L’Auditorium di Mecenate. L’Eden dei poeti dell’Impero.

È solo un caso, certo, tuttavia suggestivo: l’Auditorium di Mecenate, sede del circolo di poeti del calibro di Virgilio, Orazio e Ovidio, di proprietà dal grande collaboratore e amico dell’imperatore Augusto, si erge proprio nello spiazzo dedicato a Giacomo Leopardi.

Scavi Auditorium di Mecenate. Si ringrazia RomaSparita.

La sua scoperta avvenne nel 1874, nel corso dei lavori per l’apertura della nuova Via Merulana e dell’adiacente Largo Leopardi, nella zona precedentemente occupata da Villa Caetani.
L’aula absidata allora riportata alla luce faceva parte di un complesso assai più ampio, disposto a cavallo delle Mura Serviane, che fu disgraziatamente demolito. Per fortuna, si decise di conservare almeno quest’aula, detta Auditorium, nella quale si possono distinguere quattro parti: un vestibolo a sud-est, dalla forma rettangolare, l’aula vera e propria, l’esedra a gradini, un ambiente di soggiorno aperto verso l’esterno, munito di sedili presente in edifici privati o pubblici, e una doppia rampa di accesso. Si accedeva al vestibolo grazie a tre ingressi: quello a sud, ancora utilizzato, si apriva sulla rampa, mentre gli altri due mettevano l’aula in comunicazione con gli ambienti circostanti. Forse la copertura era a volta, a giudicare dal grande spessore dei muri.
Nella sala rettangolare si aprono sei nicchie per parte e la decorazione pittorica è in parte svanita, ma era ben conservata quando l’edificio fu ritrovato. Le pareti sono dipinte di rosso; sopra le nicchie corre un fregio a fondo nero con figure di animali dipinte a colori più chiari. L’interno delle nicchie è decorato con riproduzioni realistiche di giardini. Nell’angolo ovest si riconoscono due pavimentazioni successive: quella originaria, realizzata in finto mosaico con due strisce rosse, e quella più tarda, in lastre di marmo giallo antico e grigio.

Auditorium di Mecenate.

L’esedra è occupata da sette gradini molto stretti. Fu ampliata con un muro a mattoni; i gradini erano coperti da lastre in cipollino, delle quali restano tracce. Al di sopra dei gradini si aprono cinque nicchie dove compaiono decorazioni pittoriche raffiguranti giardini, sotto le quali corre un fregio a fondo nero con figure di animali e di caccia.
Nella sua prima fase, l’edificio risale alla fine della Repubblica, mentre le decorazioni pittoriche, simili a quelli della Villa di Livia a Prima Porta, appartengono alla piena età augustea.
Gli archeologi ritengono che il complesso sia da identificare con uno degli edifici parte degli Horti Mecenatis, ovvero i giardini che circondavano l’imponente villa di Mecenate sull’Esquilino. Sappiamo da Orazio e dai suoi commentatori che per la costruzione della villa fu ricoperto il cimitero dei poveri, che allora occupava questa zona dell’Esquilino, venne parzialmente livellato l’antichissimo agger, e distrutta una parte delle Mura Serviane, a cui ancora oggi la struttura pare appoggiarsi.
Di questa villa oggi non ci perviene nulla se non una piccola parte degli arredi e delle opere d’arte oggi conservate presso i Musei Capitolini nella sezione dedicata proprio agli Horti Mecenatis, come la statua in marmo pavonazzetto di Marsia.

Marsia – Musei Capitolini.

La data di costruzione dell’Auditorium coincide con quella della villa di Mecenate: tra il 40 e il 30 avanti Cristo L’identificazione è stata possibile grazie alla scoperta, accanto all’edificio, di una fistula aquaria, ovvero una conduttura idraulica di piombo, con il nome di Cornelio Frontone, celebre maestro di retorica dell’era adrianea venuto in possesso degli Horti Maecenatis, evidentemente cedutigli dall’imperatore.
Alla sua morte, infatti, Mecenate aveva lasciato la sua villa a Ottaviano Augusto e si sa che Tiberio vi soggiornò a lungo. Probabilmente è proprio del periodo durante il quale Tiberio abita la villa, di ritorno dal suo esilio a Rodi avvenuto nel 2 avanti Cristo, che vengono eseguiti gli affreschi “del terzo stile”, che è datato fino alla metà del I secolo, all’epoca di Claudio, tra il 41 e il 54 avanti Cristo.
Non appare peregrina dunque, l’originaria identificazione con un auditorium o un odeon, anche se i gradini appaiono un po’ piccoli per ospitare spettatori seduti. La presenza di un’iscrizione con i primi due versi di un epigramma di Callimaco, in cui si accenna al convito, ha fatto pensare che si trattasse di una cenatio, sala da pranzo estiva. Ma l’ipotesi più comunemente accettata, è che si tratti di un ninfeo.
Gli Horti di Mecenate sono i più antichi realizzati sull’Esquilino, a spese dell’antica necropoli di Roma: essi costituivano probabilmente un ampliamento del più antico possesso di Mecenate, situato nel luogo dove più tardi sarebbero state costruite le Terme di Traiano.
Chi fu, dunque, Mecenate? «Insonne nella vigilanza e nelle emergenze, lungimirante nell’agire, ma nei momenti di ritiro dagli affari più lussuoso ed effeminato di una donna». Così, maliziosamente, lo descrive lo storico Velleio Patercolo.
In realtà, Mecenate fu molto, molto di più di quanto Partecolo non dica. Etrusco d’origine, essendo nato ad Arezzo 15 aprile del 68 avanti Cristo, Gaio Cilnio Mecenate fu influente consigliere, alleato e amico di Ottaviano. Nella prima parte

Mecenate.

della sua vita egli ebbe un ruolo militare, fu generale di Ottaviano che seguì in molti campi di battaglia; questo ruolo andò trasformandosi sempre più in ruolo politico tanto che Mecenate diventa, a tutti gli effetti, non solo un testimone ma anche un attore della trasformazione definitiva di Roma, che si attua nel passaggio dalla repubblica all’Impero.
Fece la sua apparizione nella vita pubblica nel 40 avanti Cristo, quando fu incaricato di chiedere per Ottaviano la mano di Scribonia in matrimonio. In seguito partecipò ai negoziati di pace a Brindisi e alla riconciliazione di Ottaviano Augusto con Marco Antonio. La sua fedeltà a Ottaviano è testimoniata dalla fermezza con cui soffocò in gran segreto la congiura di Marco Emilio Lepido, in assenza di Ottaviano da Roma, e questo ruolo di fedele controllore della realtà augustea si replicava ogni volta che Ottaviano era lontano. Ma ciò che lo ha reso immortale è stato senz’altro la capacità di allevare, incoraggiare e sostenere economicamente un cenacolo di artisti e intellettuali di straordinario genio quali Orazio, Virgilio, Ovidio, Properzio e Tito Livio permettendo loro di svolgere liberamente il proprio mestiere di uomini di cultura.
Con questo atteggiamento contribuì a rafforzare il regime che Ottaviano Augusto stava imponendo: molte delle opere prodotte con l’appoggio di Mecenate contribuirono ad illustrare l’immagine di Roma e anche a sostenere alcune azioni della politica dell’imperatore. Egli fu tra i primi a comprendere l’impatto che la poesia e l’arte potessero avere sull’opinione pubblica.
Nonostante il suo ruolo di finanziatore i letterati riuniti intorno alla figura di Mecenate mantennero gran parte della loro indipendenza.
Orgoglioso delle sue origini etrusche, Mecenate affermava di discendere, per parte di madre, dal principesco casato dei Cilni, la più nobile famiglia di Arezzo. Il suo albero genealogico era esposto infatti nell’atrio della sua villa sull’Esquilino e sia Orazio che Properzio celebrarono il loro benefattore come il «più nobile degli Etruschi», «stirpe dei re tirreni», «cavaliere del sangue dei re etruschi».

Ricostruzione dell’Auditorium di Mecenate all’atto della scoperta.

Virgilio scrisse le Georgiche in suo onore e fu lo stesso Virgilio che, impressionato dalla poesia di Orazio, lo presentò a Mecenate. Orazio, quindi, iniziò la prima delle sue Odi grazie alla direzione del suo nuovo protettore, che gli diede pieno appoggio finanziario, come pure una proprietà nei monti della Sabina.
Per la sua munificenza, che rese il suo nome noto a tutti, Mecenate ebbe la gratitudine degli scrittori, attestata anche dai ringraziamenti dei letterati di età successiva, come Marziale e Giovenale. Il suo patronato non fu una forma di vanità o di semplice dilettantismo letterario: egli vide nella genialità dei poeti del tempo non solo un ornamento letterario, ma un modo di promuovere e onorare il nuovo ordine politico.
Nessun altro patrono ebbe in sorte quello di legare il nome a delle opere eterne.
Mecenate scrisse, tra l’altro, anche opere letterarie, sia in prosa che in versi, di cui ci pervengono venti frammenti che dimostrano che come autore ebbe meno successo che come protettore dei letterati.
Ritiratosi dalla vita politica, Mecenate tornò ad Arezzo, la sua città natale. Là visse delle ricchezze familiari che gli provenivano da molti beni, ma soprattutto dalle fabbriche di vasi realizzati con la pregiatissima ceramica aretina, lucida e di color arancio – miele che venne prodotta a partire dal 30 avanti Cristo. In questo periodo si dedicò solo ai piaceri dello spirito, speculando, scrivendo, conversando con gli

Affresco dell’Auditorium di Mecenate.

amici alla maniera etrusca, cioè in modo sontuoso e raffinatissimo. Ad Arezzo morì, nell’8 avanti Cristo, qualche mese prima dell’amatissimo Orazio.
L’atteggiamento assunto da Mecenate è divenuto, nel tempo, un modello, tanto che si parlerà da questo momento in poi di mecenatismo e di mecenate, per indicare l’azione e la persona che protegge e finanzia poeti ed artisti. Nei secoli la figura di Mecenate è stata incarnata da personaggi diversi. Sono stati grandi mecenati Cosimo il Vecchio de’ Medici, nato nel 1389 e morto nel 1464, e suo nipote Lorenzo il Magnifico, nato nel 1449 e morto nel1492, che raccolsero intorno alle proprie figure i più grandi talenti del loro tempo.

Roma, 31 gennaio 2018


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