due volute, tipiche del repertorio di Jacopo Barozzi. Completano l’insieme i piccoli obelischi in travertino, anch’essi tipici del lessico del Vignola: ne abbiamo sei (tre per lato) che fiancheggiano il frontone in corrispondenza delle paraste, e cinque che lo sormontano.

    Santa Maria dell’Orto – Interno.

    L’interno, come anticipato, è meticolosamente corredato di iscrizioni che attestano a quale università si debba un gruppo di dipinti, una decorazione, un portale. Entrando, sulla destra, la prima cappella che troviamo è condivisa da due università, quella dei sensali e quella dei mercanti, ed è dedicata all’Annunciazione. Sull’altare, al centro tra un san Gabriele di Virginio Monti del 1875 e un san Giuseppe di Giovanni Capresi del 1878, possiamo osservare un dipinto di Federico Zuccari (Sant’Angelo in Vado, 1539 – Ancona, 1609), risalente all’estate del 1561 (ma restaurato nel 1998), che rappresenta il momento in cui l’arcangelo Gabriele reca l’annuncio alla Madonna. È un’opera giovanile: l’artista, all’epoca, aveva appena ventidue anni, e realizzò un dipinto semplice, essenziale ma elegante, in linea con lo stile classicista che risentiva ancora della lezione di Raffaello, scomparso quarantuno anni prima. Sempre a Federico Zuccari, in collaborazione col fratello Taddeo (Sant’Angelo in Vado, 1529 – Roma, 1566), si devono gli affreschi che decorano il catino absidale, con Storie della Vergine: furono finanziati dall’Università dei Fruttaroli (ce lo ricordano la tarsia marmorea sul pavimento davanti all’altare maggiore e il simbolo dell’Ave Maria, costituito da festoni di frutta, che campeggia al centro del finestrone dell’abside) e risalgono allo stesso periodo. Sulla sinistra, vediamo in alto lo Sposalizio della Vergine e in basso la Natività, mentre a destra troviamo la Visitazione e la Fuga in Egitto. Sarebbero riconducibili alla mano di Federico le scene dello Sposalizio e della Visitazione. Come ebbe a scrivere lo storico dell’arte Claudio Strinati, queste pitture di Federico Zuccari sono “sobrie, condotte con l’evidente intenzione di rispettare i canoni della simmetria, dell’ordine della composizione, dell’equilibrio”, e la mano del giovane artista è “felice ma ferma, il disegno tornito, sicuro”, anche se “gracile nell’esito finale”. Ne consegue comunque un altissimo “senso della dignitas” di “quanto viene rappresentato”: in altre parole, l’elevatezza dei soggetti rappresentati è pienamente sottolineata dallo stile fluido, ma al contempo classico e rigoroso, del pittore marchigiano.

    Santa Maria dell’Orto – Volta della Navata Centrale.

    Tornando alla prima cappella e procedendo innanzi, incontriamo la cappella dell’Università dei Vermicellari, dedicata a santa Caterina d’Alessandria e decorata da Filippo Zucchetti (Rieti, 1648 – 1712), che dipinse per l’altare un Matrimonio mistico di santa Caterina, affiancato da un san Paolo e da un san Pietro di un anonimo settecentesco.
    È invece interamente opera di Giovanni Baglione (Roma, 1573 circa – 1643) l’apparato decorativo della cappella dell’Università dei Vignaroli, dedicata ai santi Giacomo, Bartolomeo e Vittoria. L’artista romano, grande rivale di Caravaggio, aveva già lavorato nella chiesa, tra il 1598 e il 1599, occupandosi della realizzazione di alcune scene della Vita di Maria sulle pareti dell’abside (precedono gli affreschi degli Zuccari di cui s’è fatto cenno sopra) e sarebbe tornato a lavorare qui anche negli anni successivi. Chi volesse dunque conoscere gli sviluppi dell’arte di Giovanni Baglione, qui potrebbe farsi un’idea piuttosto completa: abbiamo infatti opere giovanili (quelle dell’abside, probabilmente le prime che conosciamo dell’artista), opere della piena maturità e opere dell’ultimissima fase della sua carriera (nelle cappelle). Quelle ritenute più interessanti sono le tele che troviamo nella cappella dell’Università degli Ortolani, dedicata a san Sebastiano: qui, Giovanni Baglione realizzò, nel 1624, un San Sebastiano curato dagli angeli per l’altare, e due ulteriori santi (Antonio da Padova e Bonaventura) per le navate laterali. L’eclettismo che contraddistinse, per buona parte del suo percorso artistico, lo stile di Giovanni Baglione, si può desumere dagli elementi ravvisabili nei dipinti: un naturalismo pacato, dal sapore quasi classico, di derivazione carraccesca si somma a un luminismo di osservanza caravaggesca e a un colorismo che rimanda alla pittura veneta. Più stanche appaiono invece le realizzazioni della cappella dei vignaroli, ovvero una Madonna col Bambino e santi, il Martirio di un santo diacono e il Martirio di sant’Andrea (siamo nel 1630) e quelle della cappella dell’Università degli Scarpinelli, dedicata ai santi Carlo

    Santa Maria dell’Orto – Università dei Pizzicaroli.

    Borromeo, Ambrogio e Bernardino da Siena, nella quale troviamo una Madonna col Bambino e santi sull’altare e due storie dei santi Carlo Borromeo e Ambrogio sulle pareti laterali (rispettivamente, San Carlo Borromeo cura gli appestati e Sant’Ambrogio caccia gli ariani da Milano). Sono le ultime opere del pittore romano, realizzate nel 1641: il repertorio si è fatto ormai trito, privo di idee originali e anche qualitativamente piuttosto basso.
    Nella navata sinistra, tra le due cappelle decorate da Giovanni Baglione, troviamo quella della Compagnia dei Giovani Pizzicaroli, i garzoni dei salumieri: l’altare è decorato con una tela di Corrado Giaquinto (Molfetta, 1703 – Napoli, 1766), del 1750, che ha per tema il Battesimo di Cristo, mentre le pareti laterali sono decorate con due tele del 1749 di Giuseppe Ranucci, che rappresentano la Predica e la Decollazione del Battista (la cappella è infatti dedicata a san Giovanni Battista). Prima di raggiungere il transetto possiamo tornare nella navata centrale e alzare lo sguardo verso il soffitto: la splendida volta reca un’opera del siciliano Giacinto Calandrucci (Palermo, 1646 – 1707), un’Assunzione di Maria del 1706 incorniciata da abbondanti stucchi dorati. Una leggenda narra che per la doratura sia stato impiegato oro giunto a Roma di ritorno dalla spedizione in America di Cristoforo Colombo: non esiste tuttavia alcuna evidenza storica al riguardo.
    Raggiunto il transetto, ci imbattiamo in due cappelle (a sinistra, quella dei molinari, dedicata a san Francesco, e a destra quella dei pollaroli, dedicata al santissimo Crocifisso) interamente decorate con affreschi di un interessante esponente del tardo manierismo a Roma, Niccolò Martinelli detto il Trometta (Pesaro, 1535 circa – Roma, 1611). Martinelli, che si formò nel solco della pittura zuccaresca, decorò le due cappelle rispettivamente con le Storie di san Francesco e con le Storie della Passione, eseguite tra il 1591 e il 1595. Si tratta, anche in questo caso, di pitture pacate e sobrie, che risentono dell’influsso del classicismo che costituiva il gusto predominante del tempo, declinato in questi cicli anche con un certo senso della monumentalità.

    Santa Maria dell’Orto – Organo in controfacciata.

    Ci si avvia dunque verso l’uscita. Tuttavia, prima di varcare la porta, che è sormontata da un grande organo ottocentesco donato dall’Università dei Molinari, ci siamo ricordati di un piccolo particolare che avevamo letto in una delle tante pagine web dedicate alla chiesa (infatti, fortunatamente, Santa Maria dell’Orto sta conoscendo una sorta di riscoperta da parte degli appassionati d’arte): il più bizzarro regalo donato alla chiesa dalle corporazioni non sarebbe una delle opere di cui abbiamo parlato finora. Sì, perché nel Seicento, l’Università dei Pollaroli avrebbe regalato alla confraternita un curioso tacchino di legno. Lo abbiamo cercato per tutta la chiesa, ma senza alcun risultato: considerate che abbiamo trascorso circa un’ora all’interno dell’edificio di culto. Incuriositi da questa insolita scultura, abbiamo chiesto a uno dei custodi: pare che il ligneo pennuto sia celato nei locali della sacrestia, e che si possa vedere solo con una visita prenotata su appuntamento. Il prossimo obiettivo da raggiungere, dunque, quando si tornerà nel magico e caratteristico quartiere di Trastevere, sarà quello di riuscire a vedere il leggendario tacchino gelosamente custodito in Santa Maria dell’Orto!

    da Finestre sull’Arte, 31/05/2016

    Roma, 2 marzo 2019

  3. Porta Asinaria

    Roma è la sola capitale europea ad aver mantenuto in modo abbastanza completo il circuito delle antiche mura difensive. Gli sventramenti tardo-

    Porta Asinaria – 1870 circa. Si ringrazia RomaSparita

    ottocenteschi e quelli del fascismo hanno devastato larghe zone della città quali il Vaticano, Piazza Venezia, l’Esquilino, ma hanno risparmiato le mura iniziate da Aureliano nel 271 e completate dai suoi successori nel 289. Mura costruite in economia, inglobando costruzioni preesistenti, come ad esempio la Piramide e l’Anfiteatro Castrense, che si dipanavano intorno alla città per 18 km per un’altezza di 7 metri.
    Porta Asinaria è una delle quattordici porte che si aprivano nelle mura. Sebbene gli studiosi non siano d’accordo sull’epoca di trasformazione della porta da semplice apertura di terz’ordine ad accesso monumentale, concordano invece sul fatto che molto presto ci si rese conto che l’intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana, oggi Porta Maggiore, non era sufficientemente sicura. Vennero pertanto erette le torri cilindriche ai lati del fornice, alte circa 20 metri, ancora perfettamente conservate, e si provvide al rivestimento in travertino tuttora visibile sul lato esterno nonché all’apertura delle finestre per le “baliste”, macchine da guerra costituite da una specie di balestra atta a lanciare sassi o grossi dardi.

    Porta Asinaria e Porta San Giovanni – 1900 circa. Si ringrazia RomaSparita.

    In effetti, il restauro curato dallo stesso Aureliano poco dopo l’edificazione del muro, o da Massenzio circa un secolo dopo o ancora all’epoca dell’imperatore Onorio nel 401 – 402, promosse una porta che era poco più di una posterula al rango di porta vera e propria come la Pinciana e la Metronia.
    L’Asinaria è la sola, tra le porte antiche di Roma, ad avere contemporaneamente torri cilindriche affiancate a torri quadrangolari e questo conferma che, come le altre due, era in origine un’apertura di scarsa importanza, posta al centro di due delle torri a base quadrata che componevano la normale architettura delle mura. Una struttura così poderosa ne faceva, di fatto, una fortezza.
    Legata a diversi importanti avvenimenti storici: è famosa per essere stata utilizzata dai Goti di Totila, che la trovarono aperta, come anche la Porta San Paolo, per l’ingresso e il saccheggio della città il 17 dicembre 546 con relativa distruzione, secondo i cronisti dell’epoca, di un terzo della cinta muraria, poi frettolosamente ricostruita. Ma già qualche anno prima, nel 537, l’invito ai Goti, rivelatosi poi falso, ad entrare in Roma da quella porta costò a papa Silverio la deposizione dal soglio pontificio per tradimento.
    Nel 1084 passarono da qui anche l’imperatore Enrico IV e l’antipapa Guiberto di Ravenna per scacciare l’allora papa Gregorio VII, il cui

    Porta Asinaria – 1954 circa. Si ringrazia RomaSparita.

    liberatore, Roberto il Guiscardo mise a ferro e fuoco tutta l’area lateranense, arrecando gravi danni alla porta e alle mura circostanti. Anche il re Ladislao di Napoli entrò da qui nel 1404, e quattro anni dopo ne ordinò, per la prima volta, la chiusura per motivi difensivi. Ma fu riaperta dopo solo un mese. Venne definitivamente chiusa nel 1574, contemporaneamente all’apertura della vicina Porta San Giovanni, resa necessaria nell’ambito della ristrutturazione dell’intera area lateranense per agevolare il traffico da e per il Sud d’Italia. A quell’epoca, del resto, la porta Asinaria era divenuta ormai quasi inagibile per il progressivo innalzamento del livello stradale circostante, circa 9 metri, e anche per questo era ormai del tutto inadeguata a sostenere il volume di traffico, sebbene apparisse molto più imponente dell’altra.
    E’ proprio l’interramento progressivo che, però, ha consentito la conservazione, come è avvenuto anche per la Porta Ostiense, della fortificazione interna, conferendo all’intera struttura l’aspetto di un’opera difensiva autonoma.
    La porta deve il suo nome all’antica via Asinaria, percorso molto precedente alla stessa cinta muraria, che l’attraversava confluendo, più avanti, nella via Tuscolana. All’interno della città la via Asinaria diventava invece, con un singolare accostamento toponomastico, la Via Santa, che dal Laterano conduceva alla Basilica di San Pietro: in occasione delle incoronazioni dei nuovi pontefici nel Medioevo essa veniva percorsa dai papi neoeletti in processione, nella loro duplice veste di Pontefice e Vescovo di Roma. In documenti risalenti al 934 essa viene indicata con il nome di “Porta S. Johannis Laterani”, mentre nel XIII secolo è attestata la denominazione di Porta Lateranense.

    Porta Asinaria, Porta San Giovanni, Piazzale Appio e Basilica di San Giovanni. Si ringrazia RomaSparita.

    Nei pressi della porta venne rinvenuta una delle pietre daziarie, sistemate nel 175 e scoperte in tempi differenti nelle vicinanze di alcune porte importanti, ne sono state trovate solo altre due, vicino alla Salaria e alla Flaminia. Queste pietre erano poste a individuare una sorta di confine amministrativo, e nei loro pressi si trovavano gli uffici di dogana. Ma se questi uffici provvedevano alla riscossione delle tasse sulle merci in entrata e in uscita dalla città, in epoca medievale, dal V secolo e almeno fino al X, vennero adibiti anche alla riscossione del pedaggio per il transito dalle porte, alcune delle quali, secondo una prassi divenuta normale, erano addirittura di proprietà di qualche ricco possidente o appaltatore. In un documento del 1467 è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474 si apprende che il prezzo d’appalto per la porta San Giovanni, da leggersi pertinente alla Porta Asinaria visto che la San Giovanni venne aperta un secolo dopo, era pari a ”fiorini 74, sollidi 19, denari 6 per sextaria”, dove con la parola sextaria si indica che il

    Porta Asinaria in una stampa antica.

    pagamento avveniva in rate semestrali: Si trattava, secondo gli studiosi, di un prezzo abbastanza alto, e intenso doveva quindi essere anche il traffico cittadino per quel passaggio, per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce, ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce, che venivano emessi.
    Dopo la chiusura avvenuta nel 1574 la porta rimase chiusa per più di due secoli quando il 21 aprile del 1954 venne riaperta in occasione della festa del Natale di Roma, dopo un lungo e accurato restauro. Oggi la porta è utilizzata solo come passaggio pedonale.

    Roma, 16 febbraio 2019

  4. Palazzo della Cancelleria Apostolica: i tribunali della Santa Sede.

    Sede storica della Cancelleria Apostolica, ancora oggi il Palazzo della Cancelleria accoglie i tribunali della Santa Sede: la Penitenzieria, la

    Palazzo della Cancelleria. Si ringrazia RomaSparita.

    Segnatura e la Rota Romana. Progettato tra il 1486 e il 1496 è a tutt’oggi di proprietà esclusiva della Sede Apostolica e pertanto gode delle immunità riconosciute alle Ambasciate Estere in quanto zona extraterritoriale della Santa Sede.
    È considerato dagli storici dell’arte e dell’architettura il massimo esempio di reggia cardinalizia, sede della corte di influenti principi della Chiesa. Ritenuto nel passato il capolavoro del Bramante, la critica storica tende negli ultimi anni ad attribuirlo ad Andrea Bregno, lasciando al Bramante il merito del perfetto cortile e della chiesa di San Lorenzo in Damaso inglobata nella costruzione. Un fatto senza precendenti a Roma: la fusione di Palazzo e «chiesa palatina».

    Chiostro del Bramante – Palazzo della Cancelleria.

    Il palazzo va comunque considerato il capolavoro del mecenatismo della discendenza di Sisto IV della Rovere: realizzato dal nipote, cardinale Raffaele Riario, che vi profuse ogni sua risorsa – anche vincite al gioco, si dice – dovette certamente molto anche all’altro nipote, Giulio II della Rovere, il cui stemma è sul palazzo e il cui pontificato terminò al completamento di esso.
    In una prima fase la fabbrica doveva avere una mole limitata in quanto palazzo del cardinale titolare di San Lorenzo in Damaso, adiacente alla chiesa e con una torre angolare, sul modello di Palazzo Venezia. Un progetto più ambizioso di palazzo con quattro torri fu elaborato forse intorno al 1488 – 1489 e comunque entro il 1495: l’antica chiesa di San Lorenzo in Damaso fu demolita, ricostruita più a sinistra e inglobata in un colossale blocco edilizio trapezoidale; al suo posto veniva edificato il cortile. La parte retrostante, verso il giardino, fu completato dopo il 1511 per l’elezione del Riario a Episcopus Ostiensis.

    Sala Regia – Palazzo della Cancelleria.

    Un ruolo importantissimo fu svolto dal Riario che gli permise di essere al corrente delle più attuali tendenze culturali e delle più moderne iniziative edilizie e di conoscerne gli operatori, architetti e artisti. Le forti tangenze col Palazzo Ducale di Urbino vengono spiegate col soggiorno del Riario ad Urbino nel 1480 e con l’intervento di Baccio Pontelli. Molti studiosi ritengono che il cardinale affidasse il programma edilizio ad un vero e proprio collegio di architetti, del quale poterono far parte personalità emergenti come Giuliano da Sangallo o Antonio da Sangallo il vecchio.
    E ad Andrea Bregno, il nuovo “Policleto”, esecutore di Palazzo della Cancelleria. A lui, che assunse un ruolo dominante nell’ultimo quarantennio del Quattrocento, è stata attribuita l’ideazione del parametro scultoreo delle facciate, e in particolare i due balconi su via del Pellegrino con le iscrizioni “HOC OPUS” e “SIC PERPETUO” relative ai due motti scelti dal cardinale Riario. Alcuni studiosi sostengono poi anche

    Soffitto della Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    l’intervento di Bramante, il quale, secondo Vasari, si sarebbe trovato “con altri eccellenti architettori alla resoluzione di gran parte del palazzo e della chiesa di San Lorenzo”. Il linguaggio bramantesco è stato rilevato nell’impostazione generale, nella scansione degli ordini e nel cornicione.
    Grazie all’intervento dei maggiori architetti e artisti dell’epoca, oggi del Palazzo si ammira la pacata armonia della facciata, la cui lunghezza è equilibrata dai due avancorpi appena accennati, il cortile, assoluto capodopera del genere, lo scalone, un portale quattrocentesco che si trova nel primo loggiato, la Sala Riaria, o Aula Magna, il Salone detto “Dei Cento Giorni” perché il Vasari, che lo decorò con illustrazioni dei “Fatti della vita di Paolo III Farnese” ebbe a vantarsi di aver compiuto l’opera in soli cento giorni. “E si vede”, commentò Michelangelo.
    L’appartamento cardinalizio sempre al piano nobile ha belle decorazioni di Perin del Vaga. Nell’edificio si trova anche un salone ad uso del teatrino creato dal cardinale Pietro Ottoboni, Ne è notevole il soffitto decorato secondo il gusto di Filippo Juvara. Nella seconda metà del Seicento, il palazzo era infatti divenuto un centro fervido di vita teatrale e musicale dove si esibirono i maggiori artisti del secolo, a cominciare da Arcangelo

    Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    Corelli. Nel sotterraneo del palazzo ci sono avanzi di un sepolcro romano del primo secolo avanti Cristo – eretto per il generale cesariano Hirzio – e un mitreo.
    Nel 1517 il palazzo fu confiscato al Riario, per aver partecipato alla congiura contro Leone X e passò al cardinale Giuliano de’ Medici il quale vi svolse le funzioni di vice-cancelliere della Santa Chiesa. Salito questi al papato, la Cancelleria rimase nel palazzo, dove risiede tuttora, con l’avallo, prima, della legge delle Guarentigie,1871, e poi dei Patti Lateranensi,1929.
    Ebbero transitoria sede nel palazzo, il Tribunale della Repubblica Romana, 1789 – 1799, la Corte Imperiale Napoleonica, 1810, il Parlamento Romano, 1848, l’Assemblea Costituente della Repubblica Romana, 1849. Pellegrino Rossi, esponente del governo liberale di Pio IX, venne assassinato nell’atrio, a seguito di un complotto, il 25 novembre 1848.
    Sulla stessa piazza della Cancelleria e sul fianco destro del palazzo, ove ora corre Corso Vittorio, erano le case dei Galli che ospitarono il giovane Michelangelo alla sua prima venuta a Roma.

    Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    Il fianco sinistro del palazzo segue l’andamento un po’ curvilineo di via del Pellegrino, riordinata nel 1497 da Alessandro VI a continuazione dei programmi urbanistici delineati da Sisto IV. Il lato destro, con avancorpi più rilevati e nel quale sembra maggiormente si scorgere l’impronta bramantesca, è stato valorizzato dall’apertura, verso il 1880, di Corso Vittorio. Di quell’epoca è anche un generale restauro del palazzo ad opera del Vespignani. Grandi restauri all’ala destra del palazzo vennero eseguiti durante il pontificato di Pio XII per rimediare ai gravi danni arrecati dall’incendio del 31 dicembre 1939 che aveva provocato il crollo del soffitto di San Lorenzo in Damaso e del sovrastante pavimento della Sala dei cento giorni.

    Roma, 13 gennaio 2019