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  1. Racconto

    Viola

    di Macariolita

    Stazione Centrale – Milano.

    Con grande piacere pubblichiamo un secondo breve racconto della nostra amica Macariolita.

    La prima impressione era stata l’odore di metallo, gomma fusa e fumo attaccato alle mani e ai vestiti, forse anche alle pareti del naso. Lo aveva sentito entrare dal finestrino aperto poco prima che il treno imboccasse l’ultimo scambio prima che apparisse la pensilina di Milano Centrale.
    Le arcate immense della stazione amplificavano i rumori, soprattutto quelli dei freni delle locomotive, e ad ogni fischio l’odore acquistava intensità. Claudio immaginò una nuvola aromatica trattenuta dalla copertura a vetri, immensa serra ferroviaria, e contenuta a sua volta dalla cappa di smog della città. Si catapultò giù dalla scaletta ripida incespicando sui propri piedi, impacciato e contento.

    continua…

  2. Villa Borghese. Da privato a pubblico: la rivoluzione del giardino nella Roma neoclassica

    Il Giardino del Lago a Villa Borghese, il Pincio, Piazza del Popolo: in uno spazio tutto sommato ridotto, nel giro di una quarantina d’anni – dalla fine del Settecento ai primi decenni del secolo successivo – si assiste a un cambiamento del gusto e del modo di vivere dei romani, che forse qui più che altrove emerge chiaramente.

    Il Giardino del Lago di Villa Borghese.

    È qui che il giardino all’italiana lascerà il passo ai primi tentativi di creazione del giardino all’inglese. E il periodo napoleonico, essenziale per questo cambiamento, segnerà l’ulteriore passaggio dal giardino privato, a tratti concesso come pubblico, al giardino realmente pubblico. È ancora qui che alla fine del Settecento vediamo il neo-classicismo muovere i primi passi, per poi crescere e maturare divenendo sempre più sobrio ed elegante nel corso dell’Ottocento.
    L’itinerario che proponiamo parte dai propilei neoclassici, ispirati ai modelli greci, realizzati da Luigi Canina e inaugurati nel 1829, che segnano imponenti l’entrata a Villa Borghese da Piazzale Flaminio, per poi giungere al Giardino del Lago. Il Giardino del Lago, però, è una creazione di fine Settecento, quando Marcantonio IV Borghese, arrivato in Villa dopo più di cento anni dalla sua creazione, decide di apportare significativi cambiamenti al giardino barocco per trasformarlo in qualcosa di più attuale. In accordo con le teorie illuministiche che esercitarono un notevole influsso sul modo di concepire la natura e l’arte dei giardini, incaricò Antonio Asprucci e suo figlio Mario di ridefinire il cosiddetto Terzo Recinto – un’area di 40 ettari, la più estesa della Villa – abbellendolo con templi, statue, fontane ed edifici di vario genere. A tal fine fu richiesta anche la collaborazione di Jacob More, pittore paesaggista che avrebbe dovuto disegnare la scenografia del Giardino. Ma le cose non andarono così e il contributo maggiore venne da un giardiniere autodidatta, Francesco Pettini, che forse non sapeva nulla di pittura e scenografia, ma sapeva molto di piante e giardini. Fu così che nacque il Giardino del Lago con il Tempio d’Esculapio, in stile ionico, con iscrizione dedicatoria in greco al dio della medicina Esculapio Salvatore e con l’innesto di una quarantina di tipi di piante, alcune delle quali, per quel periodo storico, potevano essere considerate delle vere e proprie rarità esotiche.

    I Giardini del Pincio.

    Dal Giardino del Lago, attraversando un ponte creato solo nel 1908, si arriva al Giardino del Pincio, quella parte del colle all’interno delle Mura Aureliane che si estende dalla terrazza fino a Villa Medici. Questo è, a tutti gli effetti, il primo giardino veramente pubblico di Roma, fortemente voluto da Napoleone Bonaparte, a cui è dedicato l’ampio piazzale che si affaccia su uno dei più suggestivi panorami della città. Per la sua realizzazione fu scelto l’architetto Giuseppe Valadier, che iniziò a lavorare all’allestimento nel 1816, contemporaneamente alla sistemazione della piazza del Popolo. La fine del governo napoleonico non arrestò il progetto, che fu  completato al ritorno di Pio VII a Roma e inaugurato nel 1824, quando il colle venne unito alla piazza dai due splendidi tornanti che ancora oggi si possono percorrere: una soluzione tecnica che costò al Valadier lunghi anni di studio. Da quel momento, e almeno fino alla prima metà del Novecento, il Pincio è stato il vero e proprio parco cittadino, la promenade urbana, il  giardino dove i romani hanno potuto assistere a innumerevoli eventi e spettacoli.
    Due maniere completamente nuove e diverse di vivere il verde e lo scopriremo attraverso le voci, i ricordi, le musiche e le emozioni di coloro che questi viali affollavano e ci si incontravano.

    Roma, 10 ottobre 2018

  3. Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto.

    Le Donne e le Armi -Augusto Bompiani – 1915/1918

    Un tributo alla Capitale d’Italia attraverso gli artisti che l’hanno vissuta e gli stili con cui si sono espressi. Una rassegna unica che ripercorre le correnti artistiche protagoniste del ‘900 con in primo piano la città di Roma, da sempre polo d’attrazione di culture e linguaggi diversi. Presentate oltre180 opere, tra dipinti, sculture, grafica e fotografia, di cui alcune mai esposte prima e/o non esposte da lungo tempo, provenienti dalle collezioni d’arte contemporanea capitoline, in una rilettura ideale della cultura artistica di Roma, una città ipercentrica, seppur multiculturale, nella quale, nei decenni, si sono andate sedimentando diversità e univocità non sempre o non solo in conflitto fra di loro. Proprio come nella specificità cronologica individuata che, lungo il Novecento, si svolge fra Modernità e Tradizione, da Ernesto Nathan, Sindaco di Roma (1907-1913) di dichiarata ispirazione mazziniana negli anni di complessa gestione della capitale, fino al decennio dei grandi movimenti di massa e della rivoluzione artistica e culturale ormai universalmente identificata col nome dell’anno in cui si manifestò in maniera più preponderante: il Sessantotto. La mostra si muove quindi su di un tracciato storicizzato, con il preciso obiettivo di immergere le opere d’arte selezionate nel contesto geo-artistico, temporale e sociale in cui sono state create. Con in primo piano la città, quindi, la sua storia e i suoi luoghi, nelle dissimili ramificazioni territoriali, dal centro alla periferia e viceversa. Ma anche i suoi stili artistici, nei diversi periodi che si sono andati affiancando oppure sovrapponendo e sostituendo, in un avanzamento artistico e intellettuale che ha fatto di Roma il perno della cultura nazionale e internazionale del Novecento, molte volte anticipando temi e stili rispetto ad altri capoluoghi italiani così come per altre capitali europee. In mostra opere che riproducono paesaggi e figure con valenze simboliste e decadenti realizzate tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del XX secolo (Duilio Cambellotti,

    Tetti di Roma – Renato Guttuso

    Onorato Carlandi, Nino Costa, Adolfo De Carolis, Camillo Innocenti, Auguste Rodin, Adolf Wildt, Ettore Ximenes, ecc.). Si tratta di opere che anticipano quella voglia di rinnovamento e modernità fondamentale per il lavoro degli esponenti della Secessione romana negli anni Dieci (Felice Carena, Nicola D’Antino, Arturo Dazzi, Arturo Noci,ecc.), così come per il gruppo dei futuristi e degli aeropittori degli anni Venti e Trenta (Benedetta Cappa Marinetti, Tullio Crali, Sante Monachesi, Enrico Prampolini, Tato, ecc.). Una parte sostanziale della mostra è dedicata a quella tendenza artistica, per così dire, di “recupero”, spesso teorico oltre che concettuale, dell’antico e della tradizione dell’arte italiana che caratterizza, seppur con distinguo, le molteplici correnti artistiche degli anni Venti-Trenta, dal Tonalismo al Realismo Magico, dalla Metafisica, al Primitivismo, tramite le quali gli artisti “guardano” Roma con un nuovo seppur “antico” sguardo (Giacomo Balla, Giuseppe Capogrossi, Felice Casorati, Emanuele Cavalli, Giorgio de Chirico, Achille Funi, Franco Gentilini, Arturo Martini, Roberto Melli, Fausto Pirandello, Mario Sironi, ecc.). Si prosegue con l’approfondimento della Scuola Romana che offre una notevole rosa di capolavori dell’arte italiana del Novecento con focus sulle demolizioni che hanno caratterizzato Roma nella distruzione/ricostruzione del centro città e il conseguente, dissennato, sviluppo delle periferie (Afro, Mario Mafai, Scipione, ecc.), per immettersi nella fase della figurazione e dell’astrazione – il segno – che ha caratterizzato la cultura post-bellica degli anni Quaranta, Cinquanta e primi Sessanta (Renato Guttuso, Leoncillo, Carlo Levi, Gastone Novelli, Achille Perilli, Giulio Turcato, Lorenzo Vespignani, Alberto Ziveri, ecc.). A chiusura, intesa però come apertura verso un’“altra” Roma, i riscontri urbani della Pop Art romana e delle sperimentazioni concettuali della

    La strada che porta a San Pietro – Scipione.

    seconda metà degli anni Sessanta che hanno definitivamente dilatato il centro dell’arte e del pensiero artistico di Roma, da Roma oltre la stessa città, per un afflato internazionale (Franco Angeli, Mario Ceroli, Tano Festa, Mario Schifano, Pino Pascali, Luca Maria Patella, Mimmo Rotella, ecc.). Anche l’’allestimento della mostra, che coinvolge tutto il museo, è stato pensato tenendo presente il nesso tra i diversi ambienti artistici, tra luoghi temporali e iconografici contigui, al fine di rappresentare la vivace e intensa vita artistica della Capitale. A tal fine anche i tradizionali apparati didattici sono affiancati, in ciascuna sezione, da strumenti multimediali realizzati in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma e l’Istituto Luce. Attraverso l’individuazione di tre concetti chiave – Architettura e urbanistica / Società/ Arte – sarà consentito visualizzare insieme immagini e brevi testi scientifici utili a dimostrare le stringenti relazioni fra, appunto, la città, il suo sviluppo e le arti. Grazie alla collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale, la mostra viene anche arricchita da una specifica sezione dedicata ai FILM D’ARTISTA degli anni Sessanta, realizzati dai maggiori artisti che hanno lavorato a Roma, reinventando il linguaggio cinematografico a fini artistici: Franco Angeli, Gianfranco Baruchello, Mario Schifano e Luca Maria Patella. Da luglio 2018 e per tutto il periodo della mostra sono visibili: MARIO SCHIFANO Ferreri (n.d.), Fotografo (n.d.), Reflex (1964), Vietnam (1967), Film (1967), Souvenir (1967); GIANFRANCO BARUCHELLO – Non accaduto, (1968); LUCA MARIA PATELLA – Terra animata (1967), SKMP2 (1968); FRANCO ANGELI – [Attualità] (1967), Schermi (1968), New York (1969).

    (Presentazione ufficiale della Mostra “Roma città moderna. Da Nathan al Sessantotto. http://www.galleriaartemodernaroma.it/en/node/1001288).

    Roma, 20 settembre 2018

  4. Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà

    La mostra a cura di Daniela Fonti, responsabile scientifico dell’Archivio dell’Opera di

    Duilio Cambellotti, ritratto 1898.

    Duilio Cambellotti di Roma e Francesco Tetro, ideatore e direttore del Civico Museo “Duilio Cambellotti” di Latina [1], raccoglie circa duecento opere del pittore, scultore, incisore, designer, ceramista e scenografo romano Duilio Cambellotti, 1876-1960, provenienti da ambedue gli istituti regionali [2], apportando un nuovo, imprescindibile contributo alla conoscenza della sua poliedrica produzione.
    Appresi i rudimenti dell’arte sin dall’età di dieci anni, dal padre scultore in legno, tra il 1893 e il 1895 Cambellotti frequentò il Museo Artistico Industriale sotto la guida di Alessandro Morani e Raffaello Ojetti. Tra la seconda metà degli anni novanta e il primo decennio del Novecento si affermò quale disegnatore di manifesti, lampade, specchi e cornici per ditte italiane e straniere, iniziando a collaborare con celebri riviste, quali Novissima, Il Tirso e La Casa, e autori di opere illustrate, come De Fonseca e Amantea, e a realizzare scenografie e costumi per spettacoli teatrali, tra cui La nave di D’Annunzio.
    Interessato alla xilografia a partire dal decennio seguente, sino agli anni cinquanta prese parte a una serie di esposizioni nazionali e internazionali, Vetrata Artistica, Internazionale di Arti Decorative di Monza, Società Amatori e Scultori di Roma, e offrì il suo contributo alla decorazione e all’arredamento di chiese e palazzi pubblici, mantenendo sempre saldo il suo legame con il mondo del teatro, come testimoniato dalla progettazione e realizzazione delle scenografie e dei costumi per gli spettacoli classici del Teatro greco di Siracusa [3].
    Se i rapporti con l’architetto e archeologo Giacomo Boni lo avvicinarono alla

    Locandina per il Teatro Greco di Siracusa – Duilio Cambellotti.

    fotografia, alla grafica pubblicitaria, ma anche alla realtà sociale della campagna romana e dell’Agro pontino, gli insegnamenti del Morani lo resero sensibile al recupero delle tecniche più antiche, dall’affresco, alla vetrata, al mosaico, all’encausto [4]. E se nella produzione ceramica si percepiscono influenze dalla tradizione popolare italiana e dal Medio e Vicino Oriente [5], nei rilievi, nei cofanetti in legno, nei vasi, nelle medaglie e nelle altre opere plastiche emerge quell’ispirazione classica, contaminata dalle teorie dell’“Arts and Crafts” inglese, che riflette la sua concezione dell’arte quale “mezzo per la diffusione della cultura presso le masse contadine”, in accordo con la funzione sociale dell’arte secondo Morris. [6].
    Le opere in mostra consentono di ripercorre le tappe dell’evoluzione creativa di uno dei maggiori esponenti italiani dell’Art Nouveau, analizzandone “l’ossessione per la tecnica e l’ambizione verso l’opera d’arte totale” [7]: dalle sculture in terracotta, gesso e bronzo; ai costumi, modellini e manifesti per il teatro; ai mobili, alle oreficerie e ceramiche; agli elementi d’arredo e alle vetrate artistiche; agli schizzi, bozzetti e studi per film; sino alle stampe e illustrazioni, ad esempio per la Divina Commedia. Del Liberty, in particolare, Cambellotti condivideva «la ricerca della bellezza nella funzione dell’oggetto utile, le ragioni del rapporto che lega le arti cosiddette maggiori e le applicate in una visione unitaria di stile che sia lo specchio di una civiltà umanistica, rispettosa del valore dell’individuo e della collettività» [8].
    Una costante nella produzione di Duilio Cambellotti, le vetrate policrome,

    La Redenzione dell’Agro – Palazzo del Governo – Latina – Duilio Cambellotti 1934.

    rappresentano il principale traît-d’union con l’affascinante contesto dell’esposizione: oltre infatti a quelle per la Prima Mostra della Vetrata, 1912, e per il santuario di Montevergine, 1957-59, l’artista mise a punto tra il 1914 e il 1921 le celebri vetrate delle “Due civette” e dei “Tre ovali di edera” e il “Vetratone a soggetto: l’uva”, assieme ad altre disperse, alcune delle quali rinvenute ed esposte in mostra, prodotte nel laboratorio del vetraio Cesare Picchiarini e installate nella Casina delle Civette, la Capanna Svizzera a cui è stato dato il nome attuale proprio grazie alle vetrate con il soggetto della civetta disegnate da Cambellotti, insieme alle prove di Umberto Bottazzi, Vittorio Grassi e Paolo Paschetto [9]. Dimora del principe Giovanni Torlonia Jr. sino alla sua morte nel 1938, la Casina è il risultato di trasformazioni e integrazioni alla Capanna ottocentesca, realizzata ai margini del parco e pertanto considerata un luogo di evasione dagli impegni ufficiali. Edificata nel 1840 da Giuseppe Jappelli per Alessandro Torlonia, dal 1908 quest’ultima subì la radicale trasformazione che le fece assumere l’aspetto di un Villaggio Medioevale, per via delle logge, dei porticati e delle variopinte decorazioni in maioliche e vetrate.
    Il Casino Nobile non è che l’esito della ristrutturazione ed estensione dell’antica Vigna Colonna, eseguite da Giuseppe Valadier tra il 1802 e il 1806 per volontà di Giovanni Torlonia, che aveva acquisito la struttura sul finire del secolo precedente; concepito quale palazzo principale, doveva espletare le funzioni di rappresentanza. Il Casino dei Principi deve egualmente il suo aspetto attuale alla ristrutturazione, in stile neocinquecentesco, operata da Giovan Battista Caretti tra il 1835 e il 1840 sul piccolo, settecentesco, edificio rurale della Vigna Abati; in maniera speculare alla Casina delle Civette, l’edificio fu adibito dallo stesso Alessandro alle attività

    La Notte – Mobile – Duilio Cambellotti 1925.

    mondane [10]. Dispiegandosi nei tre Casini della Villa, la mostra stabilisce tra i principali edifici storici del complesso un inevitabile filo conduttore attraverso la figura del Cambellotti: un «genio realistico e visionario», che combinando «mito, fiaba e realtà contemporanea» [11] aveva inteso «rovesciare» la tradizionale «gerarchia delle arti» prendendo le distanze dalla «bellezza decorativa fine a se stessa» e restituendo all’arte uno spessore morale e sociale [12].

    Note
    [1] http://www.museivillatorlonia.it
    [2] Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà, catalogo della mostra (Roma, Musei di Villa Torlonia, Casino dei Principi, Casino Nobile e Casina delle Civette, 6 giugno-11 novembre 2018), a cura di D. Fonti e F. Tetro, Cinisello Balsamo 2018, s.n.
    [3] Duilio Cambellotti. Pitture, sculture, opere grafiche, vetrate, scenografie (Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma), catalogo a cura di M. Manzella, F. Bellonzi, M. Quesada, Roma 1983, pp. 11-12
    [4] F. Tetro, Ideologia e iconografia. Paesaggio e storia, culto del “Miles Agricola”, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 28-43 (in part. p. 29)
    [5] E. Longo, Cambellotti, la ceramica e le fonti di ispirazione, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 110-117 (in part. p. 111)
    [6] M. Quesada, Introduzione alla scultura di Cambellotti, in Id., Duilio Cambellotti scultore & l’Agro Pontino. Ceramiche, bronzi, gessi, opere, progetti, frammenti, Roma 1984, pp. 13-22 (in part. p. 15)

    Plastico prt “Le Trachinie” di Sofocle – Duilio Cambellotti 1933.

    [7] Prof. Avv. Emmanuele Francesco Maria Emanuele (cit.)
    [8] F. Bellonzi in Duilio Cambellotti. Pitture, sculture, opere grafiche, vetrate, scenografie… (cit.), p. 8
    [9] A. Campitelli, Grafica e luce: bozzetti, cartoni, vetrate, in Duilio Cambellotti. Mito, sogno e realtà… (cit.), pp. 60-67
    [10] http://www.museivillatorlonia.it
    [11] N. Muratore, I. De Stefano, Realtà e fantasia: la produzione grafica di Duilio Cambellotti, in Duilio Cambellotti. Mito, segno e immagine, catalogo della mostra (Roma, Galleria d’Arte F. Russo, 18 novembre-16 dicembre 2006) a cura di D. Fonti, N. Muratore, I. De Stefano, Roma 2006, pp. 79-83 (in part. p. 80)
    [12] A.M Damigella, Caratteri e temi dell’arte di Cambellotti, in Cambellotti (1876-1960), catalogo della mostra (Roma, Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, 24 settembre 1999-23 gennaio 2000), a cura di G. Bonasegale e A.M. Damigella, Roma 1999, pp. 11-20 (in part. pp. 12-13).

    Roma, 22 luglio 2018