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  1. Bernini versus Borromini: a Sant’Andrea delle Fratte e al Palazzo di Propaganda Fide

    Molti sono a Roma i luoghi palcoscenico dell’incontro – scontro, dove si possono gustare le azioni artistiche dei due più grandi attori del Barocco romano: a Piazza Navona, con la Fontana dei Fiumi dell’uno e la facciata della chiesa di Sant’Agnese

    Francesco Borromini.

    in Agone dell’altro; all’interno e all’esterno della basilica di San Pietro con le storie legate al baldacchino e ai campanili della facciata; o ancora lì, dove i due presero a misurarsi sulle rispettive prodezze architettoniche, ovvero nelle chiese di Sant’Andrea al Quirinale e di San Carlino alle Quattro Fontane; e poi Palazzo Barberini, altro luogo di accesa competizione. I due sono, ovviamente, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini registi indiscussi del barocco romano.
    Gli esempi citati sono solo alcuni dei tanti episodi che la storia e la tradizione riferiscono della loro accesa rivalità, vera o presunta che sia. Tra questi va annoverato, anche, ciò che accadde nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte e al Palazzo di Propaganda Fide.
    Come spesso accadeva i due grandi artisti lavoravano distanti uno dall’altro pochi metri, e in questa particolare occasione anche a due passi da Trinità dei Monti e dalla Fontana della Barcaccia, scolpita da Pietro Bernini, padre di Gian Lorenzo.
    La chiesa di Sant’Andrea delle Fratte è chiesa interessantissima già per l’origine del nome “fratta”, uguale a siepe o macchia, che ricorda l’aspetto campagnolo a lungo conservato in quest’area del rione Colonna, ai limiti della città barocca. La basilica era indicata, infatti,“inter hortos et ad caput domorum”, ovvero tra gli orti e in cima alle case, ovvero Capo le Case che resta come toponimo, cioè ai limiti del centro abitato. È anche nota come Santuario della Madonna del Miracolo, perché al suo interno, l’avvocato e successivamente sacerdote francese Alphonse Marie Ratisbonne, ebbe un’apparizione mariana il 20 gennaio del 1842.

    Gian Lorenzo Bernini – Autoritratto.

    La costruzione della chiesa attuale fu avviata nel 1612 su un edificio più antico, già ricordato nel secolo XII, che, nel XV, era stato chiesa nazionale degli scozzesi. Questa chiesa più antica, nel 1585, fu affidata, da Sisto V, ai Minimi di San Francesco di Paola che stavano nella vicina Trinità dei Monti. In una fase di rilancio edilizio della zona, il marchese Ottavio Benedetto Del Bufalo ne finanziò la ricostruzione che inizialmente fu curata dal modenese Gaspare Guerra, e successivamente, dopo una lunga sospensione, nel 1653 fu affidata alla responsabilità di Francesco Borromini.
    Nella Pasqua del 1645, la chiesa aveva acquisito un nuovo parrocchiano: Gian Lorenzo Bernini.
    Questi aveva acquistato una casa molto spaziosa a via della Mercede, a due passi da Sant’Andrea delle Fratte, e vi si era trasferito con la sua numerosissima famiglia. Tanto che il parroco nel suo registro definisce la zona come “Isola del Cavalier Bernino”.
    Bisogna aggiungere che questi erano gli anni in cui la polemica tra i due era ai più alti livelli: Borromini, infatti, aveva avuto molto a che ridire sui due sciagurati campanili di San Pietro disegnati dal Bernini che, per imperizia architettonica, stavano per crollare mettendo addirittura in pericolo la facciata della basilica di San Pietro. La questione fu risolta con l’arrivo al soglio pontificio di Innocenzo X, che ostile al Bernini fino a quel momento amatissimo in Vaticano, li aveva fatti abbattere senza esitazione alcuna, dopo aver incaricato Borromini di realizzare la perizia tecnica.
    Tornando alla storia di Sant’Andrea delle Fratte, ecco che, nel 1653, come s’è già accennato, alla ristrutturazione fu chiamato Francesco Borromini, il cui genio ha lasciato tracce straordinarie specie nel campanile, nell’abside e nel movimentato

    Sant’Andrea delle Fratte.

    tamburo che avvolge la cupola: è proprio quest’ultima struttura incompiuta, con laterizio in vista, che sembra meglio svelare il segreto del mago del dinamismo architettonico. Il campanile, finito prima del 1665, è di forma stupefacente. La piccola torre campanaria risulta con due ordini prismatici cui ne segue uno cilindrico al quale ne succede un altro a pianta ondulata: questa è sormontata da una stilizzazione dello stemma del marchese Del Bufalo. L’interno è largamente improntato dall’architettura ecclesiastica del Cinquecento, con un transetto assai stretto per mancanza di spazio. L’impianto della volta e l’abside furono realizzati dal Borromini tra il 1653 e il 1665. Secondo l’intendimento del grande architetto, la cupola sarebbe dovuta risultare altissima, impostata sull’alto del tamburo. Invece, rimasti incompiuti i lavori per mancanza di finanziamenti e poi per la sua morte, tragicamente avvenuta nel 1667, la volta interna fu costruita da Mattia De Rossi nel 1691.
    Ma anche all’interno della chiesa di Sant’Andrea delle Fratte il confronto tra i due artisti barocchi si fa serrato anche se indiretto e postumo. Qui, infatti, nel 1729, ai lati dell’altare maggiore, saranno collocati, per volontà di Clemente IX Rospigliosi, che intese preservarli dall’offesa delle intemperie, i due angeli che portano rispettivamente il cartiglio e la corona di spine, realizzati dal Bernini per il Ponte Sant’Angelo, dove però non furono mai sistemati. I due angeli, gli unici realizzati di mano propria del Bernini ormai anziano, per la decorazione del Ponte, furono offerti alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte da Prospero, il nipote del Bernini, che abitava ancora nel vicino palazzetto di famiglia di via della Mercede.

    Sant’Andrea delle Fratte – Campanile. Si ringrazia RomaSparita.

    La prosecuzione di via di Sant’Andrea delle Fratte diventa via di Propaganda, la quale introduce in Piazza di Spagna. Qui si erge l’imponente Palazzo di Propaganda Fide, tra i più interessanti complessi monumentali di Roma che costituisce, dagli inizi del secolo XVII, la centrale missionaria del cattolicesimo. In pieno fervore di scoperte geografiche e mentre era in corso il processo di mutilazione provocato dalla Riforma, la Chiesa si organizzò per estendere la sua azione nei nuovi continenti, riprendendo lo slancio missionario che, nel Medioevo, l’aveva portata ad allargarsi in tutta Europa.
    Papa Urbano VIII Barberini costituì nel 1627 una Congregazione de Propaganda Fide alle cui dipendenze pose un collegio destinato ad accogliere e a formare alunni provenienti dai Paesi nei quali era in corso la persecuzione o nei quali erano avviate missioni. Il palazzo di Piazza di Spagna, acquisito fin dal 1625, fu a lungo l’esclusiva sede delle iniziative missionarie, ospitando anche una tipografia poliglotta cui, per un certo periodo, fu preposto il grande incisore, tipografo e stampatore Giambattista Battista Bodoni, noto per i caratteri tipografici da lui creati. Dal 1921, il palazzo è rimasto sede della sola Congregazione che, dopo il Concilio Vaticano II ha assunto la nuova denominazione di Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli o De Propaganda Fide.
    Il palazzo occupa un ampio isolato a forma di trapezio. Una costruzione del XVI secolo, fu gradualmente trasformata, con successivi interventi i quali presero l’avvio con la realizzazione della facciata sulla piazza da parte di Gian Lorenzo Bernini nel 1644, mentre le facciate sugli altri lati, databili al 1655, sono state realizzate undici anni dopo, guarda caso, dal grande rivale Francesco Borromini.

    Palazzo della Propaganda Fide -Giuseppe Vasi.

    Il cantiere del palazzo, diretto da Borromini, veniva a cadere proprio di fronte al palazzo abitato da Bernini e dalla sua famiglia, e se è ormai noto che la rivalità tra i due, che in piazza Navona passa per la posizione della mano della personificazione del Rio della Plata, che sembra difendersi dalla potenziale caduta della facciata della chiesa di Santa Agnese in Agone, sia leggenda, sembra invece vero l’episodio che riguarda quest’altro cantiere.
    Borromini, infatti, non perse l’occasione per esprimere alla sua maniera ciò che pensava dell’abilità di Bernini quale architetto e scolpì, sulle pietre della facciata del palazzo della Propaganda Fide che guardavano verso la casa di Bernini, due enormi orecchie d’asino. Bernini non perse a sua volta l’occasione e, in risposta, scolpì un enorme fallo sul cornicione del suo palazzo, che indicava proprio il cantiere di Bernini.
    Le cronache dell’epoca riportano che “ambedue le opere” furono “sformate per decenza” dall’autorità pontificia per motivi di ordine pubblico.
    Dal punto di vista architettonico si può aggiungere che, mentre nella costruzione della facciata su piazza di Spagna il Bernini dovette essere condizionato dalla costruzione preesistente, tanto che l’edificio assunse l’aspetto di un fortilizio, il Borromini potè muoversi con maggior agio, concedendo piena libertà al suo estro inventivo, sia per i movimenti delle murature, sia per le decorazioni.

    Oratorio dei re Magi – Palazzo Propaganda Fide.

    Ma la competizione dei due, per caso e per la storia, non si fermò a questo confronto di stampo goliardico, ma investì anche la realizzazione del così detto Oratorio dei Re Magi, all’interno del Palazzo di Propaganda Fide. Troppo grande per essere chiamato cappella e troppo piccolo per assurgere al ruolo di chiesa, privo di una facciata per cui esso risulta difficile da identificare, l’Oratorio fu costruito una prima volta da Bernini su pianta ellittica. Nel 1639 l’edificio può dirsi completato, ma manifestandosi l’esigenza di aumentare la sua volumetria, con l’arrivo al soglio pontificio di Innocenzo X, il cantiere è sottratto a Bernini per essere assegnato a Borromini.
    Quest’ultimo sceglie di cancellare completamente l’impronta del suo rivale imponendo all’edificio una classica pianta rettangolare. L’Oratorio sarà costruito fra il 1662 e il 1664, ed è proprio l’architettura di Borromini che sopravvive e perviene a oggi. Si tratta di un grande e luminoso salone, di forma parallelepipeda, dal bianco intonaco, nel quale l’effetto del movimento e di novità è affidato soprattutto agli stucchi decorativi, specie nelle nervature che intersecano la volta quasi piatta e alle sei nicchie, che ospitano altrettanti busti di marmo chiaro su basi nere.

    Oratorio dei Re Magi – Soffitto.

    Il motivo a intreccio che si realizza sulla volta, e che suggerisce il motivo a lacunari tante volte indagato da entrambi gli architetti, qui crea l’illusione di un volume più grande, che conferisce a tutto l’edificio maggiore slancio e armonia.
    Ma dall’edificio costruito dal Bernini provengono molte delle opere pittoriche che sono ospitate nelle cappelle dell’Oratorio come “La Conversione di San Paolo” di Carlo Pellegrini e l’ ”Adorazione dei Re Magi”, posta proprio sull’altare, di Giacinto Gimignani.
    Le cronache raccontano che in occasione dell’Epifania del 1775, nell’Oratorio, furono officiate più messe contemporaneamente nei diversi riti orientali: alessandrino, antiocheno, bizantino, armeno e caldeo, con musiche e canti scelti per i pellegrini che erano giunti a Roma in occasione del Giubileo e che provenivano proprio dal mondo greco, maronita e siriano. Alla messa assistettero anche gli alunni del Collegio della Propaganda Fide e alcuni nuovi allievi furono vestiti con gli abiti talari per la prima volta proprio in questa occasione.

    Roma, 3 febbraio 2018

  2. Articolo

    Stelle cadenti. Jackson Pollock, Argento Verde.

    di Camille Paglia

    Dal volume “Seducenti immagini”di Camille Paglia (Società Editrice Il Mulino, Bologna 2012, pp. 294), pubblichiamo il capitolo Stelle cadenti. Jackson Pollock, Argento Verde.

    Blue Poles – Jackson Pollock – 1952.

    L’Espressionismo astratto ha conquistato il design moderno, dove è diventato un motivo decorativo consueto per qualsiasi cosa, dalla carta regalo al linoleum da cucine.
    Sorprende tuttavia che negli Stati Uniti molte persone fuori dei centri urbani guardino ancora alla pittura astratta con sospetto, come se fosse uno scherzo o una truffa. Preso atto di questa tenace scetticismo, faremmo forse bene a riconoscere che l’arte astratta è più spesso scadente che buona, e che nel corso dei decenni una quantità di goffe imitazioni ne ha compromesso il valore. Ragione di più per celebrare i capolavori di questo difficile genere.
    Jackson Pollock fu al tempo stesso beneficiario e vittima del culto americano della celebrità. Fu la prima superstar dell’arte americana, che era rimasta da sempre all’ombra di quella europea. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, divenne un simbolo del trasferimento della capitale mondiale dell’arte da Parigi a New York, dopo secoli di predominio francese. Nato in un allevamento di pecore nel Wyoming, Pollock sembra incarnare la rude indipendenza della frontiera americana. L’abbigliamento rozzo e le sue maniere brusche valsero a infrangere l’immagine stereotipata degli artisti, che gli americani, inclini al senso pratico e al conformismo, con sprezzo giudicavano spesso smidollati o snob.

    continua…

  3. La realtà irrompe nell’arte. Galleria Nazionale D’Arte Moderna. Una lettura.

    Certi musei sono come le città, offrono la possibilità di essere letti su livelli diversi, affrontando molteplici temi.

    Castel dell'Ovo a Napoli - Anton Sminck Plitoo - Galleria Nazionale d'Arte Moderna

    Castel dell’Ovo a Napoli – Anton Sminck Plitoo – Galleria Nazionale d’Arte Moderna

    La Galleria Nazionale d’Arte Moderna è uno di questi, anche grazie all’ampio arco di tempo coperto che va all’incirca dalla seconda metà dell’Ottocento al presente, è un museo che consente letture che seguono temi e piani diversi, anche non esclusivamente artistici.
    La GNAM (acronimo di Galleria Nazionale d’Arte Moderna, con il quale da diversi anni ci di riferisce a questo museo) nasce dopo l’Unità d’Italia quasi come affermazione dell’orgoglio nazionale, se non proprio come bisogno identitario, del giovanissimo stato italiano, orgoglio nazionale e bisogno identitario che, in quel preciso momento storico, passano anche attraverso l’arte e la cultura.
    Fu così che Guido Baccelli, Ministro della Pubblica Istruzione, nel 1883 decretò l’istituzione della GNAM, il cui obiettivo iniziale era raccogliere le opere di artisti italiani allora viventi o da poco scomparsi.

    La Pazza - Giacomo Balla - Galleria Nazionale d'Arte Moderna

    La Pazza – Giacomo Balla – Galleria Nazionale d’Arte Moderna

    Il nuovo museo trovò una prima sede all’interno del Palazzo delle Esposizioni, anch’esso costruito proprio nel 1883 da Pio Piacentini e realizzato per accogliere mostre d’arte come la Quadriennale di Roma. La collezione però crebbe rapidamente, tanto che lo spazio a disposizione nel Palazzo delle Esposizioni divenne ben presto insufficiente, rendendo necessaria la realizzazione di una sede apposita. Il nuovo edificio, progettato e costruito da Cesare Bazzani, fu inaugurato nel 1911 in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia nella zona di Valle Giulia. Dal 1915 in questa sede, la stessa che ancora oggi ospita la GNAM, raccoglierà le collezioni d’arte nazionale organizzate per scuole regionali.
    Il grande sviluppo in senso moderno della Galleria si ha però nel 1942, con la direzione di Palma Bucarelli e l’acquisizione del ruolo di Soprintendenza Speciale.

    Grande Rosso P.N. 18 - Alberto Burri - Galleria Nazionale d'Arte Moderna

    Grande Rosso P.N. 18 – Alberto Burri – Galleria Nazionale d’Arte Moderna

    La Bucarelli diviene direttore in un momento molto difficile: tra il 1942 e il 1945 il suo impegno consiste soprattutto nel mettere in salvo le opere dalle distruzioni e dai saccheggi della guerra, e nel riportarle a Roma al termine del conflitto. Subito dopo la Bucarelli avviò il suo progetto di ripensare la Galleria.
    Direttore forse poco amato, Palma Bucarelli aveva un’idea molto precisa di cosa avrebbe dovuto essere una Galleria di arte moderna: non un mero contenitore di opere, ma un luogo che deve respirare l’aria che lo circonda, coniugandosi e relazionandosi con il mondo, ma soprattutto deve interagire con la gente, assumendo nel tempo, sempre più, un ruolo didattico.
    Via quindi l’organizzazione, impostata sin dalla fondazione della GNAM, delle opere in funzione dell’appartenenza regionale dei singoli artisti, sostituita da una suddivisione basata sulle correnti artistiche e sui temi affrontati, organizzazione che ancora oggi, in buona sostanza, la GNAM mantiene e grazie alla quale può accadere che uno stesso artista, per il semplice mutare della sua arte, dei suoi interessi, delle sue convinzioni e del suo sentire, sia presente in diverse sale e che in questa maniera se ne possa apprezzare l’evoluzione nel tempo. Due esempi tra tutti possono essere l’ampia collezione di opere di Medardo Rosso e di Balla.
    Questa organizzazione consente ancora oggi che artisti italiani di formazione simile ma provenienti da realtà regionali e sociali diverse possano trovarsi a dialogare nella medesima sala e che quindi Vincenzo Caprile, un impressionista napoletano della Scuola di Resina, si trovi in confronto diretto con il torinese scapigliato Medardo Rosso.

    Il Vecchio (Sciur Faust) - Medardo Rosso - Galleria Nazionale d'Arte Moderna

    Il Vecchio (Sciur Faust) – Medardo Rosso – Galleria Nazionale d’Arte Moderna

    L’apertura fatta dalla Bucarelli all’acquisto di opere di artisti non solo italiani, permette poi di avere sale in cui le opere degli artisti italiani possono dialogare a breve distanza con i loro contemporanei stranieri, lasciando al visitatore la possibilità di effettuare confronti e analisi, che altrimenti non sarebbero possibili. Così in una sala è possibile che Giacomo Balla stia insieme a Vincent Van Gogh, che Gaetano Previati possa dialogare con Gustav Klimt.
    La GNAM offre poi un’occasione quasi unica nel panorama dei musei italiani: quella di seguire con precisione il lento ma inesorabile ingresso della vita quotidiana e soprattutto della società e della gente comune nell’arte.
    All’incirca a partire dalla metà dell’Ottocento era infatti diventato impossibile per gli artisti, per motivi diversi che appariranno evidenti nel corso della visita, ignorare la società e i cambiamenti che stanno avvenendo e nei quali sono immersi. Anzi, spesso sono gli artisti stessi ad essere protagonisti di tali cambiamenti (si pensi a Induno, a Palizzi e a tutti quegli artisti che avevano direttamente partecipato alla Repubblica Romana del 1849 e che non potevano non riversare nella loro arte quel che avevano vissuto) o ne sono comunque investiti con una forza troppo violenta e drammatica perché possano ignorarli: è il caso, per esempio,

    Le Frecce della Vita - Giacomo Balla - Galleria Nazionale d'Arte Moderna

    Le Frecce della Vita – Giacomo Balla – Galleria Nazionale d’Arte Moderna

    del Balla pre-futurista che si interessa ai malati di mente e alla maniera per curarli; di Medardo Rosso che si occuperà quasi esclusivamente del proletariato e sottoproletariato milanese; di Angelo Tommasi che affronterà, in una grande tela del 1896, uno dei temi più drammatici dell’Italia da poco unita: quello dell’emigrazione. L’irruzione nell’arte della gente, della questione sociale, della realtà in tutte le sue declinazioni sarà il tema di questa visita alla GNAM che si concentrerà sul passaggio storico-artistico che va dalla seconda metà dell’Ottocento fino a poco oltre la fine della Seconda Guerra Mondiale, con qualche piccola incursione negli anni venti dell’ottocento.

  4. Pollock e la Scuola di New York

    In mostra al Vittoriano uno dei nuclei più preziosi della collezione del Whitney Museum di New York: Jackson Pollock, Mark Rothko, Willem de Kooning,

    Jackson Pollock – Hans Nmuth.

    Franz Kline e gli altri rappresentati della “Scuola di New York” irrompono a Roma con tutta l’energia e quel carattere di rottura che fece di loro gli artisti – eterni e indimenticabili – del nuovo astrattismo made in USA.
    Sebbene alla “Scuola di New York” sia stata attribuita questa definizione dal sapore didattico essa era in realtà un gruppo informale di poeti, pittori, ballerini e musicisti americani attivi sulla scena newyorkese tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Questi artisti non scrissero mai un vero e proprio manifesto ma trassero spesso ispirazione dal surrealismo e dai movimenti artistici d’avanguardia. Ne furono elementi espressivi l’action painting, l’espressionismo astratto, il jazz, il teatro d’improvvisazione e la musica sperimentale. Tra i poeti che ne fecero parte è bene ricordare quelli della beat generation come Gregory Corso, Allen Ginsberg e Jack Kerouac tra gli altri.
    La scelta dell’astrattismo per molti pittori è una scelta obbligata: siamo in America, in un periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Quest’ultima ha profondamente influenzato la società americana e soprattutto ha permesso il diffondersi dell’idea che fosse impossibile progettare una società su modelli utopici o razionale. Gli artisti, ed in particolare i pittori, non si sentono più in grado di progettare un’opera basata su moduli formali prestabiliti. L’arte si stacca così dalla rappresentazione reale del mondo che circonda l’artista per diventare tentativo di rappresentare il caos. Questa nuova modalità di espressione pittorica viene codificata come “espressionismo astratto”: il gesto di dipingere diviene espressione diretta dell’esperienza dell’artista.

    Gregory Corso e Allen Ginsberg.

    Nell’ambito dell’espressionismo astratto si afferma la personalità e l’ideologia di Jackson Pollock, che è certamente da considerarsi la più alta espressione dell’Action Painting, termine coniato nel 1952 da Harold Rosenberg per dare una definizione alla tecnica che lo stesso Pollock utilizzava per dipingere. Egli infatti attuava una modalità di pittura che prevedeva lo sgocciolamento del colore dal pennello, o direttamente dai barattoli, sulla tela, spesso di enormi dimensioni, stesa per terra, in maniera tale che ci si potesse lavorare contemporaneamente su tutti e quattro i lati.
    In questa maniera la tela non è più uno spazio diviso tra centro e periferia, primo piano e piani ulteriori, ma il suo spazio si allarga e può anche travalicare i bordi stessi del supporto pittorico.
    L’opera non è più progettata ma diviene il risultato di un processo continuo d’improvvisazione portato avanti in uno stato di trance, così che sia direttamente l’inconscio a creare l’opera senza alcuna intermediazione della razionalità.
    La tela che per secoli era stata interprete delle impressioni, dei sentimenti, dei racconti diviene supporto su cui l’esperienza artistica è fissata in quanto vero e proprio ritmo ed essenza vitale.
    Esemplificativo di questa esperienza è la grande tela di Pollock intitolata “Number 27” realizzata nel 1950, e presente in mostra. Sulla tela è possibile risalire al movimento che il braccio di Pollock ha effettuato per depositare la vernice e lo smalto. E’ possibile vedere con chiarezza come il colore non sia stato mai lasciato cadere a coprire completamente il fondo nero, che quindi entra in rapporto dinamico con i colori: contemporaneamente quindi si può leggere il nero come continuamente interrotto dai colori, o i colori come se fossero continuamente interrotti dal nero. Entrambe le possibilità sono vere e coesistono. Il dipinto ha anche una tridimensionalità conferita dalle colature di vernice metallizzata.

    Number 27 – Jackson Pollock.

    Alla fine dell’azione artistica rimarranno impressi sulla tela sei colori: bianco, nero, giallo, verde oliva, grigio e rosa pallido.
    La trama è indecifrabile e tesa a coprire l’immagine che Pollock stesso aveva immaginato, per volere e per dichiarazione esplicita dell’artista: “velare l’immagine, la quale diventa oscura e misterica”.
    Lo stesso Pollock insistette molto perché la sua maniera di dipingere, a metà tra danza, trance e performance fosse documentata con immagini fotografiche e video e il suo desiderio nel 1951 trovò nel regista tedesco Hans Namuth colui che lo attuò.
    Grazie alle foto e ai brevi filmati di Namuth, ancora oggi restiamo affascinati e colpiti da come Pollock lavorasse alla pittura, stravolgendola rispetto ai canoni ordinari. E tra questi documenti diviene un cult il video, girato sempre da Hans Namuth nello suo studio a Spring: Pollock all’opera mentre lavora e danza intorno alla grande tela srotolata in terra.
    Pollock diviene così leggenda. Artista tra i preferiti dell’iconica collezionista Peggy Guggenheim che di lui ebbe a dire: «Era un uomo contraddittorio. Così timido e difficile da presentare alla gente e nervoso. Arrivava sempre sbronzo e per questo non avrebbe potuto farcela da solo».
    La mostra in corso al Vittoriano, curata da David Breslin e Carrie Springer con Luca Beatrice è divisa in 6 sezioni, permette di ammirare più di 50 capolavori, e diviene così un susseguirsi di colori vividi, armonia delle forme, soggetti e rappresentazioni astratte che immergono e guidano i visitatori in un contesto artistico unico e originale: quello dell’espressionismo astratto.
    In mostra, quindi, c’è il frutto di una “rivoluzione” nata nel maggio del 1950, quando il Metropolitan Museum di New York organizzò un’importante mostra di arte contemporanea escludendo la cerchia degli “action painter”. La decisione scatenò la rivolta degli esponenti del movimento e proprio in questo clima d’insurrezione e stravolgimento sociale l’espressionismo astratto divenne un segno indelebile della cultura pop, attraverso il particolare connubio tra espressività della forma e astrattismo stilistico, elementi che influenzarono sensibilmente tutti gli anni ’50 del Novecento.

    Four Darks in Red – Mark Rothko – 1958.

    L’Action painting, ovvero la “pittura d’azione”, diventa così sinonimo d’innovazione, trasformazione, rottura degli schemi e del passato e questa straordinaria mostra permette di riscoprire non solo il fascino di tale movimento, ma anche di rivivere emozioni e sentimenti propri di quegli artisti che hanno reso unico un capitolo fondamentale della storia dell’arte, che vede in Pollock certamente una delle punte più limpide e alte.
    Pollock nasce a Cody, Wyoming, nel 1912. Le cronache riferiscono di un’infanzia difficile e itinerante, per i continui spostamenti della famiglia tra California e Arizona ai tempi della Grande Depressione, quando il padre di Pollock era costretto a cercare lavoro dove capitava. Il giovane Jackson ha un carattere ribelle, ingestibile sia per la famiglia che per la scuola, poco incline al rispetto delle regole e afflitto sin dall’adolescenza da ripetuti problemi di alcolismo: eppure, quando dipinge, è evidente a tutti il suo strepitoso e prematuro talento.
    Alla metà degli anni Trenta incontra e si innamora di Lenore Krasner – anche lei artista – che sposerà solo nel 1945. Quindi la coppia si trasferisce a Springs, Long Island, e la Krasner si dedica alla carriera del marito, diventando la sua principale promoter. Ed è qui, in un nuovo studio ampio come un capannone industriale, che Pollock potrà scoprire il “dripping”, lo sgocciolamento, e farne la sua propria modalità espressiva. Dai filmati e dalle foto a disposizione di questi atti creativi Pollock appare completamente immerso nell’atto stesso, senza soluzione di continuità tra l’uomo, l’artista, il sentire e l’espressione. L’artista si muove al ritmo della musica jazz e la creazione dell’opera entra a far parte dell’opera stessa.
    L’ultimo periodo della vita del pittore del Wyoming fu il più difficile. L’esistenza complessa, fin dall’infanzia, turbata da problemi psichiatrici e di alcol continuava. Tra 1948 e 1950, periodo d’intensa attività, anche la rivista “Life” si domandò, retoricamente, se fosse lui l’artista americano più famoso, accostandolo ai grandi maestri europei quali Picasso, Miró, Rouault, Matisse.

    Jackson Pollock – Hans Namuth.

    Di fatto è proprio la sua vita sregolata e assurda a interrompere prematuramente una sfolgorante carriera: l’11 agosto 1956, dopo l’ennesima notte brava, Pollock si schianta al volante della propria auto. Con lui muore una giovane donna, un’altra resta gravemente ferita.
    Sono passati oltre sessant’anni dalla sua morte, eppure il mito di Pollock resta inscalfibile e sempre attuale: a lui e alla sua arte è dedicata tutta la prima sezione della mostra romana.
    Ma la mostra non è solo Pollock. Nella seconda sezione – Verso la Scuola di New York – ci si sofferma sulla generazione di pittori in America che si allontana dal realismo e dalla figurazione, vedendo nell’astratto il segno di un tempo nuovo come Arshile Gorky, William Baziotes, Robert Motherwell, tra i fondatori della “Scuola di New York”, Clyfford Still, Mark Tobey, Richard Pousette-Dart e tanti altri come Bradley Walker Tomlin tra i precursori, fin dai primi anni Quaranta, del nascente “Espressionismo astratto”.
    La Terza sezione si concentra su Kline. I suoi dipinti di grandi dimensioni modulati prevalentemente sul bianco e nero, più raramente di altri colori. Kline, insieme a Pollock, Rothko e de Kooning è considerato tra i massimi interpreti della “Scuola di New York”.

    Pollock e la Scuola Americana – Una foto della mostra.

    Nella Quarta sezione – “Dall’Espressionismo astratto ai Color Field”, la pittura si dirige rapidamente verso la smaterializzazione. Nella Quinta sezione, dedicata a Willem de Kooning, l’artista sempre vicino all’Action Painting, ma mai completamente espressionista astratto, pur abbracciandone i principi teorici non abbandona la figurazione. Resta famoso soprattutto per la serie Woman I, ciclo dedicato alla figura femminile. Mentre nella sesta e ultima sezione dal titolo “Mark Rothko” il focus è sul pittore dall’approccio lirico e mistico. Nei suoi quadri ci sono pennellate estese di colore che tracciano soprattutto rettangoli luminosi e vibranti.

    Roma, 9 dicembre 2018