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  1. Hokusai. Sulle orme del maestro.

    Hokusai racconta, in un celebre scritto di suo pugno, di aver iniziato a disegnare all’età di cinque anni. La sua carriera “ufficiale” da pittore inizia però a diciannove

    Autoritratto – Hokusai 1830

    anni quando entra nella bottega di Katsukawa Shunshō, uno dei massimi pittori dell’ukiyōe attivo nella seconda metà del Settecento. Qui Hokusai, che nella realtà si chiamava Tokitarō, riceve il suo primo nome da pittore direttamente dal suo maestro. Da questo momento in poi si chiamerà e firmerà le sue opere con il nome di Shunrō.
    Nel corso della sua lunga vita di uomo e di artista, il maestro più conosciuto della pittura giapponese cambierà il nome moltissime altre volte, alcuni gli riconoscono almeno una trentina di nomi diversi, ma cinque di essi segnano i passaggi fondamentali, momenti di trasformazione profonda dell’arte, trasformazione che non riguarderà solo le modalità pittoriche vere e proprie, a esempio la maturità e la sicurezza proprio nel segno grafico o l’uso del colore, ma riguarderà la maniera del maestro di guardare alla realtà che lo circonda e le modalità con cui rappresentarla.

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  2. Racconto

    L’acquerello senza firma

    Francesco Roesler Franz

    In occasione della presentazione del libro “Ettore Roesler Franz. Biografia romanzata del pittore di Roma Sparita”, di Francesco Roesler Franz per Intra Moenia, pubblichiamo un breve racconto tratto dal volume.

    Dopo un paio di giorni necessari per ambientarsi nella dimora della marchesa, lo zio Pietro portò Ettore sulla terrazza per fargli ammirare il panorama mozzafiato. In mezzo al terrazzo, incorniciata da un ampio pergolato, si ergeva una fontana usata per alleviare la calura estiva. Ettore fu colpito da tanta bellezza e chiese allo zio se avesse potuto dipingere lì. Pietro non aspettava altro, ne fu assai felice e andò a chiamare immediatamente la marchesa, che ordinò a un cameriere di salire il cavalletto dallo studio. Lo zio adorava l’archeologia e i miti del passato, immaginava che il terrazzo fosse stato costruito ispirandosi ai celebri giardini sospesi di Babilonia. Ettore, sotto lo sguardo amorevole della zia, cominciò a dipingere per prima cosa lo straordinario paesaggio. Nei giorni seguenti si occupò di ritrarre nel dipinto la marchesa e gli zii, intenti ad ammirare quella meravigliosa veduta. Dipinse Pietro vicino alla marchesa Pallavicini, mentre più in dietro posizionò Maddalena, vestita come sempre di nero. Tuttavia, in quella occasione volle farsi ritrarre con lo scialle rosso scarlatto, il suo colore preferito, un caro ricordo dell’amato figlio Giuseppe che le aveva portato da Napoli, come dono della nonna, un anno prima di morire.

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  3. Articolo

    Non risparmiò né Roma né il popolo

    Marta Sordi

    L’episodio dell’incendio di Roma del 64 dopo Cristo è uno degli episodi che si trova sospeso tra tradizione e storia reale, tra letteratura e pettegolezzo. Pubblichiamo su questo argomento un articolo di Marta Sordi comparso nel 2004 sul mensile 30Giorni. 

    Fatta eccezione per Tacito (Annales XV, 38), che accanto alla versione dell’incendio provocato dolosamente da Nerone (dolo principis) conosce anche la versione di coloro che attribuivano al caso (forte) l’incendio stesso, tutte le fonti antiche lo

    L’incendio di Roma – Robert Hubert.

    attribuiscono con certezza a Nerone, dal contemporaneo Plinio il Vecchio, che è probabilmente alla base della tradizione successiva (Naturalis historia XVII, 1, 5), all’autore senechiano dell’Octavia, a Svetonio (Nero, 38), a Dione (LXII, 16, 18). Scoppiato il 19 luglio del 64, l’incendio durò, secondo Svetonio, sei giorni e sette notti, ma riprese subito, partendo dalle proprietà di Tigellino e alimentando così i sospetti contro l’imperatore, e si protrasse ancora per tre giorni, come risulta da un’iscrizione (CIL VI, 1, 829, che dà la durata di nove giorni).
    I moderni tendono ormai a negare la responsabilità diretta di Nerone nell’incendio: tutte le fonti però sono d’accordo nel dire che furono viste persone che attizzavano l’incendio una volta che questo era iniziato.
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  4. Racconto

    La tomba di Paolo

    Stefania Falasca e Giovanni Ricciardi

    Dal volume di Stefania Falasca e Giovanni Ricciardi, “O Roma Felix. Luoghi della memoria cristiana a Roma”, Trenta Giorni Società Cooperativa, Roma, 1999, pp. 176, pubblichiamo un estratto che parla della sepoltura dell’Apostolo Paolo in San Paolo fuori le Mura.

    Basilica di San Paolo – Giuseppe Vasi

    Lungo la via Ostiense, due miglia fuori dalla cinta delle Mura Aureliane, sorge la basilica di San Paolo. È qui che, secondo una ininterrotta tradizione, riposano le spoglie dell’Apostolo delle genti. Paolo trovò il martirio a Roma quasi certamente nell’anno 67.
    Secondo la tradizione attestata in numerosi martirologi e atti apocrifi, la notte seguente la sua decapitazione, avvenuta in una località detta “palude Salvia”, presso Roma, poi detta Tre Fontane, alcune donne, tra cui una certa Lucina, presero il suo corpo per dargli sepoltura in un podere di proprietà della stessa Lucina, praedium Lucinae. Effettivamente, su questo tratto della via Ostiense è stato trovato un complesso cimiteriale, i cui resti sono venuti alla luce a più riprese. Il sepolcro di Paolo doveva dunque trovarsi all’interno di una vasta necropoli, sviluppatasi tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C.

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