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  1. Piranesi e l’Aventino: la Piazza dei Cavalieri e la chiesa di Santa Maria del Priorato

    Nel 1761 Giovanni Rezzonico diventava Gran Priore romano dell’Ordine di Malta per nomina di suo zio Clemente XIII. In quello stesso anno Piranesi dedicava alla nobile

    Autoritratto – Giovan Battista Piranesi

    famiglia veneziana dei Rezzonico il trattato “Della Magnificenza ed Architettura dei Romani”, nel quale esaltava il primato architettonico degli Etruschi e dei Romani contro le idee del Winckelmann, che diceva i Greci superiori. Poco dopo il cardinale Rezzonico lo incaricava di effettuare una ristrutturazione e un ammodernamento della chiesa di Santa Maria del Priorato. I lavori iniziarono il 2 novembre del 1764 e terminarono il 31 ottobre 1766. Santa Maria del Priorato con la sua piazza, i suoi giardini e la villa costituiscono l’unica opera architettonica che l’architetto Giovan Battista Piranesi abbia mai realizzato.
    L’incarico prevedeva che la chiesa e la villa, già esistenti, fossero adattati ai nuovi gusti e dotati di un accesso più agevole, poiché, in quel momento, li si poteva raggiungere solo salendo per una via piuttosto impervia dal lungotevere.
    Dove ancora oggi sorge la chiesa, che è parte della Villa del Priorato del Sovrano Militare Odine di Malta, infatti, sorgeva una piccola cappella dedicata alla Madonna che si trovava al termine della salita che si arrampicava sul colle a partire dalla riva del Tevere, in prossimità di quella oggi è Piazza dell’Emporio.
    Non è noto, con certezza, se questa cappella facesse parte del presidio fortificato sorto tra il VII e l’VIII secolo sull’Aventino con funzione difensiva e di controllo del guado, ma si sa che il presidio fortificato sarebbe divenuto fortezza di Alberico II, e che, a un certo punto, una cappella che ne faceva parte fu trasformata in chiesa vera e propria quando il nobile patrizio romano donò il tutto a Oddone di Cluny. Da questo momento la piccola cappella sarà indicata con il nome di Santa Maria de Aventino.

    Antica incisione in cui si vede l’antica strada che dal Tevere consentiva di raggiungere Santa Maria de Aventino.

    Il complesso passò poi nelle mani dell’Ordine dei Templari, monaci guerrieri che avevano combattuto i Musulmani a difesa della cristianità, e nel 1312, con la soppressione dell’Ordine dei Templari, passò nella proprietà dei Cavalieri di Rodi, la confraternita religiosa istituita in Terra Santa dal monaco amalfitano Gerardo per dare assistenza ospedaliera e alberghiera ai pellegrini in visita al Santo Sepolcro. L’Arciconfraternita dei Cavalieri di Rodi, nel 1522 cambiò nome per assumere quella dei Cavalieri dell’Ordine di Malta.
    A lungo la piccola chiesa sull’Aventino, che guardava verso la foce del Tevere, rimase dimenticata. Se ne ricordò Pio V, nella seconda metà del Cinquecento, donandola al Priorato romano dei Cavalieri di Malta che fino a quel momento avevano avuto la loro sede dentro il Foro di Augusto. Lo stesso Pio V contestualmente trasferì alla Chiesa di Santa Maria de Aventino il titolo di San Basilio, titolo che era appartenuto alla chiesa che sorgeva vicino all’Arco dei Pantani. La piccola chiesa, però, rimase comunemente nota come Chiesa di Santa Maria del Priorato.
    L’attenzione su Santa Maria del Priorato si riaccese nuovamente nel Settecento con il cardinale Rezzonico, che scelse un architetto, Piranesi, che, pur avendo una grandissima influenza sullo sviluppo architettonico in senso neoclassico di Roma e influenzando l’architettura e le arti dei paesi del Nord Europa, non aveva avuto modo di realizzare nessuno dei suoi progetti.
    La fase iniziale dei lavori fu costituito da uno scavo in corrispondenza dell’attuale Piazza dei Cavalieri, che riportò alla luce i resti del romano Vicus Armilustri, dal quale secondo Livio e Varrone, i Salii, sacerdoti consacrati a Marte e a Quirinus, accedevano al sacro recinto dell’Armilustrum dove, il 19 ottobre di ogni anno, erano purificate le armi degli eserciti romani.

    Piazza dei Cavalieri – G.B. Piranesi

    I Salii erano uno dei collegi sacerdotali più importanti dell’antica Roma, e avevano il compito di aprire e chiudere ogni anno il tempo che poteva essere dedicato alla guerra, che, per gli antichi romani, andava da marzo a ottobre, coprendo così il periodo nel quale era possibile effettuare gli approvvigionamenti. Questo tempo di passaggio aveva un’importanza fondamentale per il cittadino romano, che era allo stesso tempo civis, cittadino e miles, soldato. Con il mese di marzo, il cittadino romano diventava quindi miles e passava sotto la giurisdizione militare e la tutela del dio Marte. Questo passaggio era segnato da una serie di riti guidati dai Salii Palatini. Nel mese di ottobre il cittadino romano tornava a essere civis, a occuparsi delle attività produttive sotto la tutela del dio Quirino e i riti guidati dai Salii Quirinales segnavano questo momento purificando uomini, armi e animali che avevano partecipato alle attività di guerra. Le tre feste di purificazione di chiusura della stagione della guerra si svolgevano in ottobre ed erano il Tigillum Sororiun, per la purificazione dei soldati, l’October Equium, per la purificazione dei cavalli e l’Armilustrium, per la purificazione delle armi, che si svolgeva appunto il 19 ottobre nel sacro recinto antistante il tempio di Marte che sorgeva sull’Aventino.
    Il ritrovamento del recinto in cui si svolgeva il rito dell’Armilustrium indusse Piranesi a pensare la piazza come un recinto chiuso su stesso su cui si appoggiano le steli e gli obelischi che richiamano la spina del Circo Massimo poco distante, che egli stesso, in una delle sue incisioni più note, aveva immaginato come affastellato di oggetti.

    Antichità Romane – Spina del Circo Massimo – G.B. Piranesi.

    Nella Piazza dei Cavalieri il richiamo alle armi e alla tradizione romana trovano la loro giusta fusione con la tradizione guerresca dei Cavalieri che è perciò narrata sull’intera piazza, dove si fondono la gloria del passato romano con la realtà concreta e presente del Settecento. Nelle steli si mescolano elementi decorativi desunti dallo stemma dei Rezzonico, come la torre, l’iconografia navale e militare dei Cavalieri e il repertorio iconografico etrusco e romano. Tra gli elementi dell’iconografia etrusca Piranesi cita su queste steli la lira, il cammeo, la cornucopia, il serpente, l’ala d’uccello, la siringa. Molti degli elementi dell’iconografia romana sono invece desunti dalla Colonna Traiana.
    La piazza, quale recinto chiuso, aveva lo scopo, oggi andato completamente perso, di escludere la vista degli orti e delle vigne circostanti. I due muri che cingono la piazza sono il solo elemento ex novo ideato da Piranesi, che per il resto era vincolato dagli edifici pre – esistenti.
    Quello che dovrebbe essere l’ingresso alla chiesa è un portone che Piranesi realizza probabilmente nel muro cinquecentesco esistente. Il muro nel quale il portone si apre resta sostanzialmente anonimo se non fosse elegantemente impreziosito dal festone, e da due pannelli decorativi che sono desunti dai sei rilievi cerimoniali conservati nei Musei Capitolini, uno dei quali con elementi navali. L’aquila con la corona di quercia è invece desunta dal rilievo del II secolo murato sulla parete esterna della facciata dei Santi Apostoli, ma qui all’Aventino quest’aquila diviene bifronte, richiamando così lo stemma dei Rezzonico. Nei pannelli decorativi compaiono pure gli elementi navali propri dell’attività militare dei Cavalieri e, quale elemento di contemporaneità, un cannone e un fucile. Di fatto però sulla piazza monumentale non si apre il portone del palazzo o della chiesa, ma un viale definito da una doppia fila di allori, con funzione di cannocchiale, che prepotentemente porta sull’Aventino il Cupolone di San Pietro.

    Piazza dei Cavalieri – G.B. Piranesi.

    Se si entrasse da questo portone, così come Piranesi aveva di fatto immaginato, si scoprirebbe che, una volta oltrepassato il lungo filare di allori, questo conduce al belvedere che si apre su Roma consentendo di scoprire così quanto il Cupolone di San Pietro sia ben lontano.
    Per raggiungere l’ingresso vero e proprio della chiesa sarebbe quindi necessario attraversare il giardino con le aiuole che una volta avevano forme attorcigliate e ritorte, incontrare quindi il severo palazzo della Villa e infine raggiungere la piccola piazza su cui si erge la facciata della chiesa, che Piranesi conserva praticamente uguale a quella dell’edificio del Cinquecento, ma a cui va ad aggiungere un’elaborata decorazione in stucco.
    Il portale centrale è simmetricamente affiancato da un elemento decorativo che è da considerarsi come rielaborazione di una grottesca, un abbellimento pittorico di origine romana che qui assume l’aspetto di un vessillo, analogo a quelli che si trovano sull’arco di Costantino. La scelta decorativa crea direttamente una serie di collegamenti, all’arte romana di cui Piranesi sosteneva la supremazia su quella greca, con le armi dei Cavalieri e dei romani e quindi con l’Armilustrum e la piazza dei Cavalieri.
    I simboli di questa particolare grottesca in stucco sono scelti con cura e hanno molteplici significati. Dal basso s’incontrano: gli strumenti del muratore, che vengono interpretati, da alcuni, come un rimando alla simbologia massonica; la targa con la scritta FERT “Fortitudo Eius Rhodum Tenuit”, un motto che ricorda l’impegno dei Cavalieri di Malta nella difesa di Rodi; la rappresentazione della fortuna romana, così come descritta da Cicerone, con il timone poiché governa le sorti umane e nella destra un mazzo di spighe; il monogramma PX, Pax Christi, sovrastato dalle due mezze lune incatenate, dalla torre dei Rezzonico e dalla Croce di Malta.

    Facciata di Santa Maria del Priorato – G. B. Piranesi.

    Se questa grottesca/insegna è un codice si può leggere che la saldezza dell’Ordine e del suo Gran Priore, in questo momento il cardinale Rezzonico, è costruita, attraverso gli strumenti del muratore, sulla Pax Christi, sulla fortuna e la fortitudo.
    Il portale e le insegne sono racchiuse in una coppia doppia di paraste strigilate a ricordare che l’edificio ha anche valore di sacello funerario, come ribadito nell’ordine superiore della facciata in cui si apre un oculo, con funzione di clipeo, posto al centro di una coppia di elementi decorativi strigilati, che di nuovo richiamano il sarcofago. Ai lati di questo complesso elemento decorativo una coppia di serpenti che sono contemporaneamente il simbolo della medicina, e quindi ruolo medico svolto ancora oggi dai Cavalieri di Malta, un richiamo al nome antico dell’Aventino, mons Serpentarius, e simbolo della morte, della resurrezione e della vita eterna.
    La decorazione della facciata è completata da due spade con fodero e impugnatura dalla decorazione complessa costituita da vari elementi, che vengono inserite nelle paraste strigilate e i semicapitelli di queste ultime dove compare la torre, derivante dallo stemma araldico della famiglia Rezzonico, tra due sfingi affrontate
    La facciata si conclude oggi con un timpano triangolare ornato di un fastigio militare che si richiama ai trofei di Domiziano, mentre i bombardamenti francesi che determinarono la caduta della Repubblica Romana del 1849 fecero crollare un elemento architettonico che sovrastava il timpano e che rappresentava l’unica aggiunta di Piranesi alla facciata originaria. Questa sorta di attico aveva lo scopo di slanciare la facciata e di conferirle una maggiore incisività nel panorama romano, rendendo la chiesa così più facilmente identificabile da lontano. Questo elemento architettonico era decorato solo con elementi desunti dallo stemma della famiglia Rezzonico.

    Disegno del prospetto di Santa Maria del Priorato – G.B. Piranesi.

    Piranesi non intervenne sulla volumetria della chiesa che dopo i lavori del Settecento rimase sostanzialmente uguale a quella della chiesa del Cinquecento, ma l’intervento si tradusse una nuova distribuzione degli spazi interni con alcuni espedienti, per cui la chiesa, alla fine dei lavori, apparve profondamente mutata rispetto a quella originaria.
    Il primo intervento riguardò lo spostamento in avanti dei tre gradini di accesso al presbiterio in modo che questo spazio venisse a includere anche due nicchioni laterali. Con questo espediente la chiesa veniva, di fatto, divisa in due parti uguali, con la formazione di un deambulatorio appena accennato, la cui presenza suggerita piuttosto che reale, è sufficiente a legare l’architettura interna dell’edificio a quella di chiese tipiche del Nord Europa.
    Lungo la navata si sviluppano ritmicamente i nicchioni che con la loro regolarità e con l’alternarsi delle paraste scanalate costringono il visitatore a porre lo sguardo direttamente e immediatamente sull’elemento focale della chiesa: l’altare.
    L’altare è forse l’intervento più incisivo di Piranesi, come forse può testimoniare il fatto che l’artista dedica alla sua elaborazione grafica ben quattro disegni, mentre la realizzazione effettiva è opera di Tommaso Righi. Il nuovo altare sostituisce del tutto quello medioevale e risulta originarsi dalla sovrapposizione di tre sarcofagi, di cui quello inferiore riprende il tema dell’oculo circondato da una decorazione strigilata, analogo a quello posto nella facciata principale.
    Il sarcofago superiore termina con due speroni, che svolgono funzione di prora e che, facendolo assomigliare a una nave, richiamano nuovamente la natura duale, militare e religiosa, dei Cavalieri di Malta. Su questa sequenza di tre sarcofagi s’innesta la gloria di San Basilio portato in cielo dagli angeli.
    Altro momento di grande complessità decorativa, dell’interno della chiesa, è il fastigio del soffitto della navata, che riprende il tema già adottato in facciata del labaro, qui chiuso in una ghirlanda con i sigilli del monogramma PX, Pax Christi. A questi sigilli da un lato è appeso uno stendardo con la figura del Battista, santo onomastico di Rezzonico e protettore dell’Ordine, una nave, una vela con la croce di Malta, un trofeo di scudi, la tonaca dell’Ordine e la tiara papale.

    Fastigio del soffitto – Santa Maria del Priorato – G.B. Piranesi.

    L’elemento triangolare oltre che come vela, rinnovato riferimento alle imprese navali dei Cavalieri, è anche simbolo trinitario e come tale riverbera intorno a se raggi di luce. Completano la decorazione del soffitto lo stemma dei Rezzonico con il cappello cardinalizio e la croce di Malta. Tutta questa sequenza decorativa a soffitto induce a guardare al lanternino, decorato con quattro petali che contengono episodi della vita di San Giovanni.
    Altri dodici medaglioni con le immagini degli apostoli sono sopra ogni nicchia e intorno all’abside.
    Il 13 ottobre del 1766 la chiesa fu presentata al cardinale Rezzonico e a Clemente XIII che, entusiasta del risultato, insigniva Piranesi dello Speron d’oro.
    I più interessanti architetti e intellettuali dell’epoca, quali Winckelman, Mengs e Vanvitelli, diedero dell’opera giudizi sostanzialmente negativi.
    L’interno della chiesa ospita il monumento funebre di Piranesi che, secondo le volontà dell’artista, non avrebbe dovuto trovarsi qui. Pranesi, infatti, aveva lasciato scritto di voler essere seppellito in Santa Maria degli Angeli e che un antico candelabro romano tratto dal suo museo e da lui restaurato fosse posto sulla sua tomba.
    In realtà quando Piranesi morì nel 1778 a seguito di una malattia dopo il suo ultimo viaggio a Paestum, fu seppellito in Santa Andrea delle Fratte, e solo successivamente il corpo fu traslato a Santa Maria del Priorato per volontà del Cardinale Rezzonico. Per il monumento funebre il cardinale fece realizzare una statua da Giuseppe Angelini in cui Piranesi è effigiato abbigliato con la toga di antico romano, mentre regge un rotolo nella mano sinistra, su cui è incisa la pianta del tempio di Poseidon di Paestum, ultima meta di lavoro e studio del grande intellettuale, architetto e archeologo.
    La Piazza dei Cavalieri di Malta nasconde un’altra affascinante leggenda: è quella secondo cui tutto il colle dell’Aventino non sarebbe altro, in realtà, che un’immensa nave simbolica, sacra ai Cavalieri Templari, che quando verrà il momento salperà diretta verso la Terra Santa. Il Piranesi, da sempre ammiratore dell’Ordine del Tempio, ben conosceva la leggenda, e nella sua opera di ristrutturazione del colle inserì tutta una serie di riferimenti, strutture e simbolismi che richiamano più o meno apertamente anche questa leggenda.

    Decorazione del lanternino – Santa Maria del Priorato – G.B. Piranesi.

    Secondo la tradizione la nave è idealmente ancorata al porto fluviale di Ripa, sul Tevere, attraccata al molo ideale costituito dai resti del Ponte Rotto. La parte meridionale del colle, che si adagia sulle rive del Tevere con una forma a “V”, sarebbe la prua di questo veliero. Nella simbologia piranesiana, perciò, l’intera piazza, circondata da mura, ne costituisce il castello, mentre gli obelischi alternati alle lastre marmoree simboleggiano gli alberi e le vele. Il portale della Villa dei Cavalieri costituisce l’entrata al cassero, il famoso viale alberato sagomato a formare una galleria è il ponte di coperta. Gli intricati giardini a labirinto che si trovano a lato rappresentano le funi e il sartiame della nave, mentre il belvedere del parco, dal quale si ammira il panorama di tutta Roma, è la coffa. Così, la Chiesa di Santa Maria del Priorato, finisce con il rappresentare la cabina di comando.
    Inoltre, poiché la natura geologica dell’Aventino è tale che il monte si presenta ricco di grotte e anfratti, sfruttate da sempre dall’uomo per ricoverare greggi e materiali, si pensi a questo punto all’episodio mitologico in cui il gigante Caco sottrae le mandrie a Ercole e le nasconde proprio alle pendici dell’Aventino, il vasto sistema di gallerie e cavità ipogee assume valore di stiva di questa immaginaria nave.

    Roma, 15 aprile 2018

  2. Domiziano, lo Stadio, la Piazza

    È stato detto che, a Piazza Navona, Roma sia più autenticamente sé stessa. Grandiosa e solenne, vivace e raffinata, non in funzione del mondo come Piazza San Pietro, che rappresenta la missione di Roma.

    Piazza Navona 1699 - Caspar van Wittel

    Piazza Navona 1699 – Caspar van Wittel

    Questa piazza è un luogo esclusivo per la città, è lì dove la città vive per sé stessa, per il proprio gusto di esistere.
    Meravigliosamente, la piazza ripete nelle sue dimensioni e nel suo circuito la foggia dello Stadio di Domiziano che sorse qui, nell’anno 86 d.C., nelle vicinanze dell’Odeon, dove oggi è il Palazzo Massimo alle Colonne, alla cui decorazione aveva partecipato anche colui che fu poi l’architetto di Traiano: Apollodoro di Damasco. Probabilmente nei pressi della piazza, e presso il Tevere, dovette sorgere la Naumachia di Domiziano costruita per gli spettacoli nautici che non si potevano più dare nell’Anfiteatro Flavio dopo che lo stesso Domiziano ebbe costruito gli impianti di servizio sotto l’arena. L’imperatore apprezzava in modo particolare i giochi atletici greci che, insieme a quelli musicali ed equestri, facevano parte del Certamen Capitolinum, la gara in onore di Giove Capitolino.

    Stadio di Domiziano ed Odeon - ricostruzione

    Stadio di Domiziano ed Odeon – ricostruzione

    Il Certamen Capitolinum era triplice (musicum, equestre, gymnicum), cioè articolato in competizioni di diverso carattere: gare iniziali di poesia greca e latina che si svolgevano nell’Odeon alle quali seguivano competizioni musicali e canore, rappresentazioni teatrali ed equestri (queste ultime si dovevano svolgere nel Circo Massimo, edificio di cui Domiziano inizia il grandioso lavoro di ricostruzione poi ultimato da Traiano) e, da ultimo, si tenevano le gare sportive strutturate sul ciclo olimpico greco: atletica leggera (corse di vario tipo), atletica pesante (lotta, pugilato e pancrazio), oltre alle gare riunite nel pentathlon (corsa, lancio del disco, salto, lancio del giavellotto, lotta). La gara più importante era la corsa dello stadio (circa 180 metri). Queste ultime gare si tenevano appunto nello stadio.
    Trattandosi di uno stadio e non di un circo, mancavano naturalmente i carceres (i box dai quali prendevano il via i carri) e la spina centrale che caratterizzava ed ha caratterizzato a lungo il profilo del Circo Massimo. L’arena dello stadio era quindi completamente libera e in nessun caso l’obelisco, che era al centro della piazza, poteva qui essere collocato in antico, come si è favoleggiato.

    Naumachia di Domiziano

    Naumachia di Domiziano

    Questa fantomatica Naumachia, che non dovette avere fortuna ed ebbe certamente vita breve poiché Domiziano medesimo ne utilizzò le pietre per un restauro al Circo Massimo, è forse all’origine delle contaminazioni leggendarie che fanno derivare da “nave” anziché da “agone” il nome di Piazza Navona. Il toponimo “in agonis” fu, però, molto usato nel medioevo per indicare tutta la zona.
    E’ noto che lo stadio fosse interamente costruito in travertino, a diversi ordini di fornici ed ornato da statue. La sua larghezza era di 54 metri e la lunghezza di 276; la cavea raggiungeva un’altezza di 33,40 metri. Essa poteva contenere fino a 30mila spettatori. Gli edifici che ammiriamo nell’area di Piazza Navona sono fondati sulle gradinate della cavea, come si può agevolmente controllare in Piazza di Tor Sanguigna, dove è visibile un tratto del lato curvo, perfettamente conservato al di sotto delle abitazioni moderne. Nel 222-235 furono realizzati dei restauri a cura di Alessandro Severo, che mise mano anche alle vicine Terme Neroniane; mentre Costanzo II, poco più di un secolo dopo, per quanto pieno di ammirazione, privò lo stadio dei suoi ornamenti marmorei per trasferirli a Costantinopoli. Alla ricca decorazione scultorea dell’edificio, alcuni pezzi superstiti della quale sono stati recuperati negli scavi degli anni Trenta del secolo scorso, appartiene forse la statua del Pasquino, copia di un gruppo ellenistico pergameno rappresentante probabilmente Aiace con il corpo di Achille, che attualmente è sull’angolo di Palazzo Braschi che insiste su Piazza Pasquino.
    E’ noto ancora che nel V secolo, alla caduta di Roma, lo stadio era ancora agibile.

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 - Giovanni Paolo Pannini

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 – Giovanni Paolo Pannini

    L’agiografia cristiana localizza nello stadio il martirio di sant’Agnese: esso avrebbe avuto luogo, infatti, in uno dei lupanari che, come nel Circo Massimo, avrebbero occupato i fonici dell’edificio, lupanare che probabilmente si trovava proprio nel punto dove ora è la chiesa omonima, nei cui sotterranei si possono vedere i resti appartenenti all’edificio.
    Nella generale rovina del primo medioevo, mentre le arcate crollavano e sopra vi crescevano gli orti, il ricordo della vergine Agnese fece sorgere un oratorio in mezzo alle torri delle fazioni baronali. Verso il 1250 si stabilirono nella piazza le prime famiglie nobili e nel ‘400 arrivarono gli spagnoli con un loro ospizio. A metà del secolo, secondo un memorialista del Giubileo del 1450, la piazza presentava ancora buona parte delle gradinate dello stadio di Domiziano. La rinascita dell’area era ormai avviata: qui, infatti, fu trasferito il mercato che si svolgeva alle pendici del Campidoglio: Roma stava spostando, seguendo gli orientamenti dei pontefici, il suo centro di gravità verso occidente, cioè verso la nuova sede papale del Vaticano.
    La piazza cominciò così ad essere centro di animazione: giostre e tornei, processioni e luminarie ne fecero un luogo di divertimento per quanto fosse anche sede di scontri, specie tra esponenti delle gelose colonie straniere.

    Piazza Navona - Giovan Battista Piranesi

    Piazza Navona – Giovan Battista Piranesi

    Alla fine del Cinquecento Gregorio XIII fece collocare, ai due estremi, due bacili di fontane da Giacomo della Porta: al centro venne posto un abbeveratoio.
    L’ascesa al pontificato di Innocenzo X Pamphilj, le cui case familiari si trovavano sulla piazza, determinò il destino della piazza. Fu così che qui il Barocco trionfante lasciò una delle sue impronte scenografiche più mozzafiato, e fu quasi una gara tra: Bernini, Borromini, Rainaldi, Pietro da Cortona vi lasciarono i segni tra i più strabilianti della loro immaginazione.

    Roma, 7 aprile 2018

  3. Il martirio di Paolo di Tarso alle Acque Savie e l’abbazia delle Tre Fontane

    Per quanto possa sembrare sorprendente, nel Nuovo Testamento non c’è traccia di alcuna notizia che riguardi la sorte dell’apostolo Paolo. Sebbene Luca, l’estensore del testo degli Atti degli Apostoli, sia molto attento a ciò che accade e a tutti gli

    Martirio di San Paolo – Algardi – Bologna.

    spostamenti e agli scambi dell’Apostolo delle Genti, egli scrive, verso la fine del libro, che Paolo è detenuto si a Roma, in regime di custodia militaris, ma che sia libero di predicare: “Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso in affitto e accoglieva tutti quelli che venivano da lui, annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento” (At 28,30-31).
    A tutt’oggi non sono noti i motivi per i quali Luca non riferisca nulla circa la sorte di Paolo.
    La prima notizia relativa alla morte dell’apostolo si può trovare in uno scritto della metà degli anni 90 dopo Cristo, quindi circa trent’anni dopo la sua morte, quando sul soglio pontificio sedeva Clemente I. Quest’ultimo scrive una lettera indirizzata ai Cristiani di Corinto e vi afferma che Paolo “per la gelosia e la discordia, dopo aver predicato la giustizia a tutto il mondo […] sostenne il martirio davanti ai governanti” (1Clem 5,2).
    Anche lo storico Eusebio di Cesarea, vissuto tra il 265 e il 340 dopo Cristo, parla della morte di Paolo e la riferisce al regno di Nerone: “Durante il regno di Nerone, Paolo fu decapitato proprio a Roma e Pietro vi fu crocefisso. Il racconto è confermato dal nome di Pietro e di Paolo, che è ancor oggi conservato sui loro sepolcri in questa città”. (Hist. eccl., 2,25,5).
    Negli Atti di Pietro e Paolo, un testo apocrifo compilato in greco tra il V e il VII secolo, l’episodio della decollazione di Paolo è riportato con gran dettaglio: “Pietro e Paolo, ricevuta la sentenza, furono tolti dal cospetto di Nerone […] Paolo fu condotto incatenato sul luogo a tre miglia dalla città, sotto la scorta di tre soldati di famiglia nobile. Usciti dalla porta per lo spazio di un tiro di freccia, si fece loro incontro una pia signora, la quale vedendo Paolo in catene, si sentì commuovere e scoppiò in lacrime. La donna si chiamava Perpetua e aveva un occhio solo […] Paolo, scorgendola piangere, le disse: “Dammi il tuo sudario; quando ritornerò te lo restituirò”. Quella lo prese e glielo diede prontamente. I soldati però le dissero: “Donna, perché vuoi perdere il tu sudario? Non sai che va alla decapitazione?”

    Martirio di San Paolo – Mattia Preti.

    Perpetua rispose loro: “Vi scongiuro, per la salvezza dell’imperatore! Legate i suoi occhi con questo sudario, quando lo decapiterete”. Il che si fece. Lo decapitarono presso il fondo delle Acque Salvie, vicino all’albero di pino. Come Dio volle, prima che i soldati facessero ritorno fu restituito a quella donna il sudario intriso di gocce di sangue. Appena lo portò, sull’istante, l’occhio cieco si aprì […] Gli illustri, santi apostoli Pietro e Paolo si spensero il 29 giugno in Cristo Gesù, Signore nostro, al quale appartengono la gloria e il potere”.
    Sempre negli Atti di Pietro e Paolo è riportato un episodio avvenuto nel corso della decollazione dell’apostolo che entra nella tradizione dei luoghi e permane nel tempo: “In piedi, rivolto verso Oriente, Paolo pregò a lungo. Dopo aver protratta la preghiera intrattenendosi in ebraico con i padri, tese il collo senza proferire parola. Quando il carnefice gli spiccò la testa, sugli abiti del soldato sprizzò del latte. Il soldato e tutti i presenti, a questa vista, rimasero stupiti e glorificarono Dio che aveva concesso a Paolo tanta gloria; e al ritorno annunziarono a Cesare [ovvero Nerone] quanto era accaduto. Anch’egli ne rimase stupito e imbarazzato”.
    In accordo con quanto narrato nei testi apocrifi, la tradizione riporta che quando la testa di Paolo, spiccata a seguito del colpo di spada, rotolò a terra rimbalzando tre volte, nei tre punti in cui essa toccò il suolo, si formarono tre fontane da cui usciva acqua, a temperature diverse e di sapori diversi, e che una di queste dava latte. Sulle tre fontane che zampillarono fu costruita la chiesa dedicata proprio a San Paolo all’interno della quale esse furono per sempre conservate.
    Da questo momento il luogo indicato con il nome di Acque Salvie, la cui etimologia non è ancora oggi stata chiarita, e caratterizzato appunto dalla presenza di sorgenti e corsi d’acqua, tra cui il fosso delle Acque Salvie, sarà indicato pure con il nome di Tre Fontane.

    Il tratto di strada che si dice Paolo di Tarso abbia percorso per andare al martirio.

    Oltre alla ricchezza delle acque e alla presenza delle sorgenti non ci sono altri dati che consentano di collocare proprio alle Acque Salvie il luogo del martirio di Paolo, a meno che non si voglia considerare una prova la debole indicazione avuta nel 1878 quando, nel corso di alcuni scavi, in prossimità della chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, furono ritrovate molte pigne fossilizzate, tre ciocchi di pino e una certa quantità di monete antiche risalenti per la maggior parte all’epoca di Nerone.
    La tradizione vuole poi che il corpo di Paolo dalle Acque Salvie sia stato trasportato alla Necropoli Ostiense, dove trovò sepoltura nel podere di proprietà di una matrona romana di nome Lucina, sulla cui casa in città oggi sorge la chiesa di San Lorenzo in Lucina. Già alla metà del II secolo il luogo in cui era stato sepolto Paolo era luogo di culto, segnalato ai fedeli da un piccolo monumento. Anche il luogo della sepoltura di Pietro era stato così semplicemente segnalato ai fedeli. Successivamente sui due sepolcri, importanti per la comunità cristiana, sarebbero sorte le due basiliche di San Paolo Fuori Le Mura e di San Pietro.
    Analogamente non è nota la data esatta del martirio di Paolo, come già quella del martirio di Pietro. La data del 29 giugno, indicata, come si è visto, nei testi apocrifi, fu scelta, probabilmente, perché il 29 giugno 258, sotto l’imperatore Valeriano, che regnò dal 253 dopo Cristo al 260, le salme dei due apostoli furono trasportate nelle Catacombe di San Sebastiano, e solo quasi un secolo dopo papa Silvestro I fece riportare le reliquie dei due Apostoli nel luogo della prima sepoltura.
    Anche sulla data alla quale sarebbe avvenuta la decapitazione di Paolo non c’è accordo. Secondo alcuni la morte è da far risalire si al regno di Nerone, ma al 64 quindi all’epoca delle persecuzioni dei cristiani seguite al grande incendio della città. Secondo altri la data sarebbe quella del 67, come sostengono Eusebio da Cesarea e San Girolamo, secondo altri ancora la morte andrebbe collocata tra il 56 e il 58 dopo Cristo.

    Donazione di Carlo Magno – Arco di Trionfo – Abbazia delle Tre Fontane.

    Le prime notizie relative a un insediamento religioso stabile in località Acque Salvie si possono ricavare da una guida per pellegrini, del VII secolo, intitolata “De locis sanctis martyrum quae sunt foris civitatis Romae”, “I luoghi santi dei martiri che sono fuori la città di Roma”, in cui si consiglia ai fedeli, che hanno raggiunto la Basilica di San Paolo Fuori Le Mura, di proseguire di poco verso sud, recarsi alle Acque Salvie e visitare così il luogo del martirio di Paolo. Nel medesimo testo si aggiunge che lì avrebbero trovato un monastero e un’importante reliquia: la testa di Sant’Anastasio. Le fonti raccontano che la reliquia di Sant’Anastasio fu portata a Roma durante il regno dell’imperatore Eraclio I intono al 640. Essa era veneratissima e molto presto iniziarono a verificarsi nei suoi pressi numerosi miracoli.
    Dagli Atti del I Concilio Lateranense, svoltosi nel 649 a Roma, invece, si apprende che il monastero delle Acque Salvie era abitato da monaci che provenivano dalla Cilicia. La capitale della Cilicia era Tarso, la città di provenienza di Paolo. E’ possibile che questi monaci siano giunti a Roma nella prima metà del VII secolo e si siano rifugiati nei luoghi del martirio di Paolo per sfuggire in Oriente all’accusa di eresia. Essi si opponevano infatti all’idea che Cristo avesse solo natura divina.
    Da queste indicazioni si evince che il monastero delle Acque Salvie era già sorto nella prima metà del VII secolo, il che vorrebbe dire che esso, insieme all’abbazia che poi lo sostituirà hanno una vita e una storia lunghissime, di quasi 1500 anni, durante i quali i suoi abitanti saranno testimoni d’innumerevoli eventi storici.
    Lungo tutto questo tempo la comunità dei monaci vivrà fasi di grande espansione e di profonda decadenza. Una delle fasi di espansione più importanti è quella che interessa il monastero nel IX secolo quando l’imperatore Carlo Magno donò ai monaci vasti possedimenti in Maremma. L’episodio è così importante che molti secoli dopo, quando al monastero arrivano i Cistercensi esso fu ricordato negli affreschi dell’arco che fa da ingresso all’abbazia.

    Abbazia delle Tre Fontane – Giuseppe Vasi.

    Il monastero vivrà a lungo come realtà indipendente e di rito greco fino a quando, intorno all’Anno Mille si venne a trovare in uno stato di decadenza e abbandono tali che papa Gregorio VII lo pose sotto il controllo dei Benedettini della basilica di San Paolo Fuori Le Mura. L’arrivo dei Benedettini trasformerà profondamente la realtà e il rito greco scomparirà sostituito dal rito latino.
    Ma anche i Benedettini non saranno destinati a rimanere a lungo poiché nel 1130, con la morte di papa Onorio II, si aprirà un periodo di scisma per la chiesa. Il 14 febbraio 1130 furono eletti contemporaneamente due papi Innocenzo II, che non ebbe l’acclamazione del clero e del popolo, e Anacleto II che invece la ottenne. Innocenzo fu perciò costretto a riparare in Francia dove conobbe Bernardo da Clairvaux che decise di appoggiare il suo ritorno a Roma. Sulla figura di Innocento II, grazie all’azione di Bernardo, converse l’alleanza tra Germania, Inghilterra e Spagna che si oppose ai Normanni, che governavano nell’Italia meridionale e appoggiavano Anacleto II. Si scatenò una guerra tra i due fronti che si concluse solo con l’improvvisa morte di Anacleto e il ritorno a Roma di Innocenzo II. Questi seppe farsi apprezzare dal popolo e dal clero, e per mostrare la sua riconoscenza a Bernardo di Clairvaux, e punire i Benedettini che avevano appoggiato Anacleto II, regalò ai Cistercensi il monastero delle Acque Salvie.
    Nel 1139 arrivarono quindi al monastero i monaci inizialmente destinati all’abazia di Farfa e per consentire a essi di abitarvi Innocenzo II si fece carico anche del suo restauro, compiendo un gesto completamente contrario alla prassi dei Cistercensi.

    Abbazia delle Tre Fontane agli inizi del novecento. Si ringrazia Roma Sparita.

    Questi ultimi, infatti, avrebbero dovuto, seguendo la regola, edificare in proprio l’abbazia, poiché l’ordine aveva delle precise regole architettoniche secondo le quali dovevano essere distribuiti i diversi ambienti.
    L’abbazia delle Tre Fontane è quindi l’unica abbazia cistercense non edificata dagli stessi monaci. Questi ultimi però lavorarono alla lenta e costante trasformazione degli edifici per ricondurre gli ambienti alle loro necessità. Come conseguenza di ciò la consacrazione della chiesa abbaziale avvenne nel 1221, quando sul soglio pontificio c’era Onorio III.
    Con l’arrivo dei Cistercensi il monastero si trasformò in abbazia e conobbe un periodo di straordinario splendore e grande importanza tanto che il primo abate salì sul soglio pontificio con il nome di Eugenio III.
    Nel 1294 arrivarono all’abbazia delle Acque Salvie le reliquie di San Vincenzo e i Cistercensi ottennero di festeggiare questo santo insieme a Sant’Anastasio il 22 gennaio e la concessione dell’indulgenza a chi visitava l’abbazia in questa occasione, nella ricorrenza di San Poalo e della Vergine.
    Quando la corte pontificia si trasferì da Roma ad Avignone, tra il 1309 e il 1377, iniziò per l’abbazia un periodo di decadenza, che corrispose anche a un periodo di crisi per tutto l’ordine cistercense. Tra alti e bassi la comunità dei monaci sopravvisse a molteplici difficoltà e conobbe altri momenti di splendore, anche artistico, come accade nel Seicento quando Alessandro Farnese e Pietro Aldobrandini si occuparono dell’abbazia e vi portarono a lavorare personalità come Giacomo della Porta.
    Nel 1868, dopo un breve passaggio dell’abbazia ai Francescani, nel monastero delle Acque Salvie tornano i Cistercensi. Un piccolo gruppo di frati Trappisti, provenienti dalla Germania che si trovavano a Roma di passaggio, fu, infatti, inviato lì dal papa. Al loro arrivo i monaci trovarono una situazione davvero disastrosa che trova riscontro in una precisa cronaca redatta da uno di essi: “Trovammo tutto in uno stato deplorevole. Nella basilica dei santi Vincenzo e Anastasio i buoi trovavano erba sufficiente per pascolare e vi passavano la notte. Nelle pareti esterne, i muri e alcuni edifici erano coperti da tre a sei piedi di macerie. […] I muri producevano un’umidità a guisa di stagni velenosi e questa umidità a sua volta favoriva sciami di moscerini e di altri insetti noiosi in modo che il mal capitato visitatore a mala pena si poteva schernire”.

    Colonia penale alla Tenuta dell’Abbazia delle Tre Fontane.

    I nuovi abitanti del monastero ebbero subito a misurarsi con un grave problema: la malaria. I monaci stabilirono quindi che tra le priorità c’era la bonifica delle terre e degli ambienti e misero subito mano alla costruzione di un canale per drenare le acque. Tra le varie strategie utilizzate per debellare il morbo ci fu la piantagione di eucalipti, una pianta che essendo molto bisognosa di acqua aiutò certamente la riduzione del tasso di umidità ma non ebbe un grande effetto sulla presenza delle zanzare.
    I monaci ebbero ragione degli insetti solo agli inizi del Novecento come risultato di tre azioni combinate: il drenaggio delle acque, l’uso di anti malarici chimici e la posa in opera di zanzariere alle finestre dei locali del monastero.
    Una volta debellato il morbo i Trappisti che avevano nella loro regola l’obbligo di lavorare la terra riuscirono a dare vita a una azienda agricola che permetteva loro di trarre il necessario per se stessi e anche per l’ampia comunità che si era costituita intorno all’abbazia, e che era composta di una colonia penale di condannati ai lavori forzati e di operai.
    Sui 485 ettari della tenuta si coltivavano cereali, ortaggi e frutta, si allevavano cavalli, buoi e vacche da latte, oltre che conigli e galline.

    Abbazia e quartiere E42. Si ringrazia Roma Sparita.

    La prima guerra mondiale fu un momento di arresto di tutte le attività perché tutti gli uomini abili erano stati inviati al fronte, ma queste ripresero alla fine della guerra anche se l’estensione della tenuta si ridusse sia per problemi dovuti alla difficoltà di riprendere i lavori sia perché nel 1930 furono effettuati espropri da parte del governo per acquisire terreni per la costruzione del nuovo quartiere E42/EUR.
    Gli espropri interessarono gli appezzamenti destinati a pascolo e la produzione di latte venne particolarmente colpita. Poiché il quartiere E42 non fu mai completamente realizzato su parte dei terreni espropriati ai Trappisti nel 1953 vennero collocate delle giostre che costituirono il primo nucleo del Luna Park dell’EUR, mentre sulla restante parte, in occasione delle Olimpiadi del 1960 furono realizzati gli impianti sportivi delle Tre Fontane.
    Oggi dell’antica tenuta ai margini dell’abbazia è un vasto oliveto, un piccolo orto a uso della comunità religiosa, il frantoio e la fabbrica di liquori.

    Roma, marzo 2018

  4. Roma, città delle acque

    «Mi sembra che la grandezza dell’impero romano si riveli mirabilmente in tre cose, gli acquedotti, le strade, le fognature».

    Gli acquedotti di Roma

    A scriverlo, lo storico di età augustea Dionigi di Alicarnasso. E più tardi Plinio il Vecchio osservava che: «Chi vorrà considerare con attenzione … la distanza da cui l’acqua viene, i condotti che sono stati costruiti, i monti che sono stati perforati, le valli che sono state superate, dovrà riconoscere che nulla in tutto il mondo è mai esistito di più meraviglioso».
    Gli undici acquedotti di epoca romana, che dal 312 avanti Cristo furono costruiti, portarono alla città una disponibilità d’acqua pro capite pari a circa il doppio di quella attuale, distribuita tra le case private (ma solo per pochi privilegiati), le numerosissime fontane pubbliche (circa 1.300), le fontane monumentali (15), le piscine (circa 900) e le terme pubbliche (11), nonché i bacini utilizzati per gli spettacoli come le naumachie e i laghi artificiali (3).
    La sorveglianza, la manutenzione e la distribuzione delle acque fu affidata, per due secoli e mezzo, alla cura di imprenditori privati, che dovevano rendere conto del loro operato a magistrati che avevano altri compiti principali. Solo con Agrippa, intorno al 30 avanti Cristo fu creato un apposito servizio, poi perfezionato ed istituzionalizzato da Augusto, che si occupava dell’approvvigionamento idrico cittadino e quindi del controllo e manutenzione di tutti gli acquedotti. Oltre ai condotti principali, nel tempo furono costruite diverse diramazioni e rami secondari, per cui un catalogo del IV secolo dopo Cristo ne contava ben 19.

    Acquedotto Vergine

    L’ultimo degli undici grandi acquedotti dell’antica Roma fu costruito durante il principato di Alessandro Severo intorno al 226 dopo Cristo. Raccoglieva l’acqua del “Pantano Borghese” sulla via Prenestina, alle falde del colle di “Sassolello”, a 3 km dall’odierno comune di Colonna: le medesime sorgenti furono successivamente utilizzate da papa Sisto V per la costruzione del suo acquedotto dell’ “Acqua Felice”.
    Furono gli Ostrogoti di Vitige, nell’assedio del 537, a decretare la fine della storia degli acquedotti antichi, che vennero tagliati per impedire l’approvvigionamento della città. D’altra parte Belisario, il generale difensore di Roma, ne chiuse gli sbocchi per evitare che gli Ostrogoti li usassero come via di accesso. Qualcuno fu poi rimesso parzialmente in funzione, ma dal IX secolo dopo Cristo il crollo demografico e la penuria di risorse tecniche ed economiche fecero sì che nessuno si occupasse più della manutenzione, i condotti non furono più utilizzabili e i romani tornarono ad attingere acqua dal fiume, dai pozzi e dalle sorgenti, come alle origini della fondazione della città.
    L’acquedotto Vergine fu progettato ed inaugurato nel 19 avanti Cristo da Agrippa, genero dell’imperatore Augusto, per portare acqua alle proprie terme nel Campo Marzio ove ne sono stati individuati resti in diversi punti. E’ l’unico degli acquedotti di Roma antica rimasto ininterrottamente in funzione sino ai nostri giorni, alimentando le monumentali fontane della città barocca tra cui la celebre Fontana di Trevi. Sesto in ordine di tempo, dopo l’Appio, l’Anio Vetus, il Marcio, l’Aqua Tepula e la Iulia aveva origine a poca distanza dal corso dell’Aniene da alcune sorgenti che si trovavano nell’Agro Lucullano, presso l’odierna località di Salone.
    Da Salone, dopo un percorso sotterraneo di circa cinque chilometri, l’acquedotto arrivava al fosso della Marranella ma – come spesso accadeva negli acquedotti romani – anziché proseguire sotto i colli della città seguendo la via più breve, voltava bruscamente verso nord, seguiva la Via Collatina fino alla località di Portonaccio, dove raggiungeva la Via Tiburtina e l’Aniene che attraversava nella zona di Pietralata. Quindi si muoveva lungo le dorsali della Nomentana e della Salaria da dove, piegando verso sud, attraversava le zone di Villa Ada, dei Parioli, proprio sotto il ninfeo di Villa Giulia, e di Villa Borghese, per entrare infine in città in prossimità del Muro Torto e di piazza di Spagna. L’ultimo tratto, come detto, si sviluppava infine su arcuazioni fino al Pantheon, dove si trovavano le Terme di Agrippa.

    Ninfeo di Villa Giulia

    Il motivo più probabile di questo lungo percorso è da ricercarsi nell’orografia del territorio attraversato: essendo le sorgenti molto basse sul livello del mare e molto vicine a Roma, l’acqua, scorrendo secondo la forza di gravità, non avrebbe potuto raggiungere un livello più elevato nel punto terminale e doveva quindi costeggiare dorsali, superare in elevato le depressioni che incontrava, come sulla via Collatina Vecchia, e attraversare pendii. Il tratto urbano si può facilmente ricostruire grazie alla presenza dei numerosi resti delle arcuazioni: alle pendici del Pincio, sotto Villa Medici e vicino agli Horti Luculliani, una piscina limaria, dalla quale prese il nome il Vicolo del Bottino, serviva a trattenere i depositi presenti nell’acqua e a mantenere costante il carico nel condotto. Da lì veniva percorsa la falda fino al Campo Marzio in direzione parallela a Via Margutta, sbucando quindi finalmente e definitivamente a cielo aperto verso la metà dell’attuale Via due Macelli. Mediante una serie ininterrotta di arcate, l’acquedotto Vergine attraversava quindi l’attuale Via del Nazareno e passava quindi per la zona della Fontana di Trevi e nell’area oggi occupata da Palazzo Sciarra, scavalcava la Via Lata, oggi Via del Corso, e proseguiva lungo la Via del Caravita, Piazza Sant’Ignazio e Via del Seminario, dove doveva trovarsi il castellum terminale.
    Sesto Giulio Frontino, scrittore e architetto, scrive che «davanti alla fronte dei Saepta», in prossimità del Pantheon, l’acquedotto terminava, distribuendo l’acqua ai numerosi monumenti creati da Agrippa, non ultime le Terme che portavano il suo nome, fino in Trastevere.
    Essendo l’acquedotto Vergine in funzione è tuttora accessibile il suo tratto sotterraneo. E’ ancora funzionante e ispezionabile, in occasione di ripuliture e restauri, l’impianto di captazione delle sorgenti.
    La leggenda, ricordata da Frontino, fa risalire il nome dell’acquedotto ad una vergine che suggerì ai soldati di Agrippa, seguendo il suo intuito, l’esatta ubicazione delle sorgenti fino ad allora cercate invano e, a prova di ciò, presso il bacino di raccolta si trovava un’edicola con l’immagine dipinta della ninfa delle sorgenti. Più verosimilmente il nome era legato invece alla purezza ed alla freschezza delle acque, che per altro erano prive di calcare, il che rendeva tra l’altro meno impegnativa la manutenzione dell’acquedotto. Durante i suoi 2000 anni di utilizzo, l’acquedotto ha subito innumerevoli interventi di manutenzione, di restauro e di parziale rifacimento.
    Il tratto più importante è quello visibile in via del Nazareno, ove si conservano tre arcate in blocchi bugnati di travertino con l’iscrizione che ricorda il restauro compiuto nel 46 dopo Cristo dall’imperatore Claudio.
    Vi si legge: Ti(berius) Claudius Drusi f(ilius) Caesar Augustus Germanicus/ pontifex maxim(us) trib(unicia) potest(ate) V imp(erator) XI p(ater) p(atriae) co(n)s(ul) desig(natus) IIII /arcus ductus aquae Virginis disturbatos per C(aium) Caesarem / a fundamentis novos fecit ac restituit.

    Fontana di Trevi

    (Tiberio Claudio, figlio di Druso, Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, rivestito per la quinta volta della potestà tribunicia, acclamato imperatore per l’undicesima volta, padre della patria, console designato per la quarta volta, ricostruì e restaurò dalle fondamenta gli archi dell’acquedotto dell’acqua Vergine, danneggiati da Gaio Cesare, Caligola.
    L’incidente è stato da alcuni studiosi ricollegato alla costruzione di un anfiteatro nel Campo Marzio promossa dallo stesso imperatore e mai portata a termine.
    Nell’antichità i principali lavori conservativi si ebbero al tempo di Tiberio, nel 37 dopo Cristo, di Claudio, nel 45-46 dopo Cristo, quando vennero ripristinate le arcuazioni in blocchi bugnati di travertino nell’area urbana, e di Costantino. Ai tempi di Teodorico l’acquedotto era funzionante ed era ancora decantata la purezza dell’acqua.
    Papa Adriano I (772-795) fece eseguire nel Medioevo lavori di una certa consistenza. Procopio ci informa che «l’Acquedotto della Vergine, da molti anni demolito e così pieno di rovine tanto che in Roma entrava ben poca acqua… (Adriano I) lo restaurò nuovamente e lo arricchì di tanta abbondanza d’acqua che dissetava quasi tutta la città».
    Si noti come il biografo indichi che l’acquedotto, anche prima dei restauri, riuscisse a portare soltanto poca acqua in città: segno che, benché malandato, non cessò mai del tutto la sua attività. Con tutta probabilità il restauro di Papa Adriano consistette anche nell’allestimento di una nuova fontana terminale subito a monte di via del Corso, dove le arcuazioni erano state interrotte.

    Vicus Caprarius

    A due passi dalla celebre Fontana di Trevi, nel 1999, a pochi metri da Fontana di Trevi, i lavori per la realizzazione di una nuova sala cinematografica, la Sala Trevi intitolata ad Alberto Sordi, hanno offerto l’occasione per una fortunata campagna di scavo. Le indagini, estese per una superficie complessiva di 350 mq e una profondità massima di 9 m, hanno rimesso in luce un complesso edilizio di età imperiale, testimonianza dell’antico tessuto urbanistico della città.
    I rinvenimenti sono riferibili a un caseggiato (insula) edificato unitariamente ma articolato in due edifici indipendenti. Questo complesso abitativo destinato alla residenza intensiva venne successivamente trasformato, intorno alla metà del IV secolo, in una lussuosa residenza signorile (domus). Nell’ambito della suddivisione amministrativa della città in quattordici regioni voluta da Augusto, l’area del Vicus Caprarius era compresa nella VII regio via Lata. In particolare gli edifici messi in luce sorgevano lungo il tratto urbano dell’antica Salaria vetus che, nel tratto corrispondente alle attuali via di San Vincenzo e via dei Lucchesi, assumeva la denominazione di Vicus Caprarius, probabilmente in relazione alla presenza di una aedicula Capraria, luogo di culto dedicato a Iuno Caprotina.
    Un secondo edificio, che si articola su due piani, per un’altezza complessiva di circa 11 metri, che doveva svolgere una funzione pubblica, in età adrianea subì una profonda trasformazione: due dei suoi ambienti furono convertiti in un unico serbatoio idrico, il castellum aquae dell’acquedotto Vergine. Da questo serbatoio si dipartivano tra l’altro le tubature in piombo che conducevano l’acqua alla ricca domus.
    Sempre da questa area archeologica proviene il il celebre volto di Alessandro helios.

    Alessandro Helios – Vicus Caprarius

    Il sito si caratterizza però anche per la presenza di una sorgente la cui acqua risale naturalmente dalla falda e filtra attraverso le anche murature in opera laterizia.
    In un viaggio a ritroso nel tempo qui è possibile toccare con mano la millenaria stratificazione di Roma e osservare le testimonianze archeologiche dei grandi eventi che hanno caratterizzato la storia della città, dalla realizzazione dell’Aqua Virgo all’incendio di Nerone, dal sacco di Alarico all’assedio dei Goti.

    Roma, 15 gennaio 2017