prima pagina

  1. I tesori del Celio: Chiesa di Santo Stefano Rotondo

    Il Celio è tra i sette colli di Roma il più affascinante: un lungo e silenzioso promontorio che si distacca da un pianoro dal quale nascono l’Esquilino, il Viminale e il Quirinale. Esso corrisponde a quella porzione di territorio che si distende verso la valle occupata dal Colosseo e dalla basilica dei Santi Quattro Coronati.

    Mosaico di Primo e Feliciano, particolare.

    A partire dal VI secolo, il Celio fu annesso alla II Regione ecclesiastica per la sua vicinanza alla Basilica Lateranense, tanto che per l’intero colle venne spesso utilizzato il toponimo di “Laterano”. Nuove chiese cominciarono a sorgere su antichissimi tituli, i primi luoghi di culto cristiani, il più delle volte ambienti di case private, e sugli xenodochia, centri di accoglienza per pellegrini e ammalati.
    Lungo il colle, tagliato in parte da Villa Celimontana, sta una costellazione di chiese di sublime bellezza, in cui si incrociano e si sovrappongono storie di santi, di martiri, di papi e di sovrani.

    Partendo dalle pendici, si comincia con San Clemente per proseguire, inerpicandosi per il colle, con i Santi Quattro Coronati, Santo Stefano Rotondo, Santa Maria in Domnica, San Tommaso in Formis, la basilica e i luoghi del martirio dei santi Giovanni e Paolo, e la chiesa e del tre cappelle dedicate a San Gregorio Magno: un itinerario da capogiro.
    In tale costellazione di chiese, Santo Stefano Rotondo è la più misteriosa. Le sue origini sono antiche e ricalcano la cronologia di molti luoghi di culto del Celio, primordiali spazi religiosi pagani riconvertiti ad uso cristiano. Santo Stefano non si sottrae a questa sorte. La prima basilica fu edificata per volere di Papa Simplicio tra il 468 e il 483 e in quell’intreccio di anni risultava essere uno dei primi templi cattolici. Trascorsi quasi due millenni mantiene tutt’oggi un record importante, quello di presentarsi come la più grande chiesa a pianta centrale esistente al mondo. Datazione fondamentale per capire quando tutto ebbe inizio è il 415, anno in

    Mosaico di Primo e Feliciano, particolare.

    cui furono ritrovate a Rappa Gamela, vicino Gerusalemme, le reliquie di santo Stefano, lapidato nel 35 dopo Cristo per la sua attività di predicatore.
    Con una virtuale macchina del tempo dobbiamo scavalcare Simplicio, e fermarci al I secolo dopo Cristo: i resti di un antico mitreo e dei Castra Peregrina, caserma di epoca imperiale che accoglieva e smistava le legioni straniere, ci raccontano che sotto la Chiesa dedicata a Santo Stefano diacono e protomartire vi era un altro tempio, stavolta pagano, e un’area per gli eserciti. Una vicinanza non così sospetta se ci si ricorda del legame quasi imprescindibile che associava il dio Mitra ai militi: questi ultimi infatti si affidavano alla divinità persiana perché garante di protezione della categoria nonché di vittorie nelle battaglie.
    Rintracciate e riconosciute le fondamenta della nostra basilica, la pianta – costituita in passato da tre anelli concentrici e a croce latina – ci suggerisce un’altra evidente suggestione che fece da modello per Santo Stefano: la famosa chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, voluta dall’imperatore Costantino tra il 326 e il 334. Lì un muro esterno e due colonnati anulari circondavano il sepolcro di Cristo. La scelta di tale configurazione non era marginale ma anzi funzionale: in tal modo i fedeli potevano avvicinarsi gradualmente e con movimento continuo all’oggetto della loro visita senza creare “ingorghi” tra chi entrava e chi usciva. Non è un caso che le chiese con santuario hanno corridoi e ballatoi e sono edificate a pianta centrale: tutto ciò segue la precisa logica che permette di girare intorno al sacrario stabilendo una delle usanze tipiche dei pellegrinaggi. Gli antenati di queste strutture religiose circolari risalgono all’Età Imperiale, e infatti come dimenticare i perimetri murari della Villa di Adriano a Tivoli?, ma dobbiamo spingerci geograficamente e

    Mosaico di Primo e Feliciano, particolare.

    cronologicamente più lontano, in quell’Oriente ellenistico – la vasta zona tra Egitto, Siria e Anatolia dopo il 324 avanti Cristo – per ritrovare gli edifici governativi che fecero da esempio ai palazzi dell’Impero romano e che come un filo rosso tessono le trame storiche e artistiche tra la Grecia e Roma. Ma queste sono le radici; noi adesso vediamo ciò che rimane di un tronco e di una chioma fortemente sfoltite dal passaggio dei secoli, ma non per questo prive di fascino e incanto. La chiesa ha subito azioni di spoglio – umane, meteorologiche, ambientali e non ultime culturali – e i conseguenti interventi conservativi e restaurativi ce la restituiscono per ciò che è: un impianto fortemente diverso da quello concepito da Simplicio. Non vediamo più l’anello esterno basso e sopraelevato nei quattro punti contrapposti così da formare la croce greca, ma dalle fonti sappiamo che entrando ci si immergeva in una navata anulare bassa coperta da volte a botte dove si incontravano le cappelle; queste conducevano allo spazio centrale invece molto alto. Per enfatizzare lo stupore del visitatore, secondo alcuni testi, si alternavano nell’anello esterno tratti coperti a zone aperte così da creare un suggestivo gioco di luci e ombre. Gioco ripetuto all’interno dai colonnati circolari che formavano pieni e vuoti luministici per un effetto scenografico garantito. Sappiamo che i papi Giovanni I e Felice IV tra il 523 e il 529 ordinarono dei ricchi ornamenti purtroppo oggi non più visibili, ma possiamo constatare uno dei provvedimenti più significativi di quel momento: la chiusura di molti ingressi che permettevano l’accesso

    Martirio dei Santi Giovanni, Paolo e Bibiana – Pomarancio e Antonio Tempesta – Santo Stefano Rotondo.

    alla Chiesa. Questo perché pochi erano i credenti che gravitavano intorno alla zona del Celio – nel Medioevo progressivamente abbandonata – e perché la basilica non possedeva un ordine clericale stabile. Di quegli interventi rimane l’antico trono, proveniente forse dal Colosseo, che sulla sinistra dell’ingresso approva la nostra entrata. I restauri del XIII ci restituiscono un trono muto e monco nelle sue parti più caratteristiche, i braccioli e la spalliera. Un secolo più tardi, tra il 642 e il 649 ricopre il soglio pontificio Teodoro I che si lancia in una decisione piuttosto intraprendente, quella di spostare le reliquie dei martiri Primo e Feliciano a Santo Stefano. Cosa c’è di così ardito in tale provvedimento? Per la prima volta le spoglie inizialmente depositate nel cimitero di Via Nomentana e quindi fuori dalle mura urbane, entrano in città. Si erge una cappella, proprio di fronte all’altare maggiore, in uno dei bracci della croce iscritta e si cambia la conformazione del muro retrostante l’altare sostituito da un’abside sporgente. Visibile ai nostri occhi di visitatori moderni è la sistemazione dell’XI secolo quando si restringono i volumi della cappella per ricavare la sagrestia e un coro secondario. Gli affreschi raffiguranti il martirio dei santi eseguiti da Antonio Tempesta nel 1586 sembrano avvolgere e dialogare cromaticamente con l’altare scolpito da Filippo Barigoni nel 1736. Elemento che più di tutti caratterizza la cappella è la preziosa testimonianza dell’arte musiva nel catino absidale: qui un seppur rovinato mosaico del VII secolo ci frena davanti le composite ed eterogenee tessere che perfettamente si armonizzano tra loro grazie a un intonaco che trattiene bene i materiali ed evita la formazione di fessure intermedie.

    Martirio di San Vito, San Modesto e Santa Crescenza – Pomarancio – Santo Stefano Rotondo.

    Una tale abilità è attribuibile solo a un artista bizantino attivo a Roma e coadiuvato da maestranze locali. Al di là dei tecnicismi, ciò che stupisce è la soluzione adottata per rappresentare i due Santi che prima di divenir tali erano stati gettati in pasto ai leoni e agli orsi per poi essere decapitati. Non si sceglie di raffigurare il momento dell’atroce martirio, ma quello della piena serenità della Trasfigurazione, quando i due sono assunti ormai in Paradiso. Se prima di ammirare il mosaico si lambisce con gli occhi la parete circolare, soffermarsi nello spazio intimo e racchiuso della cappella non può che rincuorare l’animo. Infatti nei trentaquattro riquadri affrescati dal Pomarancio – al secolo Nicolò Circignani – nel 1583, troviamo la più truce rappresentazione dei supplizi che in ordine cronologico iniziano con la crocifissione di Cristo, primigenio atto di feroce violenza persecutoria. I colori vividi, i visi trasformati dal dolore o, dipendentemente dal ruolo, dal sadismo, restituiscono episodi drammaticamente realistici e raccapriccianti. La chiarezza didascalica, seppur cruenta ed enfatizzata dalle scritte in latino e italiano, di questa prova pittorica si deve ricondurre alla funzione che dal 1580 in poi assolve la basilica di Santo Stefano: in quell’anno, infatti, papa Gregorio XIII consegna la chiesa al Collegium Germanicum, un convitto diretto dai Gesuiti. La basilica si ritrova, così, ad essere punto di raccolta e di studio dei futuri ecclesiastici e ciò spiega la necessità educativa dell’apparato decorativo, adeguata alla nuova vocazione didattica della Chiesa. Ricordiamoci che siamo in piena Controriforma, che i gesuiti erano gli affidatari del verbo tridentino e che sull’arte grava adesso più che mai l’urgenza di coinvolgere e quasi sconvolgere il fedele in un’esperienza religiosa che rasenta il misticismo.

    Roma, 30 marzo 2019

  2. Porta Asinaria

    Roma è la sola capitale europea ad aver mantenuto in modo abbastanza completo il circuito delle antiche mura difensive. Gli sventramenti tardo-

    Porta Asinaria – 1870 circa. Si ringrazia RomaSparita

    ottocenteschi e quelli del fascismo hanno devastato larghe zone della città quali il Vaticano, Piazza Venezia, l’Esquilino, ma hanno risparmiato le mura iniziate da Aureliano nel 271 e completate dai suoi successori nel 289. Mura costruite in economia, inglobando costruzioni preesistenti, come ad esempio la Piramide e l’Anfiteatro Castrense, che si dipanavano intorno alla città per 18 km per un’altezza di 7 metri.
    Porta Asinaria è una delle quattordici porte che si aprivano nelle mura. Sebbene gli studiosi non siano d’accordo sull’epoca di trasformazione della porta da semplice apertura di terz’ordine ad accesso monumentale, concordano invece sul fatto che molto presto ci si rese conto che l’intera area compresa tra la Porta Metronia e la Prenestina-Labicana, oggi Porta Maggiore, non era sufficientemente sicura. Vennero pertanto erette le torri cilindriche ai lati del fornice, alte circa 20 metri, ancora perfettamente conservate, e si provvide al rivestimento in travertino tuttora visibile sul lato esterno nonché all’apertura delle finestre per le “baliste”, macchine da guerra costituite da una specie di balestra atta a lanciare sassi o grossi dardi.

    Porta Asinaria e Porta San Giovanni – 1900 circa. Si ringrazia RomaSparita.

    In effetti, il restauro curato dallo stesso Aureliano poco dopo l’edificazione del muro, o da Massenzio circa un secolo dopo o ancora all’epoca dell’imperatore Onorio nel 401 – 402, promosse una porta che era poco più di una posterula al rango di porta vera e propria come la Pinciana e la Metronia.
    L’Asinaria è la sola, tra le porte antiche di Roma, ad avere contemporaneamente torri cilindriche affiancate a torri quadrangolari e questo conferma che, come le altre due, era in origine un’apertura di scarsa importanza, posta al centro di due delle torri a base quadrata che componevano la normale architettura delle mura. Una struttura così poderosa ne faceva, di fatto, una fortezza.
    Legata a diversi importanti avvenimenti storici: è famosa per essere stata utilizzata dai Goti di Totila, che la trovarono aperta, come anche la Porta San Paolo, per l’ingresso e il saccheggio della città il 17 dicembre 546 con relativa distruzione, secondo i cronisti dell’epoca, di un terzo della cinta muraria, poi frettolosamente ricostruita. Ma già qualche anno prima, nel 537, l’invito ai Goti, rivelatosi poi falso, ad entrare in Roma da quella porta costò a papa Silverio la deposizione dal soglio pontificio per tradimento.
    Nel 1084 passarono da qui anche l’imperatore Enrico IV e l’antipapa Guiberto di Ravenna per scacciare l’allora papa Gregorio VII, il cui

    Porta Asinaria – 1954 circa. Si ringrazia RomaSparita.

    liberatore, Roberto il Guiscardo mise a ferro e fuoco tutta l’area lateranense, arrecando gravi danni alla porta e alle mura circostanti. Anche il re Ladislao di Napoli entrò da qui nel 1404, e quattro anni dopo ne ordinò, per la prima volta, la chiusura per motivi difensivi. Ma fu riaperta dopo solo un mese. Venne definitivamente chiusa nel 1574, contemporaneamente all’apertura della vicina Porta San Giovanni, resa necessaria nell’ambito della ristrutturazione dell’intera area lateranense per agevolare il traffico da e per il Sud d’Italia. A quell’epoca, del resto, la porta Asinaria era divenuta ormai quasi inagibile per il progressivo innalzamento del livello stradale circostante, circa 9 metri, e anche per questo era ormai del tutto inadeguata a sostenere il volume di traffico, sebbene apparisse molto più imponente dell’altra.
    E’ proprio l’interramento progressivo che, però, ha consentito la conservazione, come è avvenuto anche per la Porta Ostiense, della fortificazione interna, conferendo all’intera struttura l’aspetto di un’opera difensiva autonoma.
    La porta deve il suo nome all’antica via Asinaria, percorso molto precedente alla stessa cinta muraria, che l’attraversava confluendo, più avanti, nella via Tuscolana. All’interno della città la via Asinaria diventava invece, con un singolare accostamento toponomastico, la Via Santa, che dal Laterano conduceva alla Basilica di San Pietro: in occasione delle incoronazioni dei nuovi pontefici nel Medioevo essa veniva percorsa dai papi neoeletti in processione, nella loro duplice veste di Pontefice e Vescovo di Roma. In documenti risalenti al 934 essa viene indicata con il nome di “Porta S. Johannis Laterani”, mentre nel XIII secolo è attestata la denominazione di Porta Lateranense.

    Porta Asinaria, Porta San Giovanni, Piazzale Appio e Basilica di San Giovanni. Si ringrazia RomaSparita.

    Nei pressi della porta venne rinvenuta una delle pietre daziarie, sistemate nel 175 e scoperte in tempi differenti nelle vicinanze di alcune porte importanti, ne sono state trovate solo altre due, vicino alla Salaria e alla Flaminia. Queste pietre erano poste a individuare una sorta di confine amministrativo, e nei loro pressi si trovavano gli uffici di dogana. Ma se questi uffici provvedevano alla riscossione delle tasse sulle merci in entrata e in uscita dalla città, in epoca medievale, dal V secolo e almeno fino al X, vennero adibiti anche alla riscossione del pedaggio per il transito dalle porte, alcune delle quali, secondo una prassi divenuta normale, erano addirittura di proprietà di qualche ricco possidente o appaltatore. In un documento del 1467 è riportato un bando che specifica le modalità di vendita all’asta delle porte cittadine per un periodo di un anno. Da un documento del 1474 si apprende che il prezzo d’appalto per la porta San Giovanni, da leggersi pertinente alla Porta Asinaria visto che la San Giovanni venne aperta un secolo dopo, era pari a ”fiorini 74, sollidi 19, denari 6 per sextaria”, dove con la parola sextaria si indica che il

    Porta Asinaria in una stampa antica.

    pagamento avveniva in rate semestrali: Si trattava, secondo gli studiosi, di un prezzo abbastanza alto, e intenso doveva quindi essere anche il traffico cittadino per quel passaggio, per poter assicurare un congruo guadagno al compratore. Guadagno che era regolamentato da precise tabelle che riguardavano la tariffa di ogni tipo di merce, ma che era abbondantemente arrotondato da abusi di vario genere, a giudicare dalla quantità di gride, editti e minacce, che venivano emessi.
    Dopo la chiusura avvenuta nel 1574 la porta rimase chiusa per più di due secoli quando il 21 aprile del 1954 venne riaperta in occasione della festa del Natale di Roma, dopo un lungo e accurato restauro. Oggi la porta è utilizzata solo come passaggio pedonale.

    Roma, 16 febbraio 2019

  3. Santa Prassede. Il Giardino del Paradiso.

    Parallela a via Merulana, corre, prossima a Santa Maria Maggiore, via di Santa Prassede. Sulla destra, un muro e una porta anonima costituiscono l’ingresso alla chiesa di Santa Prassede, che conduce direttamente alla navata destra di un luogo di indicibile bellezza.

    Santa Prassede – Interno.

    Questa straordinaria testimonianza dell’ecclesia romana dell’Alto Medioevo si annuncia con un protiro a due colonne e timpano nella stretta e buia via di San Martino ai Monti, che è una parte dell’antica via Suburra. Vicina alla chiesa è pure l’alta casa – ogni secolo l’aggiunta di un piano – dove visse il secentesco pittore bolognese Domenico Zampieri, detto Domenichino.
    Pur rimaneggiata, la chiesa conserva il suo splendore di linee e colori: mosaici del secolo IX, pitture del XVI, cassettoni policromi del soffitto, bellissimo pavimento rifatto alla maniera dei Cosmati.
    E’ vero che si entra da un ingresso laterale, ma conviene portarsi subito al fondo della chiesa dove si apre un quadrato cortile che fece parte della navata principale della basilica paleocristiana e che divenne atrio nel rifacimento generale dell’edificio curato da papa Pasquale I nel secolo IX. La semplice facciata in mattoni è proprio quella che disegnò il papa Pasquale I e qui si trovano le colonne superstiti che probabilmente facevano parte della basilica sorta nel V secolo dopo Cristo e vi si apre uno scuro voltone che corrisponde all’ingresso principale.
    La tradizione vuole che proprio qui, dove oggi sorge la chiesa, la martire Prassede raccogliesse il sangue dei martiri caduti per la fede, in un pozzo. Il luogo è oggi indicato da una rota, un grosso disco, di porfido rosso, incastonato nel pavimento in stile cosmatesco. Questo pozzo cadeva nella estesa proprietà della famiglia di Prassede, e oggi gli studiosi tendono a collocare la casa di famiglia vera e propria in corrispondenza della vicina chiesa dedicata a Santa Pudenziana.

    Santa Pudenziana raccoglie il sangue dei martiri.

    La chiesa dedicata a santa Prassede ha origini molto antiche. E’ attestato che attorno alla basilica di Santa Maria Maggiore sorsero molte chiese, tra cui, come riportato da una lapide del 491, un titulus Pudentis, temine con cui si indica il fatto che la casa del senatore cristiano Pudente, che si convertì tra i primi al cristianesimo grazie a San Pietro, fosse stata, in tutto o in parte, trasformata in luogo di culto cristiano. Sempre la tradizione vuole che, proprio qui trovasse ospitalità San Pietro, e che fu proprio quest’ultimo a somministrare il battesimo alle due figlie di Pudente: Prudenziana e Prassede.
    Pudente subì il martirio sotto Nerone, e, in seguito a ciò, Prassede e Pudenziana, con il consenso di Papa Pio I, fecero costruire, 142 – 145, un battistero per i nuovi cristiani all’interno della loro proprietà di famiglia. Le due sorelle, Pudenziana e Prassede, operarono, quindi, durante la persecuzione di Antonino Pio, e fu proprio questa loro attività a causare il loro martirio. Alla morte di Pudenziana, Prassede utilizzò il patrimonio della sua famiglia per costruire una chiesa sub titulo Praxedis. Nascose molti cristiani perseguitati, quando questi, furono scoperti e martirizzati, raccolse i corpi per seppellirli nel cimitero di Priscilla, sulla Via Salaria, dove anche lei trovò sepoltura insieme alla sorella e al padre. Il Liber pontificalis ci informa che papa Adriano I verso il 780 rinnovò completamente ciò che restava del titulus Praxedis.

    Il pavimento in stile cosmatesco della chiesa di Santa Pudenziana.

    La chiesa attuale venne completamente ricostruita nell’822 da papa Pasquale I, in occasione della traslazione dei resti di duemila martiri dalle catacombe, ormai definitivamente esposte alle impunite incursioni saracene nella campagna romana.
    Una scalinata portava all’atrio; qui si alzava la semplice facciata romanica quale ci appare oggi, salvo l’aggiunta dell’equilibrato portale collocato nel 1560 da san Carlo Borromeo, titolare della basilica.
    L’interno conserva sostanzialmente la foggia della chiesa del secolo IX, con le tre navate basilicali divise da antiche colonne di granito che reggono un architrave di spoglio, con l’arcone trionfale e l’abside luccicante di mosaici. Coppie di pilastri intercalati alle colonne sorreggono tre grandi archi trasversali aggiunti per rinforzo nel secolo XII e irrobustiti nel XVI, mentre sulle pareti della navata mediana grandi pannelli manieristici dal festoso colore raccontano le storie della Passione.
    Interessante è il pavimento in stile cosmatesco, realizzato nel corso di restauri condotti da Antonio Muñoz nel 1917. La fredda levigatezza del marmo segato a macchina e l’estrema precisione dei bordi delle pietruzze denunciano l’opera moderna, che è comunque di ottimo gusto per quanto attiene al disegno e alla scelta dei colori.

    Arcone dell’abside di Santa Praseede.

    Nel Settecento, il cardinale Ludovico Pico della Mirandola fece trasformare e ampliare il presbiterio occupando lo spazio del transetto e portando avanti l’ingresso della “confessione”. Questa ha nel fondo un antico affresco della Madonna Regina fra le Sante Prassede e Pudenziana, e un paliotto cosmatesco; un corridoio d’accesso è affiancato da quattro bellissimi sarcofagi strigilati e sovrapposti a coppie, contenenti reliquie di martiri, uno è dedicato alle spoglie delle due sorelle martiri. Una scritta racconta come qui Giovan Battista De Rossi, il padre dell’archeologia cristiana, avvertì l’ispirazione a dedicarsi al recupero dei cimiteri sotterranei.
    Dai due lati della confessione si sale al livello del presbiterio mediante ampie scale con gradini in splendido marmo rosso antico, tanto apprezzato che, al tempo del Dipartimento del Tevere, si era progettato di asportarlo per utilizzarlo a Parigi nel trono di Napoleone.
    Nel presbiterio si notano le due transenne laterali che reggono le cantorie, costruite da tre colonne ciascuna, il cui fusto è suddiviso in rocchi da corone d’acanto. Tutta la sistemazione del presbiterio è settecentesca, come lo è il mosso baldacchino di Carlo Fontana, che riutilizzò le quattro colonne di porfido di quello originario.
    Nell’abside, gli apostoli Pietro e Paolo presentano le due sorelle al Cristo dominante al centro, mentre Pasquale I offre il modellino della chiesa. L’intera composizione è ispirata da quella dell’abside dei Santi Cosma e Damiano.

    Giulio Bargellini in Santa Prassede.

    In basso, con il motivo del fiume Giordano, c’è una teoria di pecorelle. Nell’arco absidale una serie di “seniori” dell’Apocalisse tendono all’Agnello mistico le loro corone di gloria. Nell’arco trionfale torme di eletti sullo sfondo dei cieli sono accolti dagli angeli nella Città celeste.
    Tuttavia le più alte emozioni sono riservate dalla Cappella di San Zenone detta anche Giardino del Paradiso che Pasquale I eresse a metà della navata destra come mausoleo della madre Teodora: si tratta della più significativa testimonianza della cultura artistica bizantina che sia rimasta a Roma, come documento della lunga fase di predominio politico e culturale dell’Oriente.
    Introduce alla cappella un arco con decorazione musiva cui si sovrappongono due colonne di granito nero sorreggenti un meraviglioso architrave. Su di esso poggia una grande e pregevole urna funeraria.

    Cappella di San Zenone – Soffitto.

    L’interno è degno del nome “Paradiso” che si dà alla cappella. Idealmente poggiando su quattro colonne collocate negli angoli del piccolo vano quadrato, quattro angeli in mosaico con le braccia alzate reggono al centro della volta tutta d’oro un tondo col volto di Cristo. Altri mosaici sono nelle lunette e sull’altare dove è collocata l’antica immagine di Santa Maria liberaci dalle pene dell’inferno. Molto interessante è il pavimento, coevo alla costruzione della cappella e quindi esempio di transizione tra l’antico opus sectile marmoreum e i lavori che i marmorari romani cominciarono ad eseguire nel secolo XI.
    In una attigua piccola cappella, viene conservata la colonna detta della Flagellazione, un piccolo tronco di diaspro sanguigno che il cardinale Giovanni Colonna portò da Gerusalemme nel 1223. In un’altra cappella, pure vicina a quella di San Zenone, si trova una bella tomba quattrocentesca della scuola di Andrea Bregno; in un pilastro di fronte è il primo monumento funebre realizzato dal giovanissimo Gian Lorenzo Bernini.
    Interessanti sono le Cappelle Borromeo e Olgiati che si aprono nella navata di sinistra. In fondo alla navata destra, tombe e marmi della chiesa preesistente. In sagrestia, belle tele di cui una Flagellazione già attribuita a Giulio Romano e una impressionante Deposizione di Giordano De Vecchi.

    Roma, 2 febbario 2019

  4. Palazzo della Cancelleria Apostolica: i tribunali della Santa Sede.

    Sede storica della Cancelleria Apostolica, ancora oggi il Palazzo della Cancelleria accoglie i tribunali della Santa Sede: la Penitenzieria, la

    Palazzo della Cancelleria. Si ringrazia RomaSparita.

    Segnatura e la Rota Romana. Progettato tra il 1486 e il 1496 è a tutt’oggi di proprietà esclusiva della Sede Apostolica e pertanto gode delle immunità riconosciute alle Ambasciate Estere in quanto zona extraterritoriale della Santa Sede.
    È considerato dagli storici dell’arte e dell’architettura il massimo esempio di reggia cardinalizia, sede della corte di influenti principi della Chiesa. Ritenuto nel passato il capolavoro del Bramante, la critica storica tende negli ultimi anni ad attribuirlo ad Andrea Bregno, lasciando al Bramante il merito del perfetto cortile e della chiesa di San Lorenzo in Damaso inglobata nella costruzione. Un fatto senza precendenti a Roma: la fusione di Palazzo e «chiesa palatina».

    Chiostro del Bramante – Palazzo della Cancelleria.

    Il palazzo va comunque considerato il capolavoro del mecenatismo della discendenza di Sisto IV della Rovere: realizzato dal nipote, cardinale Raffaele Riario, che vi profuse ogni sua risorsa – anche vincite al gioco, si dice – dovette certamente molto anche all’altro nipote, Giulio II della Rovere, il cui stemma è sul palazzo e il cui pontificato terminò al completamento di esso.
    In una prima fase la fabbrica doveva avere una mole limitata in quanto palazzo del cardinale titolare di San Lorenzo in Damaso, adiacente alla chiesa e con una torre angolare, sul modello di Palazzo Venezia. Un progetto più ambizioso di palazzo con quattro torri fu elaborato forse intorno al 1488 – 1489 e comunque entro il 1495: l’antica chiesa di San Lorenzo in Damaso fu demolita, ricostruita più a sinistra e inglobata in un colossale blocco edilizio trapezoidale; al suo posto veniva edificato il cortile. La parte retrostante, verso il giardino, fu completato dopo il 1511 per l’elezione del Riario a Episcopus Ostiensis.

    Sala Regia – Palazzo della Cancelleria.

    Un ruolo importantissimo fu svolto dal Riario che gli permise di essere al corrente delle più attuali tendenze culturali e delle più moderne iniziative edilizie e di conoscerne gli operatori, architetti e artisti. Le forti tangenze col Palazzo Ducale di Urbino vengono spiegate col soggiorno del Riario ad Urbino nel 1480 e con l’intervento di Baccio Pontelli. Molti studiosi ritengono che il cardinale affidasse il programma edilizio ad un vero e proprio collegio di architetti, del quale poterono far parte personalità emergenti come Giuliano da Sangallo o Antonio da Sangallo il vecchio.
    E ad Andrea Bregno, il nuovo “Policleto”, esecutore di Palazzo della Cancelleria. A lui, che assunse un ruolo dominante nell’ultimo quarantennio del Quattrocento, è stata attribuita l’ideazione del parametro scultoreo delle facciate, e in particolare i due balconi su via del Pellegrino con le iscrizioni “HOC OPUS” e “SIC PERPETUO” relative ai due motti scelti dal cardinale Riario. Alcuni studiosi sostengono poi anche

    Soffitto della Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    l’intervento di Bramante, il quale, secondo Vasari, si sarebbe trovato “con altri eccellenti architettori alla resoluzione di gran parte del palazzo e della chiesa di San Lorenzo”. Il linguaggio bramantesco è stato rilevato nell’impostazione generale, nella scansione degli ordini e nel cornicione.
    Grazie all’intervento dei maggiori architetti e artisti dell’epoca, oggi del Palazzo si ammira la pacata armonia della facciata, la cui lunghezza è equilibrata dai due avancorpi appena accennati, il cortile, assoluto capodopera del genere, lo scalone, un portale quattrocentesco che si trova nel primo loggiato, la Sala Riaria, o Aula Magna, il Salone detto “Dei Cento Giorni” perché il Vasari, che lo decorò con illustrazioni dei “Fatti della vita di Paolo III Farnese” ebbe a vantarsi di aver compiuto l’opera in soli cento giorni. “E si vede”, commentò Michelangelo.
    L’appartamento cardinalizio sempre al piano nobile ha belle decorazioni di Perin del Vaga. Nell’edificio si trova anche un salone ad uso del teatrino creato dal cardinale Pietro Ottoboni, Ne è notevole il soffitto decorato secondo il gusto di Filippo Juvara. Nella seconda metà del Seicento, il palazzo era infatti divenuto un centro fervido di vita teatrale e musicale dove si esibirono i maggiori artisti del secolo, a cominciare da Arcangelo

    Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    Corelli. Nel sotterraneo del palazzo ci sono avanzi di un sepolcro romano del primo secolo avanti Cristo – eretto per il generale cesariano Hirzio – e un mitreo.
    Nel 1517 il palazzo fu confiscato al Riario, per aver partecipato alla congiura contro Leone X e passò al cardinale Giuliano de’ Medici il quale vi svolse le funzioni di vice-cancelliere della Santa Chiesa. Salito questi al papato, la Cancelleria rimase nel palazzo, dove risiede tuttora, con l’avallo, prima, della legge delle Guarentigie,1871, e poi dei Patti Lateranensi,1929.
    Ebbero transitoria sede nel palazzo, il Tribunale della Repubblica Romana, 1789 – 1799, la Corte Imperiale Napoleonica, 1810, il Parlamento Romano, 1848, l’Assemblea Costituente della Repubblica Romana, 1849. Pellegrino Rossi, esponente del governo liberale di Pio IX, venne assassinato nell’atrio, a seguito di un complotto, il 25 novembre 1848.
    Sulla stessa piazza della Cancelleria e sul fianco destro del palazzo, ove ora corre Corso Vittorio, erano le case dei Galli che ospitarono il giovane Michelangelo alla sua prima venuta a Roma.

    Sala dei Cento Giorni – Giorgio Vasari.

    Il fianco sinistro del palazzo segue l’andamento un po’ curvilineo di via del Pellegrino, riordinata nel 1497 da Alessandro VI a continuazione dei programmi urbanistici delineati da Sisto IV. Il lato destro, con avancorpi più rilevati e nel quale sembra maggiormente si scorgere l’impronta bramantesca, è stato valorizzato dall’apertura, verso il 1880, di Corso Vittorio. Di quell’epoca è anche un generale restauro del palazzo ad opera del Vespignani. Grandi restauri all’ala destra del palazzo vennero eseguiti durante il pontificato di Pio XII per rimediare ai gravi danni arrecati dall’incendio del 31 dicembre 1939 che aveva provocato il crollo del soffitto di San Lorenzo in Damaso e del sovrastante pavimento della Sala dei cento giorni.

    Roma, 13 gennaio 2019