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  1. Articolo

    Leonardo: il tumulto della fede e l’arte moderna

    di Tomaso Montanari

    Leonardo da Vinci muore il 2 maggio 1519 nel Maniero di Clos – Lucé ad Amboise in Francia. Corre perciò questo anno il cinquecentesimo anniversario della sua morte. Molte sono le mostre e gli eventi dedicati a Leonardo lungo questo 2019. Anche noi di Roma Felix vogliamo portare un nostro piccolo contributo, pubblicando questo breve articolo di Tomaso Montanari, raccolto insieme ad altri nel volume “L’ora d’arte” pubblicato da Einaudi per la serie Gli Struzzi nel 2019.

    Leonardo – Autoritratto 1510/1515 – Sanguigna – Torino – Biblioteca Reale.

    L’Epifania è la solennità della manifestazione, e nella tradizione cristiana unisce tre feste e ne annuncia un’altra. Gesù bambino manifesta la sua divinità a tutte le genti attraverso i Magi, tre saggi venuti da Oriente: che lo raggiungono grazie alla scienza, alla conoscenza, e gli portano oro (segno che hanno capito che è un re), incenso (segno che hanno capito che è Dio), mirra (il profumo in cui verrà avvolto il suo corpo dopo la morte, segno che hanno capito che sarà un re e un dio diverso, capace di soffrire e di morire). Poi Gesù manifesta di essere figlio di Dio, nel battesimo al Giordano, suo primo atto pubblico: quando si udirà addirittura la voce del Padre. E proclama la sua Passione (cioè la sua morte sulla Croce) quando alle nozze di Cana, cambia l’acqua in vino: simbolo del suo sangue. Infine nel giorno dell’Epifania in tutte le chiese si annuncia il giorno della Pasqua dell’anno appena iniziato: perchè la morte non è la fine.

    continua…
  2. Le antiche confraternite romane. San Giovanni decollato e i condannati a morte

    La Compagnia di San Giovanni Decollato di Roma, poi Arciconfraternita, nacque l’8 maggio 1488 per volontà di alcuni fiorentini residenti a Roma che mossero sentimenti di pietà nei confronti dei

    San Giovanni Decollato – Interno – Roma.

    condannati a morte. Vi appartennero Michelangelo, il Bellarmino e molti papi e cardinali.
    Memori dell’esperienza della Compagnia di Santa Maria della Croce al Tempio, nata a Firenze nel 1355 e dalla quale si sarebbero distinti nel 1424 i Battuti Neri con le medesime finalità, riproposero il sostegno ai condannati a morte introducendo per la prima volta a Roma il concetto di morte confortata, poiché solo con la preghiera gli uomini potevano redimersi dal peccato e riconciliarsi a Dio.
    I confratelli incaricati a questo oneroso ufficio assunsero il nome di “Confortatori”. Costoro si occupavano infine della composizione delle salme e della loro sepoltura che, a partire dal 1600, avvenne nei sotterranei del chiostro, fatto costruire per volontà di papa Clemente VIII.
    L’autorità pontificia comprese subito l’importanza del ruolo assunto dalla Compagnia di San Giovanni Decollato tanto che papa Innocenzo VIII ne approvò ufficialmente l’istituzione nel 1490 e le concesse la chiesa di Santa Maria della Fossa ai piedi del Campidoglio perché potessero adempiere ai propri uffici. Più tardi, nel 1540, papa Paolo III le accordò la possibilità di liberare un condannato a morte all’anno in occasione della festa del Santo Patrono, il 24 giugno, secondo modalità chiarite e precisate dalle norme statutarie.

    San Giovanni Decollato – Oratorio – Roma.

    Un ulteriore strumento offerto dalle concessioni pontificie fu la possibilità di aggregare compagnie analoghe per finalità e disseminate un po’ ovunque. Ciò le permise di diffondere il concetto di pietas verso i condannati a morte; l’impegno assolutamente volontario dimostrò con quanta purezza d’animo i confratelli si adoperassero senza pretendere o aspettarsi alcun vantaggio personale.

    La sua ramificazione rapida e capillare provò quanto il progetto di solidarietà umana fosse un sentimento diffuso e soprattutto senza limiti territoriali, tanto da varcare i confini dello Stato Pontificio.
    Tra i pazienti, tali erano definiti, più celebri si ricordi Giordano Bruno, accusato di eresia e portato al rogo a Campo dei Fiori nel 1600.
    La chiesa venne iniziata nel 1488 dall’Arciconfraternita e completata nel 1504. Sorge sull’area della chiesa di Santa Maria della Fossa del 1190. Ad una navata con cappelle laterali inserite sotto grandi arconi, ha una ricchissima decorazione settecentesca e un soffitto ligneo a riquadri regolari. Sull’altar maggiore si trova una tela di Giorgio Vasari, 1553,

    La Decollazione del Battista – San Giovanni Decollato – Roma.

    raffigurante “La decollazione del Battista”. Sugli altari sono, fra gli altri, un secondo quadro dello stesso Vasari e uno del Pomarancio; si nota anche una “Madonna della Misericordia col Bambino” che proviene dalla precedente chiesa di Santa Maria della Fossa.
    Un vero gioiello è l’oratorio, realizzato tra il 1530 e il 1535 e decorato sulle pareti con un ciclo di “Storie del Battista” realizzate da Jacopino del Conte, da Francesco Salviati e da Pirro Ligorio. Sull’altare, una bella “Deposizione” sempre di Jacopino del Conte.
    L’attiguo chiostro, terminato nel 1555, ha su tre lati un arioso portico di derivazione rinascimentale fiorentina. Al centro, un giardino. Nei sotterranei venivano sepolti i giustiziati.
    Il terreno su cui sorge fu acquistato nel 1594 dall’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato che procedette immediatamente alla sua costruzione. L’anno successivo, il confratello Migliore Guidotti donò al Sodalizio un quadro raffigurante la Resurrezione di Lazzaro da accomodare sopra l’altare posto proprio nel nuovo loggiato, ora custodito in chiesa.

    San Giovanni Decollato – Chiostro – Roma.

    Dai documenti di archivio si evince che nel 1601 si votò per la copertura dello stesso, ma di certo i lavori nel 1612 dovevano essere terminati perché in tale periodo si decise di celebrarvi le messe.
    Il portico, che circonda per tre lati il giardino, ha un carattere prettamente toscano ricordando l’architettura rinascimentale fiorentina; le colonne, ritenuto appartenessero in precedenza alla chiesa di San Martino ai Monti, si suppone invece provengano dal Colle Oppio, probabilmente dalla Domus Aurea.
    Il chiostro è decorato architettonicamente da due altari lignei gemelli, progettati probabilmente da Michelangelo, sormontati da un incasso rettangolare e da un frontoncino ornato da decorazione costituita da dentelli e ovoli. Gli incassi servivano da alloggiamento per le due tele, ora in chiesa. In uno dei due altari è stata successivamente creata una piccola nicchia ove è una statua in gesso di San Sebastiano, patrono delle Confraternite della Misericordia in Italia.
    La pavimentazione e i banchi lignei sono del 1500. Sul pavimento sono presenti sette botole, sei per gli uomini e una per le donne, attraverso le quali venivamo calati i corpi dei condannati a morte per essere cristianamente sepolti nei sotterranei del chiostro. Su ciascuna botola è l’iscrizione “DOMINE CUM VENERIS JUDICARE NOLI NOS CONDEMNARE”, “Dio quando verrai per giudicarmi non mi condannare”.
    Si notino infine sulle pareti degli ovali in bassorilievo marmoreo del 1500, raffiguranti la testa del Battista sul bacile, un sarcofago pagano poggiato su due leoni stilofori, probabilmente provenienti da Santa Maria Della Fossa, e alcune lapidi di benefattori.

    Roma, 9 giugno 2019

  3. Il Mosè di Michelangelo: “lo sguardo”

    Il grande piazzale solitario corrisponde alla cima del Fagutale, la vetta

    Abside – San Pietro in Vincoli

    occidentale dell’Esquilino. Qui la moglie dell’imperatore Valentiniano III, Eudossia, fece costruire sopra precedenti edifici una chiesa per conservarvi le catene della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Consacrata nel 439, la chiesa, che porta anche il titolo di “eudossiana”, venne più volte restaurata e rifatta. Importanti lavori vi condusse il nipote di Sisto IV, il cardinale Giuliano Della Rovere, che sarebbe poi stato Giulio II. Una vistosa modifica la chiesa doveva successivamente subire nei primi anni del Settecento ad opera di Francesco Fontana.
    Dall’alto di un’ampia gradinata, domina la piazza l’elegante portico a pilastri ottagonali, attribuito a Baccio Pontelli o, forse a maggior ragione, a Meo del Caprino.
    Attraverso un bel portale marmoreo con stemmi del cardinale Della Rovere nell’architrave, si entra nel vasto interno a tre navate, delle quali la centrale sembra ancora più ampia a causa del soffitto ligneo ribassato che comprende il grande dipinto del “Miracolo delle Catene” di Giovanni Battista Parodi, 1706. Splendide sono le robuste 20 colonne di granito; qui ha ampiamente operato nel 1872 Virginio Vespignani al quale si deve

    Catene di San Pietro – San Pietro in Vincoli.

    l’altare maggiore con baldacchino e la sottostante “confessione” in cui, attraverso due sportelli aperti, si vede l’urna dorata, realizzata nel 1856, che contiene le catene di san Pietro, quella della prigione di Gerusalemme si sarebbe saldata, secondo tradizione, a quella della prigione romana del Carcere Mamertino. Nella cripta sottostante c’è un bel sarcofago paleocristiano con le presunte reliquie dei fratelli Maccabei, ornato con scene del Nuovo Testamento.
    Ma non c’è dubbio che la chiesa abbia il suo punto focale nel michelangiolesco Mausoleo di Giulio II, nonostante che esso sia solamente la deludente attuazione del grandioso progetto immaginato dal combattivo pontefice, e che sia persino privo delle spoglie di lui, sepolte nella basilica di San Pietro.
    Giulio II infatti aveva immaginato la propria tomba al centro della Basilica di San Pietro sotto la grande cupola e sopra la tomba dell’Apostolo, al

    Monumento funebre di Giulio II – San Pietro in Vincoli.

    luogo dell’odierno baldacchino. Il progetto aveva in sé dell’irriverente, oltre che del presuntuoso. Ma può essere compreso, se lo si paragona alla personalità del Della Rovere, uomo di grandi vedute e di grandi risoluzioni, ivi compresa quella di abbattere l’antico San Pietro, oltre che di grandi passioni, ira compresa: fu lui a sollevare il bastone sulle spalle del grande Buonarroti!
    Eppure la gigantesca statua del Mosè riscatta tutta la triste vicenda della tomba rimasta incompiuta perché Michelangelo ne venne distratto dalle opere di volta in volta commissionategli dai successivi pontefici, e fu la «tragedia della sua vita», come egli si espresse. L’opera è una delle realizzazioni fondamentali di tutta la storia artistica, uno dei sommi capolavori di ogni tempo e basta da sola ad assicurare la gloria dell’autore e del committente che l’espressione e l’atteggiamento del sommo legislatore ebraico rievoca in maniera sorprendente.
    A Parigi e a Firenze sono le statue dei Prigioni che avrebbero dovuto figurare nel monumento. Qui si trovano invece due belle statue di Lia e di Rachele, opere sempre di Michelangelo compiute da Raffaello da Cantalupo, e altre mediocri statue di discepoli.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Due anni fa è stato realizzato un nuovo sistema di illuminazione del capolavoro che ha svelato una sorta rapporto “segreto” fra la bellezza del Mosè e la luce del sole. Un segreto scoperto da Antonio Forcellino, il restauratore e architetto cui la Soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma ha affidato i lavori di pulitura del capolavoro nell’ambito dei lavori di restauro che hanno interessato tutta la struttura della Tomba di Giulio II: «Michelangelo», spiega Forcellino, «ha lustrato con il piombo solo le parti più aggettanti della statua, quelle che ricevevano la luce diretta del sole, lasciando le altre a una finitura più rustica fatta con pomice e sabbia. In tal modo la scultura acquista una profondità del tutto nuova, un carattere pittorico. Del resto questo gli era possibile perché era anche un grandissimo pittore. È evidente come il braccio sinistro sia portato a un lustro che riflette la luce in maniera straordinaria, mentre il torace arretra di molto perché il trattamento finale si è fermato alla pomice».
    Il Mosè di Michelangelo è sempre stato oggetto di interpretazioni tra le più varie. Se ne sono occupati con puntiglio, specialmente negli ultimi due secoli, critici d’arte, iconologi, teologi e psicanalisti. “Non ho mai provato un’emozione così forte di fronte a un’opera d’arte…La mia attenzione è caduta così sul fatto, apparentemente paradossale, che proprio alcune delle creazioni artistiche più meravigliose e travolgenti sono rimaste oscure alla nostra comprensione. Le ammiriamo, ci sentiamo sopraffatti dalla loro grandezza, ma non sappiamo dire che cosa rappresentano”, scrisse

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Sigmund Freud nell’introduzione del suo saggio Il Mosè di Michelangelo del 1913. Sappiamo che nella storia dei viaggi freudiani, l’Italia occupa un posto centrale. Il vero innamoramento per il Bel Paese si realizza pienamente per Freud nel 1901, quando riesce a trovare il coraggio di spingersi finalmente fino a Roma, la città dei suoi sogni. Tutto a Roma gli piace: la mitezza del clima, la luce, i profumi. Durante le giornate a Roma, Freud passeggia ebbro di stupore per l’arte, il paesaggio, i piaceri della buona tavola, tanto da dichiarare che quello era il luogo dove avrebbe voluto trascorrere la sua vecchiaia. Non c’è angolo della città che non abbia visitato: da San Pietro alla Sistina e alle stanze di Raffaello, dalla via Appia al Gianicolo, dal Pantheon a San Pietro in Vincoli, dove vede per la prima volta il Mosè di Michelangelo, fonte di emozioni delle quali continua a nutrirsi per anni. Nel 1914 esce sulla rivista «Imago» il saggio “Il Mosè di Michelangelo”, dove Freud espone finalmente le sue considerazioni, ricche di sorprendenti intuizioni, su una delle meraviglie artistiche più famose e ammirate del mondo. Non è un saggio psicoanalitico del Dottor Freud sulla figura del patriarca ebraico, a questo penserà anni dopo nel 1934-1938 scrivendo “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, dove attraverso la psicoanalisi viene ricostruita la storia di Mosè e del monoteismo ebraico, ma è una relazione-rivelazione, confidenziale, intima, delle impressioni del Signor Freud davanti a “quel Mosè”, quella raffigurazione precisa, così come Michelangelo l’aveva fissata nel marmo quasi quattrocento anni prima.
    L’indagine psicoanalitica viene, in un certo senso, messa da parte, Freud non è interessato alla psico-biografia del Buonarroti, né all’analisi della storia e della personalità del patriarca Mosè, è teso solo a spiegare le suggestioni che la statua gli suscita.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Era tornato ad ammirarla quasi ipnotizzato, giorno dopo giorno e, alla fine, era come se la statua parlasse con lui, raccontandosi.
    Quello che principalmente gli rivela sono le azioni e i gesti che precedono la posizione finale in cui Michelangelo l’ha fermata, il retroscena.
    Freud dà voce alla storia di “quel” Mosè, così come è risuonata dentro di lui, come la statua stessa gliel’ha confessata: l’opera d’arte viene lasciata libera di comunicare, di esprimersi, di sconvolgere ogni teoria, ogni preconcetto esistente.
    Le interpretazioni e le descrizioni discordanti sull’aspetto della scultura, fatte nel corso dei secoli, intrigano Freud più che mai, tanto che diradare il mistero diventa per lui quasi un bisogno, una necessità.
    La tesi di Freud è originale. Il punto di partenza dell’osservazione è il nodo della barba nella mano sinistra di Mosè, un dettaglio, un aspetto apparentemente secondario, che, come la pratica psicoanalitica gli ha dimostrato, si rivela capace di aprire una finestra su una nuova visione della realtà e sulla sua comprensione.
    Contrapponendosi all’interpretazione più accreditata secondo la quale la guida spirituale degli ebrei sarebbe stata rappresentata da Michelangelo nel momento in cui prorompeva il gesto d’ira per l’idolatria del popolo, causando la rottura delle tavole della Legge, Freud, vede Mosè nell’atto della rinuncia a dar corso alla sua rabbia: la ragione ha il sopravvento sul suo furore, il patriarca, già pronto a scattare, si controlla, resta seduto, desistendo dall’atto violento.
    Un’immagine che non corrisponde affatto al condottiero della tradizione biblica, uomo iracondo e soggetto alle passioni: il Mosè di Michelangelo e Freud è capace di controllare la sua collera, che pure è presente nello sguardo, nell’impeto del balzo trattenuto, nella torsione improvvisa della testa. Egli non rompe le tavole, ma le trattiene e le salva in extremis.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Se consideriamo che Freud scrisse il saggio nello stesso periodo del dissidio con Jung, possiamo immaginare come si sia sentito vicino a quel Mosè deluso, scandalizzato dall’infedeltà dei suoi: il popolo della psicoanalisi, ingrato come il popolo ebraico, stava deviando dalla retta via, rinunciando alla giusta dottrina per volgersi ad altri culti.
    Eppure, il ritratto conclusivo che traccia Freud di “quel” Mosè è quello di un saggio, consapevole della missione divina di cui è latore, capace di formidabile autocontrollo: la ragione che domina sulle passioni che prorompono.
    Nella statua di Michelangelo Freud, in fondo, vede se stesso.
    Nella fattezze fiere mirabilmente scolpite, nello sguardo pieno di dolore e di sdegno, nell’impeto represso, nell’autocontrollo ritrovato con fatica, nella consapevolezza della grande missione da compiere “malgrado tutto”, Freud proietta quello che si agita dentro di lui, e attraverso l’analisi della statua, illustra e dirime il proprio conflitto interiore.

    Roma, 1 maggio 2019.

  4. La Roma delle antiche Confraternite. La chiesa di San Marcello al Corso e l’Oratorio del Santissimo Crocifisso.

    La chiesa di San Marcello al Corso, ovvero di San Marcello in Via Lata, è una delle prime chiese cristiane a Roma. La prima notizia che si ha della sua esistenza risale al 418.

    San Marcello al Corso.

    Il 29 dicembre 418, infatti, il prefetto di Roma Simmaco, scriveva all’imperatore Onorio per informarlo che in questa chiesa era avvenuta l’elezione del papa Bonifacio I, mentre nella basilica lateranense era avvenuta l’elezione dell’antipapa Eulialo.
    Nel Liber Pontificalis e nella Passio Marcelli il titulus della chiesa è legato a Marcello I, perseguitato da Massenzio e condannato a compiere i lavori più umili nelle stalle del catabulum, ovvero nella stazione di posta imperiale che sorgeva proprio dove oggi si trova la chiesa. Le stazioni di posta nella Roma antica si trovavano lungo le vie principali e questa che sorgeva lungo la via Lata, ovvero il tratto cittadino della via Flaminia, accoglieva il traffico proveniente al Nord e diretto in città. Da qui si partiva per dirigersi al Nord, dove Nord non era solo Rimini e Milano. Presso questa stazione di posta non solo salivano e scendevano i passeggeri, che avevano anche la possibilità di rifocillarsi e dormire, ma venivano cambiati anche i cavalli e i postiglioni. Essendo una delle stazioni di posta più importanti dell’intero sistema viario dell’impero, c’era sempre tantissimo lavoro e la morte di Marcello I avvenne per sfinimento.
    L’antica chiesa aveva un impianto basilicale e quindi un orientamento opposto a quello attuale: con l’ingresso a oriente, verso il Quirinale e l’abside a occidente, verso la Via Lata, oggi Via del Corso. Dal 1368 la chiesa è affidata all’Ordine dei Servi di Maria.

    San Filippo Bernizzi Rifiuta La Tiara – Antonio Raggi.

    La chiesa che oggi si può visitare fu interamente ricostruita a partire dal 1519. Dopo un incendio che nella notte del 22 maggio la distrusse completamente, infatti, papa Leone X, con una lettera dell’8 ottobre, incaricò Jacopo Sansovino di realizzare il nuovo edificio di culto. Dell’antica chiesa si salvò solo un crocefisso di legno. Nel corso della riedificazione venne cambiato l’orientamento della chiesa. Alla riedificazione lavorarono molti architetti e artisti. Oltre a Jacopo Sansovino che elaborò il progetto, si ricorda Nanni di Baccio Bigio, collaboratore di Michelangelo e Annibale Lippi, figlio di Baccio Bigio, che realizzò l’abside.
    La facciata attuale barocca è opera di Carlo Fontana, e abbina alla tipica movimentazione architettonica del periodo un tondo in stucco, sorretto da due angeli, opera di Antonio Raggi che raffigura “San Filippo Benizzi che rinuncia alla tiara”.
    L’interno è a pianta rettangolare, a navata centrale su cui si aprono cinque cappelle per lato. Tra queste la quarta cappella a destra è la Cappella del Crocefisso, che conserva proprio quel crocefisso ligneo che si salvò dall’incendio del 22 maggio 1519. Proprio per questo evento miracoloso il Crocefisso sarà portato più volte in processione e ad esso si attribuirà anche il prodigio di aver fermato la peste del 1522. In questa occasione la volontà del popolo di portare in processione il Crocefisso fu così forte che superò anche il divieto delle autorità, che per impedire lo sviluppo dell’ulteriore contagio avevano vietato qualsiasi assembramento di persone. Il Crocefisso venne quindi prelevato dal cortile del convento dei Servi di Maria, dove era stato sistemato temporaneamente, e portato in processione per le vie di Roma verso la Basilica di San Pietro. La processione durò 16 giorni dal 4 al 20 agosto del 1522. Man mano che la processione procedeva e i giorni passavano la peste regrediva. Ogni quartiere che veniva toccato dalla processione chiedeva che il Crocefisso potesse rimanere più a lungo. Quando il 20 agosto il Crocefisso rientrò a San Marcello la peste era cessata.

    San Marcello al Corso

    A far data da questo anno e per questo prodigio nascerà l’Arciconfraternita del Crocefisso. Approvata nel 1526 da papa Clemente VII, istituzionalmente si dedicava all’assistenza e alla carità ai poveri e ai pellegrini.
    Inizialmente l’Arciconfraternita si riuniva presso il Crocefisso ligneo nella cappella a lui dedicata nella chiesa di San Marcello, ma presto lo spazio si rivelò troppo ristretto e si decise per la costruzione di un nuovo edificio nei pressi della chiesa. Così Ranuccio Farnese nel 1562 incaricò Giacomo della Porta di costruire l’Oratorio del Crocefisso. L’edificio fu terminato nel 1568 per volere del cardinale Alessandro Farnese.
    L’Arciconfraternita organizzava le processioni del Giovedì Santo durante le quali il Crocefisso ligneo veniva portato in San Pietro. La processione si dipanava attraverso le stesse strade percorse dal Crocefisso durante il 1522 quando avvenne il prodigio della scacciata della peste da Roma. La processione non aveva solo il compito di ricordare il prodigio, ma aveva anche un valore bene augurale: essa infatti allontanava ogni male dalla città.
    La tradizione delle molte processioni svoltesi la tradizione popolare ha trasmesso il racconto di quella del 1650 che fu effettuata durante il Giubileo. In questa occasione i cavalli s’imbizzarrirono, terrorizzando i partecipanti. E così cinque cardinali, l’ambasciatore di Spagna, gli oltre cento flagellanti, i musicisti del coro e coloro che procedevano con i lumi accesi fuggirono a gambe levate, accompagnati dalle risate del popolo che assisteva alla scena.
    A partire dal 1600 in occasione dell’Anno Santo il Crocefisso effettuava la sua processione fino a San Pietro, dove veniva esposto all’adorazione dei fedeli. Questi eventi sono ricordati dal fatto che sul retro della Croce venivano incisi i nomi dei vari Pontefici che indicevano l’Anno Santo.

    San Marcello al Corso.

    La tradizione ricorda pure un altro episodio legato, questo, alla processione dell’Anno Santo del 1900, quando il sindaco Ernesto Nathan rese quasi impossibili le condizioni per cui questo rito si compisse. La processione infatti, per disposizione della giunta capitolina, si sarebbe dovuta svolgere all’alba, il Crocefisso avrebbe dovuto essere trasportato adagiato su un carro e coperto da un drappo rosso, e le preghiere avrebbero dovuto essere recitate a bassa voce. Per cercare di aggirare queste difficoltà il papa Leone XIII mandò la sua carrozza a prendere il Crocefisso, che potè così essere trasportato in Basilica.
    Nel tardo Cinquecento l’Oratorio cominciò ad avere un ruolo centrale nella produzione di musica sacra ma anche delle relative esecuzioni, ad esempio nel periodo della Quaresima e per la festa della Croce, quando queste esecuzioni venivano assegnate a maestri di musica importanti tra cui Pierluigi da Palestrina, Alessandro Stradella e Alessandro Scarlatti.
    La denominazione di Oratorio nasce però dal fatto che qui vi furono eseguiti i così detti “oratori”, ovvero musiche di genere spirituale, su tema biblico e dal carattere drammatico, eseguite in forma di concerto, senza rappresentazione scenica e personaggi in costume, e per questo motivo diversi dai drammi sacri. L’oratorio era in genere composto per solisti, coro e orchestra, a volte con il contributo di un narratore.
    L’oratorio è tutt’oggi sede dell’Oratorio Musicale Romano, un centro prestigioso di elaborazione di musica sacra.

    Oratorio del Santissimo Crocefisso. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Del tipo di musica che veniva eseguita intorno alla metà del Seicento nell’Oratorio del Santissimo Crocefisso abbiamo la descrizione fatta da André Maugars, un violinista francese a servizio del cardinale Richelieu, che si trovò a Roma tra il 1638 e il 1639: “Vi è però un altro genere di musica che non è affatto in uso in Francia e che proprio per questa ragione merita bene che ve ne faccia una descrizione particolare: si chiama stile recitativo. Il migliore che io abbia inteso fu nell’oratorio di S. Marcello, dove si trova una compagnia dei fratelli del Santo Crocifisso, formata dai più grandi signori, che di conseguenza ha la possibilità di mettere insieme tutto ciò che l’Italia produce di più raro; e di fatto i musici più eccellenti si fanno un punto d’onore di venirvi e i migliori compositori brigano per avere l’onore di farvi sentire le loro composizioni e si sforzano di farvi apparire ciò che di meglio hanno allo studio. Questa musica ammirevole e incantevole si fa solo di venerdì durante la Quaresima dalle tre alle sei. La chiesa è grande appena quanto la Sainte-Chapelle di Parigi; nel fondo vi è una cantoria su archi, spaziosa, con un organo di media grandezza, molto dolce e molto adatto [ad accompagnare] le voci. Ai due lati della chiesa vi sono ancora due altre cantorie piccole, dove si trovano i virtuosi più eccellenti della musica strumentale. Le voci cominciano con un salmo in forma di mottetto e poi tutti gli strumenti eseguono una sinfonia molto bella. Dopo, le voci cantano una storia dell’Antico Testamento in forma di commedia spirituale, come quella di Susanna, di Giuditta e Oloferne, o di Davide e Golia. Ogni cantore rappresenta un personaggio della storia e esprime perfettamente la forza delle parole. Dopo di che uno dei più celebri predicatori propone l’esortazione, finita la quale, la musica recita il Vangelo del giorno, come la storia della Samaritana, della Cananea, di Lazzaro, della Maddalena o della Passione di Nostro Signore, e i cantanti imitano perfettamente i personaggi di cui narra l’evangelista”.

    Oratorio del Santissimo Crocefisso. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Maugars parla dell’organo dell’Oratorio. Il primo venne costruito nel 1582 da Francesco Palmieri di Fivizzano. Più volte restaurato nel 1744 venne sostituito da un nuovo strumento costruito da Johannes Conrad Werle e posto sulla cantoria in controfacciata.
    Sebbene l’Oratorio subì una profonda spoliazione durante l’occupazione francese a Roma, 1798 – 1799, l’aula unica si presenta ancora oggi maestosamente affrescata con un articolato e complesso programma iconografico elaborato da Tommaso de’ Cavalieri scultore, letterato e amico di Michelangelo. I temi trattati sono le “Storie della Croce” e le “Storie della Confraternita”; questi sono stati eseguiti da artisti manieristi diversi tra cui il Pomarancio.
    Sull’altare maggiore è collocato un crocefisso che è copia di quello conservato nella Cappella del Crocefisso nella vicina chiesa di San Marcello.

    Roma, 3 gennaio 2019.