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  1. San Pietro in Montorio e il tempietto del Bramante al Gianicolo

    Gianicolo e Montorio, due nomi per un unico colle, che ne indicano due aspetti diversi.

    Panorama di Roma dal Gianicolo. Sullo sfondo a sinistra si scorge il sistema dei monti Sabini – Lucretili, al centro i monti Tiburtini – Prenestini e sulla destra i Colli Albani.

    Uno certamente legato alla tradizione più antica della fondazione della città di Roma. Secondo alcuni autori latini, racconto poi ripreso da Virgilio, infatti, il nome di Gianicolo è da ricondurre al fatto che vi si praticasse il culto di Giano, antico re del Lazio, che avrebbe fondato la sua città proprio sul colle, ove avrebbe accolto e nascosto Saturno cacciato dal cielo, prima che questi costruisse la rocca del Campidoglio.
    Di fatto di questa prima fondazione non vi è alcuna traccia, così come non vi è attestata nessuna presenza di un tempio dedicato a Giano, se si eccettuano i resti di un piccolo sacello dedicato a suo figlio Fons, presso cui la tradizione poneva anche il sepolcro di Numa.
    Esiste poi la possibilità, attestata da almeno tre epigrafi, che sul colle ci fossero septem pagi, cioè sette villaggi, in epoca pre romana, che furono sopraffatti dagli Etruschi. Secondo alcuni autori gli abitanti di questi sette insediamenti avrebbero poi attraversato il Tevere, raggiungendo la riva sinistra, contribuendo così alla fondazione della città sui colli. Secondo Plutarco questi septem pagi erano sette villaggi che Romolo avrebbe avuto dai Veienti dopo la loro sconfitta insieme all’accesso e al controllo delle Saline presso la foce del Tevere.

    Una delle fornaci in funzione fino ai primi anni Sessanta del Novecento.

    Secondo Festo, il nome di Gianicolo sarebbe da derivare da ianua, ovvero porta. Il colle sarebbe quindi stato nominato così per il suo ruolo di raccordo e passaggio per l’Etruria. E’ noto che il colle e la pianura di Trastevere appartennero per qualche tempo agli Etruschi, e quando il Gianicolo fu conquistato dalle tribù latine, Anco Marcio, secondo la tradizione riportata da Livio, vi costruì una rocca dalla quale, issando un drappo rosso, veniva segnalato tempestivamente alla città l’arrivo dei nemici. In questa maniera si aveva il tempo di opporre una prima resistenza, a cui seguiva l’efficace difesa delle tribù romane del territorio dei colli sull’altra riva del Tevere.
    Il presidio militare veniva rafforzato quando nel Campo Marzio si tenevano i comizi centuriati ai quali partecipavano tutti gli uomini atti alle armi e la città rimaneva per questo motivo senza difesa.
    Quest’accorgimento non impedì tuttavia i ripetuti attacchi da parte degli Etruschi alla città, il più noto dei quali è quello che vide Orazio Coclite combattere gli Etruschi di Chiusi guidati dal loro lucumone Porsenna sul ponte Sublicio, mentre questo veniva smontato alle sue spalle.
    Ma anche quando il pericolo etrusco cessò, dopo la presa di Veio, nel 396 avanti Cristo, il Gianicolo mantenne ugualmente la sua funzione strategica. Durante le guerre civili, che segnarono la fine della repubblica, i partiti se ne contesero il possesso e di lì Mario e Cinna intrapresero l’assalto a Roma, che si concluse con le stragi dei sillani.

    Un convoglio passa sul ponte ferroviario della Valle delle Fornaci.

    Quando divenne concreta la minaccia dei barbari, Aureliano incluse il Gianicolo nel sistema difensivo della città, le Mura Aureliane costruite tra il 270 e il 275 dopo Cristo. Nel caso del Gianicolo il sistema difensivo iniziava al ponte di Agrippa, attuale ponte Sisto, correva poi parallelamente all’attuale via Garibaldi, saliva fino all’attuale porta San Pancrazio, una volta detta Aurelia, e quindi ridiscendeva congiungendosi alla Porta Portese, quella romana, che era situata un centinaio di metri più avanti di quella attuale.
    Questo sistema difensivo, che aveva il compito di proteggere anche Trastevere, rimase inalterato fino al 1642 quando Urbano VIII volle fortificare ulteriormente queste strutture difensive a seguito dell’esito negativo della guerra di Parma contro i Farnese. In questa occasione le mura vaticane furono collegate con queste del Gianicolo e quindi alla Porta Portese che nel frattempo venne arretrata e spostata nella posizione attuale.
    Si hanno testimonianze molto chiare del fatto che il Gianicolo sia stato sempre scarsamente abitato e questa condizione viene messa in relazione con il fatto che sul colle scarseggiava l’acqua da bere. Augusto infatti costruì l’acquedotto, nel 2 avanti Cristo, che portava l’acqua Alsienita, ovvero

    San Pietro in Montorio – Facciata.

    l’acqua del lago di Martignano citata erroneamente anche nell’iscrizione del Fontanone, che era però non potabile e che veniva utilizzata solo per irrigare gli orti, in particolare quello di Cesare dove egli aveva liberato la mandria che aveva attraversato con lui il Rubicone e quindi considerata sacra, e la naumachia, che probabilmente veniva costruita in piazza di San Cosimato.
    Nel 109 dopo Cristo Traiano fece costruire un nuovo acquedotto che proveniva da Bracciano, aveva una mostra dell’acqua all’altezza dell’attuale Villa Sciarra e faceva arrivare in città, in particolare a Trastevere, dell’acqua potabile. Questa stessa acqua alimentava i mulini e diverse attività artigiane che a partire dal governo di Traiano caratterizzarono l’area di Trastevere.
    Quando i barbari di Vitige e Belisario tagliarono gli acquedotti, anche quello di Traiano venne interrotto e l’acqua non alimentò più né Trastevere, né i mulini. Ma nel Medioevo la vita della città si addensò lungo il corso del fiume e anche i mulini si trasferirono sul Tevere, caratterizzando il paesaggio romano fino alla costruzione dei muraglioni, quando vennero tutti smantellati. I mulini rimasero quindi in uso fino alle fine dell’Ottocento.

    Primo itinerario di Einsiedeln.

    Sebbene non sia mai stato identificato il tempio dedicato a Giano, altri luoghi sacri erano presenti sul colle, ad esempio il bosco della Furrina, in cui Caio Gracco si fece uccidere dal suo servo, e sul quale, probabilmente, verrà edificato il tempio isiaco che oggi si può vedere nell’area di Villa Sciarra.
    Nel Medioevo si afferma un’altra indicazione per il Gianicolo: esso fu denominato mons aureus dal colore degli strati affioranti di sabbia dorata. È possibile che questa caratteristica sia ricordata anche nell’itinerario di Einsidieln, un testo risalente all’VIII secolo dopo Cristo ad uso e consumo dei pellegrini che dovevano muoversi all’interno della città di Roma. L’estensore attraversa il Gianicolo per raggiungere San Cosimato e San Giovanni della Malva, e lo indica con il nome di mica aurea.
    Il toponimo Montorio, fa quindi riferimento all’origine geologica del monte: può sorprendere infatti sapere che circa 2 milioni di anni fa, qui lo spazio era occupato da un antico mare. Sulle argille azzurre depositate dalla sedimentazione marina, si sono poi andate ad accumulare arenarie e sabbie di duna, che testimoniano il progressivo ritiro del mare. La natura

    Tempietto del Bramante

    del luogo lentamente cambia diventando quella di una formazione prima costiera e quindi continentale. Ancora oggi è possibile notare gli affioramenti delle sabbie originarie ad esempio sotto le mura proprio in prossimità della chiesa di San Piero in Montorio, all’interno dell’Orto Botanico o dentro Villa Lante.
    Questa iniziale formazione geologica verrà poi quasi completamente coperta dalle lave delle eruzioni del vulcano Sabatino, ovvero dei monti Volsini e Cimini, e dei Colli Albani, che si trasformeranno nel tufo, uno dei principali materiali da costruzione utilizzato a Roma.
    Sulle lave dei due sistemi vulcanici, la cui vicinanza alla città può essere facilmente verificata affacciandosi dal piazzale Garibaldi, poi sedimenteranno ancora le ghiaie e le sabbie portate a valle dall’antico corso del Tevere.
    La lunga formazione geologica che è stata brevemente descritta da conto del particolare aspetto a terrazzamenti del colle: la piazza antistante San Petro in Montorio, quella più in alto del Fontanone, il Piazzale Garibaldi sono dei naturali balconi che si sono venuti a formare sulla cima delle dune di sabbia.
    Questa particolare natura geologica è però anche causa della instabilità dei versanti del colle, e poiché essa è comune al Campo Vaticano e a Monte Mario, fu una delle cause che concorsero al crollo delle torri della basilica di San Pietro e che furono motivo di onta per Bernini.

    Cristo alla colonna – Sebastiano del Piombo – San Pietro in Montorio.

    Le argille azzurre risalenti a 2 milioni di anni fa affioranti venivano utilizzate nelle fornaci disseminate ai piedi del colle del Gianicolo come di Monte Mario.

    Dalle cave ai piedi del Gianicolo a partire dal II secolo avanti Cristo verrà cavato il tufo di Monteverde, detto anche cappellaccio. Con questo tufo furono edificati alcuni importanti edifici della Roma antica tra quali alcuni tratti delle Mura Serviane, oppure nella costruzione di alcune parti del teatro di Ostia antica.
    Ma il Gianicolo, per la sua vicinanza al Campo Vaticano, intreccia la sua storia con quella del martirio e della crocifissione di San Pietro. Non è nota la parte più antica della tradizione e come questa si sia stabilita nel tempo, quello che è noto è che a lungo il Gianicolo è stato ritenuto il luogo del martirio di Pietro.
    Analogamente non è nota in dettaglio la storia della piccola chiesa sorta su una delle terrazze naturali. Ne viene per la prima volta ricordata l’esistenza nel Liber Pontificalis nel IX secolo dopo Cristo. Si sa poi che nel 1130 con una bolla di Innocenzo VIII il monastero e la chiesa vengono inglobati nei possedimenti dei monasteri benedettini di San Pancrazio e San Clemente. Prima del 1280 passa ai Celestini e quindi, in epoca non precisata, ai Fratelli Ambrosiani, i quali, una volta trasferitisi a San Pancrazio, la cedettero alle monache benedettine, le quali si estinsero nel corso del XV secolo.

    Decorazione in stucco della cripta del tempietto del Bramante.

    Sisto IV con una bolla del 1472 e poi con una successiva del 1481 concesse la chiesa, il convento e un ampio pezzo di terreno al beato Amedeo Menez da Silva e alla sua congregazione francescana detta degli Amadeiti, dal nome Amedeo. Sarà Amedeo Menez da Silva che visto lo stato di completa fatiscenza di chiesa e convento, a patire proprio dal 1481, provvide a opere di restauro che compresero l’abbattimento della vecchia chiesa e la ricostruzione della nuova.
    Vasari afferma che la ricostruzione della chiesa venne fatta da Baccio Pontelli, ma di ciò non c’è alcuna altra testimonianza. L’impegno economico fu di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, e saranno proprio i reali di Spagna a chiamare Bramante a costruire il tempietto lì dove, secondo la tradizione quattrocentesca il martirio di San Pietro si intreccia con la storia di Amedeo Mendez da Silva, il quale pare vivesse da eremita in quella che oggi è la cripta del tempietto e che venne poi nominato beato.

  2. Sant’Onofrio al Gianicolo e la memoria di Torquato Tasso

    Giacomo Leopardi si recò a Roma nel novembre del 1822 e vi soggiornò sino all’aprile del 1823 senza mai gioire davvero di questa

    Giacomo Leopardi – A. Ferrazzi – 1820 circa.

    parentesi romana; anzi Roma deluse molto il giovane Poeta, e da tutti i punti di vista: lo delusero le persone, i parenti, i luoghi. Giacomo portò con sé un solo bel ricordo della Città Eterna: la visita alla tomba del grande poeta Torquato Tasso ospitata nella chiesa di Sant’Onofrio al Gianicolo. In una lettera al fratello Carlo scrive: «…fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato a Roma».
    Qualche secolo prima, un altro gigante, questa volta di santità, era solito salire fino alla bellissima chiesa-romitorio di Sant’Onofrio: era san Filippo Neri. Così racconta il vedutista Giuseppe Vasi nel 1761: «San Filippo Neri per allettare la gioventù alla parola di Dio, e altresì per allontanarla dalle lusinghe del secolo, soleva nell’alto del giardino di quello convento andare a spasso con li suoi penitenti, e con bella grazia vi introdusse alcune conferenze spirituali, con altri devoti trattenimenti. Perciò i Preti dell’Oratorio ad imitazione del loro santo Fondatore seguitano in ogni festa di precetto dopo il vespro, principiando dal secondo giorno di Pasqua di Resurrezione fino alla festa di s. Pietro Apostolo, a venirvi con gran concorso di uomini devoti, e vi fanno de’ sermoni accompagnati con pii trattenimenti. A tal fine hanno eretto nel medesimo

    Torquato Tasso – Jacopo Bassano.

    luogo, che frequentava s. Filippo tutto il comodo con sedili in forma di teatro, inalberando però sulla cima il segno della s. Croce». Qui fu ospitato François-René de Chateaubriand e Johann Wolfgang von Goethe vi saliva spesso nel corso del suo soggiorno romano. Addirittura Giuseppe Garibaldi, nel 1849, salva la più piccola delle tre campane della chiesa detta “la campana del Tasso”.
    Meta dunque per secoli di poeti, santi e pellegrini, oggi la bellissima chiesa di Sant’Onofrio appare solitaria e semi sconosciuta. È situata in uno dei più straordinari punti di veduta che ci siano a Roma.
    Edificata nel 1419 dal beato Niccolò da Forca Polena grazie alle offerte dei benefattori, tra cui papa Eugenio IV e di facoltose famiglie romane. Fu affidata nel 1466, ai Padri eremiti di san Girolamo. Proprio in quell’anno si tracciò, grazie al gerolamino Jacobelli, la Salita di Sant’Onofrio per raggiungere l’eremo, divenuto intanto santuario, più comodamente dai pellegrini: prima, infatti, si utilizzava uno scosceso e pericoloso sentiero – corrispondente probabilmente a via di Sant’Onofrio – che si inerpicava su quella parte del Gianicolo denominata “Monte Ventoso”. Quando Sisto V nel 1588 elevò la chiesa a titolo presbiteriale sistemò anche la strada, poi lastricata per volere di papa Clemente VIII nel 1600 in occasione del

    Terrazza del Chiostro di Sant’Onofrio al Gianicolo – Albert Eichhorn.

    Giubileo, grazie anche al contributo di alcuni fedeli, fra i quali il cardinale Alessandro Peretti e Camilla Peretti, rispettivamente nipote e sorella di Sisto V.
    Il complesso monumentale di Sant’Onofrio è dunque una delle tappe imperdibili di Roma: è preceduto da un cortile delimitato su due lati da un elegante portico, decorato all’inizio del 1600 dal Domenichino con una serie di affreschi con episodi della vita di San Girolamo. Sul fondo del portico si apre la Cappella della Madonna del Rosario eretta da Guido Vaini per la propria famiglia, di cui si vede lo stemma con leone rampante sopra la porta, con facciata barocca realizzata nel 1620 ed impreziosita dalla serie di Sibille affrescate da Agostino Tassi.
    Accanto al portale di accesso della chiesa invece, incastonata nella parete, si può ammirare la raffinata pietra tombale del beato Nicola da Forca Palena, opera attribuita ad un anonimo artista toscano in cui però si può ben notare l’influsso di Donatello.

    Sant’Onofrio al Gianicolo – Interno.

    Prima di entrare in chiesa, interessante è soffermarsi sul campanile perché si racconta che la campana più piccola abbia a lungo suonato nel 1595, accompagnando Torquato Tasso nei suoi ultimi momenti di vita. Il poeta giunse infatti a Roma da Napoli proprio in quell’anno, dietro la promessa fatta da papa Clemente VIII Aldobrandini dell’incoronazione a poeta in Campidoglio, come era stato secoli prima anche per il Petrarca. Il Tasso però si ammalò gravemente e morì prima di poter presenziare alla cerimonia, proprio qui in una cella del convento, dove aveva trovato riparo e conforto.
    In quella che fu la sua stanzetta è oggi allestito un piccolo museo a lui dedicato che conserva manoscritti, antiche edizioni delle sue opere, la maschera funebre e la pietra tombale che sovrastava l’originario luogo di sepoltura, prima della costruzione del monumento vero e proprio

    Sant’Onofrio al Gianicolo – Baldassarre Peruzzi – Particolare.

    realizzato all’interno della chiesa – grazie alle donazioni degli ammiratori del poeta – dallo scultore Giuseppe De Fabris che lo iniziò nel 1827 completandolo molti anni dopo.
    La chiesa, piccola nelle dimensioni, è a navata unica con cinque cappelle laterali, abside poligonale ed essendo stata costruita tra il periodo tardo medievale e quello rinascimentale/barocco, presenta interessanti soluzioni architettoniche, come per esempio la volta a crociera riferibile alla fase più antica e il sontuoso apparato decorativo ascrivibile invece ai successivi interventi.
    Non mancano i grandi nomi e tra le opere più importanti meritano una menzione gli affreschi con le Storie di Maria ritenuti opera giovanile di Baldassarre Peruzzi; la pala d’altare con la Madonna di Loreto di Annibale Carracci; l’Annunciazione di Antoniazzo Romano e ancora il raffinato monumento funebre dell’arcivescovo di Ragusa Giovanni Sacco, attribuito alla scuola di Andrea Bregno, artista molto attivo a Roma tra 1470 e 1500, posto accanto alla porta della sacrestia.
    Ciò che forse colpisce maggiormente è però la straordinaria decorazione dell’abside con gli affreschi che raccontano gli episodi della vita di Maria, realizzati a due mani: nella parte superiore dal Pinturicchio, Incoronazione, Apostoli, Sibille, Angeli e tondo con Padre Benedicente, in quella inferiore dal Peruzzi, Sacra Conversazione, Adorazione dei Magi e Fuga in Egitto.
    Dal 1946 i Frati Francescani dell’Atonement risiedono presso il convento.

    Roma, 27 ottobre 2019

  3. La casa dei Cavalieri di Malta al Foro di Augusto

    Il Foro di Augusto si chiude con un alto muraglione. Augusto lo fece costruire per separare in maniera definitiva l’area dei fori dalla Subura e proteggere così i Fori dagli incendi che di frequente scoppiavano nel

    La Casa dei Cavalieri di Malta al foro di Augsto.

    popoloso quartiere. Addossata al muraglione, e oggi praticamente distrutta, sorge una chiesa che alcuni monaci basiliani, nell’XI secolo, costruirono appoggiandola al podio del tempio di Marte Ultore e sull’esedra settentrionale del foro di Augusto. La chiesa fu dedicata a San Basilio.
    In questo punto è possibile riconoscere ciò che resta delle stratificazioni urbane compiutesi a partire dal periodo romano, fino alle profonde trasformazioni subite dall’area tra il 1924 e il 1927.
    Successivamente la chiesa dedicata a San Basilio, infatti, fu, nel 1230, incorporata in una proprietà dei Cavalieri dell’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, al tempo detti Cavalieri di Rodi.
    Nel 1466 l’edificio subì importanti ristrutturazioni grazie al fatto che divenne priore dell’Ordine Marco Barbo, nipote di Paolo II. Probabilmente furono utilizzate le stesse maestranze che stavano lavorando a Palazzo Venezia. In questa occasione fu costruita la grande facciata su Piazza del Grillo dove si scorge ancora oggi un grande arco sovrastato da una finestra

    Sala del Balconcino – Casa dei Cavalieri di Malta nel Foro di Augusto. Si ringrazia “I viaggi di Raffaella” per la foto.

    a croce e una bellissima loggia a cinque arcate riccamente decorata ad affresco con vedute di paesaggi nelle quali spicca una rigogliosa natura. La decorazione della loggia è generalmente attribuita ad Andrea Mantegna o alla sua cerchia.
    Da questa loggia nella seconda metà del Quattrocento si affacciava il pontefice per benedire la folla.
    Dal lato che guarda verso il Foro di Augusto la Casa dei Cavalieri di Malta insiste sull’esedra del foro stesso e ne ricalca perciò l’andamento.
    Su questa facciata si può notare una finestra trilobata inserita in una cornice rinascimentale molto elegante.
    La casa fu organizzata intorno a due ambienti: il Salone d’Onore e la Sala della Loggetta. Entrambe le sale conservano il loro originario soffitto di legno.
    Il salone d’Onore è decorato ad affresco. Vi sono riprodotte delle carte geografiche legate a doppio filo con la storia dell’Ordine dei Cavalieri.
    L’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme nacque intorno alla prima metà dell’XI secolo quando, con le Crociate, venne a crearsi la necessità di difendere e assistere i Crociati e i pellegrini. In pratica i Cavalieri erano monaci militari che compivano anche l’assistenza ai malati e ai feriti. L’Ordine venne riconosciuto da papa Pasquale II nel 1113.
    Di fatto in origine i Cavalieri erano monaci benedettini di Cluny, provenienti da Amalfi, che costruirono l’Ospedale di San Giovanni Elemosiniere presso il Santo Sepolcro con il contributo e l’aiuto di mercanti e pellegrini che provenivano da Amalfi. Per questo motivo sulla loro tunica c’era la croce bianca della Repubblica di Amalfi.

    Panorama dalla Loggia della Casa dei Cavalieri di Malta nel Foro di Augusto. Si ringrazia “I viaggi di Raffaella” per la foto.

    L’origine dei Cavalieri è quindi solo in parte simile a quello dei Templari, che pure si costituiscono nello stesso periodo, ma con l’esclusiva attività di protezione armata dei pellegrini. Essi ebbero nel 1129 il riconoscimento grazie all’appoggio di Bernardo di Chiaravalle, e divennero così dei veri e propri monaci combattenti.
    A differenza dei Cavalieri, l’ordine templare si dedicò nel corso del tempo anche ad attività agricole, creando un grande sistema produttivo, e ad attività finanziarie, gestendo i beni dei pellegrini e arrivando a costituire il più avanzato e capillare sistema bancario dell’epoca.
    Il potere e la ricchezza dei Templari crebbero, quindi, nel tempo fino a suscitare l’interesse del re di Francia Filippo il Bello che ne ottenne il definitivo annientamento, grazie anche all’appoggio di papa Clemente V, nel 1312. L’annientamento comportò anche l’acquisizione di tutti i beni dei Templari da parte della corona di Francia.
    Ritornando ai Cavalieri il loro Ospedale a Gerusalemme, assisteva tutti, non solo i Cristiani. Questa vocazione all’assistenza e alla cura degli infermi è ancora oggi un tratto distintivo dei Cavalieri.
    Quando, nel 1187, Gerusalemme cadde nuovamente in mani islamiche i Cavalieri abbandonarono la città e si rifugiarono a Cipro, e di qui dopo due anni di lotte e tentativi conquistarono Rodi e vi si stabilirono. Fu così che l’Ordine assunse il nome di Cavalieri di Rodi.

    La loggia della Casa dei Cavalieri di Malta nel Foro di Augusto.

    Nel 1522 i Cavalieri perdettero l’isola di Rodi e furono costretti ad abbandonarla ricevendo in cambio dal papa la città di Viterbo, la quale godette perciò di una grande fioritura e venne anche risparmiata dalla calata dei Lanzichenecchi nel 1527.
    Nel 1530 per interessamento del papa Clemente VII e dell’imperatore Carlo V i Cavalieri ricevettero l’isola di Malta, e vi si stabilirono. Essi costituivano il baluardo più estremo di difesa nei confronti degli “infedeli”. Una volta ottenuta l’isola di Malta essi cambieranno il loro nome in Cavalieri di Malta.
    Nel 1571 i Cavalieri di Malta parteciparono alla Battaglia di Lepanto contro gli Ottomani, battaglia che fu vinta dalla Lega Santa che vedeva alleati tra gli altri il Regno di Spagna e il Vaticano.
    I Cavalieri rimasero proprietari dell’isola di Malta fino all’invasione delle truppe napoleoniche avvenuta nel 1798. Dopo questo evento essi si dispersero un po’ in tutto il mondo e quelli che tornarono a Roma andarono a occupare la sede del Priorato sull’Aventino che nel frattempo il papa aveva loro assegnato.
    Ritornando alla casa che oggi è di nuovo di loro proprietà, dal 1946, oltre il Salone d’Onore esiste la Sala della Loggetta, detta anche delle Cariatidi perché accoglie la ricostruzione di parte del fregio marmoreo del portico del Foro di Augusto. Un clipeo con una grande testa di Giove Ammone

    La ricostruzione del fregio del tempio dedicato a Giove Ammone. Si ringrazia “I viaggi di Raffaella” per la foto.

    circondato da cariatidi. In questa sale è inoltre collocato l’affresco della Crocifissione proveniente dalla chiesa delle Domenicane ormai demolita, attribuito a Sebastiano del Piombo. In questa stessa sala c’è un camino realizzato nel 1555 su cui è riportata una mappa dell’isola di Rodi come essa si presentava nel 1480, quando i Cavalieri erano ancora proprietari dell’isola.
    Dal Salone d’Onore, tramite una scala, si accede al piano superiore. Lungo le pareti della scala sono state rinvenute scritte e graffiti tra cui un ritratto del poeta Virgilio circondato sia da versi tratti dalle sue opere che dalle cantiche di Dante in cui Virgilio viene descritto.
    I Cavalieri di Malta restarono in questo edificio fino al 1566, quando il papa donò loro la chiesa di Santa Maria de Aventino, ovvero quella che oggi è la chiesa di Santa Maria del Priorato, in realtà chiesa dedicata a San Basilio che è appunto il protettore dell’Ordine dei Cavalieri.
    L’edificio nel foro venne quindi assegnato all’Istituto delle Neofite Domenicane, che aveva lo scopo di convertire al cristianesimo le fanciulle ebree.
    In questa occasione l’edificio subì una nuova trasformazione e un ampliamento eseguito su progetto di Battista Arrigoni da Caravaggio. Nell’ambito di queste trasformazioni le Domenicane chiusero la loggia affrescata per ricavarne delle stanzette. La chiesa venne dedicata alla

    Salone d’Onore – fregio – Casa dei Cavalieri di Malta nel Foro di Augusto.

    Santissima Annunziatina. I resti di questa chiesa sono ancora visibili lungo Via di Tor de’ Conti.
    Le monache inoltre ricavarono una lavanderia in un ambiente ipogeo da quello che, in epoca romana, era un cortile a cielo aperto su cui si affacciavano i locali a pian terreno di un’insula.
    Le Domenicane restarono in questo edificio fino al 1930, quando il convento venne demolito a seguito della costruzione di Via dell’Impero.
    A questo punto l’edificio passò prima in proprietà del comune di Roma che eseguì dei restauri dopo il 1940.
    Nel 1946 l’edificio tornò di proprietà dei Cavalieri, ormai divenuti di Malta. Nel locale che era stato lavanderia i Cavalieri realizzarono la Cappella Palatina, la cui pianta è organizzata in tre navate e che ospita, tra l’altro, alcuni affreschi portati qui dall’architetto Fiorini per salvarli dalle demolizioni dell’epoca mussoliniana.

    Roma, 23 agosto 2019

  4. Roma a ferro e a fuoco. I luoghi del Sacco del 1527.

    Sacro Romano Impero o Regno di Francia? Carlo V d’Asburgo o Francesco I di Valois?

    Carlo V

    Dopo vari tentennamenti, papa Clemente VII dei Medici decise di schierarsi con il re francese contro le mire espansionistiche in Italia e in Europa dell’imperatore spano-tedesco.
    Per rappresaglia, Carlo V dispose l’intervento armato contro lo Stato Pontificio inviando 12.000 soldati mercenari tedeschi comandati dal generale Georg von Frundsberg, esperto condottiero tirolese dei Lanzichenecchi imperiali, famoso per il suo odio verso la Chiesa di Roma e verso il papa che volentieri avrebbe impiccato. L’onda d’urto dei Lanzichenecchi sull’Urbe provocherà una devastazione senza precedenti. Neanche Alarico e Totila avevano osato tanto, quanto i soldati dell’imperatore cattolico Carlo V.
    Era il 6 maggio del 1527: 20.000 cittadini furono uccisi, 10.000 fuggirono, 30.000 morirono per la peste portata dai Lanzichenecchi. Il papa, che intanto s’era rifugiato a Castel Sant’Angelo, alla fine dovette arrendersi e pagare 400.000 ducati. L’evento segnò un momento decisivo per il predominio in Europa tra il Sacro Romano Impero e il Regno di Francia. La devastazione e l’occupazione della città di Roma sembrarono confermare simbolicamente il declino dell’Italia in balia degli eserciti stranieri e l’umiliazione della Chiesa cattolica impegnata a contrastare anche il movimento della Riforma luterana.
    Gli imperiali, all’alba del 6 maggio, mossero all’attacco delle Mura Leonine tra Porta Torrione e Porta Santo Spirito in una coltre di nebbia, di quelle che spesso nel mese di maggio si alzano dal Tevere e avvolgono il Vaticano. Così che i colpi d’artiglieria sparati dai papalini da Castel Sant’Angelo non andarono a segno.

    Francesco I.

    Intanto i Lanzichenecchi tentavano di entrare a Roma presso Santo Spirito, dove una piccola casa situata presso le mura offrì un varco che era sfuggito ai difensori.
    I romani di Ponte e Parione combatterono con la forza della disperazione ma furono trucidati o dispersi. E la guardia svizzera dopo aver opposto un’eroica resistenza vicino all’obelisco in Vaticano, fu quasi completamente annientata. Al grido di «Spagna! Spagna! Impero!» i nemici si riversarono nel Borgo massacrando chiunque incontrassero, armato o inerme che fosse, e cominciarono a saccheggiare. Per pura ferocia o per il desiderio di diffondere il terrore tra i romani, una schiera penetrata nell’ospedale di Santo Spirito trucidò i poveri infermi che vi erano ricoverati. Molti riuscirono a mettersi in salvo con delle barche al di là del Tevere. Il papa aveva ritenuto tanto improbabile la presa di Borgo, che durante l’assalto era sceso in San Pietro. Ma già il nemico penetrava in basilica e quasi sotto gli occhi del papa furono uccisi alcuni svizzeri che tentavano di fuggire. Allora Clemente VII riparò in tutta fretta a Castel Sant’Angelo. Gli fu messo addosso il mantello vescovile perché non fosse riconosciuto e ucciso dagli imperiali mentre attraversava il ponte di legno che univa il passaggio coperto a Castel Sant’Angelo. Cardinali, cortigiani, ambasciatori, mercanti, nobili, sacerdoti, donne e bambini si precipitarono verso il castello. La gente si accalcava sui ponti e molti morirono calpestati. Quando la saracinesca del castello fu abbassata, erano più di tremila coloro che si erano messi in salvo al suo interno.

    Clemente VII – Sebastiano del Piombo – 1531.

    In tre ore il nemico si era impadronito del Borgo con una perdita di soli quattrocento uomini, mentre i morti romani erano ben tremila.
    Nel pomeriggio, quattro ore dopo la presa di Porta Torrione, gli imperiali diedero l’assalto alla porta di Santo Spirito e attraverso la Lungara si avviarono a Trastevere. I difensori furono cacciati dalle mura e porta Settimiana dall’interno e porta San Pancrazio dall’esterno furono sfondate a colpi di trave: Trastevere fu preso, mentre i pontifici si ritiravano per Ponte Sisto.
    A Trastevere i Lanzichenecchi si accamparono nella villa Farnesina di Agostino Chigi, e la loro presenza è attestata dalle numerose scritte lasciate sugli affreschi della Sala delle Prospettive, che Baldassarre Peruzzi aveva terminato di dipingere solo nel 1519.
    Scrive il Gregorovius nella Storia di Roma nel Medioevo: «Sembrava che un destino incomprensibile fiaccasse la difesa della capitale del mondo: davanti alle alabarde dei lanzichenecchi e al suono delle trombe nemiche, essa cadde miseramente come Gerico… La caduta di Roma ad opera degli imperiali fu un fatto senza precedenti. Il nemico non l’aveva accerchiata, non l’aveva assediata, non l’aveva vinta per fame né spaventata con un colpo di cannone. Quella caduta dunque tornò a disonore del governo pontificio come del popolo romano».
    Mentre le torme nemiche si gettavano nelle strade uccidendo chiunque, i cittadini accorrevano a frotte nelle chiese, altri si rifugiarono nei palazzi dei nobili, a migliaia corsero alle porte di Roma tentando di uscirne, mentre altri ancora andarono errando per le strade o si nascosero sotto le volte di antiche rovine.
    Quando spuntò l’alba del 7 maggio lo spettacolo che Roma offriva di sé era più orribile di quanto si possa immaginare: le strade ingombre di rovine, di cadaveri e di moribondi; dalle case e dalle chiese, divorate dal fuoco, uscivano grida e lamenti; Lanzichenecchi ubriachi, carichi di bottino o che si trascinavano dietro prigionieri.
    Niente e nessuno fu risparmiato. Le case dei tedeschi e degli spagnoli furono saccheggiate come quelle dei romani.

    Sacco di roma – Brueghel il Vecchio – 1527.

    Non furono risparmiate né Santa Maria dell’Anima, chiesa nazionale dei Tedeschi, né la chiesa nazionale degli Spagnoli, San Giacomo a Piazza Navona. Santa Maria del Popolo fu spogliata in un baleno di tutto quanto vi si trovava e i frati furono tutti trucidati. Le monache di Santa Maria in Campomarzio, di San Silvestro e di Montecitorio furono vittime d’indescrivibili atrocità.
    Nelle strade si vedevano sparsi brandelli di scritti e di registri pontifici. Molti archivi di conventi e di palazzi andarono distrutti e la storia del Medioevo a Roma subì perdite irreparabili.
    Il saccheggio durò otto giorni. In così breve tempo gli imperiali predarono ciò che la città era riuscita ad accumulare in secoli. Suppellettili, arredi, arazzi, quadri, una quantità immensa di capolavori del Rinascimento furono ammassati come ciarpame e trattati senza riguardo.
    Le secolari carenze manutentive all’antica rete fognaria avevano trasformato Roma in una città insalubre, infestata dalla malaria e dalla peste bubbonica. L’improvviso affollamento causato dalle decine di migliaia di Lanzichenecchi aggravò pesantemente la situazione igienica, favorendo oltre misura il diffondersi di malattie contagiose che decimarono tanto la popolazione, quanto gli occupanti. Alla fine di quell’anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà dalle circa 20.000 morti causate dalle violenze o dalle malattie.

    Scontro tra Lanzichenecchi e mercenari svizzeri – Hans Holbein il Giovane.

    Il 5 giugno, papa Clemente VII, dopo aver accettato il pagamento di una forte somma per il ritiro degli occupanti, si arrese e fu imprigionato in un palazzo del quartiere Prati in attesa che versasse il pattuito. La resa del Papa era però uno stratagemma per uscire da Castel Sant’Angelo e, grazie agli accordi segretamente presi, fuggire dalla città eterna alla prima occasione. Il 7 dicembre una trentina di cavalieri e un forte reparto di archibugieri agli ordini di Luigi Conzaga, assaltarono il palazzo liberando Clemente VII che si travestì da ortolano per superare le mura della città e, poi, scortato a Orvieto.
    Oltre che per la storia della città di Roma, il sacco del 1527 ha avuto una valenza epocale tanto che la data del 6 maggio 1527 viene considerata dagli storici simbolica in cui porre la fine del Rinascimento.

    Roma, 4 agosto 2019