prima pagina

  1. L’amicizia tra Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini

    In occasione della visita racconto al quartiere di Testaccio sulle tracce di Elsa Morante e del suo romanzo “La Storia” edito da Einaudi nel 1974, pubblichiamo un articolo di Gloria Albonetti, già pubblicato il 12 novembre 2018 sul blog “Filosofemme”. Ringraziamo la testata e l’autrice.

    Elsa Morante

    L’incontro e le affinità
    Morante e Pasolini furono due scrittori ed intellettuali di enorme sensibilità, due anime creative, ma instabili: due anime affini, nel bene e nel male. L’amicizia tra i due nacque per una comune appartenenza a coloro che avevano «come ideale della vita, quello di svuotare con un ditale il mare» (W. Siti, Elsa Morante nell’opera di Pier Paolo Pasolini, in Vent’anni dopo La Storia. Omaggio a Elsa Morante, Pisa, Giardini Editori e Stampatori p. 134).
    Essi si incontrarono verso la metà degli anni Cinquanta attraverso Alberto Moravia. Pasolini rimase molto colpito da Lo scialle andaluso, uscito nel 1953 e tra questo anno e quello successivo si collocò il loro incontro, testimoniato dall’epistolario di Pasolini.

    continua…

  2. Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione

    Immagine angelica, impalpabile ed eterea o minaccia tentatrice, fonte di peccato e perdizione, creatura rinchiusa nella solitudine domestica o

    Le vergini savie e le vergini folli – Aristide Sartorio.

    rivoluzionaria consapevole della propria identità? Come sono state rappresentate nel corso di questi due ultimi secoli le donne dagli artisti? A raccontarne la trasformazione nella visione degli artisti, dalla fine dell’Ottocento alla contemporaneità, è la mostra “Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione”. Attraverso circa 100 opere la rassegna intende indagare questa evoluzione rappresentativa, in costante rapporto con i cambiamenti storici, sociali e culturali. La mostra, partendo dalle immagini di fine Ottocento di una donna sospesa tra il suo essere allo stesso tempo ninfa gentile e crudele seduttrice, Musa e Sfinge, si sofferma anche sull’impatto che le teorie freudiane ebbero su tutta la cultura occidentale del Novecento, andando a scardinare l’immagine armonica della famiglia tradizionale. Le contestazioni degli anni Sessanta produssero poi un ulteriore cambiamento nella percezione di sé, delle proprie possibilità e potenzialità nei vari ambiti, compreso quello dell’arte. Contemporaneamente alla contestazione sociale dei modelli patriarcali, la consapevolezza di una nuova identità femminile fu al centro della ricerca di molte artiste ed anche il ruolo predestinato di “madre”, passando dalla condizione di scelta obbligata, divenne il fulcro del dibattito sulle libertà della donna e sulla riappropriazione del proprio corpo. Idealizzata nelle

    Venere – Mario Ceroli.

    antiche civiltà fino all’avvento del cristianesimo. Sublimata a figura angelica nell’ambito letterario d’epoca medievale. Perseguitata e condannata al rogo dall’Inquisizione perché ritenuta capace di adorare il demonio. La figura femminile ‒ simbolo di fecondità, nascita e nutrizione ‒ inizia il suo lento processo di emancipazione solo dalla seconda metà dell’Ottocento, nell’alveo di quella ambivalenza che ne ha sempre contraddistinto il percorso. La mostra proposta dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma ruota intorno alla controversa questione dell’identità femminile e della sua evoluzione, ma paradossalmente langue della presenza di autrici donne. Infatti, Sissi con i suoi Nidi come metafora della maternità e Giosetta Fioroni, fotografata da Marco Delogu per L’altra Ego, sono due delle sei donne in mostra a fronte degli ottanta artisti di sesso maschile.
    Allestita per tematiche a partire dalla fine dell’Ottocento, l’esposizione è introdotta dal trittico Le vergini savie e le vergini folli del protagonista del Simbolismo italiano Giulio Aristide Sartorio, i cui canoni estetici idealizzati sono legati a doppia mandata al mito. Dall’amore sacro, fondato sulla perfezione fisica e sull’aspetto simbolico della femminilità, si passa all’amor profano della femme fatale. Donna vampiro partorita dall’immaginario di una società maschilista che trova la sua massima espressione in ambito cinematografico, dove assume una valenza positiva poiché legata alla figura della diva. Simbolo d’indipendenza fino agli Anni Venti per immolarsi ad angelo del focolare in epoca fascista. In mostra anche una serie di pellicole, tra cui I sette peccati capitali, alcuni

    Il dubbio – Giacomo Balla.

    cinegiornali dell’Istituto Luce e antiche matrici fotografiche. Nella sala dei ritratti, tra sorrisi abbozzati, sguardi timidi e una diffusa fissità quasi innaturale delle modelle, emergono dipinti come Il dubbio, opera di Giacomo Balla ancora legata al realismo, che ritrae la moglie mentre si volta all’improvviso sferzando il buio con uno sguardo enigmatico e accattivante; Donna alla toletta di Antonio Donghi, che al Realismo magico e straniante unisce un’atmosfera sospesa e silenziosa; e Nel parco, opera fondata su discordanze cromatiche, di Amedeo Bocchi, artista difficilmente collocabile in una determinata tendenza. Nelle altre sezioni sono da citare La Gravida di Pino Pascali, Le spose dei marinai di Massimo Campigli, la Venere in chiave pop di Mario Ceroli e un piccolo focus sulle donne di Fausto Pirandello. Conclude l’allestimento un settore dedicato alla documentazione cartacea e a quella video, che ripercorre le fasi del movimento femminista e la genesi del corpo femminile che diventa protagonista dell’espressione artistica attraverso la performance.

    Roma, 23 marzo 2019

  3. Testaccio/2.

    Sulle tracce di Ida e Useppe

    I luoghi della "Storia" di Elsa Morante

    Elsa Morante

    Elsa Morante

    «Solo chi ama conosce». La frase di Elsa Morante campeggia da tempo sul muro dell’asilo nido comunale “La Casa dei bambini” di via Amerigo Vespucci 41, a Testaccio. Qui, all’inizio del ‘900, oltre all’asilo c’erano il deposito delle biciclette, la stanza del bucato e il deposito dell’immondizia di un grande palazzo. E proprio in quest’angolo, l’immensa scrittrice romana – capace come pochi di raccontare l’infanzia – autrice de La StoriaL’Isola di Arturo e Il mondo salvato dai ragazzini ha giocato, s’è riparata sotto la palma che ormai è arrivata fino al quinto piano di quel palazzone «unica sua flora… alto e scolorato palmizio». Dalla finestra del suo appartamento, alla scala IV, ha visto crescere un giovane alloro e un grande albero ombroso, spalancando sul mondo il suo sguardo di bambina. È in questo palazzone popolare che Elsa Morante ha vissuto i primi dieci anni della sua vita, essendo venuta al mondo poco lontano da lì, il 18 agosto del 1912, in via Anicia  a Trastevere. Proprio a pochi metri da via Amerigo Vespucci vagabondavano Useppe e la sua compagna Bella «in libera uscita nel quartiere Testaccio e dintorni», tra via Bodoni, via Marmorata, il Lungotevere e il ponte Sublicio. In queste strade sono ambientate le scorribande del bambino e della sua grande e maestosa “cana” bianca nella primavera-estate del 1947 narrate ne La Storia. «Col presente libro» scrive la Morante «io, nata in un punto di orrore definitivo (ossia nel nostro Secolo Ventesimo), ho voluto lasciare testimonianza documentata della mia esperienza diretta, la Seconda Guerra Mondiale, esponendola come un campione estremo e sanguinoso dell’intero corpo storico millenario. Eccovi dunque la Storia, così come è fatta e come noi stessi abbiamo contribuito a farla». Al centro, temporale e psicologico, della Storia c’è lo spartiacque del bombardamento di San Lorenzo del 19 luglio del 1943 che trasformò completamente il volto della città trasformando in “sfollati” moltissimi dei suoi abitanti.

    La Scuola dei Bambini - Via Vespucci 41 - Roma

    La Scuola dei Bambini in Via Vespucci 41 – Roma

    È anche la sorte di Ida, la mamma di Useppe che, dopo un breve passaggio per Pietralata, arriverà con figlio e “cana” al Testaccio: un luogo che a lei appare come abitato da uomini cattivi e violenti, che lavoravano al mattatoio tra il sangue e le viscere degli animali e passavano il resto del tempo all’osteria. Scorrendo le righe de La Storia e utilizzandole come una sorta di guida del quartiere, oggi si scopre una realtà molto diversa, dove una buona politica e esperienze sociali differenti ma non contrapposte hanno dato vita a forme di vita solidali, anche grazie alla partecipazione attiva dei Testaccini.

    L’itinerario che proponiamo parte da un luogo non canonico: Piazza di Porta Portese infatti fa “tecnicamente” parte di Trastevere, ma in realtà è una sorta di terra di mezzo.

    La casa di Ida ed Useppe - Via Bodoni 82

    La casa di Ida ed Useppe – Via Bodoni 82

    Da lì, attraversando quel ponte Sublicio su cui la Morante fa correre felice Useppe, la sua balia canina Bella e il suo amico Davide, si potrà godere la vista della porta elegante del Testaccio che introduce alla zona residenziale, nata per ospitare le famiglie borghesi a debita distanza  da quelle operaie che occupavano invece i fabbricati a blocco chiuso, dall’aria malsana e dalla scarsa luce, che furono costruiti nella parte più centrale del quartiere, estendendosi fino al Mattatoio. Raggiungeremo poi  Piazza Testaccio, di recente riportata alla sua fisionomia iniziale, dove fa bella mostra di sé la Fontana delle Anfore.

    Roma,  6 maggio 2017

  4. Articolo

    GIOIA E RIVOLUZIONE – LA CORAZZATA KOTIOMKIN E’ UNA CAGATA PAZZESCA!

    di Paolo Ricciardi

    Con piacere riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Paolo Ricciardi che analizza una delle scene più note della cinematografia italiana degli anni Settanta del Novecento. Quella in cui Fantozzi lancia il suo urlo liberatorio: “La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!”

    Provate a chiedere a qualcuno quali sono le scene memorabili del Cinema Italiano.

    Fantozzi:“La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!”

    L’uccisione di Anna Magnani in Roma Città Aperta di Roberto Rossellini, Anita Ekberg che si bagna nella Fontana di Trevi nella Dolce Vita di Fellini, lo spogliarello di Sofia Loren in Ieri, Oggi e Domani di Vittorio De Sica…ma quasi tutti citeranno la scena in cui il Ragionier Ugo Fantozzi, dopo essere stato sottoposto, insieme ai suoi colleghi, all’ennesima visione del film La Corazzata Kotiomkin, libera il proprio urlo di ribellione: “La Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” al quale fanno seguito…NOVANTADUE MINUTI DI APPLAUSI!!!
    A ben vedere però, come sicuramente era negli intenti del geniale Luciano Salce, regista del Secondo Tragico Fantozzi, l’urlo del nostro ragioniere rappresenta il migliore omaggio che si poteva fare al geniale regista russo Sergei Ejzenstein.

    continua…