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  1. Ottavia e Marcello: memorie di una famiglia imperiale

    Chiunque abbia deciso di visitare il Ghetto Ebraico di Roma non può non essere passato nel portico di Ottavia o nei pressi delle prime arcate del teatro di Marcello. I due monumenti contraddistinguono il Ghetto in

    Mercato del Pesce al Portico di Ottavia – Ettore Roesler Franz.

    maniera così caratteristica che le due realtà sembrano essere nate insieme, mentre la loro storia si svolge su archi di tempo diversi, che solo alla metà del Cinquecento si incrociano e si fondono.
    Fu, infatti, solo il 12 luglio del 1555 che il papa Paolo IV Carafa, con la bolla Cum nimis absurdum, revocò tutti i diritti concessi agli ebrei romani e ordinò l’istituzione del ghetto, chiamato anche “serraglio degli ebrei”, e identificò a questo scopo una regione nel rione Sant’Angelo, accanto al Teatro Marcello.
    Questa prima realtà era chiusa da alte mura dotate solo di due porte che venivano chiuse al tramonto e aperte all’alba. Gli Ebrei avevano diverse limitazioni della loro libertà e si dovette aspettare che sul soglio pontificio arrivasse Sisto V, Felice Peretti, che nel 1586 cercò di alleviare la pressione sulla comunità ebraica permettendo anche un ampliamento del ghetto, che arrivò, sotto il suo pontificato, a occupare una superficie di tre ettari.
    Un simile atteggiamento di maggiore disponibilità fu assunto anche da Paolo V Borghese, papa nella prima metà del 1600, il quale per sancire in qualche maniera il rispetto che la chiesa di Roma avrebbe portato alla comunità ebraica fece collocare nella piazza delle Scole una fontana nella quale il motivo araldico del drago alato dei Borghese si univa al candelabro con i sette bracci.

    Teatro di Marcello – Giovan Battista Piranesi.

    Uno spiraglio alle condizioni di estrema povertà della comunità ebraica si aprì una prima volta a seguito dell’occupazione francese di Roma del 1798 e la conseguente proclamazione della Prima Repubblica Romana, quando le porte del ghetto furono finalmente aperte e gli Ebrei poterono uscire. In piazza delle Cinque Scole per sancire questo momento fu eretto un “albero della libertà”, ma la libertà durò veramente poco visto che meno di due anni dopo, con la cacciata delle truppe francesi, le condizioni di vita tornarono a essere quelle di sempre. Di nuovo nel 1848 sembrò che le cose per la comunità ebraica potessero cambiare. Infatti Pio IX per un certo periodo del suo pontificato sembrò ispirarsi alle idee repubblicane, e questo per gli Ebrei si tradusse nel fatto che le mura del ghetto vennero abbattute. La libertà sembrò diventare ancora più concreta durante la Repubblica Romana del 1849, ma il ritorno del papa dopo la sconfitta della Repubblica spense di nuovo le speranze. Pio IX inasprito da quanto era accaduto, considerando la comunità ebraica in parte responsabile dell’esperienza della Repubblica, emanò leggi repressive

    Il Portico di Ottavia – Ludwig Passini..

    nei confronti della comunità che riguardarono anche la libertà con cui gli ebrei potevano muoversi all’interno della città, sebbene le mura del ghetto non esistessero più. Si dovrà attendere l’unità d’Italia e la proclamazione di Roma capitale per avere un’equiparazione reale tra gli Ebrei e gli altri cittadini romani. Ma anche questa sarà una parentesi che dal 1871 durerà in buona sostanza fino al 1938, quando Mussolini sceglierà di seguire Hitler sulla scelta discriminatoria nei confronti degli Ebrei. L’episodio certamente più grave della storia della comunità ebraica a Roma sarà quello che si compirà il 16 ottobre del 1943 durante l’occupazione nazista della città. In questa data i Tedeschi, al comando di Kappler, in poche ore, alle prime luci del mattino, rastrellarono e deportarono ad Aschwitz milleduecentocinquantanove Ebrei di tutte le età. Di questi ritornarono a Roma in sedici di cui quindici uomini e una sola donna Settimia Spizzichino, che da subito scelse di testimoniare l’orrore che aveva vissuto.
    A tutti questi tragici eventi della comunità ebraica romana, ma anche a quelli lieti hanno assistito muti e hanno fatto da scenario i due monumenti del portico d’Ottavia, quest’ultimo restituito da poco tempo all’ammirazione dei romani e dei visitatori da un accurato restauro, e il teatro di Marcello.

    Scorcio di Roma con Teatro di Marcello – Carlo Socrate.

    Il primo nasce come un grandissimo portico quadrato che Augusto fece ricostruire, tra il 33 e il 23 avanti Cristo sul portico di Quinto Cecilio Metello Macedonico dedicandolo alla amatissima sorella Ottavia. All’interno del portico sorgevano due templi, quello di Giunone Regina e di Giove Statore, mentre facevano parte del portico stesso la biblioteca, che raccoglieva testi latini e greci, dedicata alla memoria di Marcello, figlio di Ottavia e la Curia Octaviae.
    Nell’80 dopo Cristo il complesso subì danni in seguito a un incendio e fu probabilmente restaurato da Domiziano. Ancora nel 203 dopo Cristo, il portico e i templi furono ricostruiti e nuovamente dedicati da Settimio Severo e Caracalla, dopo le distruzioni dovute a un altro incendio. A seguito del terremoto del 441 dopo Cristo le colonne del propileo d’ingresso vennero sostituite dall’arcata tuttora esistente. Intorno al 770, a partire dal propileo d’ingresso, fu edificata la chiesa di San Paolo in summo circo, per volere di Teodoto, zio del papa Adriano I Colonna, come viene detto in un’iscrizione datata 780 e conservata all’interno della piccola chiesa. Nel XII la chiesa fu dedicata a Sant’Angelo, a seguito del miracolo dell’apparizione dell’Arcangelo Michele sul Gargano, e assunse anche l’attributo in foro piscium. La chiesa aveva però anche la denominazione di Sant’Angelo in piscibus e di Sant’Angelo iuxta templum Iovis.

    Il Portico d’Ottavia – Albert Bierstadt.

    Il toponimo in summo circo ricorda che il portico d’Ottavia delimitava il Circo Flaminio sul lato settentrionale. Il toponimo iuxta templum Iovis, ricorda la vicinanza con il tempio di Giove Statore, che era stato edificato nell’area tra il 143 e il 131 avanti Cristo per iniziativa di Quinto Cecilio Metello Macedonico. Il tempio fu il primo tempio di Roma edificato completamente in marmo. I toponimi in foro piscium, in piscibus e in pescheria indicano la vicinanza del mercato del pesce, che si svolgeva tra le rovine del portico e che era chiamato forum piscium o pescheria vecchia.
    La vita di questo mercato sarà lunghissima, arrivando fino ai primi anni del Novecento quando esso sarà trasferito all’interno dei Mercati Generali sulla Via Ostiense. Molti sono i documenti che ne descrivono la vita più antica, come la targa posta a destra del grande arco del portico che ricorda, in latino, che:“Debbono essere date ai Conservatori le teste di tutti i pesci che superano la lunghezza di questa lapide, fino alle prime pinne incluse”. I Conservatori erano alti funzionari del Campidoglio e le teste erano considerate la parte più prelibata del pesce per preparare la zuppa. Pene severe erano previste per i trasgressori di questa imposta e il privilegio sancito da questa lapide durò fino alla Repubblica del 1798.
    La vita più recente del mercato del pesce nel portico d’Ottavia, quella di fine di Ottocento, in particolar modo, è stata cantata da un artista del tutto particolare: Ettore Roesler Franz, che ha ritratto la vita del mercato e più in generale del Ghetto con attenzione e grande affetto attraverso i suoi acquerelli e le sue fotografie che restano una delle più importanti testimonianze della vita che si svolgeva in queste vie.
    Dalla chiesa di Sant’Angelo in pescheria Cola di Rienzo si mosse alla conquista del Campidoglio nel giorno della Pentecoste, il 20 maggio, del 1347.

    Cola di Rienzo – Federico Faruffini.

    Gli imponenti resti del teatro di Marcello mostrano l’affascinante stratificazione di successive edificazioni nelle varie epoche. Il teatro, iniziato da Cesare, fu compiuto da Augusto tra il 13 e l’11 avanti Cristo e dedicato alla memoria dell’amatissimo Marco Claudio Marcello, suo nipote e genero prediletto, quest’ultimo era infatti figlio della sorella Ottavia e marito di sua figlia Giulia, morto non ancora ventenne nel 23 avanti Cristo e per il quale Virgilio scrisse i suoi famosi versi di rimpianto: «[…] Ohi, ragazzo degno di pianto: se mai rompessi i tuoi fati, tu resterai Marcello. Gettate gigli a piene mani, che io sparga fiori purpurei e colmi l´anima del nipote almeno con questi doni e faccia un inutile regalo […]».L’imponente e severo monumento, che non di rado fu preso a modello dagli artisti del Rinascimento, era costituito da due ordini di quarantuno arcate ciascuno, coronati da un attico; la cavea, che si apriva ove attualmente è il giardino di Palazzo Orsini, poteva contenere circa quindicimila spettatori.
    Nell’era cristiana molti dei teatri romani caddero in disuso e questa sorte toccò anche al teatro Marcello, tanto che nel 370 parte del travertino della facciata che guardava verso il Tevere sembra che fu utilizzato per un restauro del ponte Cestio, mentre altro materiale di pertinenza della facciata si accumulava e veniva poi ricoperto dalle piene del Tevere stesso, dando origine a quello che oggi si chiama Monte Savello.

    Portico di Ottavia – Pittore anonimo dell’800.

    Nel Medioevo ciò che era ancora in piedi del teatro veniva trasformato in una fortezza che appartenne prima ai Pierleoni, poi ai Faffo e quindi ai Savelli che tra il 1523 e il 1527 vi fecero costruire da Baldassarre Peruzzi i due piani del palazzo, il quale acquistò così forma definitiva e nel 1712 passò agli Orsini.
    Nell’area compresa tra il teatro di Marcello e il portico di Ottavia svettano le tre colonne angolari del tempio di Apollo Sosiano, eretto nel 433 avanti Cristo e rifatto nel 179 quando lo stesso dio viene indicato con l’appellativo di Apollo Medicus. Il nome Sosiano deriva invece dal nome del console Gaio Sosio che lo ricostruì, nel 34 avanti Cristo, forse a causa di un suo trionfo. I lavori furono interrotti a causa tra Ottaviano e Antonio, per riprendere l’anno dopo quando Augusto si riconciliò con Sosio. Accanto a questo tempio infine sorgeva quello di Bellona, dea della guerra italica a cui fu dedicato il tempio nel 296 avanti Cristo. Il tempio si trovava fuori dal pomerium e in vicinanza delle mura, per questo motivo ospitò diverse riunioni del Senato quando a queste partecipavano personaggi stranieri, appartenenti ad ambascerie di altri popoli, o comandanti militari qualora essi fossero in armi ad esempio perchè dovevano partire per la guerra.

    Roma, 6 ottobre 2019

  2. La chiesa cristiana e il tempio pagano, un’affascinante convivenza: San Lorenzo in Miranda al Tempio di Antonino e Faustina

    Scrive Stendhal, il 5 ottobre 1828, nelle sue “Passeggiate romane”: «È il magnifico tempio di Antonino e Faustina. Bisogna venirci subito, appena

    San Lorenzo in Miranda.

    arrivati a Roma, se sì vuol comprendere che cosa era un tempio antico. La via Sacra vi passava davanti. Dieci grandi colonne di cipollino alte quaranta piedi, tutte di un blocco. Provate a paragonare tutto ciò alle miserabili basiliche che Parigi costruisce attualmente, rovinando l’erario e scontentando i contribuenti. L’architettura diventa sempre più insopportabile». Stendhal ci parla del meraviglioso tempio romano proprio all’ingresso del Foro romano. C’è altro però: al suo interno si nasconde una chiesa cristiana: San Lorenzo in Miranda degli Speziali. Un nome che contiene già una serie di informazioni su di essa. San Lorenzo perché è dedicata a an Lorenzo martire, del quale sono conservate qui alcune reliquie. Degli Speziali,  perché Martino V, nel 1430, affidò questo luogo all’Universitas Aromatariorum Urbis, la sede degli Speziali per gli incontri di preghiera e crescita spirituale, noto come Nobile Collegio Chimico Farmaceutico.
    Ancora oggi la chiesa è la sede del Nobile Collegio dei Farmacisti, conosciuto come confraternita, ma in realtà è un ente civile nato con lo scopo di fare del bene alle persone, quando fu istituito molti degli Speziali erano cattolici.
    Quale allora la storia di questa chiesa dentro ad un tempio?

    San Lorenzo in Miranda in una foto di fine Ottocento.

    Le prime comunità cristiane di Roma hanno spesso utilizzato alcune domus romane come chiese. Successivamente hanno iniziato anche a occupare i templi pagani. Il primo tempio divenuto una chiesa è il Pantheon e tale trasformazione avvenne durante il pontificato di Bonifacio IV, cioè tra il 608 ed il 615 dopo Cristo, quindi trecento anni dopo Costantino. Il tempio romano era composto da una cella, una grande stanza nella quale entrava il sacerdote, dove era collocata la statua della divinità. Questo spazio era delimitato da una serie di colonne. In base alla collocazione delle colonne il tempio era definito prostilo, cioè con le colonne solo davanti, oppure anfiprostilo, con le colonne avanti e dietro, o ancora periptero, con le colonne su tutti i lati.
    Entrando oggi in San Lorenzo in Miranda di fatto ci si trova all’interno della cella di un antico tempio prostilo ed esastilo, perché le colonne sono sei, una volta occupata da una gigantesca statua di Faustina, alla quale il tempio era dedicato. Successivamente il tempio fu dedicato anche al marito di Faustina, Antonino Pio. Il tempio fu eretto nel 141 dopo Cristo, accanto alla Basilica Aemilia infatti, per onorare la moglie di Antonino Pio che era

    San Lorenzo in Miranda.

    appena morta ed era stata divinizzata dal Senato. Venti anni dopo, morto anche l’imperatore, il tempio venne intitolato anche a lui. La facciata presenta una doppia trabeazione. Sulla più antica, quella inferiore, è scritto: DIVAE FAUSTINAE EX. S. C., Senatus Consultus. Su quella più recente, posta più sopra, è stata aggiunta l’iscrizione DIVO ANTONINO ET. Le due iscrizioni sottolineano il fatto che la doppia dedicazione sia avvenuta in tempi diversi.
    I sacerdoti accedevano alla cella tramite una gradinata, che si è conservata, che dava proprio sulla Via Sacra. Al termine della gradinata si ergeva l’altare per i sacrifici.
    La chiesa attuale oltre la cella occupa parte del pronao del tempio di Antonino e Faustina. La cella è costruita in opera quadrata di peperino; sui due lati maggiori corre un fregio marmoreo, con la rappresentazione di grifoni e motivi vegetali. In origine la cella era rivestita di marmo. Esternamente si vede che il podio, l’alzata della cella prima delle colonne, è in tufo. Originariamente non era così. I buchi che ora vediamo servivano a fissare tramite delle grappe le lastre di marmo. Tra il 1362 e il 1370 Urbano

    San Lorenzo in Miranda – Interno.

    V autorizzò la rimozione delle pareti in marmo del tempio, divenuto ormai una chiesa, e la riutilizzazione di questo marmo per la basilica lateranense.
    Probabilmente questo tempio fu trasformato in chiesa tra il VII e l’VIII secolo, anche se non abbiamo un’evidenza storica o archeologica che possa darci testimonianza certa di una data. Nel 1050 in un testo famosissimo, i Mirabilia Urbis, una guida per i pellegrini che venivano a Roma, si trova il primo riferimento a questa chiesa.
    Un secondo testo che ci parla di questa chiesa è del 1192; è un catalogo delle chiese di Roma, il Liber Censuum di Cencio Camerario, futuro papa Onorio III, appartenente alla famiglia Savelli. Questi fu detto anche Cencio camerarius, perchè aveva ricoperto, dal 1188, la carica di camerlengo. Da questo libro si evince che alla chiesa era stato annesso un monastero. Tutte le grandi chiese, mete di pellegrinaggio, avevano annesso un monastero che serviva sia per la gestione della chiesa che per l’accoglienza dei pellegrini e dei poveri. Qui fu poi creato un monastero detto Miranda, “quod vocatur de Mirandi”. Non c’è un’interpretazione univoca dell’appellativo “in miranda”. Probabilmnete ciò fa riferimento al fatto che il complesso era circondato dalle bellezze del Foro, in questo caso la parola miranda starebbe per bella vista, ma tale appellativo potrebbe anche derivare da una benefattrice di nome Miranda o, più ancora, dal cognome di una famiglia, “de Miranda”, che è attestata da una lapide sepolcrale presente in San Giacomo degli Spagnoli.

    San Lorenzo in Miranda in una foto di fine Ottocento.

    Nel 1430 Martino V, il papa raffigurato nella tela sopra il portale principale, concesse tutto il complesso architettonico all’Università degli Speziali che è ancora proprietaria di questo ambiente. Nel 1536, in occasione della visita dell’imperatore Carlo V a Roma, che doveva passare sulla Via Sacra, si decise di liberare l’antico tempio pagano dagli edifici che nel frattempo gli erano cresciuti intorno, e che vennero perciò demoliti. La demolizione rese le strutture principali del tempio nuovamente visibili, ma comportò anche l’abbattimento di tre cappelle laterali della chiesa che erano disposte intorno al tempio stesso.
    Bisogna ricordare che la Via Sacra fu, fino all’avvento del governo fascista e alla creazione di Via dei Fori Imperiali, l’unico asse viario percorribile da processioni e parate. La facciata principale della chiesa, così come quella del tempio, sono quindi quelle che insistono sulla Via Sacra e guardano al Foro, anche se oggi l’ingresso avviene dai Fori Imperiali. La porta principale era quindi quella che guarda sul Foro. Ma nel tempo il Foro si era ricoperto di terra e lentamente il piano di calpestio si era innalzato di diversi metri rispetto a quello originale tanto che, già nel 1602, fu necessario ricostruire la chiesa più in alto.

    Martirio di San Lorenzo – Pietro da Cortona – San Lorenzo in Lucina.

    Oggi esiste un grande dislivello tra il piano di calpestio della Via Sacra e l’ingresso della chiesa dal lato del Foro perché gli scavi archeologici dell’Ottocento, e soprattutto quelli del Novecento, hanno riportato la situazione all’originale, fino a liberare l’intero podio del tempio, che oggi può essere ammirato in tutta la sua bellezza.
    La facciata di San Lorenzo in Miranda sul Foro è barocca a due ordini ed è preceduta da dieci colonne in marmo bianco che appartenevano al tempio.
    Quando tempio il tempio di Antonino e Faustina era in attività, coloro che volevano partecipare al culto imperiale si radunavano alla base della gradinata e assistevano ai sacrifici che venivano fatti sull’altare. Quei animali di varie specie venivano uccisi e parte dei loro resti venivano portati dai sacerdoti del culto dentro la cella, solo i sacerdoti potevano accedere a questo ambiente, per poter essere bruciati davanti alle statue di Faustina e Antonino, così che il sacrificio potesse raggiungere le due figure imperiali a cui era stato destinato. La gente assisteva a questa cerimonia sacra dall’esterno e seguiva ciò che accadeva grazie al fatto che intorno alla cella stessa c’erano le colonne che lasciavano spazio sufficiente per la visibilità.
    La chiesa ha un affaccio panoramico anche sulla terrazza della Basilica Aemilia. Qui è interessante soffermarsi perché guardando questa terrazza è facile capire come la basilica cristiana sia derivata in maniera naturale dalla struttura pagana e come, nel contempo, essa ne sia una modificazione significativa.

    Resti della Basilica Emilia

    La basilica pagana, infatti, era costituita da una grande navata centrale utilizzata come ambiente di riunione, di rappresentanza, d’incontri d’affari, fiancheggiata da navate minori, divise con colonne e pilastri che si apriva sul foro e non aveva alcuno specifico orientamento. Il gran numero di colonne presenti all’interno dell’ambiente sorreggevano un tetto a capriate.
    Questa particolare organizzazione degli spazi rendeva la basilica romana un edificio adatto alla trasformazione in luogo di culto poiché i fedeli potevano essere accolti al suo interno, cosa che nel tempio non accadeva, e contemporaneamente le alte mura che la delimitavano creavano uno spazio intimo che proteggeva da sguardi esterni e contemporaneamente permetteva al sacerdote di vedere e controllare gli adepti.
    Nel mondo cristiano l’ingresso della basilica romana, che era sul lato lungo, viene spostato però sul lato corto in modo che la regolarità dello spazio delimitato dalle colonne lungo la navata centrale crei una naturale traiettoria visiva privilegiata che porta lo sguardo verso l’altare, ovvero il centro spirituale e religioso dove si svolge la liturgia. Le absidi laterali dell’antica basilica romana diventeranno nel tempo cappelle laterali.
    Sull’altro lato di san Lorenzo in Miranda è invece possibile vedere la parte posteriore della chiesa dei Santi Cosma e Damiano. L’edificio è costituito da due basiliche una posta sull’altra, quella inferiore è ricavata dal piccolo tempio circolare di Romolo di cui conserva il portale.

    Roma, 5 ottobre 2019

  3. Sulle tracce di Pietro l’Apostolo: chiesa dei Santi Nereo e Achilleo

    Gli Atti di Pietro, testo cristiano apocrifo composto in greco nella seconda metà del II secolo, narra della predicazione, dei miracoli e della morte del principe degli apostoli. Di questa narrazione fa parte l’episodio della sua momentanea fuga da Roma lungo la via Appia per evitare la

    Basilica dei Santi Nereo e Achileo. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”

    condanna a morte. Durante il percorso Pietro, fuggito miracolosamente dal Carcere Mamertino posto ai piedi del Campidoglio, perde una “fasciola”, la benda che gli copriva le caviglie piagate per essere state strette nei ceppi. Una pia matrona aveva poi raccolto la fasciola.
    Il luogo dello smarrimento si troverebbe presso le Terme Antoniniane, fatte edificare da Caracalla nel III secolo, e qui sarebbe sorto il celebre titulus fasciolae frequentato dai Cristiani che abitavano lungo l’Appia. Sempre qui nel IV secolo sarebbe sorta una chiesa dedicata a San Pietro. Successivamente, probabilmente a partire dal VI secolo, la stessa chiesa fu intitolata ai santi Nereo e Achilleo, le cui spoglie riposano sotto l’altare.
    Ma l’episodio più famoso e commovente di questa narrazione è ricordato subito fuori Roma nel punto in cui oggi si dividono la via Appia Antica e l’Ardeatina. A quell’incrocio sorge la chiesetta del Quo vadis, nel luogo in cui a Pietro, in fuga da Roma, sarebbe venuto incontro il Signore che gli avrebbe detto: «Vengo a Roma per essere crocifisso di nuovo». Al che Pietro, tornò sui suoi passi e andò a incontrare la morte che avverrà nello “stadio privato” di Nerone, in Vaticano.

    Basilica di Nereo e Achilleo – Interno.

    Della chiesa intitolata ai santi Nereo e Achilleo, si ha memoria fin dall’anno 377, ma fu rifatta più volte.
    Il titulus Sanctorum Nerei et Achillei viene per la prima volta ricordato nel 595 al posto del titulus Fasciolae. Quest’ultimo viene registrato per la prima volta da papa Simmaco nel 499, ma era già noto nel 377 come è attestato da un’iscrizione che si trova oggi in San Paolo Fuori le Mura, e che cita un certo Cinammio come lector del titulus Fasciolae.
    Vista questa tempistica si può desumere che la dedica del titulus Fasciolae ai due santi deve essere avvenuta nel corso del VI secolo.
    La titolazione della chiesa ai santi Nereo e Achilleo avviene perciò sotto il pontificato di san Gregorio Magno, quindi tra il 590 e il 604; l’edificio sacro mantenne pure nel nome il titulus fascicolae.
    Nereo e Achilleo, secondo la tradizione, erano servi della nobile Flavia Domitilla e con lei martirizzati per la loro fede cristiana all’epoca di Diocleziano. Più verosimilmente, ma anche secondo una testimonianza storica di papa Damaso, entrambi erano soldati, uccisi nell’ambito della crudele persecuzione dioclezianea che colpì inizialmente proprio i “fratelli dell’esercito”.
    Il luogo in cui fu costruita la chiesa era paludoso e malsano tanto che, sotto il pontificato di Leone III, nell’814, l’antico edificio sacro era ormai completamente diroccato e affondato nel terreno. Papa Leone III decise così di abbatterlo e di farne costruire uno nuovo di maggior decoro e bellezza in una zona più stabile nei pressi. A questa ricostruzione data il mosaico dell’arco trionfale, che ancora si può ammirare.

    Basilica dei Santi Nereo e Achilleo – Baldacchino.

    Dopo un secondo periodo di abbandono, Papa Sisto IV, 1471 – 1484, per il Giubileo del 1475, restaurò la chiesa facendo apportare alcune modifiche strutturali: la volle, infatti, più piccola e fece sostituire le colonne con pilastri in muratura.
    Di nuovo seguì un periodo di degrado fino alla vigilia del Giubileo del 1600, quando, il cardinale Cesare Baronio, della Congregazione dell’Oratorio di Roma, fece istanza al Papa per averne il titolo cardinalizio con il proposito di riportarla a nuovo splendore. Così, con un breve di Papa Clemente VIII del 29 giugno 1597, la chiesa venne assegnata in perpetuo alla Congregazione dell’Oratorio. È questa la data che segna la nuova storia della basilica. Il cardinal Baronio profuse un grande impegno, portando a termine intensi lavori di ristrutturazione e di abbellimento, tra i quali il ciclo di affreschi che decorano tutte le pareti della chiesa. 
    L’interno è basilicale, oggi, è a tre navate. La decorazione consiste in crudi affreschi di martiri del Pomarancio e nel mosaico dell’arco trionfale con la trasfigurazione di Cristo, che è quello fatto realizzare da papa Leone III, e data quindi al secolo IX. Si trovano altresì nella chiesa un coro cosmatesco, un ambone medievale, un candelabro marmoreo del XV secolo e vari avanzi romani. All’esterno, davanti ad una semplice facciata caratterizzata da un protiro su due colonne, è una colonna di granito con la croce.

    Basilica dei santi Nereo e Achilleo – Arco absidale. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Il portale presenta entrambe le dediche della chiesa: “Ss MARTYRUM NEREI ET ACHILLEI e TITULUS FASCIOLAE“; inoltre è sormontato da un finestrone che illumina la navata centrale ed è ornato da una semplice cornice in travertino con timpano spezzato, al centro del quale vi è posto l’affresco raffigurante una Madonna con Bambino.
    La chiesa fu restaurata nuovamente nei primi anni del Novecento e poi ancora nel 1941, in occasione di questo restauro fu riportata alla luce la superficie a riquadri con drappi che contraddistingue la facciata. Questa si presenta in posizione arretrata fra due alte murature appartenenti all’edificio originario, con il corpo centrale con tetto a capanna sopraelevato rispetto ai due laterali.

    Roma, 17 settembre 2019

  4. Sulle tracce della prima guida turistica di Roma: Mirabilia urbis Romae (XII secolo)

    Antiquae urbis Romae cum regionibus simulachrum – Rome – Valerius Dorichus Brixiensis – 1532.

    Mirabilia Urbis Romae è il titolo di un trattatello scritto in latino. La redazione più antica del testo è quella contenuta nel Liber Polypticus, un libro di carattere amministrativo pontificale, e risale al 1140 – 1143. Il trattato è anonimo ma l’autore del Mirabilia doveva probabilmente essere una persona appartenente all’ambiente ecclesiastico, o l’autore stesso del Liber Polypticus.
    Così come oggi il turista che si rechi a Roma arriva con un elenco di luoghi da visitare, magari ricavato dopo una più o meno accurata ricerca in rete, così accadeva anche prima del XII secolo, quando elenchi di cosa vedere a Roma erano stati già tramandati, ed erano soprattutto a uso dei pellegrini. La novità introdotta dai Mirabilia è che l’elenco dei luoghi in esso contenuto è molto più articolato, arricchito dalle considerazioni dell’autore, dalla citazione di fonti letterarie e da informazioni, commenti e considerazioni desunte dall’immaginario popolare del tempo. Le informazioni e le tradizioni possono essere relative, ad esempio, all’origine di una statua, di un tempio o di un colle.
    Nei Mirabilia sono, poi, contenute informazioni non legate al solo mondo cristiano dei pellegrinaggi, e questa costituisce una delle principali differenze con il così detto “Itinerario di Eisielden”.
    L’itinerario proposto nel

    Pianta di Roma in epoca imperiale.

    Mirabilia parte dal Vaticano per arrivare al Campo Marzio, quindi sale al Campidoglio e scende al Foro Romano. Dal Palatino si scende al Colosseo e quindi si sale all’Aventino per passare al Celio, al Laterano, al Viminale e al Quirinale.
    L’ultima visita è a Trastevere.
    I Mirabilia ebbero un grande successo come ci testimonia l’esistenza di ben 145 manoscritti che ce li tramandano, nelle numerose traduzioni dal latino in volgare, tedesco, olandese e inglese. Dal XV secolo i Mirabilia verranno stampati più volte. Essi possono essere, infatti, considerati i più antichi incunaboli stampati dalle tipografie tedesche a Roma. Nel corso delle varie stampe manterranno il titolo originale nonostante subiranno continui ammodernamenti e modificazioni dei contenuti.
    Nel XVI secolo, con la nascita dell’interesse per l’antichità favorito dalle scoperte archeologiche, la parte fantastica venne eliminata e i Mirabilia divennero una vera e propria guida alle rovine della città. Inoltre la parte aggiunta nel Quattrocento, verrà ampliata. Utilizzando i Mirabilia, quindi, il forestiero riusciva a fare il giro della città in tre giorni guidato da un cicerone. Essi saranno utilizzati fino al Barocco.

    Veduta di Roma – “Il Dittamondo” – Fazio degli Uberti – Milano – 1447


    Secondo alcuni autori, comunque, l’elenco dei monumenti era già presente nelle edizioni più antiche. Nei primi dieci capitoli vengono descritti i vari generi di monumenti: i colli, gli archi, le mura, le terme, i palatia, tra i palatia viene citato anche quello Romulianum e in occasione della descrizione di questo palatium viene raccontata la leggenda, tramandata da scrittori orientali a partire dal V – VI secolo, secondo la quale la statua d’oro eretta in onore di Romolo crollò quando partorì “una vergine”.
    I Mirabilia contengono ancora la descrizione dei teatri nei quali vengono compresi anche i circhi, i luoghi citati nelle passio dei santi, le colonne, i cimiteri, e molto altro. Nei capitoli 11, 12 e 13 sono riportate, ad esempio: la leggenda relativa alla visione di Ottaviano e la fondazione della chiesa di Santa Maria all’Ara Coeli sul Campidoglio, la storia delle statue dei Dioscuri sul Quirinale, l’origine del “cavallo di Costantino”, oggi noto come Marco Aurelio, la Salvacio Romae con la fondazione del Pantheon e quella di San Pietro in Vincoli. Nel capitolo 8 sono elencati i luoghi delle passioni dei santi, mentre nel capitolo 13 si parla dei funzionari imperiali, citati con i relativi nomi bizantini.
    Nel capitolo 12 si racconta, quindi, della leggenda della visione di Ottaviano collegata alla fondazione della chiesa di Santa Maria in Ara Coeli. La leggenda è tratta dal Chronichon di Giovanni Malala. In essa si dice che Ottaviano chiese alla Sibilla tiburtina se poteva essere adorato come un dio, secondo la volontà del Senato. La Sibilla, dopo tre giorni rispose: «dal cielo verrà un re che regnerà nei secoli, avrà sembianze umane e giudicherà il mondo». Dopo questo responso ad Augusto apparve, nella sua camera dall’alto, una donna su un altare con in braccio un bambino, dove ora c’è la chiesa di Santa Maria in Ara Coeli, che significa appunto “altare del cielo”, e fu per questo motivo che in quel punto venne eretta la chiesa.
    La versione della leggenda contenuta nei Mirabilia è la terza in ordine di tempo, seguita poi da quella di Jacopo da Varazze. Non tutti gli autori sono d’accordo sull’interpretazione della leggenda. Probabilmente sul Campidoglio esisteva già un altare dedicato a qualche dea che, successivamente, viene dedicato a Maria. Le varie versioni della leggenda avrebbero il ruolo di mostrare la missione cristiana dell’Impero Romano e Ottaviano rappresenterebbe perciò l’autorità civile pronta ad accogliere la venuta di Cristo e l’avvento del Cristianesimo.

    Il Marco Aurelio – Roma.

    Un’altra leggenda riguarda l’origine di quello che, così riferisce l’autore, era chiamato comunemente “il cavallo di Costantino”, ovvero quella che sarà poi interpretata come la statua equestre di Marco Aurelio. Il gruppo scultoreo, datato 176 dopo Cristo, aveva una collocazione a tutt’oggi sconosciuta. Nell’VIII secolo fu spostato vicino alla basilica di San Giovanni in Laterano, costruita per volontà dell’imperatore Costantino.
    Nella leggenda si spiega che il cavallo è di un armigero che, dopo aver liberato Roma da un re orientale, chiese una ricompensa in denaro e di essere raffigurato in una statua equestre: sulla testa del cavallo sarebbe stata posta una civetta e legato sotto la pancia del cavallo ci sarebbe stato il re sconfitto. Perché poi l’armigero venga nel tempo identificato come Costantino è una questione controversa, molti autori ritengono che sia solo il consolidarsi di una tradizione popolare che era nata proprio a seguito della simpatia che Costantino aveva in qualche modo riscosso presso il popolo, un’altra ipotesi è che sia stata la vicinanza della statua alla basilica di San Giovanni, fatta costruire da questo imperatore, a determinarne il nome indicato dalla tradizione.
    La versione della storia dei Dioscuri che oggi campeggiano nella Piazza del Quirinale riportata nei Mirabilia, indica che dell’enorme gruppo scultoreo faceva parte anche una terza statua. Quest’ultima rappresentava una

    Dioscuri – Piazza del Quirinale – Roma.

    donna, circondata da serpi e recante una conca in mano, identificata dagli studiosi come Igea. Non si sa se questa terza figura sia davvero esistita. Se ciò fosse vero al momento essa è dispersa. Anche in questa guida viene riportata la leggenda che le due statue maschili fossero i ritratti di due filosofi indicati con il nome di Fidia e Prassitele venuti a Roma per dare consigli a Tiberio, così come è riportato nel così detto “Itinerario di Eisielden”.
    L’autore dei Mirabilia Urbis Romae ha come scopo, lo dice nell’ultimo capitolo, quello di tramandare ai posteri il ricordo le bellezze di Roma. Ma nel fare questo ci riporta quindi le notizie dell’immaginario medievale che mescola le varie storie e leggende per crearne di nuove. Ci informa ad esempio che nel X secolo il Mausoleo di Augusto era tanto caduto in degrado, da assumere l’aspetto di un colle.
    Oltre all’ammirazione dei resti dell’antica civiltà romana i Mirabilia dedicano attenzione agli aspetti del mondo cristiano. Il capitolo 8 è dedicato solo ai luoghi di Roma connessi con le “passio” dei Santi, e, ad esempio, vi si racconta dell’apparizione di Cristo a Pietro sulla via Appia. Pietro fuggiva dalla città per evitare il martirio e incontrato Cristo gli chiese: “Domine, quo vadis?”, ovvero “Signore, dove vai?” e Cristo gli rispose: “Eo Romam, iterum crucifigi”, “Vado a Roma, per farmi crucifiggere nuovamente”. A queste parole Pietro tornò in città e scelse di andare incontro al proprio destino. Nel luogo in cui la tradizione pone l’incontro tra Cristo e Pietro, nel IX secolo venne eretta una cappella, che oggi è la chiesa del Domine quo vadis.
    Con lo sviluppo della pratica del pellegrinaggio l’opera fu utilizzata, in una forma ridotta, proprio come una guida turistica.
    Ancora oggi la lettura di questo trattatello può essere utile, e divertente, non solo per ricostruire le architetture romane antiche, ma anche per conoscere le architetture mentali, i miti e le leggende, che hanno abitato e sono stati abitati in questa città.

    Roma, 18 agosto 2019