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  1. Pollock e la Scuola di New York

    In mostra al Vittoriano uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning,

    Jackson Pollock – Hans Nmuth.

    Franz Kline e gli altri rappresentati della “Scuola di New York” irrompono a Roma con tutta l’energia e quel carattere di rottura che fece di loro gli artisti – eterni e indimenticabili – del nuovo astrattismo made in USA.
    Sebbene alla “Scuola di New York” sia stata attribuita questa definizione dal sapore didattico essa era in realtà un gruppo informale di poeti, pittori, ballerini e musicisti americani attivi sulla scena newyorkese tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Questi artisti non scrissero mai un vero e proprio manifesto ma trassero spesso ispirazione dal surrealismo e dai movimenti artistici d’avanguardia. Ne furono elementi espressivi l’action painting, l’espressionismo astratto, il jazz, il teatro d’improvvisazione e la musica sperimentale. Tra i poeti che ne fecero parte è bene ricordare quelli della beat generation come Gregory Corso, Allen Ginsberg e Jack Kerouac tra gli altri.
    La scelta dell’astrattismo per molti pittori è una scelta obbligata: siamo in America, in un periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima ha profondamente influenzato la società americana e soprattutto ha permesso il diffondersi dell’idea che fosse impossibile progettare una società su modelli utopici o razionale. Gli artisti, ed in particolare i pittori, non si sentono più in grado di progettare un’opera basata su moduli formali prestabiliti. L’arte si stacca così dalla rappresentazione reale del mondo che circonda l’artista per diventare tentativo di rappresentare il caos. Questa nuova modalità di espressione pittorica viene codificata come “espressionismo astratto”: il gesto di dipingere diviene espressione diretta dell’esperienza dell’artista.

    Gregory Corso e Allen Ginsberg.

    Nell’ambito dell’espressionismo astratto si afferma la personalità e l’ideologia di Jackson Pollock, che è certamente da considerarsi la più alta espressione dell’Action Painting, termine coniato nel 1952 da Harold Rosenberg per dare una definizione alla tecnica che lo stesso Pollock utilizzava per dipingere. Egli infatti attuava una modalità di pittura che prevedeva lo sgocciolamento del colore dal pennello, o direttamente dai barattoli, sulla tela, spesso di enormi dimensioni, stesa per terra, in maniera tale che ci si potesse lavorare contemporaneamente su tutti e quattro i lati.
    In questa maniera la tela non è più uno spazio diviso tra centro e periferia, primo piano e piani ulteriori, ma il suo spazio si allarga e può anche travalicare i bordi stessi del supporto pittorico.
    L’opera non è più progettata ma diviene il risultato di un processo continuo d’improvvisazione portato avanti in uno stato di trance, così che sia direttamente l’inconscio a creare l’opera senza alcuna intermediazione della razionalità.
    La tela che per secoli era stata interprete delle impressioni, dei sentimenti, dei racconti diviene supporto su cui l’esperienza artistica è fissata in quanto vero e proprio ritmo ed essenza vitale.
    Esemplificativo di questa esperienza è la grande tela di Pollock intitolata “Number 27” realizzata nel 1950, e presente in mostra. Sulla tela è possibile risalire al movimento che il braccio di Pollock ha effettuato per depositare la vernice e lo smalto. E’ possibile vedere con chiarezza come il colore non sia stato mai lasciato cadere a coprire completamente il fondo nero, che quindi entra in rapporto dinamico con i colori: contemporaneamente quindi si può leggere il nero come continuamente interrotto dai colori, o i colori come se fossero continuamente interrotti dal nero. Entrambe le possibilità sono vere e coesistono. Il dipinto ha anche una tridimensionalità conferita dalle colature di vernice metallizzata.

    Number 27 – Jackson Pollock.

    Alla fine dell’azione artistica rimarranno impressi sulla tela sei colori: bianco, nero, giallo, verde oliva, grigio e rosa pallido.
    La trama è indecifrabile e tesa a coprire l’immagine che Pollock stesso aveva immaginato, per volere e per dichiarazione esplicita dell’artista: “velare l’immagine, la quale diventa oscura e misterica”.
    Lo stesso Pollock insistette molto perché la sua maniera di dipingere, a metà tra danza, trance e performance fosse documentata con immagini fotografiche e video e il suo desiderio nel 1951 trovò nel regista tedesco Hans Namuth colui che lo attuò.
    Grazie alle foto e ai brevi filmati di Namuth, ancora oggi restiamo affascinati e colpiti da come Pollock lavorasse alla pittura, stravolgendola rispetto ai canoni ordinari. E tra questi documenti diviene un cult il video, girato sempre da Hans Namuth nello suo studio a Spring: Pollock all’opera mentre lavora e danza intorno alla grande tela srotolata in terra.
    Pollock diviene così leggenda. Artista tra i preferiti dell’iconica collezionista Peggy Guggenheim che di lui ebbe a dire: «Era un uomo contraddittorio. Così timido e difficile da presentare alla gente e nervoso. Arrivava sempre sbronzo e per questo non avrebbe potuto farcela da solo».
    La mostra in corso al Vittoriano, curata da David Breslin e Carrie Springer con Luca Beatrice è divisa in 6 sezioni, permette di ammirare più di 50 capolavori, e diviene così un susseguirsi di colori vividi, armonia delle forme, soggetti e rappresentazioni astratte che immergono e guidano i visitatori in un contesto artistico unico e originale: quello dell’espressionismo astratto.
    In mostra, quindi, c’è il frutto di una “rivoluzione” nata nel maggio del 1950, quando il Metropolitan Museum di New York organizzò un’importante mostra di arte contemporanea escludendo la cerchia degli “action painter”. La decisione scatenò la rivolta degli esponenti del movimento e proprio in questo clima d’insurrezione e stravolgimento sociale l’espressionismo astratto divenne un segno indelebile della cultura pop, attraverso il particolare connubio tra espressività della forma e astrattismo stilistico, elementi che influenzarono sensibilmente tutti gli anni ’50 del Novecento.

    Four Darks in Red – Mark Rothko – 1958.

    L’Action painting, ovvero la “pittura d’azione”, diventa così sinonimo d’innovazione, trasformazione, rottura degli schemi e del passato e questa straordinaria mostra permette di riscoprire non solo il fascino di tale movimento, ma anche di rivivere emozioni e sentimenti propri di quegli artisti che hanno reso unico un capitolo fondamentale della storia dell’arte, che vede in Pollock certamente una delle punte più limpide e alte.
    Pollock nasce a Cody, Wyoming, nel 1912. Le cronache riferiscono di un’infanzia difficile e itinerante, per i continui spostamenti della famiglia tra California e Arizona ai tempi della Grande Depressione, quando il padre di Pollock era costretto a cercare lavoro dove capitava. Il giovane Jackson ha un carattere ribelle, ingestibile sia per la famiglia che per la scuola, poco incline al rispetto delle regole e afflitto sin dall’adolescenza da ripetuti problemi di alcolismo: eppure, quando dipinge, è evidente a tutti il suo strepitoso e prematuro talento.
    Alla metà degli anni Trenta incontra e si innamora di Lenore Krasner – anche lei artista – che sposerà solo nel 1945. Quindi la coppia si trasferisce a Springs, Long Island, e la Krasner si dedica alla carriera del marito, diventando la sua principale promoter. Ed è qui, in un nuovo studio ampio come un capannone industriale, che Pollock potrà scoprire il “dripping”, lo sgocciolamento, e farne la sua propria modalità espressiva. Dai filmati e dalle foto a disposizione di questi atti creativi Pollock appare completamente immerso nell’atto stesso, senza soluzione di continuità tra l’uomo, l’artista, il sentire e l’espressione. L’artista si muove al ritmo della musica jazz e la creazione dell’opera entra a far parte dell’opera stessa.
    L’ultimo periodo della vita del pittore del Wyoming fu il più difficile. L’esistenza complessa, fin dall’infanzia, turbata da problemi psichiatrici e di alcol continuava. Tra 1948 e 1950, periodo d’intensa attività, anche la rivista “Life” si domandò, retoricamente, se fosse lui l’artista americano più famoso, accostandolo ai grandi maestri europei quali Picasso, Miró, Rouault, Matisse.

    Jackson Pollock – Hans Namuth.

    Di fatto è proprio la sua vita sregolata e assurda a interrompere prematuramente una sfolgorante carriera: l’11 agosto 1956, dopo l’ennesima notte brava, Pollock si schianta al volante della propria auto. Con lui muore una giovane donna, un’altra resta gravemente ferita.
    Sono passati oltre sessant’anni dalla sua morte, eppure il mito di Pollock resta inscalfibile e sempre attuale: a lui e alla sua arte è dedicata tutta la prima sezione della mostra romana.
    Ma la mostra non è solo Pollock. Nella seconda sezione – Verso la Scuola di New York – ci si sofferma sulla generazione di pittori in America che si allontana dal realismo e dalla figurazione, vedendo nell’astratto il segno di un tempo nuovo come Arshile Gorky, William Baziotes, Robert Motherwell, tra i fondatori della “Scuola di New York”, Clyfford Still, Mark Tobey, Richard Pousette-Dart e tanti altri come Bradley Walker Tomlin tra i precursori, fin dai primi anni Quaranta, del nascente “Espressionismo astratto”.
    La Terza sezione si concentra su Kline. I suoi dipinti di grandi dimensioni modulati prevalentemente sul bianco e nero, più raramente di altri colori. Kline, insieme a Pollock, Rothko e de Kooning è considerato tra i massimi interpreti della “Scuola di New York”.

    Pollock e la Scuola Americana – Una foto della mostra.

    Nella Quarta sezione – “Dall’Espressionismo astratto ai Color Field”, la pittura si dirige rapidamente verso la smaterializzazione. Nella Quinta sezione, dedicata a Willem de Kooning, l’artista sempre vicino all’Action Painting, ma mai completamente espressionista astratto, pur abbracciandone i principi teorici non abbandona la figurazione. Resta famoso soprattutto per la serie Woman I, ciclo dedicato alla figura femminile. Mentre nella sesta e ultima sezione dal titolo “Mark Rothko” il focus è sul pittore dall’approccio lirico e mistico. Nei suoi quadri ci sono pennellate estese di colore che tracciano soprattutto rettangoli luminosi e vibranti.

    Roma, 9 dicembre 2018

     

  2. Articolo

    Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. E tutto divenne Pop Art

    di Paolo Ricciardi

    Con piacere riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Paolo Ricciardi sul vinile tra i più vicini alla Pop Art di sempre: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei The Beatles, album che da poco ha festeggiato i suoi cinquanta anni.

    Sgt. Pepper – Copertina dell’album.

    Paolo Ricciardi è un esperto di cinema, ma soprattutto di musica che ha curato programmi radiofonici e lavorato per diverse case discografiche.

    Benvenuti.
    Innanzitutto, una breve nota introduttiva.
    In questo spazio andremo a segnalare i dischi che, in modi diversi, hanno influenzato lo sviluppo della musica ed il nostro modo di ascoltarla.
    La scelta iniziale è stata ardua ma doverosa.
    Non si poteva cominciare questo viaggio che con l’album che più degli altri ha rappresentato, e rappresenta ancora oggi, un vero spartiacque, con il quale la musica moderna ha fatto un enorme balzo in avanti.
    Signori e Signore…

    continua…

  3. Fosse Ardeatine, una strage dimenticata. Portate un fiore.

    Dei nove mesi di occupazione tedesca della città di Roma, dall’8 settembre 1943 al 4 giugno 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è probabilmente l’episodio più drammatico insieme al rastrellamento al Portico di Ottavia del 16 ottobre 1943.

    Le tre età – Francesco Coccia

    Mentre il rastrellamento del ghetto rientra in una strategia politica complessiva molto chiara del nazismo e della volontà di sterminio di Hitler, e trova un certo rilievo nella memoria collettiva ancora oggi, l’eccidio delle Fosse Ardeatine è un’azione assolutamente imprevedibile, una vera e propria rappresaglia condotta ai danni della popolazione civile che è ormai caduta nell’oblio, estromessa dai libri di storia e dalla narrazione degli eventi della Seconda Guerra Mondiale in Italia, insieme ad altri eventi quali il rastrellamento del Quadraro, anch’esso ormai dimenticato perché scivolato fuori dai libri di storia.
    In quanto rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto il 24 marzo 1944, diviene una vera e propria azione spartiacque dopo la quale nulla sarà come prima e la ritorsione sui civili inermi diventerà la regola di un esercito ormai prossimo alla disfatta. Solo a Roma all’eccidio delle Fosse Ardeatine si succederanno, in rapida successione, l’eccidio delle donne presso il Ponte dell’Industria, 7 aprile 1944, il rastrellamento del Quadraro, 17 aprile 1944, e il massacro avvenuto a La Storta il 4 giugno 1944, proprio mentre le truppe tedesche lasciavano la città.

    I Tedeschi in Via Rasella subito dopo l’attentato

    Dopo Roma gli eccidi a danno della popolazione inerme, fatta soprattutto di donne, vecchi e bambini, punteggia tutta la ritirata delle truppe tedesche verso Nord. Tra questi, per ricordare i fatti più noti, ci sono ad esempio l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944 e l’eccidio di Marzabotto che si svolse dal 29 settembre al 5 ottobre del 1944.
    Fino alla strage delle Fosse Ardeatine i Tedeschi, così come i fascisti, avevano accettato la possibilità di dover combattere non solo contro le truppe Alleate, ma anche contro una Resistenza civile armata. Gli attentati erano quindi parte della strategia militare; le perdite, in termini di uomini e mezzi, erano conseguenze della guerra e i dati relativi erano taciuti.
    L’accettazione del rischio connesso alla guerra era ben chiaro anche a coloro che, a vario titolo, entravano nella Resistenza, come i partigiani, o a coloro i quali attuavano azioni di resistenza e disobbedienza civile, nascondendo ebrei, disertori, partigiani o alleati infiltrati.
    Per tutti costoro la possibilità di morire in battaglia, o perché scoperti, era concreta e connessa con le loro azioni, e tantissimi saranno gli episodi che porteranno alla morte di partigiani o fiancheggiatori o oppositori del regime. I dati complessivi degli eccidi effettuati dai tedeschi e dai fascisti a danno della popolazione inerme o a carico di partigiani e oppositori, raccolti in un Atlante, sono impressionanti. Dal luglio del 1943 al maggio del 1945 sono stati 5.500 gli eccidi condotti su tutto il territorio italiano per un totale di 23.000 vittime.

    Gruppo di Gappisti che parteciparono all’organizzazione dell’attentato di Via Rasella.

    La strage delle Fosse Ardeatine è la risposta tedesca all’attentato di Via Rasella condotto dai partigiani dei Gruppi di Azione Patriottica (GAP) il 23 marzo 1944.
    L’azione matura con le truppe alleate ferme ad Anzio, ed è tesa a dimostrare, da un lato, che la Resistenza a Roma è ancora molto forte. Dall’altro, che le truppe tedesche possono essere combattute con successo e che la popolazione deve avere fiducia e continuare a resistere. Il sì definitivo all’azione è dato da Giorgio Amendola, e il gruppo che la realizza è costituito da circa 17 partigiani sia uomini che donne, che a seguito di questa azione avranno destini diversi nell’immaginario comune.

    Rosario Bentivegna

    Colui che materialmente spinse il carretto da netturbino su per Via Rasella pieno di esplosivo ed accese la miccia fu Rosario Bentivegna che successivamente subì un processo da parte dei parenti di alcuni degli uccisi alle Fosse Ardeatine, poiché considerato un assassino.
    Colui che avvistò per primo la colonna della Bozen e diede il segnale di accendere la miccia, sventolando un berretto, fu Franco Calamandrei, figlio di Pietro.
    Colei che aiutò Rosario Bentivegna a fuggire, facendogli indossare un impermeabile sulla divisa da netturbino, fu Carla Capponi.
    Tra coloro i quali coprirono la fuga di Rosario Bentivegna, impegnando i tedeschi in uno scontro a fuoco, ci furono Pasquale Balsamo e Marisa Musu.
    Lucia Ottobrini, che aveva partecipato alla fase organizzativa seguendo gli spostamenti della Colonna della Bozen e preparando l’esplosivo, il 23 marzo aveva la febbre e non partecipò all’azione conclusiva.
    L’azione condotta dai partigiani porta alla morte di 33 soldati della colonna Bozen, che per altro erano italiani di Bolzano. L’atto è talmente eclatante, perché avviene in pieno girono, in pieno centro e con un effetto così grande, che non può essere nascosto dai tedeschi, com’era avvenuto altre volte, anche pochi giorni prima.
    Il 7 marzo, ad esempio, Carla Capponi aveva condotto un attentato in Via Tomacelli, attentato nel quale i Tedeschi avevano avuto perdite e feriti, e che venne passato sotto silenzio dalle truppe di occupazione. La buona riuscita di questo attentato aveva convinto i partigiani che un colpo più importante poteva essere realizzato e portato a segno.

    Civili rastrellati dopo l’attentato e radunati fuori da Palazzo Barberini

    La reazione dei Tedeschi è durissima. Dopo una consultazione telefonica con Hitler, che chiede in un primo momento che vengano giustiziati 50 Italiani per ciascun tedesco ucciso, il colonnello Kappler e il feldmaresciallo Kesselring decidono che 10 Italiani per ciascun tedesco ucciso è un numero sufficiente per una vendetta esemplare.
    La decisione è presa nelle ore immediatamente successive all’attentato e nella notte sono compilate liste di nomi per raggiungere la cifra di 330 prigionieri.
    Pur prelevando i detenuti di Via Tasso tra cui Giuseppe Cordero di Montezemolo, colonnello del Regio Esercito e comandante del Fronte Militare Clandestino o Gioacchino Gesmundo e alcuni ebrei e detenuti politici che erano a Regina Coeli, come Pilo Albertelli, non si raggiunge il numero sufficiente di prigionieri. Alle liste sono quindi aggiunti anche detenuti di Regina Coeli in attesa di giudizio, e alcuni rastrellati in Via Rasella subito dopo l’attentato. Anche in questo modo il numero di prigionieri non è sufficiente a raggiungere le 330 unità e per questo motivo Kappler si rivolge al capo della polizia Caruso che alla fine gli consegnerà, per motivi mai chiariti, un numero di uomini superiori a quelli richiesti.
    Ciò farà si che alle Cave Ardeatine moriranno in tutto 335 persone, 5 in più di quelle decise dai Tedeschi.

    Le Cave Ardeatine – Le Fosse Ardeatine

    Il controllo degli elenchi e delle operazioni di trasporto dei prigionieri, così come l’organizzazione delle esecuzioni sarà gestito direttamente da Kappler e da Priebke.
    Per l’elevato numero di condannati a morte saranno scelte le Cave Ardeatine per l’esecuzione e quando le operazioni sono terminate, le volte delle Cave sono fatte crollare con dell’esplosivo, trasformandole in fosse comuni: le Fosse Ardeatine.
    Dal momento dell’attentato sono passate poco più di 24 ore. Nessun manifesto è affisso nelle strade. Nessun comunicato è diramato via radio alla ricerca dei responsabili.
    Eppure grazie all’uso distorto del tempo e della memoria nell’immaginario comune da parte dei Tedeschi, in parte avallato anche dall’Osservatore Romano, molti avranno l’impressione che tra l’attentato e la rappresaglia siano passati giorni, settimane o mesi, che i manifesti siano stati effettivamente affissi nelle strade e annunci siano stati diramati via radio, che i responsabili siano stati quindi cercati e non si siano presentati per codardia, determinando la morte dei civili inermi. Da qui nasce la doppia memoria dei fatti e la percezione che quella che è nei fatti un’azione di guerra si trasforma in un assassinio.
    La dilatazione del tempo e dello spazio nasce durante il processo svoltosi nel 1948 a carico di Kappler durante il quale viene fatta trapelare una dichiarazione attribuita a Kappler stesso che non trova riscontro nella realtà e nemmeno in quello che Kappler dichiarerà a verbale in molte altra occasioni. In questa occasione viene fatto affermare a Kappler che: «La radio fascista annunciò di quarto d’ora in quarto d’ora che, se i gappisti di via Rasella non si fossero presentati, i tedeschi avrebbero fucilato 320 civili».

    Un carretto da netturbino

    Detta dichiarazione verrà poi ripresa dai Comitati civici e dalla Coldiretti durante la campagna elettorale successiva e diventerà realtà tanto che Don Giovanni Fagiolo dichiarerà a sua volta: «Prima di tutto loro avvertirono: per ogni tedesco dieci italiani saranno uccisi. Misero dei manifesti, certo non riempirono Roma, ma alcuni li misero. Dai giornali, dalla radio, si seppe subito. Io l’ho visto il manifesto, altri anche. Però il fatto importante è questo. Che l’autore fu invitato a presentarsi, i tedeschi non avrebbero ucciso, almeno avevano promesso che non uccidevano nessuno; se non si presenta l’autore, vero, noi mandiamo avanti la minaccia che abbiamo esposto».
    Nasce così la convinzione che i 335 civili potevano essere salvati e che non avendolo fatto i partigiani si erano comportati non solo da codardi ma soprattutto da assassini.
    La convinzione si radicherà nella società romana e in quella italiana, anche nella memoria e nell’animo di alcune delle famiglie dei condannati a morte portando a una lacerazione profonda.

    Carla Capponi

    I gappisti andranno incontro a diversi processi intentati da alcuni familiari delle vittime, il primo nel 1949. L’intera vicenda processuale si chiuderà solo nel 1999, pochi anni prima della morte dei principali attori quali Carla Capponi e Rosario Bentivegna. Nel 2007 e nel 2009 ancora si svolgeranno due processi per diffamazione a carico de Il Giornale e de Il Tempo che ancora attribuivano responsabilità ai gappisti.
    Probabilmente a questa tradizione difficile da sradicare va legata anche la mancata autorizzazione a seppellire le ceneri di Carla Capponi e Rosario Bentivegna nel cimitero acattolico al Testaccio come espressamente richiesto nel testamento dei due partigiani.
    La figlia disperse poi le loro ceneri nel Tevere adempiendo alla seconda richiesta dei suoi genitori.
    Di fatto i Tedeschi pubblicheranno solo un comunicato su La Stampa del 26 marzo 1944 dove viene detto che l’ordine è già stato eseguito.
    “Nel pomeriggio del 23 marzo 1944 elementi criminali hanno eseguito un attentato con lancio di bombe contro una colonna tedesca di polizia di transito in via Rasella. In seguito a questa imboscata 32 uomini della polizia tedesca sono stati uccisi e parecchi feriti. La vile imboscata fu eseguita da vili comunisti badogliani.
    Sono ancora in atto le indagini per chiarire fino a che punto questo criminoso fatto è da attribuirsi ad incitamento anglo – americano. Il Comando tedesco è deciso a stroncare l’attività di questi banditi scellerati. Nessuno dovrà sabotare impunemente la cooperazione italo – tedesca nuovamente affermata.
    Il Comando tedesco perciò, ha ordinato, che per ogni tedesco ucciso, dieci comunisti badogliani fossero fucilati.
    Quest’ordine è già stato eseguito”.

    Anche il tentativo di celare il luogo dell’eccidio non va a segno.
    La notizia che i morti si trovano alle Cave si sparge rapidamente in città grazie anche ai Salesiani del convento delle Catacombe di San Callisto.
    Orfeo Mucci, commissario politico di Bandiera Rossa, ci va con i suoi uomini già il 1 maggio 1944 per rendere omaggio ai caduti.
    Le lettere che annunciano la morte dei loro cari ai parenti, arrivano, quando arrivano, molto tempo dopo, almeno un mese, ma c’è chi non riceverà mai alcun avviso. Sono scritte in tedesco e molti familiari si rivolgeranno ai poliziotti della Bozen, italiani di Bolzano, per averne la traduzione.
    Sarà solo con l’arrivo degli Alleati a Roma che le Fosse verranno aperte.
    L’idea iniziale è di lasciare tutto com’è e di trasformare le cave in un unico monumento, ma le famiglie non sono d’accordo.

    Attilio Ascarelli e parte del gruppo di lavoro

    Vogliono sapere chi c’è lì dentro e vogliono un luogo per piangere i loro cari.
    Allora Attilio Ascarelli, anatomo patologo dell’Università La Sapienza, che ha già lavorato alla identificazione dei corpi dei caduti di Via Rasella, si fa interprete del volere delle famiglie, affermando che è possibile l’identificazione dei corpi.
    E’ nominata una commissione apposita e si inizia con l’esumazione dei corpi che vengono deposti in ordine raccogliendo tutti i più piccoli indizi sulla base dei quali i familiari potranno effettuare le identificazioni: un brandello di tessuto, un rammendo, un orologio, un taccuino, tutto può essere utile per questo fine.
    La maggior parte dei corpi viene così identificato.
    Un piccolo gruppo lo sarà nel tempo. Ad oggi 9 corpi restano senza identificazione, mentre nel 2012 sono stati identificati con certezza i resti di altri 3 caduti.
    Nella Storia dell’eccidio delle Fosse Ardeatine s’intrecciano storie di ordinaria o straordinaria umanità che dir si voglia.
    Nicola Stame, pugliese che sin da giovane si dedica al canto e che diviene uno dei più noti tenori d’inizio secolo, è da sempre anche antifascista. Non ha aderito al partito, e questo gli costa già nel 1939 un primo arresto mentre sta provando la “Turandot” di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera.
    È però anche sottotenente della Regia Aeronautica, perché da giovane ha seguito la sua passione per il volo e gli aerei. L’8 settembre lo vede al bivio di una scelta: continuare a fare il tenore e fuggire negli Stati Uniti o restare a Roma ed entrare in clandestinità. Sceglie questa seconda strada e si arruola in Bandiera Rossa.

    Nicola Stame

    Il 24 gennaio del 1944 il destino di Nicola Stame incrocia il destino di un altro foggiano: Mauro de Mauro. De Mauro ha aderito al partito fascista è legato alla X MAS e a Junio Borghese e vede Stame in Via Sant’Andrea delle Fratte. Stame, infatti, sarebbe dovuto entrare in una latteria nel cui retro si ritrovavano alcuni partigiani di Bandiera Rossa. E’ stato ad Anzio ed ha incontrato alcuni ufficiali alleati e deve relazionare sul suo incontro.
    Stame si accorge di essere seguito e di essere stato identificato per cui si allontana in direzione opposta verso Trinità dei Monti. Così inizia un vero e proprio inseguimento che terminerà in Piazza Mignanelli e che culminerà in una colluttazione e con l’arresto.
    Non va meglio a suoi compagni. Presso la latteria, infatti, verranno arrestati Aladino Govoni, Antonio Pisino, Ezio Lombardi e Tigrino Sabatini. Nicola Stame ritroverà i compagni a Via Tasso e con Govoni, Pisino e Lombardi condividerà la morte alle Fosse, mentre Sabatini, operaio della SNIA VISCOSA verrà giustiziato il 3 maggio al Forte Bravetta. Stame dopo l’arresto è condotto al commissariato di Via Goito e qui finisce in cella con un ragazzo che ha poco più di 18 anni.
    Si chiama Claudio Pica. Il ragazzo capisce subito che quell’uomo dall’aria normale è in realtà il tenore Stame e gli confida la sua passione per il canto melodico. Gli racconta che ha già vinto anche un concorso canoro. Pica è in stato di fermo senza un’accusa precisa e è rilasciato dopo poco. Stame invece sarà poi consegnato alla polizia tedesca e finirà nella prigione di Via Tasso.
    Claudio Pica diverrà effettivamente famoso dopo la guerra con il nome di Claudio Villa, diventerà il reuccio della canzone e realizzerà solo molti anni dopo da quell’incontro di aver effettivamente incontrato Stame e che questi aveva trovato la morte nell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
    Nel momento in cui Stame entra a via Tasso è come se si prendesse un impegno: tutte le sere canta per rendere in qualche misura più mite la detenzione. I Tedeschi non impediranno mai questo rito per tutta la durata della sua permanenza presso il carcere.
    Altra figura che, insieme a molte altre, diviene un cardine della Resistenza nella città di Roma è Don Pappagallo.

    Don Pappagallo e Gioacchino Gesmundo

    Anche lui pugliese giungerà a Roma solo nel 1925 dove diviene parroco della Basilica di San Giovanni in Laterano e padre spirituale delle Oblate di Via Urbana. Nella motivazione al conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Civile conferita a Don Pappagallo dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 13 luglio 1998, si legge: «Sacerdote della Diocesi di Roma, durante l’occupazione tedesca collaborò intensamente alla lotta clandestina e si prodigò in soccorso di ebrei, soldati sbandati, antifascisti ed alleati in fuga dando loro aiuto per nascondersi e rifocillarsi. Tradito, fu consegnato ai tedeschi, sacrificando la sua vita con la serenità d’animo, segno della sua fede, che sempre lo aveva illuminato».
    Di Don Pappagallo si raccontano numerosi episodi avvenuti durante la sua prigionia presso il carcere di Via Tasso, ma l’episodio più stupefacente è legato proprio all’eccidio delle Fosse Ardeatine ed è riportato da Joseph Reider, un austriaco, medico e cattolico, per i tedeschi un disertore da fucilare. Raider racconta che si sarebbe salvato dall’eccidio perché legato con le mani a quelle di Don Pappagallo.
    Qualcuno, nei momenti immediatamente precedenti la morte, chiede al sacerdote una benedizione e Don Pappagallo nell’impartirla si libera dei lacci che gli tengono le mani e in questo libera anche Reider che perciò può fuggire ed ha salva la vita.
    L’episodio non è mai stato considerato reale per come l’eccidio era stato organizzato dai Tedeschi, ma certamente indica la grandezza della figura di Don Pappagallo e la sua fama a Roma, tanto che, quando Sergio Amidei scriverà la sceneggiatura di “Roma Città Aperta”, scolpirà la figura del prete, poi interpretato da Aldo Fabrizi, mescolando la figura di Don Pappagallo e quella di Don Morosini, che invece sarà giustiziato a Forte Bravetta.

    Cancellata di Mirko Basaldella (particolare)

    Sembra che la Resistenza romana si fondi su meridionali e in particolare sui pugliesi: anche Gioacchino Gesmundo viene da Terlizzi esattamente come Don Pappagallo. E’ laureato in filosofia.
    Ricorda Pietro Ingrao: “Conobbi Gioacchino Gesmundo nel lontano 1933, a Formia, nel liceo in cui ero allievo. Egli vi era giunto, da Roma, per insegnare storia e filosofia. Nel clima di conformismo e viltà che avvolgeva la società italiana del tempo, ci lasciava senza fiato l’audacia sprezzante del professor Gesmundo, che non sarebbe stata estranea, più tardi, alle cause del suo arresto. Sfidava apertamente i fascisti, anche nella scelta dei testi scolastici: ci faceva leggere Croce e Salvemini, pur sapendo che erano invisi al regime”.
    A Roma insegna poi al liceo scientifico Cavour. Uno dei suoi allievi ricorda che le lezioni del professor Gesmundo continuavano in conversazioni per strada con gli allievi, nel suo studio, nelle lezioni private, nei corsi di formazione politica realizzati durante la Resistenza. Gesmundo ospita nella sua casa di via Licia la prima redazione clandestina de L’Unità. Sta preparando un attentato ai danni dei Tedeschi quando è arrestato e condotto nel carcere di Via Tasso.

    Le Fosse Ardeatine

    Nella motivazione del conferimento della Medaglia d’Oro al Valore Militare, vengono ricordate le torture che subì durante la prigionia: «Comandante, in territorio occupato dal nemico, di una zona clandestina insurrezionale ed in seguito responsabile di importante ufficio di controspionaggio, esplicava preziosa attività organizzativa e partecipava a numerose azioni di sabotaggio che incidevano sensibilmente sullo spirito e sulla efficienza delle unità nazifasciste. Orientava ogni sua attività al potenziamento degli organi preposti alla guerra partigiana, sfidando costantemente ogni insidia e pericolo. Catturato dalle SS. fasciste e tedesche durante l’esercizio del suo incarico, venne sottoposto per un mese intero ad inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva. Condannato dal tribunale di guerra tedesco alla pena di morte, con la fermezza degli Eroi affrontava la morte alle Fosse Ardeatine tramandando ai posteri fulgida prova di fede nella dura lotta per la conquista della libertà».

    Roma, 19 marzo 2017

  4. Il quartiere Coppedé. Il quartiere nascosto.