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  1. Catacombe di Marcellino e Pietro ad duas lauros

    La regione denominata ad duas lauros rappresenta una delle più importanti testimonianze storico-archeologiche nella vasta area della periferia romana attraversata dall’antica via Labicana, l’odierna via Casilina. Tale tracciato, realizzato su solidi strati di tufo vulcanico,

    Il Mausoleo di Sant’Elena – Giovan Battista Piranesi.

    rappresentava la principale area di comunicazione tra i Colli Tuscolani e Roma e fu in seguito prolungato fino a confluire con via Latina. La sua importanza è attestata anche dalla presenza nel territorio compreso ad duas lauros situato a circa tre chilometri da Porta Maggiore.
    La denominazione latina deriva probabilmente da due grandi alberi di alloro esistenti nella zona che sarebbero stati lasciati come testimoni di un bosco distrutto, oppure, come rivelano gli studiosi, potrebbe trarre origine dalla decorazione di un padiglione imperiale recante un doppio lauro.
    L’area archeologica è compresa tra un edificio – il Mausoleo di Sant’Elena – e una serie di cunicoli sotterranei – le catacombe dei Santi Marcellino e Pietro e una basilica dedicata ai medesimi santi, oggi completamente interrata.
    Si hanno inoltre notizie dell’esistenza di un cimitero degli equites singulares, corpo scelto delle milizie imperiali che godeva di particolari privilegi, tra i quali, anche quello della sepoltura nella proprietà imperiale.

    Mausoleo di Sant’Elena, oggi.

    Diverse ricerche sono state fatte circa la presenza di una Villa dei Flavi Cristiani, impiegata come luogo di sosta degli imperatori e del Campo Marzio, zona compresa nelle vaste proprietà imperiali ad oriente di Roma riservato appunto al corpo scelto degli equites singulares. E sembrerebbe che il sepolcro delle milizie non sia l’unico cimitero pagano della zona: qui esistevano probabilmente tombe e mausolei fin dal tempo di Augusto. La sospensione dell’uso del cimitero degli equites singulares avvenne, verosimilmente, intorno al 313 – 315, nel periodo costantiniano.
    Non è chiaro il rapporto esistente tra il fondo imperiale, il sepolcro dei cavalieri e i reperti cristiani. È certo comunque che quando l’area divenne patrimonio dell’Augusta Elena, la zona, già interessata dalle sepolture dei martiri cristiani, godeva di particolari attenzioni da parte dell’Augusta madre dell’imperatore. Come dimostrano le ricorrenti donazioni. Il territorio assunse anche la denominazione di “Subaugusta” per indicare i possedimenti imperiali di campagna che si estendevano dal Mausoleo all’odierna Centocelle.

    Plastico del Mausoleo di S. Elena in Roma

    Dopo la morte di Elena la proprietà ad duas lauros fu assegnata alla Chiesa che, con papa Fabiano, 236 – 251, disegnò nuovamente le zone cimiteriali. Un passo significativo del Liber Pontificalis relativo alla vita di papa Silvestro, 314 – 335, rivela l’esistenza di un fundus laurentus definito possessio Augustae Helenae, che si estendeva dalla Porta Sessoriana, oggi Porta Maggiore, fino alla via Latina e, a Sud, fino al Monte Gabus, presso Centocelle.
    Marcellino e Pietro
    Marcellino e Pietro: la più antica notizia su questi due martiri ci è stata tramandata da Damaso, che fu Papa 366 al 384, il quale dichiara di averla appresa in gioventù dallo stesso carnefice, convertitosi poi alla fede cristiana. Siamo al tempo della sanguinosa persecuzione di Diocleziano. Nel 303, il prete Marcellino e l’esorcista Pietro vennero arrestati e condannati alla pena capitale, per il loro zelo apostolico e per essersi rifiutati di

    Catacombe dei Santi Marcellino e PIetro – Roma.

    sacrificare agli dei. Il giudice ordinò che fossero decapitati in un bosco, in modo che le loro tombe rimanessero sconosciute. I due furono condotti al luogo del supplizio e prima di essere uccisi dovettero scavarsi con le proprie mani la fossa in cui sarebbero stati seppelliti. I loro corpi rimasero a lungo ignorati finché una pia matrona di nome Lucilla, venuta a conoscenza del fatto, riuscì a recuperarli e a farli trasferire nel cimitero detto ad duas lauros, al terzo miglio della via Labicana, dove Costantino fece costruire una basilica – di cui nel 1897 fu scoperta la cripta – che fu subito meta di pellegrinaggi. Il carme che papa Damaso aveva composto sul loro sepolcro fu distrutto dai Goti, ma papa Vigilio lo rifece e inserì i nomi dei due martiri nel Canone della Messa. La testimonianza di papa Damaso contribuì certamente a diffondere il culto dei due santi, la cui basilica a Roma, a nord-ovest di San Giovanni in Laterano, diventò sede di una “stazione” nel secondo sabato di quaresima. Il Martirologio Geronimiano li commemora il 2 giugno, data su cui concordano i libri liturgici, Sacramentari, e i martirologi storici.
    Le catacombe dei SS. Marcellino e Pietro
    Si estendono per una superficie di 18.000 m². Si stima che, nel solo III secolo accolsero più di 15.000 sepolture sotterranee a cui vanno aggiunte alcune

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    migliaia in superficie. Nel 2006, grazie ad una scoperta fortuita, vennero alla luce nuovi ambienti inesplorati, alcuni contenenti affreschi, e una fossa comune con oltre 1.200 corpi di persone, a quanto pare di rango, il cui decesso appare pressoché simultaneo, testimoniato ad esempio dall’uso di medesimi incensi cerimoniali per molti dei corpi, tra i quali sandracca, incenso e ambra, e risalente alla seconda metà del II secolo, inizi del III, forse in occasione di una epidemia di peste, probabilmente la cosiddetta “peste antonina”.
    Si è ipotizzato che questi corpi, collocati in queste stanze ipogee anteriormente all’epoca delle sepolture cristiane, appartenessero a famiglie degli equites singulares. Dopo un’opera di restauro degli ambienti finanziata dalla Repubblica dell’Azerbaigian, dall’aprile 2014 le catacombe sono regolarmente visitabili. Il complesso, segnalato dalle fonti come inter duas lauros dal nome antico della località, comprende la Catacomba di Marcellino e Pietro, la basilica omonima e il Mausoleo di Elena, noto anche con il nome di Tor Pignattara. Si accede alle catacombe dal cortile della

    Catacombe dei santi Marcellino e Pietro – Roma.

    basilica. Il sepolcro dei due Santi, accanto ai quali erano venerati anche Tiburzio, Corgonio, i Santi Quattro Coronati e due gruppi anonimi di martiri, tutte vittime della grande persecuzione di Diocleziano, era inizialmente costituito da due semplici loculi, in seguito arricchiti da monumentali decorazioni marmoree per volontà di papa Damaso, 366 – 384, il quale si tramanda abbia conosciuto le vicende di Marcellino e Pietro direttamente dal loro carnefice.
    Damaso fece costruire la scala d’accesso e un percorso obbligatorio per i pellegrini che si snodava tra sopra e sottoterra. I corpi dei due martiri rimasero nella cripta sotterranea fino al pontificato di Gregorio IV, 826, quando furono trasportati in Francia e di qui in Germania. La grande devozione dei fedeli per questo sito è documentata dai numerosi graffiti nell’absidiola e nelle gallerie che conducono verso le tombe dei martiri; non solo compaiono invocazioni in latino, ma anche in runico, a testimonianza della frequentazione del luogo di culto da parte anche di Celti e Germani.
    Le catacombe, decorate da scene bibliche, sono tra le più grandi di quelle presenti a Roma. Onorio I, 625 – 638, fece costruire una piccola basilica

    Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro – Roma.

    sotterranea absidata per accogliere i fedeli sempre più numerosi, raddoppiò la scala d’ingresso al vano basilicale e consacrò un altare proprio sopra i due loculi; tra il V e il VII secolo fu creato il nuovo santuario dedicato ai Santi Quattro Coronati, collegato al primo nucleo martiriale tramite percorsi a senso unico contrassegnati da lucernari; inoltre, per agevolare il cammino delle schiere di pellegrini, furono sbarrate le gallerie secondarie e i cubicoli e costruite nuove scale. Adriano I infine, ultimo quarto del secolo VIII, provvide all’ultimo allargamento dell’edificio.
    Tra le pitture presenti, merita una segnalazione quella che rappresenta l’Epifania con due Magi.

    Roma, 23 maggio 2019

  2. Roma e Venezia: storia di antichi legami. Basilica di San Marco e Palazzo Venezia.

    Aveva circa 13 anni quando nella sua abitazione fu consumata l’Ultima Cena. Seguì angosciato Gesù dopo l’arresto e i soldati cercarono di acciuffarlo, ma lui sfuggì nudo lasciando il lenzuolo tra le loro mani.

    San Marco Evangelista – Mattia Preti.

    Quel ragazzo era Giovanni, figlio di Maria, una vedova benestante che metteva a disposizione del Maestro la sua casa e l’annesso Orto degli Ulivi. Il mondo ebraico lo chiamava Giovanni ma per quello greco-romano era Marco. Fu uno dei primi battezzati da Pietro, l’apostolo che frequentava assiduamente la sua casa e che lo chiamava “mio figlio”.
    Nel 41 dopo Cristo Marco giunse nella capitale dell’Impero Romano. Ritrovò Pietro e ne divenne lo “stenografo” in quanto l’apostolo non sapeva scrivere in greco. Fu così che il giovane Marco mise nero su bianco il primo dei Vangeli, proprio dove ora sorge la Basilica romana a lui dedicata.
    Nel 48 dopo Cristo l’apostolo Pietro inviò Marco ad Aquileia per raccontare alla gente quanto aveva appreso. Grazie a Marco venne evangelizzata la Regione Venetia et Histria, incluso i luoghi che nel 421 diverranno la Serenissima Repubblica di Venezia.
    Nel 336, appena cessarono le persecuzioni contro i cristiani, il papa Marco I trasformò l’abitazione e l’oratorio dell’omonimo evangelista in basilica. Negli attuali sotterranei si trovano ancor oggi i muri perimetrali della costruzione originaria.
    Il titolo cardinalizio di San Marco fu istituito nel 336 dal papa Marco I e da quel momento sarà uno dei titoli più antichi e prestigiosi. Solitamente il titolo di San Marco veniva conferito al Patriarca di Venezia alla sua nomina di cardinale a Roma. Diveniva così preposto alla cura della basilica dell’evangelista. L’ultimo titolo fu del cardinale Marco Cé ed è vacante dalla sua morte, avvenuta il 12 Maggio 2014. Prima di lui, l’amatissimo Albino Luciani.

    Interno – Basilica di San Marco – Piazza Venezia – Roma.

    Una curiosità: 6 furono i papi provenienti dalla Repubblica di Venezia. Tra il 1465 e il 1470 la basilica venne radicalmente trasformata ad opera del cardinale veneziano Pietro Barbo, divenuto pontefice nel 1464 con il nome di Paolo II, anche se avrebbe preferito quello di Marco II. A Paolo II si devono la splendida facciata a due ordini; all’interno le grandi nicchie a conchiglia delle navate laterali, le bifore e il soffitto a lacunari. Attorno alla basilica il porporato fece costruire il proprio palazzo residenziale, detto appunto di San Marco, ora Palazzo Venezia.
    L’aspetto attuale della basilica in stile barocco è legato al restauro realizzato tra il 1654 e il 1657, poi successivamente completato tra il 1735 e il 1750 per volere del cardinale Angelo Maria Querini.
    Nel 1527 con il sacco di Roma la basilica subì molti danni. I cardinali veneti Agostino Valier e Domenico Grimani fecero eseguire molti lavori di ristrutturazione. Quest’ultimo porporato ricevette il titolo di San Marco dopo “elargizione” paterna di una somma enorme, stimata tra i 25.000 e i 30.000 ducati.

    Mosaico del catino absidale- Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Nicolò Sagredo, futuro 105° doge e per due volte ambasciatore della Serenissima in Roma, dal 1651 al 1656 e dal 1660 al 1661 trasformò i pilastri della navata maggiore. I cancelli furono donati nel 1690 dal cardinale veneto Pietro Vito Ottoboni, che divenne pontefice con il nome di Alessandro VIII. Antonio Canova nel 1796 realizzò il monumento funebre di Leonardo Pesaro, figlio sedicenne dell’ultimo ambasciatore di Venezia.

    Il Palazzo e il Palazzetto di Venezia.
    Tra il 1455 e il 1467, come già accennato, il cardinale veneziano Pietro Barbo commissionò la costruzione della propria residenza attorno all’esistente basilica di San Marco a Roma. I lavori proseguirono anche dopo l’elezione del cardinale a pontefice e il palazzo divenne sede papale.
    Nel 1564 il milanese papa Pio IV cedette l’ex residenza di Pietro Barbo all’Ambasciata della Repubblica di Venezia nello Stato Pontificio. Palazzo San Marco divenne dunque “il Palazzo di Venezia”. L’edificio era diviso in due parti con funzioni distinte: l’appartamento Barbo era la residenza degli ambasciatori e l’appartamento Cybo era per i cardinali con il titolo di San Marco.

    Palazzo Venezia – Piazza Venezia – Roma.

    Dopo pochi anni, la Serenissima ricambierà donando il Palazzo Gritti a Pio IV. Lo Stato della Chiesa ebbe così a Venezia la propria residenza dei nunzi apostolici, ovvero gli ambasciatori in campo San Francesco della Vigna.
    Nel XIX secolo l’edificio passò ai francescani che lo unirono al proprio convento mediante il noto cavalcavia a colonnato. Fu poi una prigione ed ora un condominio. I papi dalla fine del Cinquecento si spostarono al palazzo del Quirinale.
    Il palazzetto Venezia nacque successivamente come giardino segreto del papa Paolo II, Pietro Barbo. Una via sopraelevata coperta lo collegherà poi alla torre del palazzo che era adiacente al monastero Francescano di Santa Maria in Aracoeli. Il primo arco del passaggio veniva chiamato l’Arco di San Marco. Nel 1909, nell’ambito di sistemazione della piazza antistante al Vittoriano, fu decisa la demolizione del Palazzetto e la ricostruzione poco lontana dal sito originario. I cavalli della basilica di San Marco a Venezia quando furono portati a Roma nel 1916 – 1918, per salvarli dai bombardamenti, trovarono ricovero a Castel Sant’Angelo e poi nei giardini di Palazzo Venezia.

    San Marco approva il progetto della chiesa – Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Il palazzo di San Marco inglobò l’antichissima basilica di San Marco, gestita quasi sempre da cardinali veneziani, alcuni dei quali trovarono qui sepoltura. Uno fra tutti il cardinale Marcantonio Bragadin, nipote e omonimo del famoso condottiero.
    La fontana del giardino venne commissionata nel 1729 dall’ambasciatore veneto Barbon Morosini, che così risolse anche l’approvvigionamento idrico per gli abitanti del palazzo. La statua marmorea raffigurante Venezia con il corno dogale sul capo, è in atto di gettare l’anello nuziale per lo sposalizio del mare. In alcuni testi è riportato che rappresenta invece la reale città d’Adria.
    Ai piedi della statua ruggisce il leone alato di San Marco. Dall’altra un sorridente puttino ricorda che la fontana fu costruita non solo a vantaggio degli abitanti del palazzo, ma anche di quelli vicini. Altri quattro graziosi puttini sostengono gli stemmi dei territori d’oltremare conquistati da Venezia: Cipro, Dalmazia, il Peloponneso e Creta.

    Sant’Andrea – Basilica di San Marco – Roma. Si ringrazia “I Viaggi di Raffaella”.

    Tutto cambiò dal 1882 con l’edificazione dell’Altare della Patria in onore allo scomparso Vittorio Emanuele II. Venne demolita completamente l’originale struttura urbana e il Palazzetto venne spostato in quanto si trovava nel bel mezzo dell’ampliata piazza Venezia.
    Il nuovo progetto portò anche alla costruzione di un altro edificio, eretto di fronte a quello di Venezia e noto come palazzo delle Assicurazioni Generali. Quest’ultimo è ornato da un grande leone marciano un tempo collocato sulle mura di Padova. Il leone venne lanciato nel 1797 nel canale sottostante la fortificazione dalle milizie francesi. Dopo decenni venne recuperato per poi essere acquistato e collocato ad ornamento del palazzo romano.

  3. Il Mosè di Michelangelo: “lo sguardo”

    Il grande piazzale solitario corrisponde alla cima del Fagutale, la vetta

    Abside – San Pietro in Vincoli

    occidentale dell’Esquilino. Qui la moglie dell’imperatore Valentiniano III, Eudossia, fece costruire sopra precedenti edifici una chiesa per conservarvi le catene della prigionia di san Pietro a Gerusalemme. Consacrata nel 439, la chiesa, che porta anche il titolo di “eudossiana”, venne più volte restaurata e rifatta. Importanti lavori vi condusse il nipote di Sisto IV, il cardinale Giuliano Della Rovere, che sarebbe poi stato Giulio II. Una vistosa modifica la chiesa doveva successivamente subire nei primi anni del Settecento ad opera di Francesco Fontana.
    Dall’alto di un’ampia gradinata, domina la piazza l’elegante portico a pilastri ottagonali, attribuito a Baccio Pontelli o, forse a maggior ragione, a Meo del Caprino.
    Attraverso un bel portale marmoreo con stemmi del cardinale Della Rovere nell’architrave, si entra nel vasto interno a tre navate, delle quali la centrale sembra ancora più ampia a causa del soffitto ligneo ribassato che comprende il grande dipinto del “Miracolo delle Catene” di Giovanni Battista Parodi, 1706. Splendide sono le robuste 20 colonne di granito; qui ha ampiamente operato nel 1872 Virginio Vespignani al quale si deve

    Catene di San Pietro – San Pietro in Vincoli.

    l’altare maggiore con baldacchino e la sottostante “confessione” in cui, attraverso due sportelli aperti, si vede l’urna dorata, realizzata nel 1856, che contiene le catene di san Pietro, quella della prigione di Gerusalemme si sarebbe saldata, secondo tradizione, a quella della prigione romana del Carcere Mamertino. Nella cripta sottostante c’è un bel sarcofago paleocristiano con le presunte reliquie dei fratelli Maccabei, ornato con scene del Nuovo Testamento.
    Ma non c’è dubbio che la chiesa abbia il suo punto focale nel michelangiolesco Mausoleo di Giulio II, nonostante che esso sia solamente la deludente attuazione del grandioso progetto immaginato dal combattivo pontefice, e che sia persino privo delle spoglie di lui, sepolte nella basilica di San Pietro.
    Giulio II infatti aveva immaginato la propria tomba al centro della Basilica di San Pietro sotto la grande cupola e sopra la tomba dell’Apostolo, al

    Monumento funebre di Giulio II – San Pietro in Vincoli.

    luogo dell’odierno baldacchino. Il progetto aveva in sé dell’irriverente, oltre che del presuntuoso. Ma può essere compreso, se lo si paragona alla personalità del Della Rovere, uomo di grandi vedute e di grandi risoluzioni, ivi compresa quella di abbattere l’antico San Pietro, oltre che di grandi passioni, ira compresa: fu lui a sollevare il bastone sulle spalle del grande Buonarroti!
    Eppure la gigantesca statua del Mosè riscatta tutta la triste vicenda della tomba rimasta incompiuta perché Michelangelo ne venne distratto dalle opere di volta in volta commissionategli dai successivi pontefici, e fu la «tragedia della sua vita», come egli si espresse. L’opera è una delle realizzazioni fondamentali di tutta la storia artistica, uno dei sommi capolavori di ogni tempo e basta da sola ad assicurare la gloria dell’autore e del committente che l’espressione e l’atteggiamento del sommo legislatore ebraico rievoca in maniera sorprendente.
    A Parigi e a Firenze sono le statue dei Prigioni che avrebbero dovuto figurare nel monumento. Qui si trovano invece due belle statue di Lia e di Rachele, opere sempre di Michelangelo compiute da Raffaello da Cantalupo, e altre mediocri statue di discepoli.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Due anni fa è stato realizzato un nuovo sistema di illuminazione del capolavoro che ha svelato una sorta rapporto “segreto” fra la bellezza del Mosè e la luce del sole. Un segreto scoperto da Antonio Forcellino, il restauratore e architetto cui la Soprintendenza per il Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma ha affidato i lavori di pulitura del capolavoro nell’ambito dei lavori di restauro che hanno interessato tutta la struttura della Tomba di Giulio II: «Michelangelo», spiega Forcellino, «ha lustrato con il piombo solo le parti più aggettanti della statua, quelle che ricevevano la luce diretta del sole, lasciando le altre a una finitura più rustica fatta con pomice e sabbia. In tal modo la scultura acquista una profondità del tutto nuova, un carattere pittorico. Del resto questo gli era possibile perché era anche un grandissimo pittore. È evidente come il braccio sinistro sia portato a un lustro che riflette la luce in maniera straordinaria, mentre il torace arretra di molto perché il trattamento finale si è fermato alla pomice».
    Il Mosè di Michelangelo è sempre stato oggetto di interpretazioni tra le più varie. Se ne sono occupati con puntiglio, specialmente negli ultimi due secoli, critici d’arte, iconologi, teologi e psicanalisti. “Non ho mai provato un’emozione così forte di fronte a un’opera d’arte…La mia attenzione è caduta così sul fatto, apparentemente paradossale, che proprio alcune delle creazioni artistiche più meravigliose e travolgenti sono rimaste oscure alla nostra comprensione. Le ammiriamo, ci sentiamo sopraffatti dalla loro grandezza, ma non sappiamo dire che cosa rappresentano”, scrisse

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Sigmund Freud nell’introduzione del suo saggio Il Mosè di Michelangelo del 1913. Sappiamo che nella storia dei viaggi freudiani, l’Italia occupa un posto centrale. Il vero innamoramento per il Bel Paese si realizza pienamente per Freud nel 1901, quando riesce a trovare il coraggio di spingersi finalmente fino a Roma, la città dei suoi sogni. Tutto a Roma gli piace: la mitezza del clima, la luce, i profumi. Durante le giornate a Roma, Freud passeggia ebbro di stupore per l’arte, il paesaggio, i piaceri della buona tavola, tanto da dichiarare che quello era il luogo dove avrebbe voluto trascorrere la sua vecchiaia. Non c’è angolo della città che non abbia visitato: da San Pietro alla Sistina e alle stanze di Raffaello, dalla via Appia al Gianicolo, dal Pantheon a San Pietro in Vincoli, dove vede per la prima volta il Mosè di Michelangelo, fonte di emozioni delle quali continua a nutrirsi per anni. Nel 1914 esce sulla rivista «Imago» il saggio “Il Mosè di Michelangelo”, dove Freud espone finalmente le sue considerazioni, ricche di sorprendenti intuizioni, su una delle meraviglie artistiche più famose e ammirate del mondo. Non è un saggio psicoanalitico del Dottor Freud sulla figura del patriarca ebraico, a questo penserà anni dopo nel 1934-1938 scrivendo “L’uomo Mosè e la religione monoteistica”, dove attraverso la psicoanalisi viene ricostruita la storia di Mosè e del monoteismo ebraico, ma è una relazione-rivelazione, confidenziale, intima, delle impressioni del Signor Freud davanti a “quel Mosè”, quella raffigurazione precisa, così come Michelangelo l’aveva fissata nel marmo quasi quattrocento anni prima.
    L’indagine psicoanalitica viene, in un certo senso, messa da parte, Freud non è interessato alla psico-biografia del Buonarroti, né all’analisi della storia e della personalità del patriarca Mosè, è teso solo a spiegare le suggestioni che la statua gli suscita.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Era tornato ad ammirarla quasi ipnotizzato, giorno dopo giorno e, alla fine, era come se la statua parlasse con lui, raccontandosi.
    Quello che principalmente gli rivela sono le azioni e i gesti che precedono la posizione finale in cui Michelangelo l’ha fermata, il retroscena.
    Freud dà voce alla storia di “quel” Mosè, così come è risuonata dentro di lui, come la statua stessa gliel’ha confessata: l’opera d’arte viene lasciata libera di comunicare, di esprimersi, di sconvolgere ogni teoria, ogni preconcetto esistente.
    Le interpretazioni e le descrizioni discordanti sull’aspetto della scultura, fatte nel corso dei secoli, intrigano Freud più che mai, tanto che diradare il mistero diventa per lui quasi un bisogno, una necessità.
    La tesi di Freud è originale. Il punto di partenza dell’osservazione è il nodo della barba nella mano sinistra di Mosè, un dettaglio, un aspetto apparentemente secondario, che, come la pratica psicoanalitica gli ha dimostrato, si rivela capace di aprire una finestra su una nuova visione della realtà e sulla sua comprensione.
    Contrapponendosi all’interpretazione più accreditata secondo la quale la guida spirituale degli ebrei sarebbe stata rappresentata da Michelangelo nel momento in cui prorompeva il gesto d’ira per l’idolatria del popolo, causando la rottura delle tavole della Legge, Freud, vede Mosè nell’atto della rinuncia a dar corso alla sua rabbia: la ragione ha il sopravvento sul suo furore, il patriarca, già pronto a scattare, si controlla, resta seduto, desistendo dall’atto violento.
    Un’immagine che non corrisponde affatto al condottiero della tradizione biblica, uomo iracondo e soggetto alle passioni: il Mosè di Michelangelo e Freud è capace di controllare la sua collera, che pure è presente nello sguardo, nell’impeto del balzo trattenuto, nella torsione improvvisa della testa. Egli non rompe le tavole, ma le trattiene e le salva in extremis.

    Mosè – Michelangelo – San Pietro in Vincoli.

    Se consideriamo che Freud scrisse il saggio nello stesso periodo del dissidio con Jung, possiamo immaginare come si sia sentito vicino a quel Mosè deluso, scandalizzato dall’infedeltà dei suoi: il popolo della psicoanalisi, ingrato come il popolo ebraico, stava deviando dalla retta via, rinunciando alla giusta dottrina per volgersi ad altri culti.
    Eppure, il ritratto conclusivo che traccia Freud di “quel” Mosè è quello di un saggio, consapevole della missione divina di cui è latore, capace di formidabile autocontrollo: la ragione che domina sulle passioni che prorompono.
    Nella statua di Michelangelo Freud, in fondo, vede se stesso.
    Nella fattezze fiere mirabilmente scolpite, nello sguardo pieno di dolore e di sdegno, nell’impeto represso, nell’autocontrollo ritrovato con fatica, nella consapevolezza della grande missione da compiere “malgrado tutto”, Freud proietta quello che si agita dentro di lui, e attraverso l’analisi della statua, illustra e dirime il proprio conflitto interiore.

    Roma, 1 maggio 2019.

  4. La Scala Santa, il Sancta Sanctorum, i sotterranei e il giardino

    Dopo un lungo periodo di chiusura e un accurato restauro a cura dei laboratori dei Musei Vaticani, la Scala Santa è ora visibile con i suoi

    La Scala Santa percorsa in ginocchio dai fedeli.

    gradini originari in marmo. Si potranno ammirare fino al 9 giugno 2019, festa di Pentecoste, dopodiché saranno coperti nuovamente da rivestimenti in legno.
    Luogo di fede tra i più venerati a Roma, la visita prevede una prima tappa al Patriarchio, la cappella privata dei papi nei secoli in cui abitavano a San Giovanni in Laterano, la Cattedrale di Roma. Si proseguirà nell’area sotterranea dove si conservano tracce pittoriche dell’antico Patriarchio Lateranense. Si accederà, infine, al giardino dei Padri Passionisti, luogo di pace e arte che si sviluppa alle spalle della Scala Santa, utilizzato in passato per la coltivazione delle erbe officinali.
    Al Laterano, il fulcro attorno al quale ruota una parte importante della storia della Chiesa di Roma, carità e arte si fondono nell’immagine di Cristo Salvatore del mondo. La storia parte da lontano, esattamente dalla prima metà IV secolo: la Basilica Lateranense voluta da Costantino il Grande fu intitolata al Santissimo Salvatore e consacrata il 9 novembre del 324, sotto il pontificato di Silvestro I. Per l’occasione, fu realizzato un mosaico raffigurante il Salvator Mundi per il catino absidale della cattedrale. La dedicazione di questa basilica a San Giovanni Battista, così come la conosciamo, ebbe luogo molto più tardi, nel IX secolo, ad opera di papa Sergio III; mentre tre secoli più tardi, papa Lucio II estese la dedicazione a san Giovanni evangelista, l’apostolo prediletto da Gesù. La storia del Salvator Mundi s’intreccia con quella del Volto Santo,

    Il Salvator Mundi.

    l’immagine del volto del Signore che sarebbe rimasta impressa sul velo della Veronica quando essa gli asciugò il viso, durante la salita al Calvario. Nel VII secolo circa l’icona del Volto Santo o Acheropirita del Salvatore, cioè dipinta da mano non umana, proveniente da Costantinopoli, fu collocata nella cappella di San Lorenzo al Patriarchio Lateranense, la cappella privata del papa, a due passi dalla basilica.La cappella era conosciuta come Sancta Sanctorum alla Scala Santa, e costituisce il luogo più sacro per la cristianità che ci sia al mondo, essa è stata anche il più grande reliquiario di Roma, perché ospitava alcune delle reliquie più importanti. Tra queste la Scala Santa, quella che, secondo la tradizione, Gesù avrebbe salito a Gerusalemme per raggiungere l’aula dove avrebbe subito l’interrogatorio di Ponzio Pilato prima della crocifissione. Una scala che ancora oggi è oggetto di venerazione, sui cui gradini di legno s’inerpicano in ginocchio pellegrini in preghiera. La Scala Santa era stata fatta trasferire a Roma da Elena, la madre di Costantino, in occasione del suo viaggio a Gerusalemme alla fine del IV secolo, per rintracciare i segni della vicenda terrena del Signore. Non si sa con esattezza dove fosse stata custodita l’icona del Volto Santo del Salvatore dopo il suo arrivo a Roma da Costantinopoli, ma la sua presenza nella cappella al Laterano è attestata già all’epoca di papa Stefano II, 752-757, ed è noto che fino al IX secolo era tradizione che essa uscisse dal Laterano per essere portata in processione per le vie di Roma in occasione delle principali festività mariane. Nel 753 dopo Cristo il cuore della cristianità venne a trovarsi sotto la minaccia dei Longobardi guidati da Astolfo, che reclamavano la restituzione dei territori che i loro

    Mosaici del Sancta Sanctorum.

    predecessori avevano donato al Papa. In questa occasione, per chiedere la protezione divina, la reliquia fu portata in spalla da papa Stefano dal Laterano a Santa Maria Maggiore a piedi nudi e con il capo coperto di cenere. La vicenda ebbe un esito felice, dal momento che Astolfo rinunciò a reclamare i territori contesi e a muovere guerra a Roma, cosa che fu interpretata come un miracolo del Volto Santo. Dalla metà del secolo IX in poi, e a partire dal pontificato di Leone IV, 847-855, la processione del Volto Santo aveva luogo una sola volta l’anno, in occasione della solennità dell’Assunzione in cielo della Beata Vergine Maria e si teneva nella notte fra il 14 e il 15 agosto. Alla luce delle fiaccole l’immagine usciva dal Sancta Sanctorum a mezzanotte e raggiungeva il Colosseo passando per via dei Santi Quattro Coronati e San Clemente. Dal Colosseo il corteo passava sotto l’arco di Costantino e, percorrendo la Via Sacra, sotto l’arco di Tito, raggiungeva Santa Maria Nova, oggi Santa Francesca Romana. Durante questo tragitto passava poi davanti ad un oratorio ormai scomparso, eretto per ricordare la sfida lanciata da Simon Mago, considerato dagli eresiologi come il primo degli gnostici, a san Pietro. Dopo una breve sosta a Santa Maria Nova, il corteo si addentrava nel Foro Romano e arrivava fino all’arco di Settimio Severo, dove il Senato attendeva la preziosa icona su un palco eretto per l’occasione.

    Affreschi del Sancta Sanctorum.

    Questo era il momento in cui le autorità civili rendevano il loro omaggio alla sacra immagine. La processione continuava il suo percorso attraverso la Suburra, la salita di San Martino ai Monti, via di Santa Prassede e arrivava all’alba a Santa Maria Maggiore dove l’attendeva il Papa, che già ai tempi di Innocenzo III, 1198-1216, non andava più in processione. Nella basilica mariana avveniva la parte più importante del rito: l’immagine di Gesù entrava nella basilica per incontrare e rendere omaggio a sua Madre. Era questo il momento in cui l’icona del Volto Salto incontrava la Salus Popoli Romani, l’icona di Maria più importante e miracolosa di Roma che ancora oggi si trova custodita nella basilica di Santa Maria Maggiore. Di qui il corteo imboccava via Merulana e prendeva la strada del ritorno in Laterano, dove l’icona del Salvatore tornava al suo posto sull’altare della Cappella al Sancta Sanctorum. Da un punto di vista artistico il Sancta Sanctorum è un autentico gioiello: gli affreschi delle pareti e della volta come anche il pavimento cosmatesco, fanno da meraviglioso coronamento al mosaico posto al di sopra dell’altare sul quale è poggiata l’immagine del Salvatore. L’altare è poi incorniciato da due colonne di porfido. Secondo lo studioso di arte cristiana Heinrich Pfeiffer, l’icona giunse a Roma da Costantinopoli attorno all’anno 705. A partire dal pontificato di Gregorio II fu custodita nel Sancta Sanctorum per tutto il tempo delle lotte iconoclaste, così da preservare, durante quei torbidi nei quali le immagini sacre venivano distrutte, l’icona di Cristo più cara alla cristianità. Quando gli imperatori bizantini persero pian piano il loro potere e il loro influsso sull’Italia, quell’immagine poté essere

    Affreschi del Sancta Sanctorum.

    trasferita in Vaticano, mentre al Sancta Sanctorum fu posta una copia, che è proprio quella che vediamo oggi. Fu Innocenzo III a promuoverne il culto e in quella occasione, per la prima volta, l’immagine originale trasferita a San Pietro fu denominata Veronica, cioè “vera icona” di Cristo. Il titolo Volto Santo rimase invece indicare solo quella custodita al Sancta Sanctorum. Sempre secondo Pfeiffer, l’immagine vaticana si troverebbe oggi a Manoppello, un piccolo paese in Abruzzo, per una serie di vicende a dir poco appassionanti. Ciò vuol dire che anche quella conservata a San Pietro oggi non sarebbe altro che una copia. Nel tardo Medio Evo a custodire l’icona del Volto Santo al Laterano era stata chiamata una confraternita che aveva il compito di amministrare un grande ospedale per i poveri e gli infermi, annesso alla Basilica Lateranense. L’emblema della confraternita era proprio l’antichissima immagine del mosaico del Salvatore collocato nell’abside della basilica. Nel XVII secolo, l’immagine del Salvatore fu scelta come insegna per un’opera di carità voluta da Innocenzo XII: il pontefice volle riunire al Palazzo del Laterano le tante manifestazioni caritatevoli della città per centralizzarle e rendere più efficace l’assistenza ai poveri di Roma, ricollegandosi a quel che era già accaduto con il pontificato di Gregorio

    Pavimento cosmatesco del Sancta Sanctorum.

    Magno. Fu realizzata un’opera di carità capillare, che coinvolse l’intera città e che tanto beneficio ebbe a dare ai poveri e ai derelitti dell’urbe. Tutto il popolo di Roma fu chiamato a sostenere questa grande opera attraverso l’elemosina. Sette edifici sparsi per la città furono destinati a centri di raccolta per le elemosine devolute dai romani, che erano poi concentrate al Laterano. Per mettere sotto la protezione del Signore questa opera, furono posti su questi edifici dei bassorilievi raffiguranti proprio il Salvator Mundi. La storia del Salvator Mundi del Laterano lambisce anche quella di uno dei più grandi artisti dell’urbe. Secondo lo storico dell’arte americano Irving Lavin, Gian Lorenzo Bernini volle scolpire un busto del Salvator mundi per destinarlo al Palazzo Laterano, proprio là dove si svolgevano le pratiche di carità. Secondo quanto riportato nelle due biografie di Bernini redatte dai figli, il busto raffigurante il Salvator mundi fu l’ultima opera del Bernini, realizzata un anno prima di morire e scolpita solo per “sua devotione” tanto che il grande scultore barocco parlava della sua opera definendola “il mio Beniamino”.Questa ipotesi non è in contraddizione con quella di Irving Lavin. D’altro canto la splendida scultura del Bernini esiste davvero ed è oggi conservata nella Basilica di San Sebastiano fuori le Mura, sull’Appia Antica. La si vede immediatamente, appena entrati nella basilica. A destra.