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  1. Storie e leggende della romanità ai rioni Ponte, Parione e Regola

    Ogni rione di Roma è una stratificazione di stili architettonici di epoche diverse, e di storie di personaggi leggendari. Storie e personaggi che non attendono altro che farsi raccontare. E questo accade in modo particolare nei bellissimi rioni Ponte, Parione e Regola.

    Ponte Sant’Angelo – Piranesi.

    Tra ponte Sant’Angelo, i Banchi vecchi e nuovi, piazza dell’Orologio, via dell’Anima, Piazza Navona, Campo de’ Fiori. Qui, secolo dopo secolo, è stato tutto un gran via vai di mercanti, cambiavalute, patrizi e plebei, nobildonne e cortigiane.
    Intanto, Ponte – il V rione – il cui nome deriva da ponte Sant’Angelo, raffigurato sullo stemma istituito nel XVI secolo. Nell’antica Roma il rione era incluso nella IX regione augustea e considerato parte del Campo Marzio.
    L’attuale ponte sant’Angelo riprende l’antico ponte Elio, fatto costruire dall’imperatore Adriano per collegare il suo mausoleo al resto della città. Un altro ponte fu fatto costruire da Nerone e fu detto trionfale perché per di lì passava la via Trionfale, poi detta Sacra, che veniva fatta percorrere dagli eserciti reduci dalle battaglie. Tale ponte fu poi detto Pons Vaticanus, perché connetteva la zona del Vaticano al resto della città e successivamente Pons Ruptus, ovvero Ponte Rotto, perché già diroccato in tempi medievali. Nell’antica Roma in questa zona c’era un porto che veniva utilizzato per portare i materiali necessari alla costruzione delle grandi opere nel Campo Marzio. La vita nel rione è continuata ininterrottamente anche durante il Medioevo e nel periodo moderno. Contribuì a ciò anche il fatto che molte persone si stavano trasferendo dalle zone in collina, dove mancava l’acqua,

    La mappa da Pirro Ligorio (1561) in cui si vedono sia il Ponte Adriano che il Ponte Vaticano.

    verso la riva del Tevere, dove si sopravviveva bevendo l’acqua del fiume. Inoltre il rione si trovava all’estremità del ponte sant’Angelo, e qui confluivano tutte le strade maggiori che portavano a San Pietro, quindi c’era anche un continuo afflusso di pellegrini, che arricchiva l’economia della zona: c’erano locande, osterie, commercio di oggetti sacri, ecc.
    Fino al tempo di papa Sisto V, il rione comprendeva anche una porzione al di là del Tevere, che poi fu separata per creare il rione Borgo. Durante il XVI secolo Ponte aveva grande importanza soprattutto per la sua rete viaria, e per questo furono costruiti grandi palazzi di famiglie sia aristocratiche che mercantili seguendo progetti di grandi artisti. Ciò contribuì ad abbellire moltissimo il rione che ben presto divenne celebre. Uno spettacolo piuttosto frequente era un piccolo corteo guidato da una persona velata vestita di nero che portava un crocifisso in spalla. Su di un carro c’era un condannato incatenato che baciava in continuazione un’altra immagine di Gesù.  La meta del corteo era l’attuale piazza di Ponte sant’Angelo in cui era sistemata una forca per impiccare il condannato. Nonostante Ponte fosse una zona ricca e rigogliosa, era anche quella più colpita dalle frequenti alluvioni del Tevere.
    Da un ponte ad un cavallo alato: è questo il simbolo di Parione, il VI rione di Roma. Sull’origine del nome non c’è uniformità: pare derivi da paries, parete, muro. Era quanto restava in passato di un rudere ormai scomparso,

    La giostra del saracino in Piazza Navona il 25 febbraio del 1634 – G.B. Tomassini.

    i resti del palazzo del prefetto Cromaziano: un edificio altissimo, adorno di mosaici, oro e cristalli. È un po’ piano nobile della città, con Campo de’ Fiori come anticamera e Piazza Navona salone delle feste. Pasquino, dal canto suo, è il soprammobile inquietante, l’erma della lingua immobile ma capace di schernire papi e aristocratici per secoli. Del resto, la vera vocazione del rione è da lungo tempo legata alla cronaca, alla maldicenza e alla stampa. È qui infatti che nascono in pieno Rinascimento le prime tipografie romane, come quella dei tedeschi Sweynheim e Pannartz o quella di Blado a Campo de’ Fiori, fucina di tecnici specializzati, dalle cui officine uscì la prima pianta prospettica di Roma, tutte nei pressi di Pasquino, come pure le prime librerie “incisorie” e “cartarie”. È Piazza Navona, però, il grande teatro all’aperto di Parione, con spettacoli che hanno fatto la storia di Roma: corse di cavalli e soprattutto “naumachie”, giochi navali di antica origine. Là c’era lo stadio di Domiziano. La piazza che veniva allagata nelle notti d’agosto diventava una sorta di carnevale estivo che vedeva giocare insieme popolo e nobiltà, tra carrozze arrancanti nell’estemporaneo lago e tuffi di ragazzini che raccattavano monete gettate nella fontana. Appariva in quelle notti sui tetti di piazza Navona, secondo la credenza popolare, il fantasma di Olimpia Maidalchini Pamphilj, la cognata di papa Innocenzo X. Un’avida arrampicatrice sociale che prosciugò gli averi della. Per i romani era “Pimpaccia” e Pasquino la bollò: «chi disse donna disse danno. Chi disse femmina disse malanno. Chi disse Olimpia Maidalchini disse femmina, danno e rovina».

    Donna Olimpia – Alessandro Algardi – 1646/1647.

    Da una corruzione fonetica del latino renula – sabbia sottile – deriva il nome del VII rione: il rione Regola, da cui anche Arenula, che è il nome di una via e di un largo. Un tempo infatti il rione era soggetto alle piene del Tevere, lungo la cui riva orientale si estende in lunghezza; quando l’acqua si ritirava lasciava le strade coperte di sabbia. Nel Medioevo il rione era chiamato Regio Arenule et Chacabariorum, che faceva riferimento ai chacabariis, ovvero i calderai che realizzavano pentole e simili utensili da cucina. Un rione famoso per i suoi artigiani e in particolare i conciatori e gli artigiani del cuoio, che usavano soprattutto pelli di cervo per confezionare abiti. Da cui la scelta dello stemma: un cervo, appunto. Alcuni toponimi del rione sono rimasti legati alle antiche attività commerciali che qui si svolgevano: pettinari, balestrari, catinari, coronari, ecc. Nell’antica Roma l’area di Regola faceva parte del Campo Marzio ed era una porzione della Regio IX, Circo Flaminio. Il cuore di questo rione, dalla forma lunga e stretta, è piazza Farnese, chiamata piazza del Duca fino alla prima metà del Cinquecento, ornata da due fontane gemelle ricavate da antiche vasche delle Terme di Caracalla e chiusa sul lato a Sud – Ovest dal maestoso Palazzo Farnese.
    Nel corso della passeggiata, il racconto di personaggi, realmente vissuti o leggendari, tutti traboccanti di romanità: dall’eccentrico Conte Tacchia, a Pasquino. Da Pimpaccia, la terribile donna-virago al dramma della bellissima Costanza de’ Cupis. Fino all’episodio del papa morto in uno sgabuzzino al rogo di Giordano Bruno a Campo de Fiori, il filosofo dei tanti universi.

    Roma, 22 giugno 2019

  2. Domiziano, lo Stadio, la Piazza

    È stato detto che, a Piazza Navona, Roma sia più autenticamente sé stessa. Grandiosa e solenne, vivace e raffinata, non in funzione del mondo come Piazza San Pietro, che rappresenta la missione di Roma.

    Piazza Navona 1699 - Caspar van Wittel

    Piazza Navona 1699 – Caspar van Wittel

    Questa piazza è un luogo esclusivo per la città, è lì dove la città vive per sé stessa, per il proprio gusto di esistere.
    Meravigliosamente, la piazza ripete nelle sue dimensioni e nel suo circuito la foggia dello Stadio di Domiziano che sorse qui, nell’anno 86 d.C., nelle vicinanze dell’Odeon, dove oggi è il Palazzo Massimo alle Colonne, alla cui decorazione aveva partecipato anche colui che fu poi l’architetto di Traiano: Apollodoro di Damasco. Probabilmente nei pressi della piazza, e presso il Tevere, dovette sorgere la Naumachia di Domiziano costruita per gli spettacoli nautici che non si potevano più dare nell’Anfiteatro Flavio dopo che lo stesso Domiziano ebbe costruito gli impianti di servizio sotto l’arena. L’imperatore apprezzava in modo particolare i giochi atletici greci che, insieme a quelli musicali ed equestri, facevano parte del Certamen Capitolinum, la gara in onore di Giove Capitolino.

    Stadio di Domiziano ed Odeon - ricostruzione

    Stadio di Domiziano ed Odeon – ricostruzione

    Il Certamen Capitolinum era triplice (musicum, equestre, gymnicum), cioè articolato in competizioni di diverso carattere: gare iniziali di poesia greca e latina che si svolgevano nell’Odeon alle quali seguivano competizioni musicali e canore, rappresentazioni teatrali ed equestri (queste ultime si dovevano svolgere nel Circo Massimo, edificio di cui Domiziano inizia il grandioso lavoro di ricostruzione poi ultimato da Traiano) e, da ultimo, si tenevano le gare sportive strutturate sul ciclo olimpico greco: atletica leggera (corse di vario tipo), atletica pesante (lotta, pugilato e pancrazio), oltre alle gare riunite nel pentathlon (corsa, lancio del disco, salto, lancio del giavellotto, lotta). La gara più importante era la corsa dello stadio (circa 180 metri). Queste ultime gare si tenevano appunto nello stadio.
    Trattandosi di uno stadio e non di un circo, mancavano naturalmente i carceres (i box dai quali prendevano il via i carri) e la spina centrale che caratterizzava ed ha caratterizzato a lungo il profilo del Circo Massimo. L’arena dello stadio era quindi completamente libera e in nessun caso l’obelisco, che era al centro della piazza, poteva qui essere collocato in antico, come si è favoleggiato.

    Naumachia di Domiziano

    Naumachia di Domiziano

    Questa fantomatica Naumachia, che non dovette avere fortuna ed ebbe certamente vita breve poiché Domiziano medesimo ne utilizzò le pietre per un restauro al Circo Massimo, è forse all’origine delle contaminazioni leggendarie che fanno derivare da “nave” anziché da “agone” il nome di Piazza Navona. Il toponimo “in agonis” fu, però, molto usato nel medioevo per indicare tutta la zona.
    E’ noto che lo stadio fosse interamente costruito in travertino, a diversi ordini di fornici ed ornato da statue. La sua larghezza era di 54 metri e la lunghezza di 276; la cavea raggiungeva un’altezza di 33,40 metri. Essa poteva contenere fino a 30mila spettatori. Gli edifici che ammiriamo nell’area di Piazza Navona sono fondati sulle gradinate della cavea, come si può agevolmente controllare in Piazza di Tor Sanguigna, dove è visibile un tratto del lato curvo, perfettamente conservato al di sotto delle abitazioni moderne. Nel 222-235 furono realizzati dei restauri a cura di Alessandro Severo, che mise mano anche alle vicine Terme Neroniane; mentre Costanzo II, poco più di un secolo dopo, per quanto pieno di ammirazione, privò lo stadio dei suoi ornamenti marmorei per trasferirli a Costantinopoli. Alla ricca decorazione scultorea dell’edificio, alcuni pezzi superstiti della quale sono stati recuperati negli scavi degli anni Trenta del secolo scorso, appartiene forse la statua del Pasquino, copia di un gruppo ellenistico pergameno rappresentante probabilmente Aiace con il corpo di Achille, che attualmente è sull’angolo di Palazzo Braschi che insiste su Piazza Pasquino.
    E’ noto ancora che nel V secolo, alla caduta di Roma, lo stadio era ancora agibile.

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 - Giovanni Paolo Pannini

    Festa del Lago di Piazza Navona 1756 – Giovanni Paolo Pannini

    L’agiografia cristiana localizza nello stadio il martirio di sant’Agnese: esso avrebbe avuto luogo, infatti, in uno dei lupanari che, come nel Circo Massimo, avrebbero occupato i fonici dell’edificio, lupanare che probabilmente si trovava proprio nel punto dove ora è la chiesa omonima, nei cui sotterranei si possono vedere i resti appartenenti all’edificio.
    Nella generale rovina del primo medioevo, mentre le arcate crollavano e sopra vi crescevano gli orti, il ricordo della vergine Agnese fece sorgere un oratorio in mezzo alle torri delle fazioni baronali. Verso il 1250 si stabilirono nella piazza le prime famiglie nobili e nel ‘400 arrivarono gli spagnoli con un loro ospizio. A metà del secolo, secondo un memorialista del Giubileo del 1450, la piazza presentava ancora buona parte delle gradinate dello stadio di Domiziano. La rinascita dell’area era ormai avviata: qui, infatti, fu trasferito il mercato che si svolgeva alle pendici del Campidoglio: Roma stava spostando, seguendo gli orientamenti dei pontefici, il suo centro di gravità verso occidente, cioè verso la nuova sede papale del Vaticano.
    La piazza cominciò così ad essere centro di animazione: giostre e tornei, processioni e luminarie ne fecero un luogo di divertimento per quanto fosse anche sede di scontri, specie tra esponenti delle gelose colonie straniere.

    Piazza Navona - Giovan Battista Piranesi

    Piazza Navona – Giovan Battista Piranesi

    Alla fine del Cinquecento Gregorio XIII fece collocare, ai due estremi, due bacili di fontane da Giacomo della Porta: al centro venne posto un abbeveratoio.
    L’ascesa al pontificato di Innocenzo X Pamphilj, le cui case familiari si trovavano sulla piazza, determinò il destino della piazza. Fu così che qui il Barocco trionfante lasciò una delle sue impronte scenografiche più mozzafiato, e fu quasi una gara tra: Bernini, Borromini, Rainaldi, Pietro da Cortona vi lasciarono i segni tra i più strabilianti della loro immaginazione.

    Roma, 7 aprile 2018

  3. Sant’Andrea della Valle, la summa del barocco romano

    Non è possibile comprendere la vita artistica di Roma, dal pontificato di Sisto V in poi, se non si tiene conto della tumultuosa attività che viene svolta nel campo ecclesiastico. Se nella prima metà del XVI secolo

    Basilica di sant’Andrea della Valle – Roma.

    erano state costruite poche chiese, col passare degli anni una vera e propria ondata di devozione delle masse spinse i numerosi ordini religiosi ad innalzare nuove chiese. Vale a dire le chiese della Controriforma pensate e realizzate dai grandi ordini religiosi fondati per serrare le file del cattolicesimo ferito dallo sconquasso protestante.
    Da principio i Gesuiti realizzarono il Gesù, la loro chiesa madre: iniziata nel 1560, fu consacrata nel 1584. Essa instaurò il prototipo della vasta chiesa congregazionale, che fu seguito centinaia di volte durante il XVII secolo: ampia navata unica, breve transetto e cupola imponente. A seguire, sorsero la Chiesa Nuova, detta anche Santa Maria in Vallicella, 1575, per gli Oratoriani di san Filippo Neri. E, a un tiro di sasso, dalla Chiesa Nuova ecco sorgere Sant’Andrea della Valle. Disegnata da Giacomo della Porta per l’ordine dei Teatini, ordine fondato nei primissimi anni della lotta religiosa, 1524. Iniziato nel 1591, la chiesa venne affidata a Carlo Maderno nel 1608 e ultimato nel 1623 ad eccezione della facciata. Infine, viene realizzata una seconda grande chiesa dei Gesuiti, Sant’Ignazio, progettata dopo la canonizzazione del fondatore e iniziata nel 1626.
    Nel luogo in cui sarebbe sorta la chiesa di Sant’Andrea della Valle, in corrispondenza dell’attuale Cappella Barberini, c’era una chiesetta intitolata a san Sebastiano, che forse, ricordava il ritrovamento del corpo del martire dentro una chiavica della zona. Nei pressi sorgeva il palazzo di Enea Silvio Piccolomini, senese, poi papa col nome di Pio II. Dal palazzo, lo slargo corrispondente prendeva il nome di piazza di Siena.

    Sant’Andrea della Valle – Volta della Navata Centrale – Roma.

    Nel 1582 la proprietà Piccolomini venne donata ai religiosi Teatini con l’impegno di erigere sul posto una chiesa dedicata a sant’Andrea. Questa sorse in forme nobilissime e risultò una delle più solenni ed emblematiche dello spirito controriformistico che intendeva esprimere nel tempio la realtà della ecclesia: quella militante, massicciamente radunata nella grande e alta aula senza navate dispersive, e quella trionfante, rappresentata dalla maestosità delle dimensioni e dalla esuberanza degli ornati.
    La congregazione dei Teatini fu la prima a sorgere fra le congregazioni di chierici regolari fiorite nel Cinquecento per la riforma del clero e, attraverso l’esempio di questo nella osservanza delle virtù cristiane, per la vera riforma dell’intero popolo. Essa fu fondata da Gaetano da Thiene nel 1524 insieme con altri quattro compagni fra i quali era Gian Pietro Carafa, divenuto poi il rigoroso papa Paolo IV. Poiché egli era vescovo di Chieti, o Teate, venne a tutti il nome di teatini. Rinuncia di massima alle cariche ecclesiastiche, vita di povertà, frequenza sacramentale, carità verso i poveri e gli ammalati fu il programma di questi chierici, tratto da quello già attuato dall’Oratorio Romano del Divino Amore, una risposta all’umanesimo paganeggiante che imperversava nella città. Tale condotta e tale predicazione fecero della spiritualità teatina uno dei filoni della

    Cupola – Lanfranco – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    controriforma. Né può quindi stupire la coerente intenzione controriformistica di questa loro grandiosa sede romana. La loro prima sede in città, dopo che si erano largamente diffusi fuori Roma, fu, per intervento di Paolo IV, la chiesa di San Silvestro al Quirinale.
    Alla chiesa di Sant’Andrea della Valle si incontrarono grandi artisti a cui era stato chiesto di emulare la grandiosità della basilica di San Pietro. Il primo progetto venne fornito da Giovan Francesco Grimaldi e Giacomo della Porta, 1591; Maderno proseguì l’opera nel 1608 e nel 1622 – 1625 costruì la cupola che è la seconda di Roma per altezza e diametro. Detto l’“Architetto di San Pietro” e artefice della mirabile facciata della chiesa di Santa Susanna, il Maderno – che poco spazio aveva ottenuto per sviluppare la sua individualità negli interni di Sant’Andrea – fa emergere tutto il suo genio. Ovviamente derivante dalla cupola di Michelangelo, l’artista qui innalzò l’altezza del tamburo a spese della volta ed aumentò l’area riservata alle finestre: cambiamenti che preludono al posteriore sviluppo del barocco.
    Poi, entrò in scena Carlo Rainaldi: l’architetto giunto alla ribalta nel 1655 e ben presto sviluppò uno stile grandioso tipicamente romano. Soprattutto tre opere, eseguite tra il 1660 e il 1680: Santa Maria in Campitelli, la facciata di Sant’Andrea della Valle e le chiese in Piazza del Popolo.

    Abside – Domenichino – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    La facciata del Sant’Andrea possiede un forte rilievo, dato dal doppio ordine di colonne e lesene e dalle statue nelle nicchie laterali al grande portale. Va ricordato che si immaginò di sostituire le volute di raccordo del timpano collocando due statue di angeli con un’ala sollevata; peraltro ne venne messa in opera una soltanto dallo scultore Ercole Ferrara.
    L’interno è costituito da una vastissima aula a lesene che staccano sui fianchi otto grandi cappelle intercomunicanti; un ampio transetto e un profondo presbiterio completano la vastità dell’ambiente.
    Gli affreschi della volta si segnalano solamente perché assecondano la grandiosità dell’insieme; la cupola è stata affrescata dal Lanfranco con un’“Assunzione della Vergine” mentre il Domenichino ha dipinto i peducci con figure di Evangelisti.
    Dopo aver affrescato la chiesa di Santa Cecilia, in uno stile rigorosamente classico, il Domenichino a Sant’Andrea va in una direzione diversa: nei pennacchi e nel coro della chiesa, l’artista definito dal grande storico

    San Giovanni Evangelista – Domenichino – Sant’Andrea della Valle – Roma.

    dell’arte Rudolf Wittkower «arci-classicista» sembrò tentato dalla nuova tendenza barocca. Ciò è chiaramente visibile appunto negli evangelisti sui pennacchi della volta, dove, sempre secondo il Wittkower «una forte nota correggesca si aggiunge alla reminiscenza di Raffaello e Michelangelo. Si può supporre che il Domenichino volesse superare in splendore il rivale Lanfranco, al quale, con dolore del precedente, fu dato l’incarico per la cupola», (Rudolf Wittkower, “Arte e Architettura in Italia. 1600-1750”, Einaudi, Torino, 1993, pp. 533).
    Le grandiose decorazioni dell’abside, inquadrate da stucchi giovanili dell’Algardi, sono dovute a Mattia Preti per la fascia dei tre grandi riquadri con movimentate ed enfatiche scene del martirio di sant’Andrea, a Carlo Cignani e ad Emilio Taruffi per i dipinti laterali e ancora al Domenichino per il sottarco e per la calotta dell’abside.
    Fra le cappelle si segnalano soprattutto quella “Strozzi”, completata nel 1616 ma forse eretta su un’idea di Michelangelo, riccamente decorata con marmi policromi e stucchi e contenente cenotafi che ricordano i più illustri componenti della famiglia, e quella dei “Barberini”. Questa venne edificata da Matteo di Città di Castello, con l’altare rivestito di marmi preziosi e con quattro colonne di rosso antico che inquadrano un dipinto del Passignano. Su due lati della cappella si trovano quattro statue fra le quali una Santa Marta di Francesco Mochi e un San Giovanni Battista di Pietro Bernini.

    Una scena della Tosca di Puccini . ambientata nella chiesa di Sant’Andrea della Valle. Samuel Ramey è Scarpia.

    Fra i monumenti funebri risaltano le tombe dei papi Piccolomini, sopra gli ultimi archi della navata, Pio II e Pio III. I due sepolcri provengono dalla basilica di San Pietro e furono qui trasportati nel 1614. Entrambi i monumenti, di cui il secondo ripete più sontuosamente, ma con minor finezza, i motivi del primo, sono dovuti ad artisti non conosciuti.
    Contribuisce alla notorietà della chiesa il melodramma; infatti lo svolgimento del primo atto della “Tosca” di Puccini è immaginato dentro gli imponenti spazi della chiesa, sottolineati da solenni risonanze di musiche liturgiche.
    Nella devozione popolare la chiesa è legata alle celebrazioni natalizie in onore del “Santo Bambino” di San Gaetano; nell’ottavario dell’Epifania si tiene qui il cosiddetto “Sermone delle nazioni”.

    Roma, 26 maggio 2019

  4. Roma e Venezia: storia di antichi legami. Basilica di San Marco e Palazzo Venezia.

    Aveva circa 13 anni quando nella sua abitazione fu consumata l’Ultima Cena. Seguì angosciato Gesù dopo l’arresto e i soldati cercarono di acciuffarlo, ma lui sfuggì nudo lasciando il lenzuolo tra le loro mani.

    San Marco Evangelista – Mattia Preti.

    Quel ragazzo era Giovanni, figlio di Maria, una vedova benestante che metteva a disposizione del Maestro la sua casa e l’annesso Orto degli Ulivi. Il mondo ebraico lo chiamava Giovanni ma per quello greco-romano era Marco. Fu uno dei primi battezzati da Pietro, l’apostolo che frequentava assiduamente la sua casa e che lo chiamava “mio figlio”.
    Nel 41 dopo Cristo Marco giunse nella capitale dell’Impero Romano. Ritrovò Pietro e ne divenne lo “stenografo” in quanto l’apostolo non sapeva scrivere in greco. Fu così che il giovane Marco mise nero su bianco il primo dei Vangeli, proprio dove ora sorge la Basilica romana a lui dedicata.
    Nel 48 dopo Cristo l’apostolo Pietro inviò Marco ad Aquileia per raccontare alla gente quanto aveva appreso. Grazie a Marco venne evangelizzata la Regione Venetia et Histria, incluso i luoghi che nel 421 diverranno la Serenissima Repubblica di Venezia.
    Nel 336, appena cessarono le persecuzioni contro i cristiani, il papa Marco I trasformò l’abitazione e l’oratorio dell’omonimo evangelista in basilica. Negli attuali sotterranei si trovano ancor oggi i muri perimetrali della costruzione originaria.
    Il titolo cardinalizio di San Marco fu istituito nel 336 dal papa Marco I e da quel momento sarà uno dei titoli più antichi e prestigiosi. Solitamente il titolo di San Marco veniva conferito al Patriarca di Venezia alla sua nomina di cardinale a Roma. Diveniva così preposto alla cura della basilica dell’evangelista. L’ultimo titolo fu del cardinale Marco Cé ed è vacante dalla sua morte, avvenuta il 12 Maggio 2014. Prima di lui, l’amatissimo Albino Luciani.

    Interno – Basilica di San Marco – Piazza Venezia – Roma.

    Una curiosità: 6 furono i papi provenienti dalla Repubblica di Venezia. Tra il 1465 e il 1470 la basilica venne radicalmente trasformata ad opera del cardinale veneziano Pietro Barbo, divenuto pontefice nel 1464 con il nome di Paolo II, anche se avrebbe preferito quello di Marco II. A Paolo II si devono la splendida facciata a due ordini; all’interno le grandi nicchie a conchiglia delle navate laterali, le bifore e il soffitto a lacunari. Attorno alla basilica il porporato fece costruire il proprio palazzo residenziale, detto appunto di San Marco, ora Palazzo Venezia.
    L’aspetto attuale della basilica in stile barocco è legato al restauro realizzato tra il 1654 e il 1657, poi successivamente completato tra il 1735 e il 1750 per volere del cardinale Angelo Maria Querini.
    Nel 1527 con il sacco di Roma la basilica subì molti danni. I cardinali veneti Agostino Valier e Domenico Grimani fecero eseguire molti lavori di ristrutturazione. Quest’ultimo porporato ricevette il titolo di San Marco dopo “elargizione” paterna di una somma enorme, stimata tra i 25.000 e i 30.000 ducati.

    Mosaico del catino absidale- Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Nicolò Sagredo, futuro 105° doge e per due volte ambasciatore della Serenissima in Roma, dal 1651 al 1656 e dal 1660 al 1661 trasformò i pilastri della navata maggiore. I cancelli furono donati nel 1690 dal cardinale veneto Pietro Vito Ottoboni, che divenne pontefice con il nome di Alessandro VIII. Antonio Canova nel 1796 realizzò il monumento funebre di Leonardo Pesaro, figlio sedicenne dell’ultimo ambasciatore di Venezia.

    Il Palazzo e il Palazzetto di Venezia.
    Tra il 1455 e il 1467, come già accennato, il cardinale veneziano Pietro Barbo commissionò la costruzione della propria residenza attorno all’esistente basilica di San Marco a Roma. I lavori proseguirono anche dopo l’elezione del cardinale a pontefice e il palazzo divenne sede papale.
    Nel 1564 il milanese papa Pio IV cedette l’ex residenza di Pietro Barbo all’Ambasciata della Repubblica di Venezia nello Stato Pontificio. Palazzo San Marco divenne dunque “il Palazzo di Venezia”. L’edificio era diviso in due parti con funzioni distinte: l’appartamento Barbo era la residenza degli ambasciatori e l’appartamento Cybo era per i cardinali con il titolo di San Marco.

    Palazzo Venezia – Piazza Venezia – Roma.

    Dopo pochi anni, la Serenissima ricambierà donando il Palazzo Gritti a Pio IV. Lo Stato della Chiesa ebbe così a Venezia la propria residenza dei nunzi apostolici, ovvero gli ambasciatori in campo San Francesco della Vigna.
    Nel XIX secolo l’edificio passò ai francescani che lo unirono al proprio convento mediante il noto cavalcavia a colonnato. Fu poi una prigione ed ora un condominio. I papi dalla fine del Cinquecento si spostarono al palazzo del Quirinale.
    Il palazzetto Venezia nacque successivamente come giardino segreto del papa Paolo II, Pietro Barbo. Una via sopraelevata coperta lo collegherà poi alla torre del palazzo che era adiacente al monastero Francescano di Santa Maria in Aracoeli. Il primo arco del passaggio veniva chiamato l’Arco di San Marco. Nel 1909, nell’ambito di sistemazione della piazza antistante al Vittoriano, fu decisa la demolizione del Palazzetto e la ricostruzione poco lontana dal sito originario. I cavalli della basilica di San Marco a Venezia quando furono portati a Roma nel 1916 – 1918, per salvarli dai bombardamenti, trovarono ricovero a Castel Sant’Angelo e poi nei giardini di Palazzo Venezia.

    San Marco approva il progetto della chiesa – Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Il palazzo di San Marco inglobò l’antichissima basilica di San Marco, gestita quasi sempre da cardinali veneziani, alcuni dei quali trovarono qui sepoltura. Uno fra tutti il cardinale Marcantonio Bragadin, nipote e omonimo del famoso condottiero.
    La fontana del giardino venne commissionata nel 1729 dall’ambasciatore veneto Barbon Morosini, che così risolse anche l’approvvigionamento idrico per gli abitanti del palazzo. La statua marmorea raffigurante Venezia con il corno dogale sul capo, è in atto di gettare l’anello nuziale per lo sposalizio del mare. In alcuni testi è riportato che rappresenta invece la reale città d’Adria.
    Ai piedi della statua ruggisce il leone alato di San Marco. Dall’altra un sorridente puttino ricorda che la fontana fu costruita non solo a vantaggio degli abitanti del palazzo, ma anche di quelli vicini. Altri quattro graziosi puttini sostengono gli stemmi dei territori d’oltremare conquistati da Venezia: Cipro, Dalmazia, il Peloponneso e Creta.

    Sant’Andrea – Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Tutto cambiò dal 1882 con l’edificazione dell’Altare della Patria in onore allo scomparso Vittorio Emanuele II. Venne demolita completamente l’originale struttura urbana e il Palazzetto venne spostato in quanto si trovava nel bel mezzo dell’ampliata piazza Venezia.
    Il nuovo progetto portò anche alla costruzione di un altro edificio, eretto di fronte a quello di Venezia e noto come palazzo delle Assicurazioni Generali. Quest’ultimo è ornato da un grande leone marciano un tempo collocato sulle mura di Padova. Il leone venne lanciato nel 1797 nel canale sottostante la fortificazione dalle milizie francesi. Dopo decenni venne recuperato per poi essere acquistato e collocato ad ornamento del palazzo romano.