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  1. Fosse Ardeatine, una strage dimenticata. Portate un fiore.

    Dei nove mesi di occupazione tedesca della città di Roma, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è probabilmente l’episodio più drammatico insieme al rastrellamento al Portico di Ottavia del 16 ottobre 1943.

    Le tre età – Francesco Coccia

    Mentre il rastrellamento del ghetto rientra in una strategia politica complessiva molto chiara del nazismo e della volontà di sterminio di Hitler, e trova un certo rilievo nella memoria collettiva ancora oggi, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è un’azione assolutamente imprevedibile, una vera e propria rappresaglia condotta ai danni della popolazione civile che è ormai caduta nell’oblio, estromessa dai libri di storia e dalla narrazione degli eventi della Seconda Guerra Mondiale in Italia, insieme ad altri eventi quali il rastrellamento del Quadraro, anch’esso ormai dimenticato perché scivolato fuori dai libri di storia.
    In quanto rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto il 24 marzo 1944, diviene una vera e propria azione spartiacque dopo la quale nulla sarà come prima e la ritorsione sui civili inermi diventerà la regola di un esercito ormai prossimo alla disfatta. Solo a Roma all’eccidio delle Fosse Ardeatine si succederanno, in rapida successione, l’eccidio delle donne presso il Ponte dell’Industria, 7 aprile 1944, il rastrellamento del Quadraro, 17 aprile 1944, e il massacro avvenuto a La Storta il 4 giugno 1944, proprio mentre le truppe tedesche lasciavano la città.

    I Tedeschi in Via Rasella subito dopo l’attentato

    Dopo Roma gli eccidi a danno della popolazione inerme, fatta soprattutto di donne, vecchi e bambini, punteggia tutta la ritirata delle truppe tedesche verso Nord. Tra questi, per ricordare i fatti più noti, ci sono ad esempio l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 e l’eccidio di Marzabotto che si svolse dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944.
    Fino alla strage delle Fosse Ardeatine i Tedeschi, così come i fascisti, avevano accettato la possibilità di dover combattere non solo contro le truppe Alleate, ma anche contro una Resistenza civile armata. Gli attentati erano quindi parte della strategia militare; le perdite, in termini di uomini e mezzi, erano conseguenze della guerra e i dati relativi erano taciuti.
    L’accettazione del rischio connesso alla guerra era ben chiaro anche a coloro che, a vario titolo, entravano nella Resistenza, come i partigiani, o a coloro i quali attuavano azioni di resistenza e disobbedienza civile, nascondendo ebrei, disertori, partigiani o alleati infiltrati.
    Per tutti costoro la possibilità di morire in battaglia, o perché scoperti, era concreta e connessa con le loro azioni, e tantissimi saranno gli episodi che porteranno alla morte di partigiani o fiancheggiatori o oppositori del regime. I dati complessivi degli eccidi effettuati dai tedeschi e dai fascisti a danno della popolazione inerme o a carico di partigiani e oppositori, raccolti in un Atlante, sono impressionanti. Dal luglio del 1943 al maggio del 1945 sono stati 5.500 gli eccidi condotti su tutto il territorio italiano per un totale di 23.000 vittime.

    Gruppo di Gappisti che parteciparono all’organizzazione dell’attentato di Via Rasella.

    La strage delle Fosse Ardeatine è la risposta tedesca all’attentato di Via Rasella condotto dai partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) il 23 marzo 1944.
    L’azione matura con le truppe alleate ferme ad Anzio, ed è tesa a dimostrare, da un lato, che la Resistenza a Roma è ancora molto forte. Dall’altro, che le truppe tedesche possono essere combattute con successo e che la popolazione deve avere fiducia e continuare a resistere. Il sì definitivo all’azione è dato da Giorgio Amendola, e il gruppo che la realizza è costituito da circa 17 partigiani sia uomini che donne, che a seguito di questa azione avranno destini diversi nell’immaginario comune.

    Rosario Bentivegna

    Colui che materialmente spinse il carretto da netturbino su per Via Rasella pieno di esplosivo ed accese la miccia fu Rosario Bentivegna che successivamente subì un processo da parte dei parenti di alcuni degli uccisi alle Fosse Ardeatine, poiché considerato un assassino.
    Colui che avvistò per primo la colonna della Bozen e diede il segnale di accendere la miccia, sventolando un berretto, fu Franco Calamandrei, figlio di Pietro.
    Colei che aiutò Rosario Bentivegna a fuggire, facendogli indossare un impermeabile sulla divisa da netturbino, fu Carla Capponi.
    Tra coloro i quali coprirono la fuga di Rosario Bentivegna, impegnando i tedeschi in uno scontro a fuoco, ci furono Pasquale Balsamo e Marisa Musu.
    Lucia Ottobrini, che aveva partecipato alla fase organizzativa seguendo gli spostamenti della Colonna della Bozen e preparando l’esplosivo, il 23 marzo aveva la febbre e non partecipò all’azione conclusiva.
    L’azione condotta dai partigiani porta alla morte di 33 soldati della colonna Bozen, che per altro erano italiani di Bolzano. L’atto è talmente eclatante, perché avviene in pieno girono, in pieno centro e con un effetto così grande, che non può essere nascosto dai tedeschi, com’era avvenuto altre volte, anche pochi giorni prima.
    Il 7 marzo, ad esempio, Carla Capponi aveva condotto un attentato in Via Tomacelli, attentato nel quale i Tedeschi avevano avuto perdite e feriti, e che venne passato sotto silenzio dalle truppe di occupazione. La buona riuscita di questo attentato aveva convinto i partigiani che un colpo più importante poteva essere realizzato e portato a segno.

    Civili rastrellati dopo l’attentato e radunati fuori da Palazzo Barberini

    La reazione dei Tedeschi è durissima. Dopo una consultazione telefonica con Hitler, che chiede in un primo momento che vengano giustiziati 50 Italiani per ciascun tedesco ucciso, il colonnello Kappler e il feldmaresciallo Kesselring decidono che 10 Italiani per ciascun tedesco ucciso è un numero sufficiente per una vendetta esemplare.
    La decisione è presa nelle ore immediatamente successive all’attentato e nella notte sono compilate liste di nomi per raggiungere la cifra di 330 prigionieri.
    Pur prelevando i detenuti di Via Tasso tra cui Giuseppe Cordero di Montezemolo, colonnello del Regio Esercito e comandante del Fronte Militare Clandestino o Gioacchino Gesmundo e alcuni ebrei e detenuti politici che erano a Regina Coeli, come Pilo Albertelli, non si raggiunge il numero sufficiente di prigionieri. Alle liste sono quindi aggiunti anche detenuti di Regina Coeli in attesa di giudizio, e alcuni rastrellati in Via Rasella subito dopo l’attentato. Anche in questo modo il numero di prigionieri non è sufficiente a raggiungere le 330 unità e per questo motivo Kappler si rivolge al capo della polizia Caruso che alla fine gli consegnerà, per motivi mai chiariti, un numero di uomini superiori a quelli richiesti.
    Ciò farà si che alle Cave Ardeatine moriranno in tutto 335 persone, 5 in più di quelle decise dai Tedeschi.

    Le Cave Ardeatine – Le Fosse Ardeatine

    Il controllo degli elenchi e delle operazioni di trasporto dei prigionieri, così come l’organizzazione delle esecuzioni sarà gestito direttamente da Kappler e da Priebke.
    Per l’elevato numero di condannati a morte saranno scelte le Cave Ardeatine per l’esecuzione e quando le operazioni sono terminate, le volte delle Cave sono fatte crollare con dell’esplosivo, trasformandole in fosse comuni: le Fosse Ardeatine.
    Dal momento dell’attentato sono passate poco più di 24 ore. Nessun manifesto è affisso nelle strade. Nessun comunicato è diramato via radio alla ricerca dei responsabili.
    Eppure grazie all’uso distorto del tempo e della memoria nell’immaginario comune da parte dei Tedeschi, in parte avallato anche dall’Osservatore Romano, molti avranno l’impressione che tra l’attentato e la rappresaglia siano passati giorni, settimane o mesi, che i manifesti siano stati effettivamente affissi nelle strade e annunci siano stati diramati via radio, che i responsabili siano stati quindi cercati e non si siano presentati per codardia, determinando la morte dei civili inermi. Da qui nasce la doppia memoria dei fatti e la percezione che quella che è nei fatti un’azione di guerra si trasforma in un assassinio.
    La dilatazione del tempo e dello spazio nasce durante il processo svoltosi nel 1948 a carico di Kappler durante il quale viene fatta trapelare una dichiarazione attribuita a Kappler stesso che non trova riscontro nella realtà e nemmeno in quello che Kappler dichiarerà a verbale in molte altra occasioni. In questa occasione viene fatto affermare a Kappler che: «La radio fascista annunciò di quarto d’ora in quarto d’ora che, se i gappisti di via Rasella non si fossero presentati, i tedeschi avrebbero fucilato 320 civili».

    Un carretto da netturbino

    Detta dichiarazione verrà poi ripresa dai Comitati civici e dalla Coldiretti durante la campagna elettorale successiva e diventerà realtà tanto che Don Giovanni Fagiolo dichiarerà a sua volta: «Prima di tutto loro avvertirono: per ogni tedesco dieci italiani saranno uccisi. Misero dei manifesti, certo non riempirono Roma, ma alcuni li misero. Dai giornali, dalla radio, si seppe subito. Io l’ho visto il manifesto, altri anche. Però il fatto importante è questo. Che l’autore fu invitato a presentarsi, i tedeschi non avrebbero ucciso, almeno avevano promesso che non uccidevano nessuno; se non si presenta l’autore, vero, noi mandiamo avanti la minaccia che abbiamo esposto».
    Nasce così la convinzione che i 335 civili potevano essere salvati e che non avendolo fatto i partigiani si erano comportati non solo da codardi ma soprattutto da assassini.
    La convinzione si radicherà nella società romana e in quella italiana, anche nella memoria e nell’animo di alcune delle famiglie dei condannati a morte portando a una lacerazione profonda.

    Carla Capponi

    I gappisti andranno incontro a diversi processi intentati da alcuni familiari delle vittime, il primo nel 1949. L’intera vicenda processuale si chiuderà solo nel 1999, pochi anni prima della morte dei principali attori quali Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Nel 2007 e nel 2009 ancora si svolgeranno due processi per diffamazione a carico de Il Giornale e de Il Tempo che ancora attribuivano responsabilità ai gappisti.
    Probabilmente a questa tradizione difficile da sradicare va legata anche la mancata autorizzazione a seppellire le ceneri di Carla Capponi e Rosario Bentivegna nel cimitero acattolico al Testaccio come espressamente richiesto nel testamento dei due partigiani.
    La figlia disperse poi le loro ceneri nel Tevere adempiendo alla seconda richiesta dei suoi genitori.
    Di fatto i Tedeschi pubblicheranno solo un comunicato su La Stampa del 26 marzo 1944 dove viene detto che l’ordine è già stato eseguito.
    “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia di transito in via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da vili comunisti badogliani.
    Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo – americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo – tedesca nuovamente affermata.
    Il Comando tedesco perciò, ha ordinato, che per ogni tedesco ucciso, dieci comunisti badogliani fossero fucilati.
    Quest’ordine è già stato eseguito”.

    Anche il tentativo di celare il luogo dell’eccidio non va a segno.
    La notizia che i morti si trovano alle Cave si sparge rapidamente in città grazie anche ai Salesiani del convento delle Catacombe di San Callisto.
    Orfeo Mucci, commissario politico di Bandiera Rossa, ci va con i suoi uomini già il 1 maggio 1944 per rendere omaggio ai caduti.
    Le lettere che annunciano la morte dei loro cari ai parenti, arrivano, quando arrivano, molto tempo dopo, almeno un mese, ma c’è chi non riceverà mai alcun avviso. Sono scritte in tedesco e molti familiari si rivolgeranno ai poliziotti della Bozen, italiani di Bolzano, per averne la traduzione.
    Sarà solo con l’arrivo degli Alleati a Roma che le Fosse verranno aperte.
    L’idea iniziale è di lasciare tutto com’è e di trasformare le cave in un unico monumento, ma le famiglie non sono d’accordo.

    Attilio Ascarelli e parte del gruppo di lavoro

    Vogliono sapere chi c’è lì dentro e vogliono un luogo per piangere i loro cari.
    Allora Attilio Ascarelli, anatomo patologo dell’Università La Sapienza, che ha già lavorato alla identificazione dei corpi dei caduti di Via Rasella, si fa interprete del volere delle famiglie, affermando che è possibile l’identificazione dei corpi.
    E’ nominata una commissione apposita e si inizia con l’esumazione dei corpi che vengono deposti in ordine raccogliendo tutti i più piccoli indizi sulla base dei quali i familiari potranno effettuare le identificazioni: un brandello di tessuto, un rammendo, un orologio, un taccuino, tutto può essere utile per questo fine.
    La maggior parte dei corpi viene così identificato.
    Un piccolo gruppo lo sarà nel tempo. Ad oggi 9 corpi restano senza identificazione, mentre nel 2012 sono stati identificati con certezza i resti di altri 3 caduti.
    Nella Storia dell’eccidio delle Fosse Ardeatine s’intrecciano storie di ordinaria o straordinaria umanità che dir si voglia.
    Nicola Stame, pugliese che sin da giovane si dedica al canto e che diviene uno dei più noti tenori d’inizio secolo, è da sempre anche antifascista. Non ha aderito al partito, e questo gli costa già nel 1939 un primo arresto mentre sta provando la “Turandot” di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera.
    È però anche sottotenente della Regia Aeronautica, perché da giovane ha seguito la sua passione per il volo e gli aerei. L’8 settembre lo vede al bivio di una scelta: continuare a fare il tenore e fuggire negli Stati Uniti o restare a Roma ed entrare in clandestinità. Sceglie questa seconda strada e si arruola in Bandiera Rossa.

    Nicola Stame

    Il 24 gennaio del 1944 il destino di Nicola Stame incrocia il destino di un altro foggiano: Mauro de Mauro. De Mauro ha aderito al partito fascista è legato alla X MAS e a Junio Borghese e vede Stame in Via Sant’Andrea delle Fratte. Stame, infatti, sarebbe dovuto entrare in una latteria nel cui retro si ritrovavano alcuni partigiani di Bandiera Rossa. E’ stato ad Anzio ed ha incontrato alcuni ufficiali alleati e deve relazionare sul suo incontro.
    Stame si accorge di essere seguito e di essere stato identificato per cui si allontana in direzione opposta verso Trinità dei Monti. Così inizia un vero e proprio inseguimento che terminerà in Piazza Mignanelli e che culminerà in una colluttazione e con l’arresto.
    Non va meglio a suoi compagni. Presso la latteria, infatti, verranno arrestati Aladino Govoni, Antonio Pisino, Ezio Lombardi e Tigrino Sabatini. Nicola Stame ritroverà i compagni a Via Tasso e con Govoni, Pisino e Lombardi condividerà la morte alle Fosse, mentre Sabatini, operaio della SNIA VISCOSA verrà giustiziato il 3 maggio al Forte Bravetta. Stame dopo l’arresto è condotto al commissariato di Via Goito e qui finisce in cella con un ragazzo che ha poco più di 18 anni.
    Si chiama Claudio Pica. Il ragazzo capisce subito che quell’uomo dall’aria normale è in realtà il tenore Stame e gli confida la sua passione per il canto melodico. Gli racconta che ha già vinto anche un concorso canoro. Pica è in stato di fermo senza un’accusa precisa e è rilasciato dopo poco. Stame invece sarà poi consegnato alla polizia tedesca e finirà nella prigione di Via Tasso.
    Claudio Pica diverrà effettivamente famoso dopo la guerra con il nome di Claudio Villa, diventerà il reuccio della canzone e realizzerà solo molti anni dopo da quell’incontro di aver effettivamente incontrato Stame e che questi aveva trovato la morte nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
    Nel momento in cui Stame entra a via Tasso è come se si prendesse un impegno: tutte le sere canta per rendere in qualche misura più mite la detenzione. I Tedeschi non impediranno mai questo rito per tutta la durata della sua permanenza presso il carcere.
    Altra figura che, insieme a molte altre, diviene un cardine della Resistenza nella città di Roma è Don Pappagallo.

    Don Pappagallo e Gioacchino Gesmundo

    Anche lui pugliese giungerà a Roma solo nel 1925 dove diviene parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e padre spirituale delle Oblate di Via Urbana. Nella motivazione al conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Civile conferita a Don Pappagallo dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 13 luglio 1998, si legge: «Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d’animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato».
    Di Don Pappagallo si raccontano numerosi episodi avvenuti durante la sua prigionia presso il carcere di Via Tasso, ma l’episodio più stupefacente è legato proprio all’eccidio delle Fosse Ardeatine ed è riportato da Joseph Reider, un austriaco, medico e cattolico, per i tedeschi un disertore da fucilare. Raider racconta che si sarebbe salvato dall’eccidio perché legato con le mani a quelle di Don Pappagallo.
    Qualcuno, nei momenti immediatamente precedenti la morte, chiede al sacerdote una benedizione e Don Pappagallo nell’impartirla si libera dei lacci che gli tengono le mani e in questo libera anche Reider che perciò può fuggire ed ha salva la vita.
    L’episodio non è mai stato considerato reale per come l’eccidio era stato organizzato dai Tedeschi, ma certamente indica la grandezza della figura di Don Pappagallo e la sua fama a Roma, tanto che, quando Sergio Amidei scriverà la sceneggiatura di “Roma Città Aperta”, scolpirà la figura del prete, poi interpretato da Aldo Fabrizi, mescolando la figura di Don Pappagallo e quella di Don Morosini, che invece sarà giustiziato a Forte Bravetta.

    Cancellata di Mirko Basaldella (particolare)

    Sembra che la Resistenza romana si fondi su meridionali e in particolare sui pugliesi: anche Gioacchino Gesmundo viene da Terlizzi esattamente come Don Pappagallo. E’ laureato in filosofia.
    Ricorda Pietro Ingrao: “Conobbi Gioacchino Gesmundo nel lontano 1933, a Formia, nel liceo in cui ero allievo. Egli vi era giunto, da Roma, per insegnare storia e filosofia. Nel clima di conformismo e viltà che avvolgeva la società italiana del tempo, ci lasciava senza fiato l’audacia sprezzante del professor Gesmundo, che non sarebbe stata estranea, più tardi, alle cause del suo arresto. Sfidava apertamente i fascisti, anche nella scelta dei testi scolastici: ci faceva leggere Croce e Salvemini, pur sapendo che erano invisi al regime”.
    A Roma insegna poi al liceo scientifico Cavour. Uno dei suoi allievi ricorda che le lezioni del professor Gesmundo continuavano in conversazioni per strada con gli allievi, nel suo studio, nelle lezioni private, nei corsi di formazione politica realizzati durante la Resistenza. Gesmundo ospita nella sua casa di via Licia la prima redazione clandestina de L’Unità. Sta preparando un attentato ai danni dei Tedeschi quando è arrestato e condotto nel carcere di Via Tasso.

    Le Fosse Ardeatine

    Nella motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Militare, vengono ricordate le torture che subì durante la prigionia: «Comandante, in territorio occupato dal nemico, di una zona clandestina insurrezionale ed in seguito responsabile di importante ufficio di controspionaggio, esplicava preziosa attività organizzativa e partecipava a numerose azioni di sabotaggio che incidevano sensibilmente sullo spirito e sulla efficienza delle unità nazifasciste. Orientava ogni sua attività al potenziamento degli organi preposti alla guerra partigiana, sfidando costantemente ogni insidia e pericolo. Catturato dalle SS. fasciste e tedesche durante l’esercizio del suo incarico, venne sottoposto per un mese intero ad inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva. Condannato dal tribunale di guerra tedesco alla pena di morte, con la fermezza degli Eroi affrontava la morte alle Fosse Ardeatine tramandando ai posteri fulgida prova di fede nella dura lotta per la conquista della libertà».

    Roma, 19 marzo 2017

  2. Gita di Pasquetta: dall’Isola Tiberina e al Ghetto ebraico. Passando per il Teatro di Marcello

    L’Isola Tiberina, un territorio di modeste proporzioni 300 metri di lunghezza per 80 di larghezza, è tuttavia trasfigurata dalla leggenda: essa sarebbe nata sui depositi di grano dei Tarquini gettati nel Tevere dai Romani in rivolta perché volevano la loro

    Isola Tiberina – Giovan Battista Pitanesi.

    cacciata, o, per la sua forma, da una nave incagliata, prescelta dal serpente di Esculapio, trasformazione animale di Esculapio stesso, per arrivare esattamente in quel punto del Tevere, e far costruire proprio lì ai Romani un tempio dedicato al dio guaritore più importante della cultura greca.
    Sollecitati proprio da questo racconto misterico l’isola, in realtà originatasi dall’azione erosiva esercitata dal Tevere e da due o tre suoi affluenti sulle propaggini più estreme del colle Capitolino, fu foggiata in antico a forma di trireme – se ne vedono alcuni ruderi della poppa sul fianco settentrionale, retrostante alla chiesa di San Bartolomeo – e rimase consacrata al dio della medicina Esculapio, il cui culto fu introdotto a Roma nel 291 avanti Cristo, e a cui fu dedicato un tempio costruito effettivamente proprio sull’isola.
    Il tempio fungeva da vero e proprio ospedale, come testimoniano numerose iscrizioni che parlano di guarigioni miracolose avvenute presso il tempio, i numerosi ex voto e le dediche alla divinità. Gli ammalati venivano curati soprattutto con l’acqua.
    Il tempio di Esculapio non era però l’unico che era stato costruito sull’Isola Tiberina, poiché sono stati identificati i resti del tempio di Veiove, di Fauno e il tempio Tiberino dedicato al dio Tevere.
    Il carattere sacro e quello legato alla cura degli infermi sono due aspetti dell’Isola Tiberina che permangono nel corso del passare del tempo. Così, sul tempio di Esculapio, in epoca cristiana, fu edificato, sin dall’anno Mille, un santuario – ricovero per prestare aiuto e cure ai poveri.

    Moneta antica che ricorda l’episodio del serpente di Esculapio.

    Nella seconda metà del Cinquecento, la struttura fu trasformata in “fabbrica della salute” ovvero in un’organizzazione basata sull’opera non più meramente assistenziale ma in cui operavano medici e infermieri. Nel 1585, fra Pietro Soriano grazie all’intervento di papa Gregorio XIII, vi fondò una confraternita di soccorso ai malati secondo la regola di San Giovanni di Dio, chiamati popolarmente Fatebenefratelli, che introdusse innovazioni sanitarie particolarmente rivoluzionarie al tempo, come ad esempio l’allettamento di ciascun paziente in un singolo letto a lui riservato e la suddivisione dei malati in relativi reparti specializzati a seconda della loro patologia. La struttura fu già molto importante durante l’epidemia a Roma della peste del 1558, ma lo fu in particolare durante l’epidemia di colera, nel 1832, per l’efficacia delle cure prestate alla popolazione. Nonostante l’ospedale avesse mantenuto la sua autonomia anche sotto la dominazione francese, a seguito degli eventi dopo la breccia di Porta Pia, nel 1878 fu sottratto all’ordine religioso dei Fatebenefratelli, per tornarvi nel 1892. Alla fine dell’Ottocento l’ospedale fu rinforzato contro le piene del Tevere con una serie di muraglioni di contenimento. Ma è soprattutto dopo gli ammodernamenti e gli ampliamenti del 1992 che l’ospedale acquisì le caratteristiche di una moderna struttura sanitaria. Il nome “San Giovanni Calibita Fatebenefratelli” è stato assegnato all’ospedale nel 1972.
    La vocazione medica dell’Isola è confermata anche dalla presenza dell’Ospedale Israelitico, proprio accanto alla chiesa di San Bartolomeo. Le origini di questo secondo ospedale risalgono al 1600 e il suo scopo fu di provvedere un minimo di assistenza sanitaria agli ebrei di Roma, privati, dalle norme sulla reclusione nel ghetto, dell’accesso agli ospedali di allora. Dopo il 1884 l’amministrazione comunale decise di dare in concessione alla comunità ebraica per un ospedale, il vecchio convento vicino alla chiesa di San Bartolomeo.
    Nel 1834 durante l’epidemia di colera le autorità del tempo, temendo la diffusione del contagio, concessero solo temporaneamente l’istituzione di un lazzaretto per gli ebrei di Roma, sito nel Palazzo Cenci.

    Mappa Lanciani, 1983. In alto a sinistra si vede l’altra isola che si trovava accanto all’Isola Tiberina.

    L’Isola Tiberina in antico era accompagnata da un’isola più piccola, più vicina al Ghetto Ebraico, ancora presente nella mappa di Rodolfo Lanciani tracciata nel 1893 poco prima della costruzione dei muraglioni che la faranno sparire.
    L’Isola Tiberina ospitò le prime popolazioni italiche che si attestavano sui colli della Riva Sinistra del Tevere e ne condivise le sorti. Essa fu perciò da subito inclusa in questa parte della città, rimanendo ancora oggi esclusa dal Trans Tiberim, visto che anche amministrativamente essa appartiene al Rione Ripa che, all’altezza del Teatro di Marcello, prosegue lungo la sponda tiberina fino all’Aventino e ai limiti del Testaccio.
    La forma di nave trireme fu accentuata ponendo un obelisco al centro dell’isola con funzione di albero maestro, successivamente sostituita da una colonna con la croce. Dell’obelisco sono conservati dei frammenti al Museo Nazionale di Napoli.
    La colonna invece fu detta “infame” perché ad essa era affissa, il 27 agosto di ogni anno, una tabella nella quale venivano indicati i nomi di coloro che non partecipavano alla messa nel giorno di Pasqua.
    L’uso perdurò fino al 1870 e tra i nomi illustri che finirono sulla colonna infame ci fu, nel 1834, quello del pittore di Trastevere Bartolomeo Pinelli. Questi si offese molto non tanto perché il suo nome era apparso nella lista dei miscredenti, quanto perché nella medesima lista egli era indicato quale “miniaturista” e non quale “incisore”.
    Un po’ di tempo dopo un carro andò a sbattere contro la colonna che per questo si spezzò in più parti. Solo nel 1869, per volere di Pio IX, la colonna fu sostituita con quella attuale.
    Per accedere all’Isola Tiberina, si attraversano due antichissimi ponti: il Fabricio e il Cestio. I due ponti sono i più antichi di Roma che giungono non modificati e ancora in uso fino a noi. Il Ponte Fabricio è il più antico ponte di Roma giunto fino a noi. L’attuale, costruito nel 62 avanti Cristo da Lucius Fabricius, curator viarum come è detto dalle due iscrizioni poste sulle due grandi arcate, sostituì uno in legno che lo precedette. Esso è detto anche “dei Quattro Capi”, grazie alle erme quadricipiti inserite nella balaustra, simulacri di Giano Quadrifronte, e che probabilmente

    Isola Tiberina – Caspar van Wittel – 1685.

    avevano il ruolo di sorreggere la balaustra in bronzo fatta rimuovere dal papa Innocenzo XI. Nel Medioevo il ponte Fabricio fu anche detto “Pons Judeorum” perché prossimo alla riva abitata dagli ebrei e sulla quale venne in seguito delimitato il Ghetto.
    Il ponte Cestio che oggi può essere attraversato è invece stato costruito nel 370 dopo Cristo e ne sostituisce uno a due fornici che risaliva al 46 avanti Cristo. Nel Seicento il ponte Cestio era detto “ponte ferrato” a causa delle numerose catene di ferro che tenevano ancorato i molini presenti sul fiume.
    Sulla sinistra de ponte Fabricio si leva la tozza torre che fu prima dei Pierleoni – quando vi stette Matilde di Canossa – per passare, in seguito, i Caetani che vi risiedettero fino al XV secolo.
    In fondo ad una piazzetta tranquilla si innalza la chiesa di San Bartolomeo, eretta alla fine del X secolo dall’imperatore germanico Ottone III e rimodernata nel 1624, dopo la piena rovinosa del 1557. La facciata è notevole per la ricerca di movimento mediante la contrapposizione di una zona inferiore a una superiore con finestre sormontate da un timpano molto pronunciato. All’interno, va segnalata la Cappella dell’Università dei Mugnai: si riferisce all’attività dei mulini fluviali a ruota che, fino al 1870, si addensavano soprattutto nei pressi dell’Isola Tiberina. E, nella navata destra, la Cappellina di San Carlo decorata da Antonio Carracci. Il bel campanile del 1113 è uno dei più armoniosi campanili romanici di Roma.

    Ghetto di Roma.

    Attraversato il Ponte Fabricio e un tratto del Lungotevere de’ Cenci, ci s’immette nel Ghetto ebraico, luogo di vicende dolorose degli ebrei romani.
    A Roma, come altrove, gli ebrei avevano vissuto sempre in una comunità riunita in ambito ristretto: nell’antichità risiedevano a Trastevere e, successivamente, nel XIII e XIV secolo si erano raccolti al Rione Sant’Angelo, presso l’Isola Tiberina, ricca allora di attività mercantili.
    Il 12 luglio del 1555 il papa Paolo IV Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum, revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani e ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato anche “serraglio degli ebrei”: Identificò a questo scopo una regione sempre nel rione Sant’Angelo, accanto al Teatro Marcello. Nella bolla papale oltre a specificare che gli ebrei dovevano risiedere nel ghetto e che nel ghetto non ci potesse essere più di una sinagoga, veniva anche deciso che essi dovessero portare un distintivo di “colore glauco” che li rendesse facilmente riconoscibili. Per gli uomini questo segno di riconoscimento fu un cappello giallo, per le donne una pezza di stoffa da portare sopra gli abiti. Molte delle restrizioni fissate dalla bolla di Paolo IV saranno poi riprese dalle leggi razziali emanate in Italia durante il Governo Fascista nel 1938. Inoltre l’obbligo a risiedere dentro il quartiere che, fino al 1848, possedeva delle vere e proprie mura con porte che erano aperte al mattino e richiuse la sera, fece sì che gli edifici nel tempo divenissero sempre più alti, collegati tra loro da ponti che facilitavano la fuga in occasione delle “incursioni” dei gentili, come ad esempio quelle che avvenivano durante il Carnevale romano. Il ghetto aveva quindi per lati maggiori il Tevere e il Portico d’Ottavia, mentre uno dei lati minori attraversava la piazza Giudea e l’altro raggiungeva dal fiume la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria.

    Via Rua – Ghetto di Roma – Ettore Roesler Franz.

    Dall’emissione della bolla papale l’atteggiamento dei papi fu altalenante; alcuni papi cercarono di alleviare le condizioni di vita degli ebrei romani, altri papi inasprirono l’atteggiamento nei confronti della comunità. Gregorio XIII, che fu papa alla fine del Cinquecento, ebbe un atteggiamento ambivalente: se da un lato cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica dall’altro la vessò istituendo le “prediche coatte”. Queste si svolgevano di sabato e avevano l’obiettivo di indurre gli Ebrei di Roma alla conversione. Le prediche coatte si tennero su di un arco molto lungo, erano tenute in luoghi diversi tra i quali la chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, la chiesa di San Gregorio al Ponte Quattro Capi e nel Tempietto del Carmelo.
    Sisto V, Felice Peretti, fu un papa che cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica permettendo anche un ampliamento del ghetto, che arrivò a occupare una superficie di tre ettari. Un simile atteggiamento di maggiore disponibilità fu assunto anche da Paolo V Borghese, papa nella prima metà del 1600, il quale per sancire in qualche maniera il rispetto che la chiesa di Roma avrebbe portato alla comunità ebraica fece collocare nella piazza delle Scole una fontana nella quale il motivo araldico del drago alato dei Borghese si univa al candelabro con i sette bracci. Altri papi come Pio V e Clemente VIII furono decisamente più intransigenti.
    Uno spiraglio alle condizioni di estrema povertà della comunità ebraica si aprì una prima volta a seguito dell’occupazione francese di Roma del 1798 e la conseguente proclamazione della Prima Repubblica Romana, quando le porte del ghetto furono finalmente aperte e gli ebrei poterono uscire. In piazza delle Cinque Scole per sancire questo momento fu eretto un “albero della libertà”, ma la libertà durò veramente poco visto che meno di due anni dopo, con la cacciata delle truppe francesi, le condizioni di vita tornarono ad essere quelle di sempre. Di nuovo nel 1848 sembrò che le cose per la comunità ebraica potessero cambiare. Infatti Pio IX

    16 ottobre 1943. Rastrellamento nel Ghetto di Roma.

    per un certo periodo del suo pontificato sembrò ispirarsi alle idee repubblicane, e questo per gli ebrei si tradusse nel fatto che le mura del ghetto vennero abbattute. La libertà sembrò diventare ancora più concreta durante la Repubblica Romana del 1849, ma il ritorno del papa dopo la sconfitta della Repubblica spense di nuovo le speranze. Pio IX inasprito da quanto era accaduto, considerando la comunità ebraica in parte responsabile dell’esperienza della Repubblica, emanò leggi repressive nei confronti della comunità che riguardarono anche la libertà con cui gli ebrei potevano muoversi all’interno della città, sebbene le mura del ghetto non esistessero più. Si dovrà attendere l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale per avere un’equiparazione reale tra gli ebrei e gli altri romani. Ma anche questa sarà una parentesi che dal 1871 durerà in buona sostanza fino al 1938, quando Mussolini sceglierà di seguire Hitler sulla scelta discriminatoria nei confronti degli ebrei. L’episodio certamente più grave della storia della comunità ebraica a Roma sarà quello che si compirà il 16 ottobre del 1943 durante l’occupazione nazista della città. In questa data i Tedeschi, al comando di Kappler, in poche ore alle prime luci del mattino rastrellarono e deportarono ad Aschwitz milleduecentocinquantanove Ebrei di tutte le età. Di questi ritornarono a Roma in sedici di cui quindici uomini e una sola donna Settimia Spizzichino, che da subito scelse di testimoniare l’orrore che aveva vissuto.
    Dalla storia tragica degli Ebrei romani alla lieta nota del restauro di uno dei

    Veditori di pesce al Portico di Ottavia – Ettore Roesler Franz.

    monumenti più importanti che proprio al Ghetto fanno bella mostra di sé: il Portico di Ottavia, restituito da poco tempo all’ammirazione dei romani e dei visitatori. Si tratta del grandissimo portico quadrato che Augusto fece ricostruire, tra il 33 e il 23 avanti Cristo sul portico di Quinto Cecilio Metello Macedonico dedicandolo alla sorella Ottavia. All’interno del portico sorgevano due templi, quello di Giunone Regina e di Giove Statore, mentre facevano parte del portico stesso la biblioteca, che raccoglieva testi latini e greci, dedicata alla memoria di Marcello, figlio di Ottavia e la Curia Octaviae.
    Nell’80 dopo Cristo il complesso subì danni in seguito ad un incendio e fu probabilmente restaurato da Domiziano. Ancora nel 203 dopo Cristo, il portico e i templi furono ricostruiti e nuovamente dedicati da Settimio Severo e Caracalla, dopo le distruzioni dovute a un altro incendio. A seguito del terremoto del 441 dopo Cristo le colonne del propileo d’ingresso vennero sostituite dall’arcata tuttora esistente. Intorno al 770, a partire dal propileo d’ingresso, fu edificata la chiesa di “San Paolo in summo circo”, detta poi Sant’Angelo in Pescheria.
    La visita si conclude al Teatro di Marcello, i cui imponenti resti mostrano l’affascinante stratificazione di successive edificazioni nelle varie epoche. Il teatro, iniziato da Cesare, fu compiuto da Augusto tra il 13 e l’11 avanti Cristo e dedicato alla memoria dell’amatissimo Marco Claudio Marcello, suo nipote e genero prediletto, quest’ultimo era infatti figlio della sorella Ottavia e marito di sua figlia Giulia, morto non ancora ventenne nel 23 avanti Cristo e per il quale Virgilio scrisse i suoi famosi versi di rimpianto: «[…] Ohi, ragazzo degno di pianto: se mai rompessi i tuoi fati, tu resterai Marcello. Gettate gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e colmi l´anima del nipote almeno con questi doni e faccia un inutile regalo […]».

    Ricostruzione del Portico di Ottavia.

    L’imponente e severo monumento, che non di rado fu preso a modello dagli artisti del Rinascimento, era costituito da due ordini di quarantuno arcate ciascuno, coronati da un attico; la cavea, che si apriva ove attualmente è il giardino di Palazzo Orsini, poteva contenere circa quindicimila spettatori.
    Nell’era cristiana molti dei teatri romani caddero in disuso e questa sorte toccò anche al teatro Marcello, tanto che nel 370 parte del travertino della facciata che guardava verso il Tevere sembra che fu utilizzato per un restauro del ponte Cestio, mentre altro materiale di pertinenza della facciata si accumulava e veniva poi ricoperto dalle piene del Tevere stesso, dando origine a quello che oggi si chiama Monte Savello.
    Nel Medioevo ciò che era ancora in piedi del teatro veniva trasformato in una fortezza che appartenne prima ai Pierleoni, poi ai Faffo e quindi ai Savelli che tra il 1523 e il 1527 vi fecero costruire da Baldassarre Peruzzi i due piani del palazzo, il quale acquistò così forma definitiva e nel 1712 passò agli Orsini.
    Nell’area compresa tra il teatro di Marcello e il portico di Ottavia svettano le tre colonne angolari del tempio di Apollo Sosiano, eretto nel 433 avanti Cristo e rifatto nel 179 quando lo stesso dio viene indicato con l’appellativo di Apollo Medicus. Il nome Sosiano deriva invece dal nome del console Gaio Sosio che lo ricostruì, nel 34 avanti Cristo, forse a causa di un suo trionfo. I lavori furono interrotti a causa tra Ottaviano e Antonio, per riprendere l’anno dopo quando Augusto si riconciliò con Sosio.

    Portico di Ottavia – Giovan Battista Piranesi.

    Accanto a questo tempio infine sorgeva quello di Bellona, dea della guerra italica a cui fu dedicato il tempio nel 296 avanti Cristo. Il tempio si trovava fuori dal pomerium e in vicinanza delle mura, per questo motivo ospitò diverse riunioni del Senato quando a queste partecipavano personaggi stranieri, appartenenti ad ambascerie di altri popoli, o comandanti militari qualora essi fossero in armi ad esempio perchè dovevano partire per la guerra.

    Roma, 26 marzo 2018

  3. Egizi Etruschi. Da Eugene Berman allo Scarabeo Dorato

    L’incontro e il confronto tra due grandi civiltà del Mediterraneo è al centro dell’affascinante mostra Egizi Etruschi da Eugene Berman allo Scarabeo Dorato alla Centrale Montemartini. Un confronto, che trae spunto dai preziosi oggetti egizi, databili tra l’VIII e il III secolo avanti Cristo, rinvenuti nelle recentissime campagne di scavo condotte a Vulci, importante città dell’Etruria meridionale, e che è anche un’occasione di riflessione sul valore del dialogo tra le culture, e sul valore dello scambio che sono stati da sempre fonte di progresso per i popoli.

    Maschera d’oro dalla collezione Berman.

    Alle inedite scoperte di Vulci, si aggiungono i preziosi reperti egizi della Collezione Berman e le opere in prestito dalla Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Tutte queste testimonianze raccontano degli scambi commerciali ma, soprattutto, del dialogo culturale tra civiltà che condivisero ideali di regalità, simboli di potere e pratiche religiose.
    La mostra si apre con una sezione introduttiva divisa in due parti. La prima, dal titolo “Il fascino dell’Egitto e dell’Etruria nelle collezioni di Augusto Castellani e Giovanni Barracco” permette di cogliere il gusto del collezionismo ottocentesco, attraverso quello di due cultori delle grandi civiltà del mondo antico, Augusto Castellani e Giovanni Barracco, che vissero e operarono negli stessi anni A loro è dedicata la prima parte della sezione introduttiva della mostra. I due collezionisti, infatti, furono tra i maggiori esperti di arte antica dell’Ottocento, legati al composito e multiforme scenario romano della ricerca archeologica e del commercio antiquario. Entrambi, con atto di liberalità, destinarono le loro collezioni al Comune di Roma: Castellani arricchendo i Musei Capitolini e Barracco inaugurando nel 1905 un “Museo di scultura antica” ospitato in un piccolo edificio neoclassico costruito appositamente, oggi indicato con il nome di Museo Barracco.
    La seconda parte della prima sezione, dal titolo “Eugene Berman. Riflessi di antiche civiltà nella scenografia teatrale”, è l’occasione di apprezzare le preziose opere egizie della collezione di Eugene Berman, pittore, illustratore, scenografo e collezionista d’arte russo, donate nel 1952 alla Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale. Da qui si parte per il vero e proprio percorso espositivo suddiviso in sei sezioni, attraverso le quali i curatori Alfonsina Russo, Claudio Parisi Presicce, Simona Carosi e Antonella Magagnini, hanno voluto indagare e mettere in evidenza i legami e le differenze tra alcuni degli aspetti più peculiari delle civiltà etrusca ed egizia, utilizzando anche i necessari apparati multimediali e didattici che arricchiscono il racconto, accompagnando il visitatore in questo particolare viaggio nel tempo.

    Maschera d’oro e usekh dalla collezione Berman.

    Tra i primi reperti esposti nella seconda sezione, alcune maschere funerarie egizie della collezione Berman, in particolare due esempi di maschere dorate. Osservando questi reperti con attenzione si notano le caratteristiche collane usekh, ovvero le collane composte da più giri di perle o catenine d’oro cui erano appesi numerosi pendenti, che in Egitto venivano indossate sia da uomini che da donne. Queste collane consentono un raffronto con l’oreficeria etrusca, non soltanto per una sorta di transfer tecnologico, ovvero con l’introduzione di nuove tecniche di lavorazione dell’oro, ma anche e soprattutto per il patrimonio immateriale che lo ha seguito, visibile in elementi iconografici e simbolici. A partire dalla fine dell’VIII secolo – inizi VII secolo avanti Cristo, infatti, vengono introdotti nell’oreficeria etrusca nuovi elementi decorativi come i crescenti lunari e i motivi solari, la così detta “signora degli animali”, elemento decorativo del bracciale della Tomba Regolini Galassi di Cerveteri, di cui in mostra sono presenti splendide riproduzioni fotografiche.
    Questi elementi, i cui temi decorativi sono associati non solo alla preziosità del metallo ma hanno anche un importante valore salvifico e apotropaico, si trovano anche su tre pendenti in argento rivestiti di oro della Tomba degli Ori di Vulci, parte di una complessa decorazione dell’abito cerimoniale di una defunta di altissimo rango, e su di una lamina d’argento della Tomba delle Mani D’Argento di Vulci, anche in questo caso facente parte di una sepoltura femminile di alto rango. I reperti relativi a queste due tombe, invece, sono esposti e consentono al visitatore di immergersi nel variegato mondo del bacino del Mediterraneo, fatto, appunto, di scambi di produzioni artigianali e di conoscenze immateriali. Questi scambi indussero le élite aristocratiche etrusche, ma anche la nuova oligarchia mercantile alla ricerca di un riconoscimento della propria posizione nella società, a lasciarsi influenzare dalle credenze egizie in ambito funerario e dai concetti di divinizzazione e di immortalità legati all’oro, facendone uso nei propri corredi funerari.

    Scarabeo in castone dorato dalla Romba dello Scarabeo d’Oro di Vulci

    Nelle due sezioni successive è affrontato il tema della regalità nel Vicino Oriente Antico e come essa fu recepita con successo nel mondo etrusco e il tema dell’immortalità.
    In rappresentanza del mondo egizio vengono presentati alcuni reperti, provenienti dalla collezione Berman e relativi a due tra i più celebri personaggi dell’antico Egitto: Akhenaton e la Grande Sposa Reale Nefertiti.
    Il tema della regalità è anche affrontato attraverso il confronto tra gli scarabei egizi e quelli etruschi, e la rappresentazione nelle due culture del leone quale animale non solo simbolo di regalità, ma anche della fama immortale.
    Per il mondo etrusco i reperti esposti sono quelli della tomba dello Scarabeo Dorato, rinvenuta nella necropoli di Poggio Manganelli a Vulci. La tomba ospitava una giovinetta di 13 – 14 anni di età, il cui corpo è stato deposto con un corredo caratterizzato da ornamenti preziosi provenienti dall’Egitto insieme a ceramiche utilizzate per il banchetto funebre. Il tutto può essere datato all’ VIII – inizi VII secolo avanti Cristo. Del corredo funerario fanno parte la collana di ambra che testimonia l’arrivo di goielli dal nord Europa, gli scarabei e la simbologia ad essi associata si diffondono in Etruria attraverso i Greci che si erano insediati a Pithecusa, ovvero Ischia.

    Scarabeo dalla Toma dello Scarabeo Dorato di Vulci.

    In questo particolare caso sono ritrovati insieme due scarabei, incastonati in oro e in elettro, una lega di oro e argento. Sul primo scarabeo è riprodotto il segno che rappresenta la piuma della giustizia e sono incisi crittogrammi che richiamano il dio Amon, il Signore degli dei egizi, e la dea pantera Mafdet, dea che accompagna il defunto nell’Aldilà. Il secondo scarabeo richiama la figura di Horus, la divinità falco, e la barca del mattino, che per gli egizi indicava la rinascita.
    Il fatto che gli scarabei sono due e che essi siano stati trovati all’interno della medesima sepoltura indica una volontà precisa di far accompagnare la giovane defunta da simboli egizi che fanno riferimento e augurano una continuità di vita oltre la morte.
    Il rapporto con la morte, con l’aldilà e con la rinascita del mondo etrusco è ulteriormente affrontato con l’esposizione di reperti provenienti dalla camera centrale della Tomba delle Mani d’Argento, ritrovata nel 2013 a Vulci insieme con altre sepolture aristocratiche. Il suo ampio corredo funerario che comprende eccezionalmente anche uno sphyrelaton, una statua polimaterica con funzione di simulacro del defunto, fatto di legno e stoffa da cui provengono le celebri mani in argento e oro, con collo in osso, corpo ricoperto da una veste decorata con placchette in oro e un mantello di lana finissima, reso luminoso da una decorazione in piccoli bottoni d’oro. Questo simulacro, che veniva utilizzato durante i riti funebri di personaggi di elevato rango sociale, aveva il ruolo di sostituire il corpo fisico e reale creando un legame con la vita futura, facendo assumere al defunto una dimensione eroica e immortale.
    Completa l’esposizione dei reperti provenienti dalla Tomba delle Mani d’Argento la ricostruzione del carro ritrovato nella Camera B della medesima tomba. Il carro è un altro richiamo alla tradizione egizia in quanto esso era utilizzato dal Faraone per andare in guerra.

    Mani d’Argento dalla Tomba delle Mani d’Argento di Vulci

    Il tema della quarta sezione è come e quanto il pantheon egizio sia passato nella cultura etrusca. Per effettuare questo confronto vengono esposti una statua frammentaria in granito grigio della dea Sekhment e altri reperti della collezione Berman pertinenti a diverse divinità del pantheon egizio, vicino a reperti etruschi provenienti, grazie ai traffici commerciali, dall’Egitto e oggetti egittizzanti di produzione etrusca. Da questo confronto si può comprendere, inoltre, come alcune divinità egizie, come ad esempio Bes, viene esposta la statuetta in avorio e oro proveniente dal tumulo di San Paolo a Cerveteri, abbiano subito una reinterpretazione nel mondo etrusco, anche a causa dell’intermediazione dei Greci e dei Fenici che spesso si facevano vettori di oggetti provenienti dal mondo egizio.
    Certamente lungo le vie commerciali oltre gli oggetti materiali, come amuleti e gioielli, si muovevano prodotti di grande pregio, ma in un certo senso immateriali, quali profumi, unguenti e cosmetici. Questi erano commercializzati e scambiati contenuti in vasi di ottima fattura e realizzati, a loro volta, con materiali preziosi quali alabastro. Anche la cosmetica diventava quindi simbolo di prestigio e ricchezza. In mostra a questo proposito vi è proprio una collezione di vasi in alabastro provenienti dalla collezione Berman.

    Statuina rappresentante Bes in avorio e oro proveniente dal tumulo San Paolo di Vulci.

    La mostra si chiude con una sezione costituita da una sorta di grande quadro sinottico, in cui le varie fasi della cultura etrusca sono messe a confronto con le varie fasi della cultura egizia. L’evolversi della cultura egizia viene seguita a partire dal 4500 avanti Cristo fino ai tessuti copti del VI secolo dopo Cristo, attraverso i reperti della collezione Barman.
    Particolare attenzione viene data alla fase della cultura etrusca in cui si ha lo sviluppo della moda orientalizzante e al III secolo avanti Cristo attraverso l’esposizione del corredo di una sepoltura etrusca ritrovata di recente da cui proviene un raro vaso in ceramica invetriata di produzione alessandrina.

  4. Testo

    Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale

    Charles Péguy

    Il testo che qui proponiamo è tratto dal volume Véronique. “Dialogo della storia e dell’anima carnale” del grande scrittore francese Charles Péguy, edizioni Piemme, 2002. E’ un breve dialogo tra Clio, la Storia, e Calliope, la musa della poesia, che tratta delle ninfee di Monet, forse il tema pittorico più noto del grande pittore francese.

    Ninfee – Claude Monet – 1897.


    Péguy, nato nel 1873 e morto nel 1914, proveniente da una famiglia di Orléans, rivendicò sempre con orgoglio la sua appartenenza al popolo, alla gente semplice. Dopo aver militato in gioventù nel partito socialista, ritrovò la sua fede cattolica senza rinnegare nulla della sua storia. Poeta e saggista, nel 1900 fondò la rivista «Cahiers de la quinzaine» e pubblicò numerose opere in versi e prosa.
    In Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, c’è Clio, la Storia, che si affanna a cercare le tracce nel passato. E «una bambina, la piccola Veronica, che tira fuori il suo fazzoletto e sul volto di Cristo prende un’impronta eterna. Lei si è trovata al momento giusto. Clio è sempre in ritardo» scrive Péguy.
    Il dialogo è tra Clio, la Storia e Calliope, la musa della poesia epica, figlia di Zeus e Mnemosine, conosciuta come la Musa di Omero, l’ispiratrice dell’Iliade e dell’Odissea. Proprio nelle primissime pagine dell’opera Clio accenna a Monet e alle sue «mirabili ninfee». Anzi, di una sola, la prima della serie.

    continua…